4/2015

4/2015 - ATLANTIS

ATLANTIS

Rivista di Geopolitica e Competizione Economica

4/2015 ISSUE 

 

Questo numero di Atlantis, il quarto ed ultimo del 2015, dedica il Dossier al tema dell’Emigrazione e dell’Immigrazione, affiancato da un’intervista del Direttore Responsabile all’Ambasciatore Giulio Terzi.

Nella rubrica Una Nuova Europa, intervista al Prof. Vittorio Emanuele Parsi.

Particolare attenzione al convegno su Europa e Mediterraneo organizzato a Roma dall’associazione Rifareleuropa, presieduta da Stefania Schipani che ha visto la presenza del Ten. Col. Robert Ruffolo dell’Ambasciata Usa e dell’Ambasciatore Plenipotenziario di Ucraina, Yevgen Perelygin.

ll Focus paese, a cura della redazione, propone un’analisi della Turchia.

Tra gli altri contributi di questa edizione, sono da sottolineare quelli di Damiano Tessaro, di Luca Baraldi, Mauro Cannone e di Riccardo Palmerini.

Arricchiscono il numero la rubrica di storia, curata da Ennio Savi, la rubrica “Il calabrone”, di Andrea Mazzanti.

 

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La copertina di questo numero è dedicata i tanti volti dell'immigrazione.

Editoriale

Editoriale - ATLANTIS

W&W (We and the World)

Per una visione italiana della governance globale.

 

 

La cronaca recente, alterna fatti di Guerra (sia tradizionale che asimmetrica), localizzati soprattutto tra Africa e Medio Oriente e atti di terrorismo con localizzazione più ampia e (forse) imprevedibile. Dopo la cronaca (purtroppo) viene il commento che, con premesse analitiche e storiche spesso sbagliate, lascia l’amaro in bocca e l’idea di una sorta di depistaggio della razionalità del lettore e del cittadino.

Dato che la nostra principale finalità, è l’informazione, proviamo a mettere in ordine qualche idea.

Intanto un metodo, che proviamo a riassumere in una tabella:

 

Punto di Osservazione.

Analisi: a) politica (interna ed estera); b) diplomazia (relazioni internazionali, trattati, accordi commerciali, etc.); c) economia e finanza; d; forze armate e intelligence; e) conoscenza (informazione, ricerca scientifica, università, tecnologia, comunicazioni, etc.); f) attori: Stati e Governi, Organizzazioni Internazionali, Imprese (multinazionali); g) aree geografiche; h) aree tematiche (sanità e salute, energia, clima, ambiente, etc.).

 

Posizione e strategia.

Partendo dall’assunto che né l’inclusione in una alleanza militare (Nato) né l’appartenenza ad una organizzazione ultranazionale (Unione europea) ci toglie di dosso l’identità italiana, questo è il nostro punto di osservazione. 

Quanto alla nostra politica estera, solo l’ingenuità può concepire che essa si possa mutare esprimendo un’opinione in uno dei tanti talk show televisivi nazionali o anche ottenendo una rappresentanza parlamentare (ancorché cospicua). Insomma ci vuole ben altra forza (che non si vede all’orizzonte). Quanto alla politica interna, tutto sommato, la costrizione ad un’analisi estera porta più benefici che danni. La stessa posizione assunta verso Putin è una cartina di tornasole eccezionale, una specie di reagente chimico-politico più efficace di tante altre alchimie: chi loda Putin (ex capo del Kgb sovietico, mandante di più omicidi di giornaliste e avversari politici e fautore del cosiddetto capitalismo russo mafioso) smette la maschera di finto liberale e mostra la sua anima (e camicia) nera. A cominciare dai tre piccoli porcellini, ovvero (in ordine di apparizione nell’Italian Horror Show) Berlusconi, Meloni e Salvini. E non si sa se l’attrazione è più ideologica (magari Meloni), tattica (Salvini per un pugno di voti in più) o di interesse (Berlusconi ma le affinità elettive con i Rais dove le mettiamo?). Finiamo, all’insegna di: non esiste nessuno scontro di civiltà  e nessuna guerra santa. Quindi il nostro coinvolgimento deve essere razionale e non istintivo.

Quanto all’assunto economico, ribadiamo la necessità di una pronta internazionalizzazione delle Pmi italiane, che preveda:

- Innovazione di prodotto; ricerca scientifica; design.

- Scouting dei mercati esteri.

- Distribuzione internazionale (GI).

Non a caso la nostra rivista a ciò ha dedicato un progetto, presentato nel corso del Convegno Europa e Mediterraneo che si è svolto a Roma all’inizio di novembre.

Ancora uno sguardo al nostro ruolo e alla nostra responsabilità di Europei che non mancano di ricordarci né l’amico Kerry né il reuccio Putin (quando parla di divisioni di voi occidentali, per essere chiari!). 

Abbiamo alle porte Il 2017 dell’Unione europea con:

- Elezioni francesi.

- Elezioni tedesche.

- Referendum britannico (Brexit).

Mentre sullo sfondo si celebreranno i 500 anni dall’affissione delle 95 tesi luterane al portone della chiesa del castello di Wittemberg (31 ottobre 1517).

 

La nostra posizione e strategia, la ritroviamo in una pagina del libro “L’alleanza inevitabile. Europa e Stati Uniti oltre l’Iraq”, Vittorio Emanuele Parsi, «Se ciò che ci preme non è un ordine mondiale qualsiasi ma un ordine giusto, quello tra Europa e Stati Uniti rappresenta il solo multilateralismo possibile, fondato su quei principi di libertà che non possono essere soggetti a trattativa. A mano a mano che altri stati accedono alla piena adesione a questi valori, l’allargamento del multilateralismo diventerà moralmente obbligatorio. Ma alla condivisione dei valori deve affiancarsi la volontà e la capacità di condividere la sicurezza complessiva del sistema internazionale. E qui spetta soprattutto all’Europa farsi avanti. Questa è la sola alternativa sia a un esasperato unilateralismo americano, sia all’ormai insostenibile funzione legalistica dell’eguaglianza di tutti gli stati».

 

Il calabrone

Il calabrone - ATLANTIS

Orso o Teddy bear?

Le manifestazioni “muscolari” della politica estera russa nascondono la debolezza della strategia di Mosca.

 

La conclusione dell’inchiesta britannica sulla morte di Alexander Litvinenko, avvenuta a Londra il 23 novembre 2006, ha suscitato reazioni probabilmente più coerenti con il tifo sportivo che con l’analisi giuridica e politica dell’evento.

Che Litvinenko fosse stato assassinato e che i responsabili, ex agenti del KGB lo abbiano fatto su esplicito mandato del governo russo è un fatto risaputo e mai messo in dubbio.

Ma l’importanza della decisione della commissione d’inchiesta è tale perché tale commissione è stata presieduta da un giudice, Sir Robert Owen, che anche se in pensione (ex giudice della High Court), non è un politico e rappresenta - nel sistema delle garanzie dello stato liberal democratico - una voce indipendente, di un potere indipendente dello Stato.

L’accusa a Putin di essere il mandante di quell’omicidio, pertanto, è pesantissima proprio per la provenienza della fonte da cui arriva.  

L’accusa, viceversa, da parte del governo russo di una strumentalizzazione politica da parte della Gran Bretagna di Cameron, per quanto prevista, è la dimostrazione di come da parte dell’orso siberiano l’accettazione della separazione dei poteri e dei ruoli dello Stato di diritto liberale sia un bolo mal digerito dall’autocrazia putiniana.

Dietro a questa cattiva digestione, ovviamente, c’è la cultura dominante di un paese che non ha mai metabolizzato (ne mai lo farà) la transizione post-zarista e post-sovietica verso la liberalizzazione dell’economia, delle istituzioni e della politica nazionale oltreché dell’aspirazione imperialista in politica estera.

E non stupisce nemmeno che alcune fazioni politiche europee siano così attratte dalle manifestazioni muscolari della nomenclatura russa perché “probabilmente” non hanno mai smesso di desiderare che la stessa Europa diventasse (o ritornasse) un’autocrazia, magari più burocratica, spostata sempre più ad est nelle sue scelte politiche.

Scelte che, dopo lo sconquasso terroristico di Parigi e le demenziali paure nell’integrazione religiosa che scambia i problemi di ordine pubblico con quelli dell’invasione culturale (manifestazione di debolezza democratica che ha ancora bisogno di sostenersi con l’identitarismo nazionale) si accingono ancora una volta a misurarsi nelle vicende del teatro mediorentale.

Sebbene mediaticamente supportate dalla stampa finanziata dal sempre più scarso denaro russo (e in Italia pure da quello berlusconiano anche se alcuni giornalisti/siti/blog di commento giornalistico-militare sostengono di essere finanziati dal crowdfunding, ottimo sistema per cambiare nome al finanziamento indiretto) le azioni militari del teddy-bear putiniano (principalmente dirette al sostegno del regime di Assad) ormai iniziate da mesi, nonostante i proclami non hanno risolto nulla e tantomeno hanno sconfitto l’autoproclamato califfato dell’IS. I vetusti caccia russi (i più recenti Sukhoi 30, punta di diamante russa, sono paragonabili agli americani F14B, ritirati da dieci anni, i Sukhoi 24 sono la brutta copia degli F111 ritirati quasi vent’anni fa! E i cacciabombardieri da appoggio tattico Sukhoi 25 entrati in servizio nell’81 sono stati scopiazzati dal progetto del Northrop YA9 sconfitto dall’A10 nella gara A-X program del 1973!) anche se ammodernati nell’armamento non sono una minaccia credibile quanto un’azione di truppe di terra che però non può essere condotta unilateralmente.

Credo che sia abbastanza chiaro che nella questione conflittuale islamica, cioè nell’annoso conflitto religioso e di potere tra le due principali fazioni sunnita e sciita, sia pericoloso assumere strategie basate su alleanze con l’una con l’altra fazione.

Il conflitto tribale in atto dalla Siria alla Tunisia (ben descritto da Maurizio Molinari in “Jihad”) richiede risposte strategiche come quelle della costituzione della grande alleanza sunnita anti IS, e del graduale riconoscimento del ruolo di potenza d’area all’Iran, nei programmi e nei progetti della superpotenza americana con la collaborazione europea, mentre la Russia ha compiuto la scelta di scendere in campo schierandosi al fianco di una delle parti, quella minoranza sciita rappresentata soprattutto dall’Iran, uno dei più importanti e conclamati finanziatori del terrorismo internazionale dalla rivoluzione persiana del 1978. L’accordo sul nucleare e la fine delle principali sanzioni, sostenuto principalmente dagli USA va nella direzione strategica di governo “esterno” del conflitto, l’intervento russo al fianco di Assad (alauita-sciita) va invece verso quello “interno”.

Quando qualcuno in Europa indica in Putin un esempio da seguire, sottolineandone soprattutto la leadership machista basata sulla spartizione mafiosa dei centri di potere statale, indica allo stesso tempo la preferenza per una politica nazionale illiberale e scarsamente democratica e per una politica estera basata sull’alleanza militare con l’asse Assad-Teheran in una logica di equilibri che non hanno più senso in una regione dove i confini non esistono più. Le potenze d’area: Arabia Saudita, Iran ed Egitto devono prima di tutto confrontarsi con il crescente malcontento interno, affascinato dall’idea del Califfato e pronto a spazzare via gli ultimi confini interni rimasti. Imporre una pax armata, basata sul sostegno dei regimi forti e liberticidi, senza pensare alle modalità politico-economiche di sviluppo dell’area mediorentale e nordafricana in un contesto di pace internazionale, ci fa ripiombare nelle logiche bloccate della Guerra Fredda, una guerra che - vorremmo ricordare agli smemorati - l’occidente liberale e democratico ha già vinto da tempo. 

Sguardo dall’Italia sul mondo

Sguardo dall’Italia sul mondo - ATLANTIS

A tu per tu con l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata

 

 

Il convegno “La Grande Questione delle Migrazioni: Quale Politica per l’Italia?” Che si è svolto il 25 novembre 2015 all’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei deputati a Roma, è stata l’occasione per incontrare l’Ambasciatore Giulio terzi di Sant’Agata.

 

Su cosa si concentrerà l’attenzione oggi?

La questione migratoria è un’emergenza per noi, per l’Europa e per il mondo intero, se è vero che il fenomeno dei rifugiati coinvolge 60 milioni di persone. E’ una questione che non può essere disgiunta da altri fattori, conflittuali, economici, demografici.

 

Soffermandoci su questi?

In Africa, sta avvenendo un tasso di crescita demografica che è 5/6 volte superiore a quello del mondo Occidentale. Il Pil africano precipita e calerà ancora di più nei prossimi anni. La Nigeria – come ha sottolneato Daniele Scalea dell’Isag nel suo intervento – tra dieci anni avrebbe tanti abitanti quanti la Cina con una superficie enormemente inferiore.

 

L’emigrazione?

C’è un’emigrazione economica e un’emigrazione politica. Quella dell’emergenza degli ultimi mesi è ovviamente politica ed è dettata dale ragioni dell’espansione della Guerra in Africa e in Siria. Dobbiamo tenere conto che gli sfollati sono già nel Paesi africani che li hanno ospitati.

 

L’operazione Mare Nostrum?

Abbiamo salvato 140 mila persone. Poi c’è da dire che la maggiore parte li abbiamo fatti passare tra le maglie dei confini europei. Questo ci ha alleggeriti di un problema  interno ma ci ha creato  una certa diffidenza da parte dell’Unione europea. Con le regole di settembre non potremmo più fare certe operazioni.

 

Tra i rifugiati e i profughi è passato anche qualche terrorista?

Purtroppo sì – secondo i dati esposti da Michele Groppi – in Europa  Isis avrebbe mandato circa 4 mila infiltrati. Si tratta di un terrorista ogni 50 migranti. Il problema va affrontato seriamente in ermini di sicurezza perché entro il 2017 arriveranno in Europa altri tre milioni di profughi.

 

Quali sono gli scenari possibili in Europa?

La sfida a medio e lungo termine su atti terroristici e spionaggio in Europa passerà per il tentativo di radicalizzazione dello scontro che avverrà soprattutto in Gran Bretagna, Belgio e Francia. Alla radicalizzazione dello scontro potrebbero partecipare non soltanto I sunniti ma anche gli sciti con regia iraniana.

 

Quale l’entità del rischio?

Secondo uno studio ella Queen Mary University di Londra è bassa. Il rischio maggiore è il reclutamento di terroristi di treza, quarta o quinta generazione dale sacche di povertà ed emarginazione sociale. Ma scopo dell’Isis non è solo quello della radicalizzazione islamica ma anche di acuire quella occidentale per giungere al cosiddetto scontro di civiltà.

 

Rimedi?

Costruire un ponte con le comuinità islamiche in Europa che ribadisca che i valori democratici  assicurano benessere e sicurezza.

 

Quanto all’Italia?

Stiamo diventando una società multietnica e multiculturale senza accorgercene. Stiamo invecchiando e  l’immigrazione  ci garantisce  attualmente un 8,6 per cento di Pil complessivo. Tra l’altro con saldo attivo: infatti il gettito è di 16 miliardi di euro all’anno e i costi (sanità, previsenza, etc.) ammontano a 13 miliardi quindi il saldo netto attivo è di tre miliardi di euro.

 

E la nostra emigrazione?

L’Italia è tornata ad essere un Paese di emigrazione: 5 milioni sono gli italiani attualmente all’estero. 155 mila quest’anno in uscita e 92 mila in entrata.

 

Una politica mediterranea italiana ed europea  quanto sarebbe auspicabile?

Moltissimo. Come ha evidenziato Ugo Melchionda di Idos, gli stranieri in Italia sono in gran parte piccoli imprenditori. In Marocco, ad esempio, ci sono due città che sono chiamate la piccola Milano e la piccola Torino, circolano auto italiane con targa italiana e ci sono laboratori sartoriali con vecchie macchine importate dall’Italia. Quello che ci vorrebbe – ha concluso Melchionda ed è un appello che condivido – è un Piano Marshall mediterraneo, che crei una interdipendenza tra Paesi Europei e Paesi Nordafricani, partendo dall’internazionalizzazione delle Pmi. 

 

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