Atlantis 2/2017

Atlantis 2/2017 - ATLANTIS

Il secondo numero di Atlantis del 2017, dedica il Dossier al tema del Territorio, dello Stato e della Sovranità con tutte le sue implicazioni, con tutte le sue implicazioni strategiche globali.

Prestigiosa intervista con Giulio Terzi di Sant'Agata, ex Ministro degli Esteri ed Ambasciatore.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con il Cancro.

ll Focus paese è dedicato alla Bosnia.

Pasquale Nestico ha raccontato la sua formidabile vita nel libro Da Isca a Filadelfia.

Domenico Letizia ci racconta le prospettive dell'Artico.

Prosegue la rubrica dedicata all’arte contemporanea dei Paesi emergenti, da parte di Stefania Bozzo.

Editoriale 2/2017

Editoriale 2/2017 - ATLANTIS

Ci si stupisce dello stupore di alcuni osservatori per l’azione militare ordinata da Trump in Siria. Noi di Atlantis avevamo fatto notare come la nuova Amministrazione Trump fosse orientata (avendolo chiaramente dichiarato) ad alleanze variabili in politica estera e soprattutto tese ad azioni di interesse nazionale. Insomma, Trump e la sua Amministrazione sono ortodossamente tornati al paradigma repubblicano. America faro sulla collina. Isolazionismo e unilateralismo quando necessario (o utile per gli Stati Uniti e tanto meglio per altri se tali interessi collimano, sennò…). Se ne è accorto anche Putin, che non è credibile si fosse illuso d’altro. Di cosa stupirsi, quindi? La reazione con lancio di 59 missili Tomahawk, all’attacco aereo (presunto) russo-siriano con gas tossici ha avuto alcuni risultati, per niente militari – i russi erano stati preavvertiti con largo anticipo - e del tutto politico-diplomatici: il primo, rivolto agli americani (e all’FBI che sta continuando a condurre l’inchiesta sugli aiuti russi a Trump nella campagna presidenziale) che dice che non c’è alcuna alleanza stabile con la Russia e con Putin ma solo convergenze temporanee e trattate da un punto di forza militare ed economico; il secondo, la dimostrazione che l’America di Trump non ha bisogno di chiedere e di avere né consenso né aiuto di alcuno per intervenire militarmente (come economicamente) unilateralmente; il terzo, il ritorno alle alleanze tradizionali nello scenario medio-orientale, visto che l’azione militare ha tranquillizzato ed è stata applaudita da Turchia, Israele, Arabia Saudita. Solo chi non conosce l’America (e la Gran Bretagna) perché la osserva con mentalità europea può restare stupito, oggi. Già e l’Unione Europea? E l’opinione pubblica europea? Proprio ieri, Atlantis, ha partecipato come rivista e media fondatore alla presentazione di Retenuovaeuropa, nella splendida cornice della Sala Refettorio della Camera dei Deputati a Roma. Significativi gli interventi di Benedetto Della Vedova, politico di estrazione liberale, liberista e libertaria, Sottosegretario agli Esteri che ha sottolineato la necessità di andare oltre questa unione intergovernativa, per non restare isolati in questo contesto internazionale, accompagnato in questo appello, dall’ex Viceministro all’Economia Enrico Zanetti. Mario Baldassarre, applauditissimo, ha auspicato che finalmente si veleggi verso gli Stati Uniti d’Europa. Nell’introduzione, Stefania Schipani, ha fatto suo il principio enunciato tante volte da Atlantis: rifare l’Europa politica ripartendo dagli scritti, ad esempio di Croce ed Einaudi, rifare una nuova Europa politica liberal-democratica e federale; rifare un’altra Europa competitiva e orgogliosa di essere fondata sul diritto, sulla volontà di mantenimento della pace (che non significa pacifismo a senso unico) e sulla convivenza dei popoli basata sulla tolleranza.

Trump non è Obama e si vede in Siria

Trump non è Obama e si vede in Siria - ATLANTIS

 

di Giulio Terzi di Sant'Agata

“L’attacco americano contro la “base delle armi chimiche”di Assad, condivisa dal regime con militari russi che difficilmente potevano ignorarne l’utilizzo, ha subito prodotto mal di pancia e distinguo nel nostro paese. Si dovrebbe anzitutto capire che la posizione di Trump è opposta a quella di Obama anche e soprattutto in politica estera. La sua linea potrà essersi ulteriormente precisata in queste ore, ma sia in campagna elettorale sia dal suo insediamento le radicali differenze tra Trump e Obama si possono riassumere nei seguenti punti: 

1) l’America di Trump, diversamente da Obama, pone la sicurezza sopra ogni altra cosa, sul piano interno come su quello internazionale: lottando contro il terrorismo e gli Stati che sostengono il terrorismo, e promuovono guerre e focolai regionali che pregiudicano la sicurezza americana e l’esistenza di Israele; 

2) l’intesa con Mosca nella lotta al terrorismo vale se l’Isis non resta un facile pretesto  per lasciare Assad al potere macellando milioni di persone che non lo vogliono, e per consentire che l’Iran colonizzi politicamente la Siria - dove Hezbollah, inquadrata da ufficiali IRGC, rappresenta una forza autonoma che tra l’altro minaccia Israele dal Golan siriano - e consolidi un controllo assoluto sull’Iraq; 

3) sulla Russia, tema di forte contrasto fra Trump e Obama - vedi le sanzioni - c’è stata indubbiamente un ‘evoluzione, per ragioni eminentemente politiche e di “legittimazione” interna. L’Amministrazione repubblicana si trova oggettivamente in difficoltà nello sgomberare il terreno da indagini dell’FBI e del Senato riguardanti alcuni dei principali collaboratori del Presidente e i loro rapporti ancora non chiariti con funzionari e agenti russi, nonché con banchieri russi sotto sanzioni americane. Non era questo lo sfondo che in campagna elettorale portava Trump a esprimere forte vicinanza a Putin. Sembra ora più urgente dimostrare che, rispetto alla stessa Russia, prevalgono sempre  gli interessi dell’America. E forse questo dovrebbe valere anche per noi; 

4) mentre per Obama la forza veniva sempre dopo, molto dopo, estenuanti e lunghissimi tentativi di risolvere le crisi con l’esclusivo ricorso alla diplomazia, Trump ha sempre dichiarato di voler contare su un’America forte, sulla sua capacità militare, sul valore fondamentale che rivestono - per una credibile diplomazia e una efficace  politica di sicurezza-deterrenza e volontà politica di ricorrere alla forza quando necessario. La disastrosa rinuncia di Obama a sanzionare gli attacchi con armi chimiche che avevano provocato nell’estate 2013 ben 1500 morti sono sempre stati al centro delle critiche di Trump a Obama. Da quella incredibile fuga americana dalle responsabilità è nato il convincimento dell’Iran di aver campo libero in Siria, Iraq, Yemen, la decisione della Russia di invadere il Donbass con i suoi “volontari” e di ammettere la Crimea, e della stessa Cina di militarizzare i nove isolotti semisommersi annettendo l’immenso spazio e le risorse del Mar della Cina. Non c’è analista serio e conoscitore diretto delle conseguenze provocate dalla politica rinunciatari di Obama in Siria che dissenta circa le conseguenze geopolitiche disastrose di quell’impune superamento delle “linee rosse” sulle armi di distruzione di massa da parte di Assad nel 2013. Poteva Trump far finta di niente? Poteva “obamizzarsi” come d’incanto, proprio sulla questione più devastante e cruciale per l’America non solo in Medio Oriente, ma nello stesso rapporto con la Russia, l’Iran, la Turchia, Israele, e per giunta nelle stesse ore in cui era in corso il cruciale vertice con Xi Jin Ping? Un vertice dove proprio la prospettiva che l’America possa anche “agire da sola” per riportare la ragione a Piongyang deve essere “creduta”, e non irrisa, da un interlocutore abile, sperimentato e deciso come il Presidente cinese.

Non c’è nulla che sorprenda nella decisione di Trump di usare la forza per sanzionare l’ennesimo, atroce crimine di Assad contro l’umanità. Non valgono nulla le tesi che la Siria senza Assad sarebbe senza soluzione politica. Un pensiero atroce per il mezzo milione di morti, i milioni di feriti, di sfollati, di profughi causati da un regime che, secondo gli iraniani e da un paio d’anni anche secondo i russi, deve sopravvivere per continuare a fare da spalla all’espansione militare iraniana nell’arco di crisi che va dal Libano allo Yemen. La Germania di Hitler, l’Urss di Stalin, la Cambogia Kieu Sampan, l’Uganda di Idi Amin Dada dovevano tenersi per sempre quei regimi criminali in nome della “stabilità”, di ideologie assurde, o fondamentalismi religiosi? Sono molti i siriani e gli iraniani che animano partiti, movimenti, gruppi che rappresentano un’alternativa anche immediata a regimi così sanguinari. Il senso di abbandono che l’Occidente ha mostrato nei loro confronti dal 2009, lasciando in totale abbandono l’”onda verde” contro l’elezione scippata da Ahmadinejad, e la Coalizione dell’opposizione siriana nel 2011, hanno ingigantito una crisi che si è poi inevitabilmente riversata sull’Europa, come non solo dicevamo, ma gridavamo da anni. La storia offre  raramente una seconda chance. Trump l’ha colta .Dobbiamo sostenerlo con ogni possibile convinzione.

 

Un cuore grande così, Pasquale Nestico, il cardiologo fondatore di Filitalitalia

Un cuore grande così, Pasquale Nestico, il cardiologo fondatore di Filitalitalia - ATLANTIS

È una domenica di fine luglio dal caldo torrido a Philadelphia. L’ora di pranzo è giunta dopo una rapida visita alla figlia. Anche lei è medico e sarà proprio lei, dopo il cambio generazionale, a mandare avanti la clinica cardiologica fondata da Pasquale Nestico.

Il lunch nel ristorante dalla bella vetrata affacciata sul fiume Delaware è rilassato e rilassante. Il dottor Nestico si raccomanda che il salmone sia selvaggio e non allevato. Lo fa con un cameriere italoamericano che lo rassicura sulla provenienza e freschezza del pesce. La dieta, intesa come stile di vita anche a tavola, è rigorosa come rigorosa è tutta la sua condotta, basata sul sacrificio, la volontà e la rettitudine. “Mio padre mi ha sempre insegnato che l’onore viene prima di tutto – sottolinea con gli occhi umidi – mio padre è stato il mio faro”.  Ascoltando Pasquale Nestico che si racconta, si va dritti dritti ai Baldini di John Fante. Muratore abruzzese emigrato in Nord America il padre dello scrittore italoamericano, muratore calabrese emigrato per tenere unita la famiglia il padre di Pasquale. Come John, anche lui muove i primi passi sulle orme paterne. Impara, come ha caparbiamente descritto nei suoi romanzi e racconti, a usare la cazzuola e a fare la malta. Ma il destino non gli riserverà di costruire muretti diritti e solidi come quelli paterni e così non è capitato nemmeno a Pasquale. “Usava entrambe le mani – ricorda con gli occhi ancora più lucidi – e quindi era rapidissimo. Io non me la cavavo male. L’ultimo lavoro fatto insieme è stata la scuola elementare di Isca sullo Ionio”.  Già, Isca, in provincia di Catanzaro, paese di origine. Lì comincia l’avventura di Pasquale, che segue il padre in America poi rientra in Italia per il diploma tecnico, vince una borsa di studio per l’università italiana ma invece riattraversa l’Oceano Atlantico per un buon impiego alla General Electric. Naturalmente sempre in nome dell’unità familiare. Ma Pasquale non è uomo comune, si distingue a tal punto che l’azienda gli paga l’università fino alla laurea in ingegneria. Potrebbe bastare? Nossignori. Quello che fa non soddisfa Pasquale che, dopo il pranzo, indica dal finestrino della sua Cadillac una serie di sedi, monumenti, luoghi che hanno attinenza con la sua attività medica, associativa e politica. Così, stuzzicato da un amico e collega che si è iscritto a Medicina e Chirurgia, decide che quella sarà la sua strada. Perché? È una questione di vocazione. Chi lo ascolta lo sa bene, avendo un padre e un nonno medici e chirurghi. E Pasquale, al contrario del collega che ha fatto il liceo, deve anche superare questo handicap. Ma nulla lo intimorisce e lo ferma, nemmeno la difficoltà rappresentata dalla lingua inglese che pure è un ostacolo non da poco. Nemmeno i pregiudizi sull’origine italiana e meridionale. “Qui negli Stati Uniti vige la meritocrazia – sorride – io non ho raccomandato mai uno dei miei tre figli perché avrei fatto loro soltanto un torto”.  Quindi professione medica con una clinica cardiologica di sua proprietà, nel paese della sanità privata e tanta vita associativa. Del resto, lo scriveva Alexis De Tocqueville nel 1830, osservando gli Stati Uniti, questo è il paese che regge la sua democrazia sull’associazionismo volontaristico che crea servizi (e sulla libertà di stampa ndr). Il dottor Nestico, infatti, è il presidente di Filitalia International, fondazione creata nel 1987 e finalizzata alla diffusione della cultura italiana tra i giovani (soprattutto italoamericani).
“Umiltà, giustizia e onestà sono le tre parole chiave che evidenziano la mission di Filitalia: una scommessa che non si ferma al presente, ma guarda al futuro – dice convinto Nestico -  occorre costruire l’oggi, pensando al domani. Solo lasciando qualcosa di importante ai nostri figli, si può ipotecare un futuro di speranza e fiducia”.
 Nestico è stato anche ufficiale medico di stanza in Germania, nelle file dell’esercito statunitense e si è dedicato attivamente al sostegno politico del sindaco di Philadelphia e del governatore della Pennsylvania. Gli obiettivi futuri di Filitalia, a partire dalla volontà di ampliare i propri Chapters per diffondersi maggiormente negli Stati Uniti e di coordinare l’attività di Filitalia che opera nella Penisola, sono ambiziosi ma realistici. “Bisogna puntare sulla cultura e l’identità d’origine e sui giovani: obiettivi in cui credo molto – ripete quasi a volere contagiare con il proprio entusiasmo Nestico - quando si agisce mossi dalla buona volontà si riescono a produrre grandi cose, e tutto è possibile. Sono cattolico e credente. Credo molto nella Divina Provvidenza, e nell’insegnamento che ci è stato tramandato dalla nostra tradizione: se vuoi che il Signore ti aiuti, attiva prima te stesso”. È un po’ la versione italoamericana del motto americanissimo e protestantissimo: ridai alla comunità quello che hai ricevuto. La visita guidata della capitale della Pennsylvania volge quasi al termine. Non manca una capatina alla bella e linda villa nel quartiere residenziale dove hanno preso casa moltissimi appartenenti a Filitalia. Il giardino è fiorito e si distinguono piante e alberi da frutto che sono di certa provenienza calabrese. Le radici non vanno recise, mai. I frutti, con l’impegno, la volontà e l’intelligenza possono crescere ovunque. 

 

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