1/2016

1/2016 - ATLANTIS

ATLANTIS

Rivista di Geopolitica e Competizione Economica

1/2016 ISSUE 

 

Questo numero di Atlantis, il primo del 2016, dedica il Dossier al tema dell’Acqua, con tutte le sue implicazioni strategiche globali.

Nella rubrica Una Nuova Europa, intervista allo scomparso leader radicale Marco Pannella.

Particolare attenzione al convegno su Europa 2.0 Migranti e Diritti Umani.

Inizia da questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie.

ll Focus paese, a cura della redazione, propone un’analisi del Ghana.

Tra gli altri contributi di questa edizione, sono da sottolineare quelli di romano Toppan, di Luca Baraldi e di Riccardo Palmerini.

Arricchisce il numero la rubrica di storia, curata da Ennio Savi.

 

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La copertina di questo numero è dedicata al tema dell'Acqua.

Editoriale

Editoriale - ATLANTIS

W&W (We and the World)

Per una visione italiana della governance globale.

 

 

Le origini dell’Unione Europea, senza considerare quelle antichissime greco – romane,  si perdono nel corso dei secoli: il giurisperito francese Pierre Dubois, aveva ideato una proto confederazione di stati europei con a capo un consiglio saggi. Siamo tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Saltando qualche secolo avanti, intellettuali come Jean Jacques Rousseau, Immanuel Kant, Henri de Saint-Simon, ipotizzarono un’Europa unita sulla base dei principi di fratellanza umana. Un diverso intendimento dell’unità europea è quello dell’Ancien Regime, basato su di una strategia legata agli intrecci di sangue regale per il controllo e il dominio dei principali Stati europei (cattolici). Dopo la cattiva fama procurata al termine democratico, causata dalla Rivoluzione Francese e al giacobinismo radicale, è la volta del tentativo autocratico napoleonico che, intorno alla seconda metà del XIX secolo, porta a un tentativo di costituire una Europa Unita prima dell’affermazione dei nazionalismi che mescolandosi al tentativo di difendere il vecchio sistema  imperiale infilano il continente in due guerre mondiali. Nel secolo scorso, il XX, dopo la prima guerra mondiale, altri eminenti rappresentanti del mondo politico e intellettuale, a cominciare da Croce ed Einaudi, si occupano dell’argomento, ma anche questa volta vanamente. Soltanto dopo la conclusione del secondo conflitto, si aprì uno scenario fino ad allora mai esistito che consentì, a causa di contrasti, tensioni e opposizioni tra le due superpotenze vincitrici (USA da un lato e URSS dall’altro lato), la realizzazione di due blocchi contrapposti sia sul piano  politico che su quello economico. Un aspetto rilevante sicuramente fu l’interesse degli USA a favorire le iniziative volte all’attuazione di una Europa Unita, in area occidentale,  basata sulla libera iniziativa imprenditoriale e sull’economia di mercato. Anche sul piano militare, come si sa, i paesi dell’Europa occidentale, nel successivo 1949, si organizzarono, sotto l’egida degli USA, dando vita all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (OTAN, più conosciuta come NATO). Nello stesso anno venne istituito il Consiglio d’Europa con il precipuo fine di favorire una forma di collaborazione politica tra gli stati membri per la reciproca tutela. Qualche tempo dopo venne resa la cosiddetta “Dichiarazione Schuman dal nome del Ministro degli Esteri francese dell’epoca e in realtà frutto delle politiche volte all’unione economica europea e  propugnate anche dalla Germania di Adenauer e dall’Italia di De Gasperi. Effettivamente, però, la proposta del Ministro francese tendente a mettere in comune le risorse del carbone e dell’acciaio delle nazioni del vecchio continente, ebbe i consensi, oltre che della Germania occidentale, dell’Italia, del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo.  Non vi aderì il Regno Unito, forse come autorevolmente sostenuto, nel timore di alterare gli equilibri all’interno del Commonwealth.  Nacque la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio  meglio conosciuta come CECA, con decorrenza giuridica a partire  dal 1952. Nel 1945 negli Stati Uniti d’America, in San Francisco, veniva convocata la conferenza per adottare lo Statuto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: l’ente a carattere mondiale sorto sulle ceneri della Società delle Nazioni. L’Italia, per note ragioni, non solo non risultava tra le nazioni invitate, ma era addirittura annoverata tra gli “Stati ex nemici”. Il cammino intrapreso dal chiaroveggente Alcide De Gasperi nel marzo del 1946, all’epoca Ministro degli Esteri e continuato dal suo successore Conte Sforza, si era concluso con l’opera del suo collega Gaetano Martino che aveva già progettato e gestito la Conferenza di Messina e che così commenterà l’ingresso dell’Italia nell’ONU. L’ingresso dell’Italia nel massimo consesso internazionale, consacra dal punto di vista giuridico una situazione di fatto in base alla quale l’Italia era partecipe delle più importanti attività dell’ONU pur non facendone formalmente parte. Nell’entrare nell’ONU, l’Italia, entra come in “un parlamento di popoli”. L’accelerazione verso una compiuta unità europea avviene soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Gli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo sono passi avanti mai conosciuti prima. Il suggello è l’entrata in vigore dell’euro, il primo gennaio 2002 (circolazione monetaria). Tuttavia, i nuovi scenari geopolitici, in particolare le ondate di terrorismo derivate dalla situazione mediorientale, tutt’altro che sotto controllo, dopo vari interventi militari; le tensioni in alcune aree dell’Europa orientale (ieri Bosnia Erzegovina, Croazia, Serbia, Albania oggi soprattutto Ucraina) e il flusso migratorio proveniente dall’Africa e dalla Siria e zone circostanti, stanno rimettendo in discussione molte delle trame irrisolte sia a livello di governante europea che mondiale. L’Europa si trova ancora una volta al bivio di una scelta tra confederazione di Stati nazionali e Federazione compiuta. In questa chiave, i fatti hanno dimostrato che l’attuale Unione è sbilanciata da una germanocentricità imbarazzante. Davanti allo strapotere economico e politico della Germania e dei suoi paesi satellite, la Francia ha cercato uno sbocco strategico neocoloniale e la Russia tenta di esercitare un’influenza panslavista mai sopita e costruita su di una supposta ricostituzione di un impero romano d’oriente (peraltro avversato da una Turchia sia islamica sia laica). La Gran Bretagna, finita la sua supremazia da secolo XIX, non ha smantellato il sistema del Commonwealth. La borsa di Londra è pur sempre la seconda borsa mondiale dopo Wall Street. Dal punto di vista non europeo ma mondiale, la Russia è il primo paese a rivendicare le norme elementari delle relazioni internazionali che prevedono che nessuno Stato possa occuparsi di affari interni di altri Stati (in questo modo tentando di sottrarsi a critiche sul proprio regime autarchico). Attori come Cina, India, Brasile non stanno a guardare mentre il Giappone combatte la sua continua crisi economica senza uscire mai dall’ambito della fedele alleanza con gli Stati Uniti e i Paesi occidentali. Bisticci sulle politiche delle migrazioni, politiche energetiche divergenti, mancanza di coordinamento delle intelligence europee, mancata adozione di un esercito unico europeo insieme alla non volontà di tutte le altre politiche unitarie (bancarie, fiscali, di bilancio) non chiariscono il quadro di governante democratica europea. L’Europa unita finirà con il 2019, anno di scadenza di Mario Draghi a capo della Bce? Un successore tedesco potrebbe essere il colpo di grazia definitivo, ed è un rischio già corso prima della nomina del professore italiano. Sempre dal punto di vista italiano, il momento non è dei più facili: alle porte il referendum del prossimo ottobre sulla riforma costituzionale del Governo Renzi, un sistema delle autonomie regionali che sembra avere partorito la peggiore delle classi dirigenti politiche locali possibili e un sistema industriale e produttivo che dopo il nuovo assetto italo americano di Fiat – Fca (indebitata solo sul fronte italiano con quattro miliardi di euro e alla ricerca di nuove alleanze) si regge soltanto sulle aziende pubbliche. La fine del 2016 porterà un nuovo presidente alla casa Bianca e il 2017, le elezioni in Germania (e non solo). Come si vede, la nostra finestra sul mondo, ci fa vedere più interrogativi che prospettive. A proposito, cosa farà l’Onu da grande? 

 

Il calabrone

Il calabrone - ATLANTIS

Orso o Teddy bear?

Le manifestazioni “muscolari” della politica estera russa nascondono la debolezza della strategia di Mosca.

 

La conclusione dell’inchiesta britannica sulla morte di Alexander Litvinenko, avvenuta a Londra il 23 novembre 2006, ha suscitato reazioni probabilmente più coerenti con il tifo sportivo che con l’analisi giuridica e politica dell’evento.

Che Litvinenko fosse stato assassinato e che i responsabili, ex agenti del KGB lo abbiano fatto su esplicito mandato del governo russo è un fatto risaputo e mai messo in dubbio.

Ma l’importanza della decisione della commissione d’inchiesta è tale perché tale commissione è stata presieduta da un giudice, Sir Robert Owen, che anche se in pensione (ex giudice della High Court), non è un politico e rappresenta - nel sistema delle garanzie dello stato liberal democratico - una voce indipendente, di un potere indipendente dello Stato.

L’accusa a Putin di essere il mandante di quell’omicidio, pertanto, è pesantissima proprio per la provenienza della fonte da cui arriva.  

L’accusa, viceversa, da parte del governo russo di una strumentalizzazione politica da parte della Gran Bretagna di Cameron, per quanto prevista, è la dimostrazione di come da parte dell’orso siberiano l’accettazione della separazione dei poteri e dei ruoli dello Stato di diritto liberale sia un bolo mal digerito dall’autocrazia putiniana.

Dietro a questa cattiva digestione, ovviamente, c’è la cultura dominante di un paese che non ha mai metabolizzato (ne mai lo farà) la transizione post-zarista e post-sovietica verso la liberalizzazione dell’economia, delle istituzioni e della politica nazionale oltreché dell’aspirazione imperialista in politica estera.

E non stupisce nemmeno che alcune fazioni politiche europee siano così attratte dalle manifestazioni muscolari della nomenclatura russa perché “probabilmente” non hanno mai smesso di desiderare che la stessa Europa diventasse (o ritornasse) un’autocrazia, magari più burocratica, spostata sempre più ad est nelle sue scelte politiche.

Scelte che, dopo lo sconquasso terroristico di Parigi e le demenziali paure nell’integrazione religiosa che scambia i problemi di ordine pubblico con quelli dell’invasione culturale (manifestazione di debolezza democratica che ha ancora bisogno di sostenersi con l’identitarismo nazionale) si accingono ancora una volta a misurarsi nelle vicende del teatro mediorentale.

Sebbene mediaticamente supportate dalla stampa finanziata dal sempre più scarso denaro russo (e in Italia pure da quello berlusconiano anche se alcuni giornalisti/siti/blog di commento giornalistico-militare sostengono di essere finanziati dal crowdfunding, ottimo sistema per cambiare nome al finanziamento indiretto) le azioni militari del teddy-bear putiniano (principalmente dirette al sostegno del regime di Assad) ormai iniziate da mesi, nonostante i proclami non hanno risolto nulla e tantomeno hanno sconfitto l’autoproclamato califfato dell’IS. I vetusti caccia russi (i più recenti Sukhoi 30, punta di diamante russa, sono paragonabili agli americani F14B, ritirati da dieci anni, i Sukhoi 24 sono la brutta copia degli F111 ritirati quasi vent’anni fa! E i cacciabombardieri da appoggio tattico Sukhoi 25 entrati in servizio nell’81 sono stati scopiazzati dal progetto del Northrop YA9 sconfitto dall’A10 nella gara A-X program del 1973!) anche se ammodernati nell’armamento non sono una minaccia credibile quanto un’azione di truppe di terra che però non può essere condotta unilateralmente.

Credo che sia abbastanza chiaro che nella questione conflittuale islamica, cioè nell’annoso conflitto religioso e di potere tra le due principali fazioni sunnita e sciita, sia pericoloso assumere strategie basate su alleanze con l’una con l’altra fazione.

Il conflitto tribale in atto dalla Siria alla Tunisia (ben descritto da Maurizio Molinari in “Jihad”) richiede risposte strategiche come quelle della costituzione della grande alleanza sunnita anti IS, e del graduale riconoscimento del ruolo di potenza d’area all’Iran, nei programmi e nei progetti della superpotenza americana con la collaborazione europea, mentre la Russia ha compiuto la scelta di scendere in campo schierandosi al fianco di una delle parti, quella minoranza sciita rappresentata soprattutto dall’Iran, uno dei più importanti e conclamati finanziatori del terrorismo internazionale dalla rivoluzione persiana del 1978. L’accordo sul nucleare e la fine delle principali sanzioni, sostenuto principalmente dagli USA va nella direzione strategica di governo “esterno” del conflitto, l’intervento russo al fianco di Assad (alauita-sciita) va invece verso quello “interno”.

Quando qualcuno in Europa indica in Putin un esempio da seguire, sottolineandone soprattutto la leadership machista basata sulla spartizione mafiosa dei centri di potere statale, indica allo stesso tempo la preferenza per una politica nazionale illiberale e scarsamente democratica e per una politica estera basata sull’alleanza militare con l’asse Assad-Teheran in una logica di equilibri che non hanno più senso in una regione dove i confini non esistono più. Le potenze d’area: Arabia Saudita, Iran ed Egitto devono prima di tutto confrontarsi con il crescente malcontento interno, affascinato dall’idea del Califfato e pronto a spazzare via gli ultimi confini interni rimasti. Imporre una pax armata, basata sul sostegno dei regimi forti e liberticidi, senza pensare alle modalità politico-economiche di sviluppo dell’area mediorentale e nordafricana in un contesto di pace internazionale, ci fa ripiombare nelle logiche bloccate della Guerra Fredda, una guerra che - vorremmo ricordare agli smemorati - l’occidente liberale e democratico ha già vinto da tempo. 

Sguardo dall’Italia sul mondo

Sguardo dall’Italia sul mondo - ATLANTIS

A tu per tu con l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata

 

 

Il convegno “La Grande Questione delle Migrazioni: Quale Politica per l’Italia?” Che si è svolto il 25 novembre 2015 all’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei deputati a Roma, è stata l’occasione per incontrare l’Ambasciatore Giulio terzi di Sant’Agata.

 

Su cosa si concentrerà l’attenzione oggi?

La questione migratoria è un’emergenza per noi, per l’Europa e per il mondo intero, se è vero che il fenomeno dei rifugiati coinvolge 60 milioni di persone. E’ una questione che non può essere disgiunta da altri fattori, conflittuali, economici, demografici.

 

Soffermandoci su questi?

In Africa, sta avvenendo un tasso di crescita demografica che è 5/6 volte superiore a quello del mondo Occidentale. Il Pil africano precipita e calerà ancora di più nei prossimi anni. La Nigeria – come ha sottolneato Daniele Scalea dell’Isag nel suo intervento – tra dieci anni avrebbe tanti abitanti quanti la Cina con una superficie enormemente inferiore.

 

L’emigrazione?

C’è un’emigrazione economica e un’emigrazione politica. Quella dell’emergenza degli ultimi mesi è ovviamente politica ed è dettata dale ragioni dell’espansione della Guerra in Africa e in Siria. Dobbiamo tenere conto che gli sfollati sono già nel Paesi africani che li hanno ospitati.

 

L’operazione Mare Nostrum?

Abbiamo salvato 140 mila persone. Poi c’è da dire che la maggiore parte li abbiamo fatti passare tra le maglie dei confini europei. Questo ci ha alleggeriti di un problema  interno ma ci ha creato  una certa diffidenza da parte dell’Unione europea. Con le regole di settembre non potremmo più fare certe operazioni.

 

Tra i rifugiati e i profughi è passato anche qualche terrorista?

Purtroppo sì – secondo i dati esposti da Michele Groppi – in Europa  Isis avrebbe mandato circa 4 mila infiltrati. Si tratta di un terrorista ogni 50 migranti. Il problema va affrontato seriamente in ermini di sicurezza perché entro il 2017 arriveranno in Europa altri tre milioni di profughi.

 

Quali sono gli scenari possibili in Europa?

La sfida a medio e lungo termine su atti terroristici e spionaggio in Europa passerà per il tentativo di radicalizzazione dello scontro che avverrà soprattutto in Gran Bretagna, Belgio e Francia. Alla radicalizzazione dello scontro potrebbero partecipare non soltanto I sunniti ma anche gli sciti con regia iraniana.

 

Quale l’entità del rischio?

Secondo uno studio ella Queen Mary University di Londra è bassa. Il rischio maggiore è il reclutamento di terroristi di treza, quarta o quinta generazione dale sacche di povertà ed emarginazione sociale. Ma scopo dell’Isis non è solo quello della radicalizzazione islamica ma anche di acuire quella occidentale per giungere al cosiddetto scontro di civiltà.

 

Rimedi?

Costruire un ponte con le comuinità islamiche in Europa che ribadisca che i valori democratici  assicurano benessere e sicurezza.

 

Quanto all’Italia?

Stiamo diventando una società multietnica e multiculturale senza accorgercene. Stiamo invecchiando e  l’immigrazione  ci garantisce  attualmente un 8,6 per cento di Pil complessivo. Tra l’altro con saldo attivo: infatti il gettito è di 16 miliardi di euro all’anno e i costi (sanità, previsenza, etc.) ammontano a 13 miliardi quindi il saldo netto attivo è di tre miliardi di euro.

 

E la nostra emigrazione?

L’Italia è tornata ad essere un Paese di emigrazione: 5 milioni sono gli italiani attualmente all’estero. 155 mila quest’anno in uscita e 92 mila in entrata.

 

Una politica mediterranea italiana ed europea  quanto sarebbe auspicabile?

Moltissimo. Come ha evidenziato Ugo Melchionda di Idos, gli stranieri in Italia sono in gran parte piccoli imprenditori. In Marocco, ad esempio, ci sono due città che sono chiamate la piccola Milano e la piccola Torino, circolano auto italiane con targa italiana e ci sono laboratori sartoriali con vecchie macchine importate dall’Italia. Quello che ci vorrebbe – ha concluso Melchionda ed è un appello che condivido – è un Piano Marshall mediterraneo, che crei una interdipendenza tra Paesi Europei e Paesi Nordafricani, partendo dall’internazionalizzazione delle Pmi. 

 

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