Atlantis 3/2017

Atlantis 3/2017 - ATLANTIS

 

 

Il terzo numero di Atlantis del 2017, dedica il Dossier al tema del Cielo e dello Spazio con tutte le sue implicazioni di sovranità e territorialità, con tutte le sue implicazioni strategiche globali.

Ancora presitigioso intervento di  Giulio Terzi di Sant'Agata, ex Ministro degli Esteri ed Ambasciatore.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con il Morbillo.

ll Focus paese è dedicato alla Polonia.

Piatto forte del numero, le Eccellenze Italiane nel Mondo: Luigino Rossi, Massimiliano Galante, Marzia Pendini, Davide Cerini ed altri protagonisti del Made in Italy.

Domenico Letizia è sempre presente e puntuale.

Prosegue la rubrica dedicata all’arte contemporanea dei Paesi emergenti, da parte di Stefania Bozzo.

 

Editoriale 3/2017

Editoriale 3/2017 - ATLANTIS

Resistere per vincere

“We few, we happy few”, noi pochi, noi pochi e felici.

Tempo fa, un amico relatore, durante un convegno che moderavo, mi ha definito l’ultimo dei mohicani anzi l’ultimo dei liberali (italiani).

Non è del tutto vero, anche se è vero che siamo in pochi. Pochi e gioiosi (senza riferimenti a macchine da guerra), pochi e orgogliosi, pochi e agguerriti, pochi e combattivi, pochi e resistenti.

Abbiamo sostituito il kalos kai agathos dell’educazione formativa del giovane aristocratico ateniese con: pochi e resistenti. Ma resistenti a cosa? Al vero avversario storico del liberalismo da combattente sul campo: il socialismo. Il socialismo in tutte le sue poliedriche manifestazioni. Ogni socialista è un dittatore mascherato ha scritto Ludwig Von Mises Socialismo (1922).

Il socialismo con la sua almeno triplice esplicazione storica:

il comunismo, ovvero il socialismo totalitario;

il fascismo, ovvero il socialismo nazionalista e anche razzista e identitario;

la socialdemocrazia laburista, forse la forma più subdola e lenta di tentativo di uccisione della libertà individuale, con la sua trasformazione dello Stato liberale in Stato burocratico fino all’assolutismo della burocrazia.

Il socialismo è l’ultimo orpello ideologico, ereditato dall’idealismo hegeliano ottocentesco. Una malattia filosofica e politica alla quale sono (quasi e finora) immuni i Paesi di cultura giuridica, filosofica e politica anglosassone. 

Non l’unico male, se aggiungiamo il conservatorismo reazionario, il nichilismo antioccidentale, i fanatismi religiosi e anche scientisti come il positivismo.

Tuttavia, il marxismo nelle sue variazioni trasformiste, ha retto il peso dello scontro con la storia e - almeno quanto le religioni bibliche – tiene ancora viva la speranza di vittoria  (per i suoi interessati seguaci, cominciando da chi ne trae i maggiori vantaggi).

Un maestro di giornalismo come Indro Montanelli, ammoniva il lettore e lo invitava sempre a porsi la fatidica domanda: cui prodest? Insomma, chi si avvantaggia maggiormente dal governo socialista?

Il socialismo – in teoria – dovrebbe apportare il maggiore beneficio alle classi lavoratrici ma è così solo in parte. Infatti, una ristretta élite di politici e di intellettuali, utilizza il consenso di tale classe o massa, per esercitare il proprio ruolo di leadership, naturalmente ben retribuita sia dal punto di vista dello status sociale sia dal punto di vista economico. Infatti, se nel caso delle derive totalitarie (comunismo, fascismo, chavismo, etc.) quando diventano leadership assolute, cioè sciolte dal controllo di altri organi istituzionali, la questione è chiara e quasi ovvia, nel caso della socialdemocrazia – o welfare o laburismo che si voglia dire – la situazione è più sottile ma a lungo andare altrettanto irreversibile. Innanzitutto, la tassazione diviene uno strumento di redistribuzione insieme del reddito - tolgo a chi non mi ha votato per dare al mio elettore – che già di per sé potrebbe essere definito voto di scambio e tuttavia ciò non è sufficiente per dare stabilità al sistema oligarchico – una minoranza organizzata per conseguire il consenso – finisce per tiranneggiare una maggioranza disorganizzata o minoranza politica (il peggior pericolo paventato dal liberalismo) poco per volta cambia il volto istituzionale dello Stato – non più garante e arbitro tra privati cittadini – ma erogatore di servizi, imprenditore, emanatore di un suo diritto (amministrativo) fino a diventare l’orientatore e il condizionatore delle scelte economiche e private ovvero il mostro leviatanico di  hobbesiana memoria. Fino a ristabilire un rapporto (quasi dimenticato perché superato nell’impianto istituzionale e di filosofia del diritto della liberaldemocrazia) non più Stato-Cittadino ma Stato-suddito. E’ il trionfo della democrazia popolare (la degenerazione olocratica della democrazia, ovvero il governo dei peggiori?) con il suo corollario giuridico conseguente:

1) partito – politica –governo – amministrazione;

2) corporazioni – sindacato – lobby di imprese protette;-

3) burocrazia statale – magistratura - impresa pubblica in regime di monopolio – pubblico impiego, slegato da qualunque obbligo di risultato. Insomma intervento dello Stato dalla culla alla tomba.

Ma siamo sicuri che la minoranza organizzata, in Italia, lo sia veramente o piuttosto non goda nel Paese di un consenso popolare ampio e consociativo (tra categorie)? Ad un’analisi dell’attuale composizione parlamentare, da destra a sinistra, troviamo: i neofascisti di ispirazione Repubblica di Salò  (massima espressione di sinistra del fascismo) nazional-socialisti, la lega neolepenista e a lungo indipendentista ma sempre statalista e interventista anche nella gestione amministrativa locale, i cattolici di varia casacca ma – se non reazionari – tutti eredi della dottrina sociale post Consiglio Vaticano II di Paolo VI, la sinistra tutta, verde, estremista, socialista, sindacale, ecologista, radicale è anticapitalista, illiberale, antimodernista, arcadica, pseudo solidarista. Restano frange che si definiscono di ispirazione liberale ma che – nel concreto – dell’azione politica non hanno mai dimostrato nulla di liberale né sul piano legislativo né su quello dell’azione governativa (che dovrebbero essere cose distinte in un governo non parlamentare come si deve). Il consociativismo ha funzionato, inglobando tutti gli attori del teatrino parlamentare, tant’è che la vox populi, li ritiene tutti uguali. 

Ma se un sistema si rinchiude in una sorta di oligarchia chiusa, affiancata magari dall’assolutismo burocratico, è riformabile plausibilmente dal suo interno? E se la risposta è negativa, come se ne può uscire?

Che fare, dunque, in un Paese che pare largamente dominato da un clima poco propenso ad accettare il pensiero liberale? Una risposta secca: Israele è una striscia di terra - lunga e stretta - come l’Italia ma infinitamente meno stretta e meno lunga. Se, come scherzava Flaiano, l’Italia è un Paese nel quale sono accampati gli italiani, Israele è il Paese di uno dei popoli più fieri e intelligenti mai comparsi sul pianeta. Tanto intelligenti, che, decisi a dare vita nella loro  ad uno Stato dichiaratamente socialista, preso atto che la storia, la necessità di sopravvivenza e le scelte razionali, consigliavano altro, hanno edificato un Paese che è il fiore all’occhiello del capitalismo mondiale. Che fare, dunque, in un Paese che pare largamente dominato da un clima poco propenso ad accettare il pensiero liberale? Certamente raccogliere l’invito di Croce alla non sola contemplazione. L’impegno è etico e culturale. Ma i tempi non potranno che essere lunghi, dato che un’auspicabile Riforma cattolica è attesa da cinquecento anni e – a sentire Bergoglio su certi temi economici – non è nemmeno dietro l’angolo. Certamente sul piano dell’azione, appoggiando incondizionatamente tutti coloro  che provenendo dalla società civile intenderanno fornire (temporaneamente) competenza. I temi sono tanti: nazionalismo e identità; Europa e decadentismo; identità locale (lingua e cultura); forma Europae da riprendere in mano dagli scritti di Einaudi e dai discorsi di De Gasperi (non certo dal vero Manifesto di Ventotene); valori di tolleranza, uguaglianza davanti alla legge, meritocrazia e poliarchia, apertura e non chiusura. Inoltre, ancora due temi: la questione meridionale, l’integrazione dell’immigrato  e il terrorismo di matrice internazionale.  Meridionalismo e assistenzialismo. Sullo sfondo di un aiuto ai deboli c’è una posizione di rendita e di profitto delle classi dirigenti – non solo criminali, non solo colluse con la criminalità organizzata -  ma delle classi dirigenti in generale, spesso in nome del disprezzo per la plebaglia. In questo senso, il liberalismo con il suo corollario liberista e meritocratico, è invece il più credibile ascensore sociale. Quanto al fenomeno immigratorio, oltre che regolato, va governato secondo il principio inclusivo: sarai ben accolto e intergrato se e soltanto se, accetti e sottoscrivi il patto sociale del Paese che ti ha accolto. Infine, l’integralismo religioso e il terrorismo. Scossi dagli attentati, siamo propensi a credere che l’integralismo sia proprio della religione islamica. Tuttavia, questa credenza è sbagliata perché l’integralismo può innestarsi nelle religioni così come in altre correnti di pensiero anche laico. Se non ci fossero stati un Calvino e un Lutero, lo stesso cristianesimo sarebbe molto diverso, per non dire della laicità di un Galilei o di un Voltaire. Il problema sono milioni di esseri umani affetti dall’analfabetismo, che devono per problemi di sopravvivenza sottostare ai rigidi precetti imposti. Donne in primis.

 

La politica, l’economia, le prospettive dell’integrazione europea

La politica, l’economia,   le prospettive dell’integrazione europea - ATLANTIS

 

Negli ultimi venti giorni quattro incontri -Trump/Merkel,G20 a Baden Baden, Tillerson/ Xi Jinping a Pechino , e Trump/Xi a Mar a Lago–hanno impegnato Americani, Europei e Cinesi. Le immagini e le dichiarazioni di quelle giornate sono apparse talmente eloquenti da bastare forse da sole a spazzare via molte illusioni su “formule magiche” che diversi allenatori in panchina propongono affinchè gli Stati membri dell’UE risolvano in un colpo solo i problemi politici, economici, sociali e di sicurezza aggravatisi nel decennio post Lehman Brothers.

Da un lato c’è il “fronte sovranista”, un’area con diverse “sfumature di grigio” o “ sfumature di verde” ma abbastanza coesa nell’individuare  i mali da estirpare: eccessiva “sovranazionalità” dell’Unione; stagnazione economica determinata dall’euro; strapotere della finanza globale con una concentrazione di ricchezza e influenza politica  che svuota la sovranità popolare; asservimento alle politiche imposte dalla Germania. Le soluzioni proposte vanno dall’uscita dall’Euro, attraverso negoziati e gradualità condivise, con decisioni se necessario unilaterali e sorrette dai referendum, sino alla sostituzione dell’attuale Unione con una Confederazione  di “nazioni “o di “Stati nazionali”. 

Alcuni di questi orientamenti, che sono culturali prima ancora che politici, incoraggerebbero la creazione di Confederazioni tra “nazioni” anziché tra “Stati”. Il che si tradurrebbe  nella frammentazione di non pochi Stati europei secondo pulsioni autonomiste e separatiste in atto da tempo. Si tratta di un’impostazione che collide con quella vigorosa affermazione dell’identità e della sovranità dello Stato nazionale francese, portata avanti da chi - come Marine Le Pen-  insiste per una Confederazione europea, un ritorno al Franco, l’uscita della Francia dall’UE, dall’Eurozona e dalla Alleanza Atlantica. All’interno del fronte sovranista convivono quindi obiettivi politicamente e culturalmente differenziati, tra chi vede all’orizzonte una Confederazione europea di Stati nazionali, e chi trova invece nella dimensione “regionale” - e nei principi dell’autodeterminazione delle minoranze nazionali - la chiave per un nuovo modello di Confederazione europea. 

Sul versante opposto, anche qui con diversi “distinguo”, vi è l’area delle “ sfumature di azzurro”, riassunta nei  giorni scorsi a un colloquio Jean Monnet a Lisbona dalla Professoressa Maria Grazia Melchionni. Partendo da una analisi delle sfide con le quali l’Europa dovrà sempre più cimentarsi sia per la sua sicurezza sia in ragione di esigenze vitali per la sua economia, l’Unione deve rapidamente riorganizzarsi – in profondità - per andare ben oltre a quanto avvenuto sinora nel processo di integrazione e di allargamento. Questo approccio suggerisce a sua volta un doppio percorso di possibile integrazione: da un lato, quello delle geometrie variabili imperniate su “cooperazioni strutturate e permanenti”; dall’altro,  un’integrazione costruita attorno a un nucleo di Paesi interessati a rafforzare, come nel caso dell’Euro gli strumenti comuni: fiscali, di bilancio, di verifica e controllo  sulle banche, di mutualizzazione del debito pubblico.

Il ruolo globale di un’Unione basata essenzialmente sul “soft power”, deve assolutamente riqualificarsi attraverso il decisivo rilancio delle sue capacità di difesa , quale “provider” di sicurezza  anche e soprattutto sul terreno dell’”hard power”. 

Dobbiamo uscire dalla gabbia mentale di continuare ad essere “Venere”, lasciando agli Stati Uniti il ruolo di “Marte”. Comunque evolva il dibattito sulle nuove architetture europee, dobbiamo tutti riconoscere che una Difesa credibile rappresenta per un’Unione integrata politicamente così come per un’Europa “Confederale” lo strumento indispensabile di una politica estera e di sicurezza degna di tale nome: per l’Europa nel suo insieme così come per i singoli Stati che la compongono. Non ci sono altre “formule magiche” per coesistere sulla scena mondiale con i protagonisti: amici e alleati come gli Usa; o antagonisti e ostili nell’anteporre l’uso della forza alla forza del diritto, come avvenuto Russia e Cina - potenze globali con le quali dobbiamo ricostruire le giuste regole della sicurezza cooperativa  - e Iran, Nord-Corea: potenze regionali con  ambizioni globali che contrastano gli interessi di sicurezza degli  Europei. 

La priorità massima riguarda quindi il ripensamento dell’Unione in termini di Difesa e di sicurezza. Siccome le decisioni che riguardano la vita dei cittadini, la protezione del territorio, le frontiere sono eminentemente politiche , non è immaginabile che una democrazia liberale elabori uno strumento di Difesa comune - con comandi e capacità convenzionali e nucleari integrate - senza una comune politica estera e di sicurezza.  

Si tratta di un’esigenza che supera persino le contingenze della Brexit. Subito dopo l’incontro Merkel- Trump il Ministro della Difesa britannico ha annunciato che insieme al collega tedesco, sta lavorando a una documento  di “visione congiunta ” per future cooperazioni Nato e bilaterali. Lo scarso calore dell’Amministrazione Trump nei confronti della Nato e dell’Unione Europea emerso nell’incontro con Angela Merkel e purtroppo confermato dalla notizia che Tillerson non parteciperebbe alla sua prima sessione ministeriale Nato a Bruxelles per concomitanti impegni con Russi e Cinesi, crea i primi effetti aggregativi. Il rilancio della Difesa Europea sembra ora più sincero; più concreto rispetto  all’incuria per impegni assunti da ben cinque anni, di portare il contributo nazionale alla Nato ad almeno il 2% del PIL. La posta in gioco non è solo - e già questa è una responsabilità precisa del Governo Gentiloni che non sta aumentando in nessun modo significativo il bilancio militare - quella  di assicurare una Difesa  credibile per il Paese. Si tratta ugualmente di garantire che le imprese italiane possano prendere posto da protagonisti, anziché da paria, ai tavoli europei ai quali si elaborano progetti di armamento, ricerche e innovazioni. Germania, Regno Unito e Francia hanno iniziato a  aumentare i loro stanziamenti, dal triplo al quadruplo dei nostri. Le tiepidezze americane verso l’Alleanza Atlantica sono superabili, come sottolinea il Presidente Trump ogni volta che pronuncia la parola “NATO”, solo a condizione che tutti facciano ciò che stanno facendo i nostri principali partner. Ma l’Italia non lo sta facendo.

Gli incontri da fine Marzo a oggi negli Usa, in Germania e in Cina hanno chiarito la rotta che la Casa Bianca intende mantenere, sia pure con i sensazionalismi e le contradditorietà  di questa stagione politica.

In parallelo, la decisione finalmente ratificata dal Parlamento britannico di attivare l’Art.50 per la Brexit, e le vicende che in questi sei mesi l’anno preceduta, meritano di essere studiate assai attentamente da quanti prefigurano un effetto marcatamente positivo sull’economia italiana nel caso di un’uscita dall’Euro. 

Per la verità non è mai stata elaborata una vera e propria strategia per una c.d. Italexit che tenga conto del quadro politico ed economico nel quale l’Italia si troverebbe con  la Frexit voluta da Marine Le Pen. Si tratterebbe  di individuare  il percorso negoziale e normativo per tornare alla Lira, assicurando:

A) la sostenibilità del nostro ingente debito pubblico;

B) l’accesso delle nostre imprese al Mercato Unico europeo, dove si indirizza più della metà del nostro export, e ai mercati extraeuropei, in presenza  di un evidente rischio che ipotizzate svalutazioni competitive generino guerre commerciali o in ogni caso incoraggino misure protezioniste dei partners commerciali nei nostri confronti.

Sulla sostenibilità del nostro debito pubblico si deve, riflettere alla credibilità che avrebbe un’Italia uscita dai controlli e dalle restrizioni imposti da Bruxelles , Francoforte, Basilea e Washington – sedi della “governance” finanziaria multilaterale”- nell’attuare una politica economica marcatamente “sovrana” e al tempo stesso responsabile nell’onorare gli impegni assunti dal Paese . Sotto il profilo del rimborso dei debiti, della garanzia sugli investimenti esteri, della applicazione di tariffe doganali e fiscalità in linea con gli accordi sottoscritti, del funzionamento della giustizia civile- il primo, con burocrazia e corruzione, dei rompicapi per le aziende straniere in Italia- un’Italia con le mani molto più libere sarebbe più o meno credibile per i nostri principali partner? Dobbiamo stare molto attenti alla risposta, e a come la possiamo documentare. Se rispondiamo positivamente dobbiamo essere capaci di dimostrare che un’Italia “sovrana” sarà capace di ridurre drasticamente le metastasi della corruzione. 

L’Euro ha funzionato nettamente meglio per i paesi dell’Eurozona che sono meno colpiti dalla corruzione e che, essendo più “virtuosi” di noi nella gestione della cosa pubblica, hanno debiti di almeno trenta punti percentuali sotto il livello italiano, con tendenza al ribasso. La corruzione affossa l’economia dell’Italia probabilmente più di ogni altra cosa. Esiste una evidente correlazione tra debito - PIL e “indice della corruzione”. Dei diciannove Paesi dell’Eurozona sono ben quindici quelli che confermano la saldatura tra un debito inferiore al 100% di PIL e un” corruption perception index- CPI” migliore di quello calcolato per l’Italia. Per il “nocciolo duro “ dell’Eurozona, che dovrebbe alla fine trasferire risorse di bilancio ai meno virtuosi in caso di mutualizzazione dei debiti, e di garanzie sui depositi bancari, la saldatura tra basso debito e basso indice di corruzione è particolarmente evidente: mentre Italia e Grecia  sono rispettivamente al 47° e 44° posto nell’“indice di corruzione-CPI”, con debiti del 133% e del 196%, Finlandia, Germania, Austria, Lussemburgo, Estonia, Paesi Bassi sono tra il 23° e il 2° posto di CPI, e almeno 50 punti al disotto del debito italiano.

Sull’accesso delle nostre imprese ai mercati esteri, vale la pena sottolineare come l’Italia si trovi tra i Paesi con un interesse nazionale più evidente  a tenere aperti in ogni misura possibile - sia pure nel quadro di un sostegno attivo al “made in Italy”- gli scambi commerciali a livello globale e a contrastare il protezionismo. Il “grado di apertura” della nostra economia – import più export in rapporto al PIL- è attorno al 50%. Tra i Paesi Ocse siamo nella fascia alta dell’internazionalizzazione, leggermente al disopra della Francia, molto al disopra del 22% Usa e meno, ovviamente, della Germania. Il nostro attivo commerciale è di circa 60 miliardi di dollari, un quinto nei confronti degli Usa; quello tedesco di 100 miliardi. L’80% degli investimenti esteri negli Usa, ha dichiarato l’Alto Rappresentante Mogherini durante la visita a Washington, proviene dall’Europa. 

Sono pochi dati essenziali che danno ulteriore prova di quanto sia vitale per l’Europa e per l’Italia assicurare che le regole del commercio internazionale continuino a funzionare, con l’obiettivo di contrastare il risorgere di pratiche protezioniste, di svalutazioni competitive, di barriere tariffarie generalizzate e, alla fine, di guerre commerciali.

Trump ha detto alla Merkel di non essere “isolazionista”, né contro l’”international trade”; bensì di volere un “fair trade”. Per alcuni suoi ministri il “fair trade” deve riequilibrare il deficit commerciale dell’America nel suo insieme e nei confronti di ogni singolo partner. Sono allo studio misure fiscali, finanziarie, di “moral suasion” destinate a riportare negli Usa investimenti e occupazione che erano stati delocalizzati. E’ su questo sfondo che il Segretario al tesoro Mnuchin si è battuto al G20 finanziario per impedire che il comunicato conclusivo dei lavori ribadisse l’impegno di tutti i Paesi partecipanti a contrastare il protezionismo: politica costantemente seguita da Washington sin dai primi anni del dopoguerra e alla base della creazione del GATT, del WTO e della serie di accordi che hanno determinato la crescita, l’innovazione e lo sviluppo. Analoghe chiusure sono venute da parte americana sui seguiti alla Conferenza –COP21- sul clima del dicembre 2015.

Tutto questo sta producendo inaspettati riallineamenti su una scena globale che vede una Cina molto più interessata di quanto non fosse anche soli pochi anni fa  alla liberalizzazione degli scambi- soprattutto verso l’estero, e assai meno dall’estero- e alla lotta contro cambiamenti climatici. Sicuramente commercio internazionale e clima rappresentano due priorità altissime per gli Europei; delle priorità da sostenere con determinazione e in modo unitario nei confronti di Washington.

Sia che si voglia restare nell’Euro rafforzando l’integrazione Economica e Monetaria con un salto verso l’integrazione politica, o che si voglia riformare il sistema con un suo allentamento e con misure di fluttuazione concordata tra le monete nazionali che sostituirebbero l’Euro, vi sono pertanto delle condizioni minime nelle competenze dell’Unione che non possono essere disattese.

Le necessità immediate riguardano:

A) la Difesa comune; 

B) lo Stato di diritto e la legalità nell’Unione e nei rapporti esterni.

Difesa. Italia, Francia e Germania, con il concorso di altri paesi dell’Eurozona devono ridare con decisione una nuova propulsione ad un processo che sarà necessariamente di integrazione differenziata. Sul piano giuridico non c’è bisogno di inventare nulla: il Trattato offre già gli strumenti adeguati. Nelle ultime settimane i Ministri della Difesa hanno deciso, con il consenso britannico, la creazione di un Quartier Generale di Comando per missioni comuni e addestramento, sempre a condizione che non vi siano duplicazioni con l’Alleanza Atlantica.

Si tratta di tentativi che, pur replicando esperienze non riuscite in passato, si situano in una dinamica nuova: a causa delle incertezze che si notano a Washington e che certo non rassicurano gli alleati europei sulla incondizionata “copertura” , sia convenzionale che nucleare, che il Trattato di Washington garantisce ai sensi del suo art.5. Si è persino aperto un dibattito sulla deterrenza nucleare  e sulla possibilità che gli europei possano dotarsi di un loro autonomo sistema di difesa nucleare attraverso un’estensione a tutti i 27 Paesi che resteranno  nell’Unione dopo la Brexit dell’eventuale utilizzo della “force de frappe” francese. Certamente si tratta di un pensiero ardito, con implicazioni di ampia portata. Ma il fatto che se ne parli dimostra il clima di insicurezza che si avverte.

Un altro ambito sinora poco esplorato che presenta opportunità particolarmente rilevanti riguarda la “quinta dimensione “della sicurezza e della Difesa: quella cibernetica. La Direttiva “Network Information Security-NIS” è stata adottata il 6 Luglio 2016 dal Parlamento Europeo .Essa si colloca all’interno di una strategia europea che mira a rafforzare la cybersecurity e la resilienza informatica dell’Unione Europea e muove dalla considerazione che le reti, i sistemi e i servizi informativi svolgono un ruolo vitale nella società e, pertanto, è essenziale che essi siano affidabili e sicuri per le attività economiche e sociali, in particolare ai fini del funzionamento del mercato interno. Per fornire una risposta efficace alle sfide in materia di sicurezza delle reti e dei sistemi informativi, si deciso un approccio comune dei 28, con capacità  e norme comuni in materia di pianificazione, scambio di informazioni, cooperazione e obblighi di sicurezza per gli operatori di servizi essenziali e i fornitori di servizi digitali. 

La Direttiva NIS è entrata in vigore nell’Agosto del 2016. Gli Stati hanno tempo sino al 9 maggio 2018 per trasporla - attraverso la normativa nazionale - nei rispettivi ordinamenti e altri 6 mesi per identificare gli “operatori dei servizi essenziali”. Se la dimensione cyber è già divenuta prevalente nei sistemi di Difesa -anche come parte delle strategie di deterrenza, e di potenziale risposta- l’ottimo lavoro realizzato per la standardizzazione e l’obbligatorietà di comuni capacità e strumenti, può essere vista sin da ora come la fase più promettente e dinamica di una comune Difesa Europea.

Stato di diritto e legalità. La sfida dello Stato di Diritto e della legalità condensa tutte le altre. Nel prefigurare i diversi scenari aperti dalla Brexit e da altre possibili, parziali o radicali Exit, appare estremamente importante cogliere il comune patrimonio di valori, essenziale per ogni europeo. Lo Stato di Diritto è diventato il vero principio costituente, giuridico e politico di tutti gli Stati e popoli dell’Unione. L’art. 2 TUE contiene il richiamo più evidente e ha caratterizzato a tal punto l’evoluzione degli ordinamenti giuridici degli Stati membri da essere definito un “valore fondante” anziché” un mero “principio” come nei Trattati precedenti. Il concetto di “tradizioni costituzionali comuni” è richiamato nei Trattati e nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Esso viene ulteriormente evocato all’art.6, par.3,TUE laddove si stabilisce che i diritti fondamentali garantiti dalla CEDU e “ risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali”. Questi ultimi costituiscono una fonte specifica del diritto UE sviluppatasi anche nella giurisprudenza della Corte di Giustizia e in quell’attività definita come “judicial constitutionalization “ del diritto dell’Unione, prima ancora di entrare a far parte dei Trattati.

Si può quindi perfettamente affermare che lo Stato di Diritto è il “principio dei principi”, in una sovraordinazione simile a quella che in altri tempi veniva definita la “Grundnorm” di ogni sistema giuridico. Essa implica a sua volta il rispetto dei principi di legalità, certezza del diritto, divieto di arbitrarietà del potere esecutivo, indipendenza e imparzialità del giudice, controllo giurisdizionale effettivo, uguaglianza davanti alla legge.

Lo Stato di Diritto deve caratterizzare gli obiettivi della politica estera , gli strumenti, le risorse, la formazione, la mentalità stessa della diplomazia europea. La sua promozione interagisce con la protezione dei Diritti Umani. Nessun altro campo del Diritto, ha scritto Tom Bingham, ha un così evidente fondamento morale: il pensiero che ogni essere umano, semplicemente in virtù del proprio esistere, è titolare di alcuni essenziali, e in certi casi incondizionabili, diritti e libertà. Per questi motivi lo Stato di Diritto , con  tutte le sue implicazioni, resta l’essenziale garanzia, il più valido impegno e la  fiducia meglio riposta nell’Europa di domani. 

 

 

 

Il Consiglio d’Europa a Venezia

Il Consiglio d’Europa   a Venezia - ATLANTIS

 

L’incontro con Luisella Pavan-Woolfe, Direttrice dell’Ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa cherappresenta la più antica istituzione internazionale nata dall’ “idea di Europa”, è avvenuto lo scorso 4 settembre, in un clima di grande cordialità.

 

Ma cos’è il Consiglio d’Europa, Signora Pavan-Woolfe?

Fondato nel 1949, con la progressiva adesione delle nuove democrazie dei Paesi dell’Europa Orientale, l’Organizzazione di Strasburgo ha oggi acquisito una dimensione paneuropea, comprendendo attualmente 47 Stati (solo la Bielorussia è rimasta esclusa). Hanno status di osservatore la Santa Sede, gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone e il Messico. Gli organi più importanti sono due: il Comitato dei Ministri, formato dai Ministri degli Esteri degli Stati membri (di norma i Rappresentanti Permanenti) e l’Assemblea Parlamentare, composta da delegati designati dai parlamenti nazionali. I due organi sono assistiti da un Segretariato, a capo del quale vi è un Segretario Generale eletto dall’Assemblea Parlamentare su indicazione del Comitato dei Ministri. Vi è poi una dimensione delle collettività locali, rappresentata dal Congresso dei Poteri Locali e Regionali.

 

La sua funzione?

Funzione del Consiglio d’Europa è promuovere gli ideali che costituiscono il patrimonio comune degli Stati membri: Democrazia, stato di diritto e rispetto dei diritti umani, questi ultimi tutelati dalla più importante delle Convenzioni del Consiglio: la Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950.

Al fine di assicurare il rispetto della Convenzione, opera a Strasburgo la Corte Europea dei Diritti Umani, la quale, caso quasi unico tra le giurisdizioni internazionali, a determinate condizioni può essere adita direttamente dai privati. Importanti organi del Consiglio d’Europa sono il Commissario Europeo per i Diritti Umani, il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura (CPT), il Comitato Consultivo per le minoranza nazionali, e la Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI). Sono poi stati creati dal Consiglio d’Europa, mediante specifici accordi (“accordi parziali”), alcuni importanti organismi, fra cui la Commissione Europea per la Democrazia attraverso il diritto o Commissione di Venezia (aperta anche a Paesi extraeuropei),  la Banca di Sviluppo,  Eurimages,  la Farmacopea Europea,  il Gruppo di Stati contro la Corruzione (GRECO)  e l’ Osservatorio Europeo dell’Audiovisivo.

 

Quale significato ha l’Ufficio del Consiglio d’Europa a Venezia?

Il Consiglio d’Europa ha aperto il suo ufficio in Italia nel 2011, eleggendo Venezia quale sede a riconoscimento della ricchezza culturale-artistica, della vocazione democratica e della tradizione di rispetto dei diritti umani della Città. La firma dell’accordo con la Città ha avuto luogo il 1° giugno di quell’anno. L’Ufficio si trova nel cuore della Città, in Piazza San Marco nelle Procuratie Vecchie. Supporta la sede centrale di Strasburgo nell’organizzazione di attività che vanno dalla cultura, al patrimonio culturale, alla formazione in materia di diritti umani e di democrazia.

 

Venezia ha un significato evocativo, dunque.

L’Italia è uno dei membri fondatori del Consiglio d’Europa e Venezia è un centro culturale riconosciuto in tutto il mondo. E’ crocevia di commerci e civiltà, una delle città più visitate al mondo, punto di incontro di popoli, Paesi e tradizioni. Importante polo accademico, ospita tre università, numerose fondazioni internazionali e centri di ricerca.

Venezia aderisce alla rete delle Città Interculturali del Consiglio d’Europa. La rete aiuta le città a esaminare le loro politiche attraverso una lente interculturale e a sviluppare strategie comprensive per gestire la diversità in modo positivo. Venezia è anche una delle quattro città laboratorio della Convenzione Faro in Europa. In questa Città il Consiglio d’Europa si propone di verificare come la società civile e le autorità locali mettano in pratica questa Convenzione relativamente recente in materia di partecipazione democratica al patrimonio culturale. Venezia partecipa all’Itinerario del Patrimonio Ebraico certificato dal Consiglio d’Europa. L’itinerario attraversa la città e fa tappa nell’antico Ghetto, che ha compiuto nel 2016 500 anni, e nello storico cimitero ebraico. In altre parole, Venezia è un’officina ed un banco di prova per certe politiche e alcuni programmi particolarmente significativi ed innovativi del Consiglio d’Europa.

Gli Obiettivi e le funzioni.

Diritti umani, democrazia e stato di diritto sono le basi fondamentali del progetto europeo a cui il Consiglio d’Europa contribuisce sin dalla sua fondazione nel 1949. Venezia, grazie alle sue istituzioni, alle sue numerose università e centri di ricerca, condivide e supporta questi valori. La città e la sua laguna sono Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Punto di incontro di culture, popoli e civiltà, l’impegno di Venezia nel dialogo e nello scambio tra Paesi e comunità è provato e noto.

L’Ufficio di Venezia privilegia attività su temi rilevanti sia per il Consiglio d’Europa che per la Città, operando ed informando sull’ integrazione delle minoranze, l’uguaglianza di genere, la partecipazione dei cittadini nei processi democratici, il ruolo delle donne nel contesto euro-mediterraneo, l’integrazione dei Rom e la Giornata della Memoria.

Ci sono accordi di collaborazione locali?

L’Ufficio è partner della Regione Veneto in progetti riguardanti cultura e patrimonio culturale, come anche di importanti centri accademici esistenti sul territorio. Il Consiglio d’Europa ha infatti firmato un accordo di cooperazione a livello locale con la Venice International University (VIU) per attività di studio e ricerca in materia di globalizzazione, con lo European Inter-University Center for Human Rights and Democratisation (EIUC) per iniziative di studio e promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali e con l’Università di Ca’ Foscari per attività in materia di diritti dell’uomo, democrazia, cultura e patrimonio culturale. L’Ufficio ospita regolarmente corsi di formazione su diritti umani e democrazia che si rivolgono a funzionari e rappresentanti della società civile dei paesi del Sud del Mediterraneo, come anche corsi di breve durata finalizzati a sviluppare fiducia reciproca in popolazioni che vivono in regioni che hanno di recente vissuto conflitti armati.

Il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea celebrano la Festa dell’Europa rispettivamente il 5 maggio, data in cui ricorre l’anniversario dell’istituzione del Consiglio d’Europa, e il 9 maggio, giorno in cui si commemora la dichiarazione Schuman, considerata il primo passo verso la costituzione dell’Unione Europea.

 

Signora Pavan-Woolfe, una considerazione finale ed un invito a credere nell’Europa unita.

L’Europa è un gigante economico e culturale ma non ancora politico. Tuttavia in sessant’anni sono stati compiuto passi enormi. La Brexit è una parentesi (magari non definitiva) e la presidenza Trump ha messo gli europei davanti alle proprie responsabilità. L’Unione europea potrà anzi dovrà evolversi, uniformando la propria fiscalità, la propria politica estera e di difesa, il coordinamento antiterroristico. Mai dovrà dimenticare di farlo sottolineando la difesa dei diritti umani e dello stato di diritto. 

Chissà che non sia proprio l’Unione europea, il supporto decisivo ad una visione wilsoniana del governo del mondo. 

 

 

 

 

 

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