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1/2017

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Appuntamenti nel mondo

Appuntamenti nel mondo - ATLANTIS

 

1) Spring school sul nesso tra criminalità organizzata transnazionale e terrorismo

3-7 aprile 2017

La criminalità organizzata transnazionale e il terrorismo rappresentano due delle minacce più complesse che la comunità internazionale si trova oggi ad affrontare. L’analisi del nesso tra terrorismo e criminalità organizzata evidenzia quanto i due fenomeni possano avere elementi di convergenza se non addirittura coincidere. L’indagine e la comprensione dei loro elementi di interconnessione possono favorire l’adozione di standard normativi nazionali e internazionali volti alla prevenzione e al contrasto delle reti criminali e terroristiche.

Questi sono i presupposti del corso intensivo sulla criminalità organizzata transnazionale e il terrorismo che l’UNICRI organizza in collaborazione con la John Cabot University.

La Spring School, della durata di una settimana, combinerà lezioni teoriche con tavole rotonde, presentazioni di casi studio ed esercizi pratici. Il corpo docente sarà composto dai maggiori studiosi e accademici della John Cabot University e di altre università, da giuristi del sistema ONU, da rappresentanti di altre organizzazioni internazionali, e di entità non governative e dalla società civile.

Il corso favorisce il dialogo interculturale e si svolge un contesto di apprendimento unico nel quale i partecipanti hanno la possibilità di interagire con gli esperti e costruire relazioni professionali con colleghi provenienti da tutto il mondo. Questa esperienza di formazione intensiva promuove una più profonda comprensione dell’interconessione tra due fenomeni, presupposto fondamentale per lo sviluppo di politiche e azioni efficace nel rispondere alle sfide affrontate dalla comunità internazionale.

2) OMS invita i paesi e partner di “Uniti per porre fine alla tubercolosi”

22 marzo 2016 

In anticipo della Giornata mondiale della tubercolosi, da osservare il 24 marzo, chi sta chiamando i paesi e partner di “Uniti a fine TB”. Si tratta di un obiettivo ambizioso. Mentre non vi sono stati progressi significativi nella lotta contro la tubercolosi, con 43 milioni di vite salvate dal 2000, la battaglia è vinta solo a metà.

 

3) Jazz Giornata Internazionale

30 aprile 2017

Nel novembre 2011, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha proclamato 30 aprile come “Giornata Internazionale Jazz”. La giornata ha lo scopo di sensibilizzare la comunità internazionale delle virtù del jazz come strumento educativo, e una forza di pace, l’unità, il dialogo e la cooperazione rafforzata tra le persone. Molti governi, organizzazioni della società civile, le istituzioni educative, e privati cittadini attualmente impegnati nella promozione della musica jazz abbraccerà l’opportunità di favorire una maggiore apprezzamento non solo per la musica ma anche per il contributo che essa può dare alla costruzione di società più inclusive.

4) Open Day 

UNU-MERIT Master

Maastricht, 18 marzo 2017

L'Istituto UNU Ricerca Economica e Sociale di Maastricht per l'innovazione e la tecnologia (UNU-MERIT), e la Maastricht Graduate School of Governance ospiterà Open Day per i Master. Il Master UNU-MERIT di alto livello in Politiche Pubbliche e Sviluppo Umano (MPP) sottolinea il legame tra la politica e i processi decisionali, così come i principi del buon governo.

Diverse sessioni informative saranno offerte per tutta la giornata, e i visitatori avranno l'opportunità di parlare con il personale e gli studenti.

 

5) Dresda Nexus Conference 2017

17-19 maggio 2017

L'Istituto UNU per la gestione integrata dei flussi di materiale e delle risorse (UNU-FLORES) organizzerà la biennale di Dresda Nexus Conference (DNC 2017) dal 17 al 19 maggio 2017, in collaborazione con la Technische Universität di Dresda e l'Istituto Leibniz per lo sviluppo ecologico urbano e regionale. La conferenza, organizzata sotto il tema "OSS e l'approccio Nexus: Monitoraggio e attuazione" è una piattaforma per far avanzare l'agenda dello sviluppo sostenibile, portando insieme attori che applicheranno un approccio Nexus alla gestione delle risorse che sottolinea l'interrelazione del suolo, dell'acqua e dei rifiuti e il ciclo di ricerca per l'attuazione delle politiche. I ricercatori e gli esecutori provenienti da università, organizzazioni nazionali e internazionali, enti delle Nazioni Unite, i ministeri e le agenzie governative, nonché le parti interessate del settore privato e della società civile, discuteranno sue ricerche in corso e su iniziative per l’applicazione del metodo Nexus e dei benefici per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

 

 

Serenella Antoniazzi. È coautrice di "ROSSO - Io non voglio fallire", pièce teatrale in atto unico che fa il suo debutto il 25 novembre 2016 (data non casuale) al teatro Russolo di Portogruaro.

Luca Baraldi. Storico delle religioni ed esperto di beni culturali, da oltre dieci anni lavora nel settore del patrimonio religioso e del dialogo interreligioso. Esperto di cooperazione internazionale per la cultura, è attualmente direttore scientifico della “Fundación Con-ciencia” di Ibagué (Colombia) e dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Maria di Monte Berico” di Vicenza.

 

Stefania Bozzo. Giornalista free lance specialista in conservazione dei beni culturali. 

 

Simone Depietri. Free lance in giornalismo di inchiesta internazionale.

 

Domenico Letizia. Scrittore e attivista per i diritti umani.

 

Giovanni Maria Galoforo. Capitano di Fregata.Ufficiale Superiore Addetto Ufficiale Pubblica Informazione ISTITUTO DI STUDI MILITARI MARITTIMI di Venezia.

 

Antonio Gesualdi. Giornalista. 

 

Riccardo Palmerini. Coordinatore del Master in Tourismo in eredità religiose e di cultura presso ISSR "Santa Maria di Monte Berico” di Vicenza.  Visiting professor design e innovazione al IAE Toulouse Capitole 1. Fondatore e presidente dell'Associazione Culturale "La stanza delle idee" (Arte e Cultura per i Popoli); Membro professionale dell'Associazione Italiana Marketing e di American Marketing Association. Membro del comitato scientifico per lo sviluppo di programmi tra cultura e tecnologia per il Piano Strategico Metropolitano di Bologna.

 

Prisco Piscitelli. Laureato in Medicina e Chirurgia, è dottore specialista in igiene e medicina preventiva all’Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo.

 

Stefania Schipani. Ricercatrice Istat. Laureata in Scienze Politiche indirizzo Internazionale. Specializzata in Economia ambientale, collabora con l’Università di Tor Vergata. È presidente del Centro Studi “Rifareleuropa” e vicepresidente di “Filitalia International”.

 

Romano Toppan. Laureato in Filosofia e Teologia in una Università Pontificia di Roma, laureato in Psicologia dell’Educazione all’Università di Padova e Master in Economia del Turismo all’Università Bocconi di Milano. È stato Docente di Gestione e Sviluppo delle Risorse Umane all’Università di Verona.

 

 

 

 

Attualità

Attualità - ATLANTIS

Mediterraneo strategico per Europa ed Italia

 

Un Convegno Internazionale a Roma promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale e da ISPI.

 

Dal primo al tre dicembre 2016 si è svolta a Roma, presso il Grand Hotel Parco dei Principi, la seconda edizione del Forum MED – Mediterranean Dialogues, promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

Tra i temi chiave del Forum la sicurezza comune, la lotta al terrorismo, il futuro del Medio Oriente, immigrazione, energia, crescita, ruolo delle donne e dei giovani per il rilancio dell’economia.

 L’evento ha visto la partecipazione di numerosi esponenti governativi italiani e stranieri, tra cui Primi Ministri, Ministri, uomini di finanza e imprenditori, enti e organizzazioni internazionali nonché studiosi ed esperti provenienti da circa 50 Paesi.

“Mi aspetto idee, scambi, proposte, riflessioni creative: l’Italia ne farà tesoro”. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni dha dato così ufficialmente il via alla seconda edizione di “Forum Med - Mediterranean Dialogues”, occasione di incontro e riflessione sui grandi temi internazionali e il ruolo cruciale del Mediterraneo. A confrontarsi su lotta al terrorismo, immigrazione, sicurezza comune, futuro del Medio Oriente - con particolare attenzione per Siria e Libia – presenti 40 tra ministri e vertici delle organizzazioni internazionali, 500 figure di spicco del mondo della politica, ma anche dell’economia e della finanza, 80 think tank, provenienti da 55 diversi Paesi. 

“Nel Mediterraneo si gioca una parte del nostro futuro. Questo crocevia di culture e religioni è oggi al centro di molte crisi: è come se questo piccolo mare si fosse preso la sua rivincita sulla storia che sembrava aver trasferito la centralità in oceani lontani”, ha esordito Gentiloni dando il via ai dibattiti: nel pomeriggio, panel sulla sicurezza con il ministro inglese Boris Johnson e il vice presidente della Commissione europea Frans Timmermans; poi tavola rotonda sulla lotta al terrore a cui hanno partecipato alcuni ministri della difesa e degli esteri, tra cui la nostra Roberta Pinotti e l’iracheno Al-Jaafari.  

Mediterraneo come opportunità possibili, ma anche, inevitabilmente, epicentro di crisi - da Daesh “che potrebbe essere sconfitto nel 2017” alla Siria “per la quale non c’è soluzione militare” fino all’immigrazione, “bisogna lavorare per tenere in vita l’accordo con la Turchia e attuare il Migration compact” -, tensioni che non saranno risolte, ha messo in guardia il ministro degli Esteri, “illudendosi che uno o due guardiani esterni garantiscano la pace e la stabilità”. Di tutto questo si comincia a discutere tra autorevoli esperti e protagonisti dell’area. 

Presenti, nella tre giorni, tra gli altri John Kerry, ex Segretario di Stato, Stati Uniti d’America; Segey Lavrov, Ministro degli Esteri, Russia; Boris Johnson, Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth, Regno Unito; Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza; Giorgio Napolitano, Presidente onorario ISPI; Staffan De Mistura, Inviato Speciale delle Nazioni Unite per la Siria; Frans Timmermans, Primo Vice-Presidente dell’Unione Europea; Roberta Pinotti, Ministro della Difesa, Italia.

Nei lavori preliminari, numerosi sono stati gli incontri e le tavole rotonde tra imprenditori delle due sponde del Mediterraneo, promossi da Confindustria- BusinessMed; tra esperti di sicurezza con il NATO Defence College; tra i policy planner dei Ministeri degli esteri dell’area. Interessante confronto tra i media internazionali promosso dalla RAI e i rappresentanti dei tink tank dell’area e lo Steering Committee del Robert F. Kennedy Human Rights Center. 

 

Conferenza Ministeriale sull’energia dei Paesi dell’Unione per il Mediterraneo

Conferenza Ministeriale sull’energia dei Paesi dell’Unione per il Mediterraneo - ATLANTIS

 

Conferenza Ministeriale Energia dell’Unione 

per il Mediterraneo

 

A pochi giorni dalla chiusura del COP22 a Marrakesh e in concomitanza con l’avvio della seconda edizione dei Rome Med-Dialogues, si svolge oggi alla Farnesina la Conferenza Ministeriale sull’energia dei Paesi dell’Unione per il Mediterraneo, con la partecipazione di 43 Paesi delle due sponde del Mediterraneo che oggi si sono seduti attorno al Tavolo mediterraneo di Michelangelo Pistoletto.

Co-Presieduti dal Commissario europeo all’Energia ed al Clima, Cañete, ed il Ministro giordano dell’Energia  Saif, Ministri e diplomatici discutono del rilancio della collaborazione energetica come fonte di benessere dell’intera Regione.

L’energia rappresenta tradizionalmente uno dei più solidi e cruciali ambiti di collaborazione tra i Paesi del Mediterraneo ed i Vicini sono costantemente tra i primi fornitori di idrocarburi dell’Italia e dell’Europa. Oggi, l’Energia è sempre più un fattore strategico di crescita, che Europa e sponda sud del Mediterraneo devono impegnarsi a condividere per uno sviluppo condiviso e sostenibile. Grazie anche alla fattiva adesione italiana alle nuove linee di cooperazione tracciate dall’Agenda 2030, la cooperazione energetica tra UE e paesi del Mediterraneo è sempre più al centro della politica energetica europea anche nell’ottica di mettere a pieno frutto il potenziale che è in grado di garantire come chiave di stabilizzazione delle zone di conflitto.

 

L’Unione per il Mediterraneo

L’Unione per il Mediterraneo (UpM) è un’organizzazione intergovernativa fondata nel 2008, pensata come foro di discussione tra le due sponde del Mediterraneo, che raggruppa 43 Paesi sulla base di una co-presidenza paritaria tra i 28 Paesi membri dell’Unione europea (UE), i Paesi dell’Unione del Maghreb Arabo (Algeria, Marocco, Mauritania e Tunisia, con uno status di osservatore per la Libia), i Balcani occidentali (Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro), l’Egitto, Israele, la Giordania, il Libano, Monaco, la Palestina e la Turchia.  Dal 2012 la Siria si è auto-sospesa, mentre il Regno Unito, già assente dalle riunioni periodiche, ha accentuato il suo distacco dall’UpM a seguito della Brexit. Attualmente l’UpM è copresieduta dall’Unione Europea e dalla Giordania.

L’obiettivo principale dell’UpM è affrontare le tre priorità strettamente correlate della regione: lo sviluppo umano, la stabilità e l’integrazione attraverso la cooperazione regionale, il dialogo e realizzazione di progetti concreti e iniziative aventi un impatto tangibile sui cittadini della regione, in particolare i giovani. A partire dal 2011, sull’onda delle rivolte arabe, l’UpM, di concerto con la Commissione e le maggiori istituzioni finanziarie europee, ha concentrato la sua attenzione sui settori infrastrutturali.

L’Italia è riuscita, con la Conferenza “EuroMed” di Roma del 19 novembre 2014, ad affermare una politica volta a rilanciare la cooperazione multilaterale nel settore dell’energia, con la creazione di tre distinte piattaforme di cooperazione rispettivamente sul gas, sulle energie rinnovabili e l’efficienza energetica, nonché sulla creazione di un mercato elettrico regionale. L’avvio nel 2015 delle tre piattaforme, consente oggi di avere un quadro di riferimento più sicuro per realizzare i programmi di cooperazione finanziati dalla Commissione europea. L’ultima piattaforma ad essere stata lanciata in ordine di tempo è quella sulle energie rinnovabili, nel contesto della COP22 di Marrakech, appena terminata.

 

Giacimenti off-shore 

nel Mediterraneo orientale

L’energia rappresenta uno dei più solidi e cruciali ambiti di collaborazione tra i Paesi del Mediterraneo ed i vicini della sponda sud sono costantemente tra i primi fornitori per l’approvvigionamento italiano di idrocarburi. Grazie anche alla costante e progressiva azione italiana in ambito UE, la cooperazione energetica tra UE e Paesi del Mediterraneo è sempre più al centro della politica energetica europea anche nell’ottica di migliorare la sicurezza diversificando le rotte e le fonti dell’approvvigionamento, obiettivo primario dell’Energy Union. L’Energy Diplomacy Action Plan comunitario è stato definito e costantemente riaggiornato in tal senso, annettendo prioritaria importanza alla piena capitalizzazione del dialogo energetico tra Paesi del Mediterraneo e mettendo a frutto il potenziale che la collaborazione energetica è in grado di garantire anche in chiave di stabilizzazione delle zone di conflitto.

Le recenti scoperte di gas nell’area del Mediterraneo orientale sono solo una parte dei nuovi campi nel cosiddetto “Levantine basin” - che include le aree marittime di Israele, Cipro, Libano e Siria - e pongono le premesse per una nuova forma di collaborazione e un potenziale riequilibrio del mercato energetico regionale,. A seguito dei successi di queste attività esplorative Israele è diventato produttore di gas naturale ed esportatore di gas per i prossimi decenni. (I giacimenti Tamar e Leviathan hanno riserve presunte di circa 900 miliardi di metri cubi di gas e quelli al largo di Cipro stimati in 128 miliardi di metri cubi di gas). Nell’agosto 2015 ENI ha effettuato la scoperta di gas offshore più importante del Mediterraneo, nonché il quarto campo più grande al mondo, presso il prospetto esplorativo denominato “Zohr”. Il giacimento presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (5,5 miliardi di barili di olio equivalente) e un’estensione di circa 100 km quadrati.

Il piano di sviluppo prevede l’avvio della produzione entro la fine del 2017 e un aumento progressivo fino a raggiungere un volume di circa 75 milioni di metri cubi standard di gas al giorno (equivalenti a circa 500 mila barili di olio equivalente al giorno[1]) entro il 2019.

Le scoperte di gas realizzate hanno dato slancio alla cooperazione tra Egitto, Israele, Cipro, Grecia, sotto forma delle trilaterali Cipro-Egitto-Grecia e Cipro-Israele-Grecia, alle quali l’Italia guarda con favore, e che si avvale dell’azione di raccordo che ENI sta svolgendo in tutti i Paesi del Mediterraneo orientale in cui opera.

 

Progetto ELMED

Il progetto ELMED (ELectricité MEDiterranéenne) di interconnessione elettrica fra Italia e Tunisia nacque da un accordo del 2009 tra TERNA e la società omologa tunisina STEG  (con la creazione di una società mista), seguito ad un Accordo del 2008 fra i due Ministeri competenti. Prevedeva la realizzazione, in Tunisia, di un polo di produzione  elettrica (1.200 MW, di cui 800 MW per il mercato italiano) e di un cavo elettrico sottomarino Italia/Tunisia da 1.000 MW per l’export (circa 230 km).  Il costo oscillava fra 1,7 miliardi e 2,2 miliardi di euro, con avvio di esercizio nel 2015/2016.

Il progetto è stato recentemente rivisto: Si è  eliminata la componente del polo di generazione in Tunisia e si è previsto, anziché un flusso Tunisia – Italia, un flusso biunivoco (nel breve termine il cavo servirebbe ad esportare elettricità dall’Italia verso la Tunisia (600 MW con possibilità di raddoppio). Il costo stimato è di 600 milioni di euro. 

Fonte Ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale.

 

 

L'Osservatore

L'Osservatore - ATLANTIS

Controcorrente

 

 

Meglio per l’Italia, e gli stati-nazione europei, ricentrarsi come e con gli Stati Uniti. Meglio, se non vogliamo finire peggio di come stiamo oggi.
Il voto a Donald Trump ha mostrato un’America che aspira alla democrazia armonizzata con l’economia razionale piuttosto che proseguire le illusioni globaliste. Del resto la democrazia per esplicare a pieno il proprio potenziale ha bisogno di una nazione ben definita nella quale agire. I cittadini devono riconoscersi come legati da reciproci interessi e non come entità anonime e anomiche.
L’aumento della mortalità degli statunitensi bianchi tra i 45 e 54 anni, nel periodo tra il 2000 e il 2013, è un indicatore chiarissimo della crisi di quella società. La mortalità leggermente in discesa dei bianchi che hanno fatto studi superiori completi, ma stagnante per chi ha studi superiori incompleti e in aumento per quelli con studi inferiori è un indicatore pessimo. Calo che non si registrava dal 1978. Pessimo segnale anche perché le cause non sono naturali, ma si tratta di suicidi, alcol, droga, overdose di farmaci. Gli americani, inoltre, hanno un’aspettativa di vita inferiore di tre-cinque anni rispetto a quasi tutti gli altri Paesi OCSE con tassi di mortalità più elevati soprattutto nei primi 50 anni di vita, sia per patologie croniche sia per patologie acute trasmissibili. E i bianchi rappresentano il 72% del corpo elettorale statunitense. Dunque il voto di novembre 2016 è avvenuto in un momento delicato e di grande cambiamento strutturale e profondo perché la vita (e la morte) dei cittadini di un Paese è il dato rivelatore d’eccellenza dello stato delle cose.
Comparato con il voto presidenziale dal 1932 in poi, quello Trump-Clinton rappresenta un passaggio epocale. Circa ogni ventennio le elezioni USA hanno dato un’indicazione di cambiamento precisa; probabilmente dovuta al passaggio generazionale. Alcuni presidenti hanno colto meglio di altri l’input popolare, ma tutti loro sono stati l’espressione del loro tempo. In breve: Roosevelt, Truman ed Eisenhower, dal ’32 al ’52 hanno dovuto affrontare e risolvere le disparità economiche e le condizioni mondiali dovute alle guerre europee e all’affermazione del comunismo. Il trentennio dagli anni cinquanta agli anni ottanta, con le distorsioni dell’assassinio dei Kennedy e di Luter King, ha rappresentato il consolidamento della crescita economica e dell’affermazione della potenza globale durante la guerra fredda. Da Nixon a Clinton spicca l’era Reagan che approda al consolidamento degli stati del west quali bastioni del voto democratico, California in testa. Da Nixon in poi, infatti, i repubblicani hanno utilizzato il risentimento dei bianchi contro l’emancipazione dei neri come uno strumento politico, mentre i democratici hanno spinto sulle politiche dei diritti e dell’ambiente. E’ stato detto che il
welfare era un trucco per favorire i neri e così il partito di Lincoln e dell’abolizione dello schiavismo, con Reagan, è divenuto fortemente il partito dei bianchi (molto rivelatrice di questo la mappa elettorale dell’elezione di Carter). La Reaganomics è stata supportata molto da questo sostrato razziale e su questo hanno proseguito padre e figlio Bush nello smantellamento dello stato sociale. Nel 1988 non è ancora la California, infatti, che registra il malessere e vota contro Bush padre, ma la periferia del west: l’Oregon e lo stato di Washington. Per anni, fino al primo Clinton (1992), anche i bianchi meno abbienti hanno votato presidenti repubblicani contro i propri interessi economici, ma in difesa di una qualche ragione razziale e religiosa (vedi la tensione tra abortisti e antiabortisti). Le mappe elettorali di Nixon, di Reagan e di Bush padre sono esplicite in questo senso. Soltanto la creazione del blocco californiano, che tutt’ora resiste, costruito attorno alle imprese internazionali dell’intrattenimento e delle nuove tecnologie hanno rotto lo schema. Nel 1984, contro il protezionismo vagheggiato da Walter Mondale, Reagan, infatti, stravince. Oggi, quello stesso elettorato bianco, che per anni ha anteposto la razza ai temi della ricchezza, le questioni di fondamentalismi religiosi - guerre comprese - alle questioni fondamentali di qualità della vita (e della morte!) è tornato a ristabilire i giusti termini. Questa era, ed è, la vera e profonda volontà di cambiamento espressa nelle ultime elezioni negli Stati Uniti dopo un ventennio di illusioni globali, deliri socio-ambientali e promesse di facili arricchimenti on line. Nel Paese simbolo della democrazia liberale l’irrazionale viene ricacciato indietro e l’idea di politiche equilibrate, compreso l’intervento statale, riprende corpo. Presupposti eccellenti per autentiche politiche liberali e democratiche.
I primi segni di ritorno a casa delle aziende automobilistiche vanno in questa direzione. Il ritorno alla Nazione significa il ritorno alle economie produttive interne e l’abbandono dei temi irrazionali fondamentalisti o razziali. È il ritorno all’economia reale. Chi pensa che il voto a Trump sia stato il voto dei piccoli bianchi razzisti non ha capito che si tratta dell’esatto contrario. L’accento razzista, piuttosto, questa volta (ma lo è stato anche con Obama) è posto dai democratici. E i democratici hanno perso le elezioni.
Sono i democratici che hanno proposto un’alleanza elettorale viziosa associando privilegiati miliardari (gli attori hollywoodiani, ne sono un esempio), quasi tutti bianchi, specie di mercenari da campagne elettorali che si prestano con dichiarazioni da bar ai media schierati, associati a minoranze ispaniche e nere. Stesso elettorato che, in definitiva, in campo democratico ha fermato Sanders alle primarie. È come se si fosse passati dall’elettorato bianco che da Nixon in poi ha votato più per la razza che per la ricchezza all’attuale elettorato nero che ha votato per la razza, ma ha perso sul fronte razionale. Nel 2016 l’alienazione politica ha cambiato colore!
I neri, che sono la stragrande maggioranza nel mondo operaio americano, meno istruiti malgrado progressi importanti, sono il gruppo che soffre di più l’iper liberismo, ma sono stati quelli più vicini alla Clinton. Il paradosso ultimo sarà che costoro, che non hanno votato Trump, saranno i primi a beneficiare di politiche più interventiste e dal ritorno a casa delle aziende. E i partiti, che hanno giocato la partita in modo paradossale - a caccia di consenso più che portatori di visioni politiche - si ritrovano completamente spiazzati. I repubblicani con un Presidente che non è repubblicano e i democratici a pezzi con un ex Presidente, di fatto, sonoramente sconfitto perché entrato di petto nella campagna elettorale. E tutto il politichese, invece, si trastulla ancora sui media senza voler prendere atto della realtà, come ad esempio le accuse di nepotismo a Trump quando già Kennedy aveva suo fratello Bob ministro della Giustizia e già Bill Clinton aveva affidato la sanità alla moglie e Hillary aveva promesso di incaricare Bill per far ripartire l’economia. Segno che sia il partito democratico che quello repubblicano dovranno ricostruire su fondamenta del tutto nuove. È cominciato il nuovo millennio!

Dicevamo: ricentrarsi come gli Stati Uniti. Certo. È il momento di chiedere alle classi dirigenti europee la lucidità necessaria per non rifare gli errori del passato. Quando gli Stati Uniti votavano svolte neo liberali i paesi europei insistevano in politiche interventiste e Welfare omnicomprensivo. Così crolla il comunismo e si liquefano quasi tutte le nazioni europee tra corruzione e fine di regimi. Alle scelte di globalizzazione, poi, l’Europa si ficca nella gabbia dell’euro e del sadomonetarismo sfociato oggi nell’austerity autoritario tutto tedesco. Oggi, dopo la Brexit e Trump, ovvero dopo una chiara indicazione dei popoli anglo-americani per le ricostruzioni nazionali e il ritorno all’economia razionale contro le diseguaglianze sociali e le rapine finanziarie, sarebbe paradossale che la classe politica italiana ed europea si attardassero ancora sull’illusione globale, l’iper-liberismo e la coartazione delle democrazie. Andare in contropasso rispetto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna ha sempre comportato, per l’Europa continentale, finire in un tunnel di sofferenze e povertà dal quale, poi, devono venire a tirarci fuori. 

 

Dossier: Mare e Navigazione

Dossier: Mare e Navigazione - ATLANTIS

 

Mare e navigazione

MARE

È la massa d’acqua che circonda la terraferma e ricopre gran parte della superficie terrestre. In senso stretto, si indicano con il termine oceano gli spazi acquei più vasti e si chiamano m. distese acquee minori che, dipendendo da uno o più oceani, si differenziano da questi per caratteristiche proprie (morfologiche, batimetriche etc.).

 

DIRITTO

Nel diritto internazionale classico, il m. era tradizionalmente suddiviso in un’area sottoposta alla sovranità dello Stato costiero (m. territoriale) e in un’area in cui vige il principio della libertà d’uso per tutti gli Stati (alto m.). Un regime giuridico più articolato è stabilito dalla Convenzione di Montego Bay sul diritto del m. del 10 dicembre 1982 (entrata in vigore nel 1994), che ha sostituito, nei rapporti fra gli Stati contraenti, le precedenti Convenzioni di Ginevra del 1958 sul m. territoriale e la zona contigua, sull’alto m., sulla piattaforma continentale e sulla pesca.

Nella Convenzione di Montego Bay, gli spazi marini oggetto di regolamentazione comprendono, oltre al m. territoriale e alle acque internazionali (o alto m.), la zona contigua, la piattaforma continentale, la zona economica esclusiva e i fondi marini internazionali (Patrimonio comune dell’umanità).

 

Mare territoriale

Il mare territoriale è definito come la striscia di mare adiacente le coste dello Stato. Esso include le baie e i golfi. Le isole (distese naturali di terra circondate dalle acque che restano scoperte ad alta marea) hanno un proprio m. territoriale. Il limite massimo di estensione (o limite esterno) del m. territoriale è di 12 miglia marine, misurate a partire da una linea di base che costituisce il cosiddetto limite interno. Le acque che si trovano fra la terraferma e il limite interno sono denominate acque interne.

La linea di base dalla quale si misura la larghezza del mare territoriale è normalmente la linea di bassa marea lungo la costa; a tale regola si può derogare in presenza di coste frastagliate, ricorrendo al sistema delle linee rette, che consiste nell’unire, mediante una linea retta, i punti di sporgenza della costa (inclusi gli scogli e le estremità delle isole adiacenti). Se due Stati si fronteggiano al di sotto del limite delle 12 miglia, la delimitazione del rispettivo m. territoriale avverrà sulla base di criteri di equidistanza, salvo contrario accordo tra le parti o l’esistenza di titoli storici o di altre circostanze speciali.

Sul mare territoriale si irradia la sovranità dello Stato; pertanto, nel m. territoriale lo Stato costiero esercita gli stessi poteri che esercita sul proprio territorio. Esso è però tenuto a consentire il passaggio nel proprio m. territoriale delle navi mercantili e da guerra straniere e dei sottomarini (che devono navigare in superficie), purché il loro passaggio non arrechi pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero (diritto di passaggio inoffensivo). Inoltre, lo Stato costiero non può esercitare la propria giurisdizione civile e penale per fatti commessi a bordo di navi straniere. In corrispondenza del m. territoriale, la sovranità dello Stato costiero si estende allo spazio aereo sovrastante, al fondo del m. e al relativo sottosuolo.

 

Alto mare

Lo spazio marino che si estende oltre il mare territoriale, nonché le acque sovrastanti la piattaforma continentale e quelle della zona economica esclusiva, sono definiti alto m., o acque internazionali. In questa zona marina trova ancora applicazione il principio della libertà dei mari, che comporta il riconoscimento a ciascuno Stato, sia costiero sia privo di litorale, di un uguale diritto di compiere attività di navigazione, sorvolo, posa di cavi, costruzione di isole e installazioni artificiali, pesca, ricerca scientifica, a condizione che siano rispettati gli interessi degli altri Stati.

In caso di sinistro marittimo avvenuto in alto mare, lo Stato direttamente e gravemente minacciato dal conseguente inquinamento ha il diritto di adottare le misure necessarie a fronteggiare l’evento. A questo diritto fa riscontro l’obbligo di tutelare e preservare in alto mare l’ambiente marino. L’alto m. deve essere riservato a scopi pacifici e nessuno Stato può pretendere di assoggettarne alcuna parte alla sua sovranità. Ogni Stato esercita la sua giurisdizione solo sulle navi battenti la propria bandiera. Tuttavia, uno Stato può abbordare ed eventualmente catturare navi straniere impegnate in atti di pirateria, tratta di schiavi o trasmissioni abusive, o inseguire e catturare navi sospettate di aver violato le proprie leggi e regolamenti negli spazi marini soggetti alla sua sovranità.

Le navi da guerra possono eseguire in alto mare attività operative (quali esercitazioni combinate con aeromobili, raccolta di informazioni, prove di armi, lancio di ordigni esplosivi da aeromobili in situazioni di necessità), nel rispetto dei diritti degli altri Stati.

 

GEOGRAFIA

Esplorazione e sfruttamento del mare

L’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse del mare, per i quali la tecnologia produce strumenti sempre più efficaci, assumono caratteristiche diverse a seconda che riguardino il mare profondo o la fascia marina costiera. Il mare profondo assume, sotto tale punto di vista, un significato piuttosto lato: comprende spazi della piattaforma continentale e spazi esterni, fino a interessare l’alto mare. È uno spazio di esplorazione, di ricerca scientifica e di sfruttamento minerario: sede del cosiddetto offshore oceanico, cioè di una variegata coorte di impianti e di strutture di cui le piattaforme di estrazione del petrolio costituiscono le avanguardie.

Gli spazi marini costieri si prestano a sfruttamento soprattutto se protetti dagli ampi movimenti del mare e dai venti forti. Le piattaforme sorte innanzi a città litoranee giapponesi costituiscono casi significativi: vi sono accolte strutture portuali, impianti industriali, attività commerciali, residenze, che ne fanno una vera e propria sezione urbana edificata in mare. A mano a mano che le tecnologie progrediscono, questi modelli si affinano e si diffondono. In certe regioni litoranee si avanza verso il mare, sfruttandolo integralmente (esemplare il caso di Dubai negli Emirati Arabi Uniti): residenze e impianti offshore sulla superficie; parchi sottomarini, piscicoltura e altre attività economico-ecologiche negli strati superficiali; cavi e condotte sul fondo; e così via. Si è costruita in tal modo la regione marittimo-litoranea, disposta su terra e mare e supportata da tecnologie molto avanzate.

Risorse del mare

Il mare offre tre campi fondamentali di risorse: minerarie, energetiche e biologiche.

 

L'Istituto di Studi Marittimi Militari di Venezia

L'Istituto di Studi Marittimi Militari di Venezia - ATLANTIS

 

La storia dell’Istituto di Studi Marittimi Militari di Venezia

 

L'8 settembre 1908, nella Sala a Tracciare dell'Arsenale di La Spezia, il Re inaugura la prima Sessione della Scuola Navale di Guerra, dando vita al primo Centro Superiore Navale della Marina Italiana, lontano antenato dell'attuale Istituto di Studi Militari Marittimi. Secondo il decreto istitutivo la Scuola doveva "coltivare ed affermare un pensiero navale sulla nostra preparazione alla guerra valendosi della cooperazione di tutti gli Ufficiali a mezzo di conferenze di organica, arte e tecnica militare navale, discussioni relative ai detti argomenti e applicazione del gioco di guerra navale". La Scuola interrompe la sua attività nel 1911, a causa dello scoppio della guerra italo-turca, poi della Prima Guerra Mondiale. Nel dopoguerra prende corpo una duplice esigenza: consolidare una dottrina militare navale sulla scorta degli insegnamenti del conflitto appena terminato e affiancare ai Capi militari, responsabili di decisioni sempre più gravi ed immediate, un complesso di ufficiali qualificati con il compito di coadiuvarli nei preparativi e nell'esecuzione di tutte le operazioni militari: lo Stato Maggiore. Nascita dell'Istituto di Guerra Marittima Con il Decreto Reale 5 maggio 1921 viene costituito il nuovo Centro di studi che, il 18 maggio 1922, inizia la sua attività nella stessa sede dell'Accademia Navale di Livorno assumendo la denominazione ufficiale di Istituto di Guerra Marittima, con questi criteri: "...affinché gli Ufficiali di Vascello possano meglio provvedere alla propria cultura negli studi che interessano la preparazione e la condotta della guerra marittima e possano acquistare maggiore attitudine e competenza per i servizi di Stato Maggiore.(...) L'Istituto deve essenzialmente costituire un libero centro di studi ove gli Ufficiali intendano la necessità di riesaminare la propria esperienza pratica in rapporto ai principi della condotta della guerra, di formarsi, con unità di criteri direttivi, l'attitudine intellettuale a considerare e risolvere i problemi di strategia, di tattica e di organica". Nel 1937 cambia l'ordinamento dell'Istituto, con un più spiccato indirizzo formativo nei confronti degli Ufficiali destinati ad esercitare il Comando e a svolgere funzioni di Stato Maggiore. L'attività si svolge regolarmente fino all'inizio della seconda Guerra Mondiale (1939), con un carattere, per direttiva del Capo di Stato Maggiore della Marina, Amm. Cavagnari, "... di grande praticità, evitando di trasportare gli studi nel campo delle erudizioni ed astrazioni". L'Istituto dal 1947 al 1963 Nel 1947 l'attività dell'Istituto riprende (con ritmo accelerato per recuperare, per quanto possibile, la sosta del periodo bellico), con lo svolgimento contemporaneo di due tipi di corsi: uno per Capitani di Corvetta di recente promozione ed uno per Capitani di Fregata e Capitani di Vascello che, per esigenze belliche, non avevano potuto frequentare l'Istituto. Nel 1956 le sessioni del primo Corso assumono la denominazione di Corso di S.M., mentre le sessioni del secondo quella di Gruppo di Studi di S.M., con compiti di studio su specifici problemi assegnati dal Capo di S.M. della Marina. Nello stesso anno l'Ammiraglio Pecori-Giraldi, Capo di S.M. della Marina, stabilisce la partecipazione ai Corsi di S.M. degli Ufficiali degli altri Corpi della Marina, che avrebbero potuto essere inseriti come collaboratori tecnici negli SS.MM. (ai Corsi già partecipavano Ufficiali dell'Esercito e dell'Aeronautica). L'Istituto dal 1963 al 1969 Nel 1963 l'Istituto deve sospendere i Corsi per carenza di Ufficiali Frequentatori, dovuta all'aumento delle destinazioni di impiego. Negli anni dal 1963 al 1966 l'attività didattica continua con i Corsi di Servizio di Stato Maggiore, frequentati da TT.VV. Comandanti della Scuola di Comando Navale, tenuti ad Augusta a margine delle sessioni di Scuola Comando. Nel 1966, l'Istituto riprende la sua attività nella sede di Livorno; negli anni compresi tra il 1966 ed il 1969 le varie Sessioni svolte hanno una fisionomia simile, nelle linee essenziali, a quella precedente la chiusura e vengono frequentate da Ufficiali compresi in una larghissima fascia di anzianità, per l'esigenza di "recuperare" tutti gli "spuntati". Il nuovo ordinamento degli studi (dal 1969 al 1999) Nel 1969 entra in vigore il nuovo Ordinamento degli Studi, che così definisce la duplice finalità dell'Istituto, formativa e di studio: - far acquisire agli Ufficiali in servizio permanente effettivo della Marina Militare, del Corpo di Stato Maggiore, il metodo, la procedura di lavoro presso gli Stati maggiori ed i principi di organizzazione; - perfezionare la loro preparazione professionale per l'assolvimento dei compiti di comando, delle funzioni direttive e degli incarichi nell'ambito degli Stati Maggiori; - studiare particolari problemi indicati dal Capo di Stato Maggiore della Marina. Con tale ordinamento inizia lo svolgimento annuale di due Corsi complementari: - un Corso Normale di Stato Maggiore per Tenenti di Vascello, inclusi nell'aliquota di avanzamento per il grado superiore, della durata di due mesi; - un Corso Superiore di Stato Maggiore per Capitani di Fregata ed un'aliquota di Ufficiali Superiori di altri Corpi della Marina Militare, della durata di quattro mesi. Il Corso Normale viene successivamente soppresso dal 1980 al 1993 a causa delle difficoltà di organico nel settore dei giovani Ufficiali (le materie previste vengono ridistribuite in parte alla quarta classe dei Corsi Normali dell'Accademia Navale, in parte al Corso Superiore per TT.VV., in parte al Corso Superiore di Stato Maggiore); contestualmente, la durata del Corso Superiore di Stato Maggiore viene portata ad un intero anno accademico. Dal 1993 riprende lo svolgimento dei Corsi Normali di Stato Maggiore e pertanto vengono annualmente tenuti presso l'Istituto: - due Corsi Normali di S.M., della durata di quattro mesi, con finalità essenzialmente formative, ai quali accedono Tenenti di Vascello inclusi nella aliquota di valutazione per l'avanzamento e Capitani di Corvetta appena promossi; - un Corso Superiore di S.M., della durata di sei mesi, per Capitani di Fregata, con l'obiettivo di perfezionare la preparazione professionale degli Ufficiali e consentire lo studio di particolari problemi indicati annualmente dal Capo di Stato Maggiore della Marina. Nel 1998, con la costituzione dell'I.S.S.M.I. (Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze), il Corso Superiore di S.M. viene soppresso. L'Istituto da Livorno a Venezia (1999) Nell'estate del 1999, nel quadro della generale riorganizzazione dei Comandi e delle strutture della Marina Militare e per tener conto dell'esigenza di valorizzare la sede di Venezia quale "polo culturale" della Marina, l'Istituto lascia la sede di Livorno e, senza soluzione di continuità e senza interrompere le proprie attività e funzioni, si trasferisce nella città lagunare, occupando le sistemazioni rese disponibili dal Comando Marina (successivamente soppresso alla data del 31 dicembre 1999). Contestualmente al trasferimento a Venezia la denominazione dell'Ente cambia da "Istituto di Guerra Marittima" a "Istituto di Studi Militari Marittimi". 

Malattie nel Mondo: Tubercolosi

Malattie nel Mondo: Tubercolosi - ATLANTIS

 

Tubercolosi 

Sintomi della tubercolosi polmonare

Le circostanze di scoperta della tubercolosi sono molto varie. Una volta su due la tubercolosi polmonare inizia insidiosamente con febbre, senso di affaticamento, dimagrimento, tosse secca o produttiva. In rari casi l’affezione si manifesta con episodi di emottisi (v.) di entità variabile, ma sempre impressionanti che inducono a consultare sollecitamente il medico. Ancora meno spesso la malattia insorge con un episodio acuto che simula una influenza o una polmonite acuta.

Molto spesso la tubercolosi, rimasta del tutto latente, viene scoperta in occasione di un esame radiologico sistematico (esami collettivi, controlli in ambiente ospedaliero in caso di ricovero, etc), oppure eseguendo un’intradermo-reazione con tubercolina, che dimostra il contagio.

 

Cause della tubercolosi polmonare

Qualunque sia il punto di partenza dei bacilli di Koch, esogeno o endogeno, non bisogna dimenticare che esiste sempre un fattore favorevole allo sviluppo di una tubercolosi polmonare: il sovraffaticamento fisico, certi fattori affettivi, l’ipoalimentazione, la gastrectomia, le terapie cortisoniche prolungate, il diabete; questi sono tutti fattori che possono favorire la comparsa di una tubercolosi polmonare e che spesso ne accrescono la gravità. Tuttavia, il principale fattore che favorisce lo sviluppo della tubercolosi è l’alcolismo (v.).

Non esiste eredità tubercolare; perciò i bambini nati sani, da genitori tubercolotici sono indenni dall’infezione tubercolare purché siano allontanati subito dopo la nascita dal parente ammalato. Alcune famiglie e certe razze sembrano più predisposte di altre verso lesioni tubercolari evolutive. L’età è un fattore trascurabile: infatti la tubercolosi si instaura di preferenza al termine dell’adolescenza e all’inizio dell’età adulta.

 

Forme della tubercolosi polmonare

La tubercolosi polmonare può presentarsi in tre forme diverse.

La polmonite caseosa

Oggi eccezionale, è caratterizzata dalla caseificazione massiva di un lobo o di una parte di un lobo polmonare. E’ tipica per l’inizio improvviso con dispnea intensa, espettorato striato di sangue e ricco di bacilli di Koch, alterazione grave dello stato generale. Grazie alla chemioterapia antitubercolare precocemente istituita, la polmonite caseosa può guarire totalmente e senza postumi, mentre un tempo evolveva spontaneamente verso la morte in meno di quattro settimane.

La broncopolmonite tubercolare

È caratterizzata da una disseminazione broncogena diffusa, che provoca la formazione di focolai tubercolari multipli disseminati nei due campi polmonari. E’ la classica tisi galoppante, che evolve spontaneamente verso la morte in poche settimane. Si osserva soprattutto nell’adulto giovane, più frequentemente nel soggetto alcolizzato e in genere in individui dalle condizioni sociali precarie.

La tubercolosi miliare o granulia

E’ la forma di tubercolosi acuta che si osserva più frequentemente. E’ caratterizzata da lesioni tubercolari di piccole dimensioni (un grano di miglio) la cui diffusione è estremamente importante, perché raggiunge non soltanto i due polmoni, ma anche tutti i principali visceri dell’organismo. La tubercolosi miliare può instaurarsi nel soggetto colto da una infezione tubercolare primaria in qualsiasi momento successivo; compare di solito nel bambino, nell’adolescente e nell’adulto giovane tra il 2° e il 24° mese dopo il complesso tubercolare primario.

Può però osservarsi anche molto tempo dopo l’infezione tubercolare primaria; in questo caso si deve cercare un focolaio tubercolare trascurato che è il punto di partenza dell’infezione miliare. Di solito si manifesta con febbre, isolata o associata a sintomi che orientano verso un’affezione respiratoria quali la dispnea con segni di asfissia (miliare soffocante), tosse, espettorato eccezionalmente sanguinolento.

Le moderne terapie antitubercolari hanno trasformato la prognosi della tubercolosi miliare, che in passato era mortale. Tuttavia, alcune forme caratterizzate da grave dispnea mettono ancora in pericolo la vita, perché possono essere mortali prima che la terapia abbia avuto il tempo di agire.

 

Diagnosi della tubercolosi polmonare

Per porre la diagnosi di tubercolosi polmonare bisogna decorrere all’esame radiologico, con il quale si osservano i noduli, ossia delle piccole opacità rotondeggianti di dimensioni variabili, di densità più o meno rilevante, a contorni più o meno delineati; la caverna, immagine tipica della tubercolosi che si presenta come una zona chiara, delimitata da un contorno circolare più o meno visibile, di diametro variabile, che si contrae quando il soggetto tossisce durante la radioscopia; più raramente delle opacità a nappe (o infiltrati) o opacità lineari.

Queste lesioni sono per lo più localizzate nelle regioni alte e posteriori del polmone; solo raramente possono essere più estese ed interessare contemporaneamente i due polmoni. In ogni caso la diagnosi di tubercolosi sebbene le immagini radiologiche siano tipiche, può essere posta con assoluta certezza solo dopo che si siano scoperti nell’espettorato o nel succo gastrico del paziente dei bacilli di Koch.

 

Terapia e cura 

della tubercolosi polmonare

La scoperta della streptomicina e dell’isoniazide hanno fondamentalmente modificato le possibilità terapeutiche in materia di tubercolosi. La condotta di una terapia di una tubercolosi polmonare obbedisce a regole precise: ogni forma di tubercolosi richiede una terapia specifica; la cura deve essere iniziata il più presto possibile, perché tanto più le lesioni sono recenti tanto più agevolmente guariscono; detta cura deve essere continua e protratta a lungo: solo le terapie prolungate (18-24 mesi) sono, infatti, in grado di diminuire la frequenza delle ricadute.

In pratica, il modo di curare la tubercolosi polmonare varia sensibilmente a seconda che si tratti di una infezione primaria oppure di ammalati precedentemente già sottoposti a terapia antitubercolare. La cura degli affetti da tubercolosi, mai curati con farmaci antitubercolari è relativamente semplice; è tuttavia fondamentale, prima di iniziarla, effettuare un bilancio clinico, radiologico e batteriologico. Dopo di che la terapia di attacco deve sempre comprendere i diversi farmaci associati. La terapia deve essere rigorosamente sorvegliata: è indispensabile un contatto regolare con il malato per rilevare precocemente i sintomi di una eventuale intolleranza medicamentosa. La durata del trattamento non deve mai essere inferiore ad un anno (di solito dura 18 mesi).

La cura dei malati già trattati con farmaci antitubercolari è la più difficile e dà risultati più variabili a seconda che si tratti di fallimento della terapia medica, di una ricaduta tubercolare oppure di una tubercolosi cronica di vecchia data. La cura delle tubercolosi inveterate è particolarmente complessa perché si tratta di lesioni presenti da tempo, estese, largamente cavitarie, ricche di bacilli. Nella maggior parte dei casi, si può anche instaurare una insufficienza respiratoria che somma la propria gravità a quella della tubercolosi. Perciò la prognosi di queste forme è severa. In tutti i casi bisogna osservare determinate regole igienico-dietetiche, associandole alle cure medicamentose. Fondamentale è il riposo perché svolge un importante ruolo nel processo di cicatrizzazione delle lesioni tubercolari. Altrettanto necessario risulta il soggiorno in sanatorio o in ospedale specializzato almeno nel periodo iniziale della cura.

La terapia domiciliare è permessa solo nelle forme minime che possono, tra l’altro, contare su condizioni sociali favorevoli. L’alimentazione deve essere normale. Le bevande alcoliche ridotte al minimo, l’uso del tabacco deve essere sconsigliato. La terapia chirurgica (exeresi polmonare) deve essere impiegata solo se strettamente necessaria, ed essere molto circoscritta.

 

Evoluzione della tubercolosi 

polmonare

La tubercolosi polmonare comune evolve spontaneamente o verso la guarigione, o verso la stabilizzazione o verso l’aggravamento. Gli effetti delle moderne terapie mediche possono essere schematicamente classificati in tre gruppi: guarigione, stabilizzazione, insuccesso. La guarigione è l’esito normale, riscontrabile nella maggior parte dei casi, che abbiano seguito la terapia dall’inizio fino al termine in modo corretto: dopo i primi quindici giorni la febbre cala, l’espettorato si prosciuga, l’appetito e le forze ritornano; dopo tre mesi di trattamento, il 70% degli ammalati non espettora più bacilli; dopo il sesto mese la regressione delle immagini radiografiche raggiunge il suo apice, ma può ancora proseguire sino al dodicesimo mese.

E’ opportuno ricordare che le lesioni, scoperte nel corso di un esame sistematico nel soggetto apparentemente in buono stato di salute sono quelle che guariscono meglio. L’evoluzione della malattia è spesso meno favorevole negli etilisti cronici, nei gastrectomizzati, nei diabetici male equilibrati e negli affetti da tubercolosi cavitarie di vecchia data. La guarigione così ottenuta è stabile. Il tubercolotico, una volta guarito, può reinserirsi in un contesto di vita analogo a quello del soggetto sano.

La stabilizzazione, che fa seguito ad una terapia medica prolungata, corrisponde alla persistenza di immagini radiologiche sia di tipo modulare, sia di “”cavità deterse”” o “”sterili”” per il fatto che i continui controlli evidenziano una assenza di bacilli di Koch. Tali lesioni impongono comunque controlli regolari perché possono costituire il punto di partenza di ricadute oppure un’aspergillosi (v.) sviluppatasi in una cavità residua. Gli insuccessi terapeutici sono rari; i casi in cui si verificano sono i casi conseguenti a terapie insufficienti troppo brevi, male controllate, di tubercolosi inizialmente molto estese, di associazioni morbose come il diabete, l’etilismo, la gastrectomia; raramente dipendono da una resistenza dei bacilli alla chemioterapia tubercolare.

 

Nel Mondo

Si ritiene che un terzo della popolazione mondiale sia stata infettata con M. tuberculosis, e nuove infezioni avvengono ad un ritmo di circa una al secondo. Nel 2007 vi erano circa 13,7 milioni di casi cronici attivi e nel 2010 8,8 milioni di nuovi casi e 1,45 milioni di decessi, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Il numero assoluto di casi di tubercolosi è in calo dal 2006 e di nuovi casi dal 2002. Inoltre, le popolazioni dei paesi in via di sviluppo contraggono la tubercolosi più facilmente, poiché hanno spesso un sistema immunitario più compromesso a causa degli alti tassi di AIDS. La distribuzione della tubercolosi non è uniforme in tutto il mondo, circa l’80% della popolazione residente in molti paesi asiatici e africani risultano positivi nei test alla tubercolina, mentre solo il 5-10% della popolazione degli Stati Uniti è affetta.

 

Focus Paese: Nigeria

Focus Paese: Nigeria - ATLANTIS

Nigeria: il gigante povero e malato

Qualche anno fa, si parlava della Nigeria, come di un Paese molto popoloso, la cui economia, tra le prime africane, si basava principalmente sulla produzione ed esportazione di petrolio. Le problematiche erano legate a molteplici fattori, tra i quali povertà, instabilità politica, violenza di alcune fazioni, corruzione e malattie. Da allora, cosa è cambiato?

Iniziamo con un’analisi politica. A seguito delle elezioni svoltesi nell’aprile 2015, Muhammadu Buhari è il nuovo presidente. Eletto con circa 15 milioni di voti, contro i 13 milioni del presidente uscente, Goodluck Ebele Jonathan. Un voto importante nella storia recente del Paese, poiché, per la prima volta, un politico dell’opposizione è salito al potere dopo legittime elezioni. Ma chi è Buhari? Settantaquattro primavere, musulmano, originario di Katsina, una delle regioni più povere a nord del Paese.

E’ un politico che non si “scoraggia” facilmente. Presentatosi alle elezioni tre volte, prima del 2015, ne uscito sempre sconfitto: nel 2003 contro Olusegun Obasanjo, nel 2007 è la volta di Umaru Yar’Adua, e nel 2011 contro Jonathan. In passato però, è già stato alla guida della Nigeria. Tra il 31 dicembre 1983 e il luglio del 1985, a seguito di un colpo di stato e dopo una lunga dittatura militare, Buhari impose la sua “guerra all’indisciplina”, impegnandosi nella lotta alla corruzione (storica piaga nigeriana), e pose in essere una politica protezionistica con risultati “discutibili”.

Dal punto di vista economico e sociale, la Nigeria è il più popoloso dell’Africa (oggi sfiora i 180 milioni di abitanti), con la prima economia del continente in termini assoluti di Pil, con 522 miliardi di dollari, davanti  a Sud Africa ed Egitto. Un importante balzo in avanti, è stato fatto nel corso del 2014, quando il National Bureau of Statistics nigeriano, effettuò una revisione della base di calcolo che ha portato l’aggiunta di 13 nuovi settori, come le telecomunicazioni, precedentemente esclusi. Si evidenzia, con la nuova base statistica, che il settore oil&gas resta sì uno dei principali, ma l’economia appare ora più diversificata con importanti risorse provenienti, oltre che dall’agricoltura, anche dal settore manifatturiero, e da settori in cui, in precedenza, non vi era una documentazione statistica attendibile.

Il mercato delle telecomunicazioni, forse il più interessante, rispetto ad oltre 20 anni fa ha vissuto un vero e proprio boom. Di recente, economisti ed esperti di statistica hanno messo a punto i nuovi parametri, applicandoli retroattivamente dall’anno 2010. Per capire la complessità del lavoro svolto, bastano due numeri: le basi di campionamento sono passate da 83.733 a 851.628, Consci della rapidità con la quale il mondo cambia. 

Tra i settori che prima non esistevano e adesso valgono miliardi, spicca quello cinematografico. Secondo i dati attuali, ha realizzato l’1,3% del Pil, vale a dire quasi 7 miliardi di dollari. Difficile immaginarlo per un mercato invaso quasi esclusivamente da film americani, con l’Europa strenuamente impegnata a mantenerne uno spicchio in concorrenza, e qualche pezzo di Asia. Ma nella sola Nollywood, si producono tra i 1.500 e i 2.000 film all›anno. La maggior parte circola solo nel mercato dell›home video, perché è molto più facile trovare televisori, computer e lettori dvd o blue ray che sale cinematografiche. La parte del leone la fa la piattaforma Tv Iroko. 
È un settore che sta crescendo ininterrottamente, questa l’opinione  dell’amministratore delegato e fondatore Jason Njoku. Se ne sono accorti anche gli Stati Uniti che, nel 2010, vi hanno investito 3 milioni di dollari con il fondo Tiger Global. Il vulcanico tycoon nigeriano non ha alcuna intenzione di piegarsi al capitale straniero e ha già pronti sul piatto altri 19 milioni per l’industria più dinamica del momento. Un vero e proprio miracolo economico in crescita esponenziale che, ad oggi, più che dal mercato interno, assicura grossi introiti grazie alla vendita via internet di film agli africani della diaspora, in tutto il mondo.
E poi, oltre mezzo Paese col telefonino. Nel 1990, nel Paese, c’erano 300 mila linee telefoniche fisse. Adesso più di 100 milioni di telefonini.

Il che vuol dire, comunque, che ci sono circa 80 milioni di persone che il cellulare non ce l’hanno. Inimmaginabile in Italia. Continuando con i confronti, sappiamo che il Pil nostrano supera i 2 mila miliardi di dollari. Quattro volte quello nigeriano riveduto, con poco più di un terzo della popolazione. Tanto per chiarire che i cambiamenti apportati non hanno reso improvvisamente il Paese una potenza mondiale. 

Gli ultimi dati sulla povertà non sono recentissimi, ma l’istituto nazionale di statistica riporta che nel 2010 il 61% della popolazione viveva con meno di 1 dollaro al giorno. Sei anni prima era il 54%. Le cose non devono essere troppo cambiate da allora, se il ministro delle Finanze, Ngozi Okonjo-Iweala ammette che la disuguaglianza sta aumentando, e costruire un welfare che si occupi dei più disagiati, è una delle principali sfide del Paese. La corruzione tende normalmente ad allontanare gli investimenti esteri. Con la Nigeria non è stato così negli ultimi 10 anni, quando l’Africa è stata il primo destinatario dei flussi provenienti da altri Paesi.
Secondo i dati della Conferenza delle Nazioni Unite su investimenti e sviluppo, nel 2009 avevano raggiunto gli 11 miliardi di dollari, decuplicandosi rispetto a otto anni prima. Ma negli ultimi due anni, risultano dimezzati a causa della fuga delle compagnie petrolifere, che nonostante investimenti sporadici in altri settori, come quello della Tiger Global, rimangono la principale fonte di capitali. 

Il Paese mira a rientrare nelle prime 20 economie del mondo nel 2020, con un PIL ideale di 900 miliardi di dollari e un reddito pro-capite di 4.000 dollari. Dal gennaio 2015, la Naira, per decisione della Central Bank of Nigeria, ha abbandonato l’ancoraggio al dollaro precedentemente fissato a 155 Naira per 1 dollaro USA, con banda di oscillazione del +/-2%.

La moneta è lasciata alla libera fluttuazione dei mercati, in quanto, la pressione monetaria non era più sostenibile a causa sia delle ormai scarse disponibilità di valuta. Disponibilità utilizzate a sostegno della Naira per quasi un anno, oltre a causa del parallelo tracollo del prezzo del greggio.

L’inflazione dei prezzi al consumo è passata dal 12.3% del dicembre 2012, al 8,1% registrata nell’aprile 2014, al 9,8% del 2015; le cause sono da ricercarsi essenzialmente nel riallineamento dei prezzi dei beni alimentari che dal 2012 hanno visto un incremento dovuto alle forti alluvioni che il Paese ha subito in quel periodo e ad una relativa stabilità della moneta, oltre al tracollo del prezzo del petrolio registrato nell’ultimo anno e mezzo.

Politica, economia, sanità. A proposito di sanità, la Nigeria ha alcuni tristi primati. È infatti al mondo uno dei Paesi in cui si riscontrano più casi di malaria all’anno. Secondo il World Malaria Report, redatto annualmente dalla World Health Organization, ci sono  37 milioni di infetti in Nigeria. Il dato è migliore rispetto al 2000 quando erano 47 milioni, ma ancora lontano da numeri accettabili. Lo stesso può dirsi se si verificano le statistiche, relative ai bambini infetti tra 2 e 10 anni. Insieme alla Repubblica Democratica del Congo, la Nigeria concorre per il 39% delle morti mondiali di malaria e per il 34% di nuovi casi della malattia. Oltre alla malaria, l’AIDS è un altro grave flagello. La Nigeria ha il secondo numero più alto di nuovi infetti all’anno, oltre ad una percentuale complessiva del 3,7% della popolazione che vive affetta da HIV. Tale dato è molto diversificato territorialmente, tanto da raggiungere nell’estremo sud dello Stato, denominato “Rivers” , percentuali pari al 15% (in altri termini, uno su sette ha l’HIV). Negli ultimi anni sono state adottate politiche volte alla prevenzione che hanno portato alcuni risultati tangibili, ma non ancora sufficienti.

Condizioni igienico-sanitarie precarie, un Paese diviso in due dal punto di vista religioso. Il Nord prevalentemente musulmano, il Sud cristiano e animista. La minaccia dell’estremismo islamico. Boko Haram, il gruppo jihadista fondato nel 2002 dallo sceicco Ustaz Mohammed Yusuf. L’organizzazione nata nella cittadina di Maiduguri, con la creazione di una moschea e una madrasa, ben presto strinse legami con al Qaeda. La prima azione, nella stessa Maiduguri, si concluse in un bagno di sangue per gli stessi militanti, nel 2009. Anche lo stesso Yusuf perse la vita. Yusuf venne sostituito dal suo braccio destro Abubakar Shekau, attuale leader del gruppo.

L’obiettivo dell’organizzazione è eliminare la presenza cristiana in Nigeria, rovesciare il governo federale e creare un Califfato islamico, ritornando alla situazione che c’era prima della conquista britannica nel 1903. Combatte contro tutto ciò che è ritenuto occidentale, dall’abbigliamento alle elezioni. Vuole riproporre una shari’a senza alcun compromesso con la modernità. 

Nelle prime fasi della sua esistenza, Boko Haram riceveva denaro da donatori locali che condividevano lo scopo d’imporre la legge islamica e azzerare l’influenza culturale occidentale sulla Nigeria. Più recentemente, l’organizzazione ha cominciato a ricevere finanziamenti anche da seguaci stranieri, e da false iniziative attraverso organizzazioni di beneficenza o charity foundation. L’alleanza di Boko Haram con l’Al-Qa’ida nel Maghreb islamico ha permesso al gruppo di ricevere finanziamenti da gruppi nel Regno Unito e in Arabia Saudita. Il gruppo distribuisce le sue fonti di finanziamento, attraverso l’utilizzo di una rete di agenti altamente decentralizzata. Ovvero utilizza un sistema islamico di money transfer chiamato hawala, che pone le basi su di un network di agenti worldwide che rende difficile la tracciabilità del denaro. 

Lo slogan del presidente Buhari è “Change!”. La lotta ai movimenti terroristici, gli investimenti per porre fine alla costante carenza energetica, il rilancio dei settori agricolo e minerario al fine di creare maggiore occupazione possono essere punti in agenda cruciali per provare ad avviare un cambiamento che facile non è.

Protagonisti dell’Economia

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Intervista a Gaetano Bergami. 

 

Gaetano Bergami è il titolare di BMC Air Filter, uno dei brand più rinomati nel settore motociclistico ed automobilistico. Con sede principale a Bologna, Italia, BMC è di fatto una società internazionale con filiali in Germania, Cina e India. BMC produce i migliori filtri aria di qualità del mondo, sia per la corsa sportiva che per l’uso stradale. E’ tra i principali fornitori della Formula 1 tra cui Ferrari, Mercedes.

 

Dottor Bergami, è sufficiente l’attuale Unione europea, fondata sui trattati di Maastricht e di Lisbona? 

Ritengo che l’attuale configurazione dell’Europa non sia più idonea alle sfide mondiali che la globalizzazione sta imponendo. Abbiamo necessità di una Politica Economica Europea e di una armonizzazione dei sistemi fiscali, oltre ad una forza militare europea per far fronte a problematiche che nessuna nazione europea può più risolvere da sola. 

 

Lei, in passato, ha detto che in Europa siamo davanti ad una sfida tra sistemi: quello tedesco più forte ma meno flessibile e quello italiano meno forte ma più flessibile. Questa è una partita ad armi pari?

In un mondo dove contano le dimensioni, la taglia delle nostre aziende non è più sufficientemente grande per giocare globalmente. Il sistema tedesco ha saputo conservare dei campioni nazionali in quasi tutti i settori importanti come Automotive, Chimica, Farmaceutica, Elettronica, Difesa. Noi abbiamo cercato di salvare le PMI, ma abbiamo perso tutti i settori dell’industria pesante, forse pensando, erroneamente, che i servizi avrebbero creato posti di lavoro. Vedendo la situazione attuale direi che non è più una partita alla pari perché, tranne i settori di nicchia quale Abbigliamento, Agrifood e Meccanica di precisione oltre naturalmente al turismo per il nostro patrimonio storico e naturalistico, non ci è rimasto molto altro.  

 

L’euro è una gabbia dalla quale fuggire o un salvagente al quale stare aggrappati?

L’Euro sconta un peccato originale, quando forse il rapporto di cambio fu stabilito troppo alto, ovvero 1936,27 lire per Euro. Ci fu poi una forte speculazione interna in Italia che fece raddoppiare i costi dei prodotti vanificando la nostra competitività che nel passato si era basata sulle svalutazioni della Lira. Per come è oggi la situazione, l’Euro ha permesso di avere un costo del denaro molto basso e quindi di pagare minori interessi sul nostro grande debito pubblico. Direi che andrebbe fatta una nuova politica finanziaria comunitaria con una penalizzazione anche dell’eccesso del surplus di Bilancio e non solo dell’infrazione per debito eccessivo. La moneta unica dovrebbe quindi essere gestita non solo in senso monetario, ma anche con politiche di compensazione e non solo di Fiscal compact che andrebbe modificato in senso espansivo e non recessivo.

 

Lei ricopre un ruolo associativo importante: come si difende la qualità produttiva delle PMI italiane contro l’assalto dei prodotti di cattiva qualità sul mercato interno e internazionale?

Si dovrebbe fare una politica di pubblicità del Made in Italy, elogiando la qualità dei nostri manufatti o produzioni che sono ancora mediamente di qualità superiore rispetto a quelli low cost che provengono dal Estremo Oriente. Gli imprenditori italiani sono degli eroi perché, con tassazione elevata e costo del lavoro molto alto, continuano a fare prodotti validi, ma se non implementeremo il contenuto tecnologico con molta ricerca rischiamo di trovarci tra cinque anni in guai molto seri.

 

Quanto è debole la capacità lobbistica delle PMI italiane anche in Europa? 

Oserei dire che non abbiamo capacità lobbistica in Europa perché abbiamo visto in passato che con il MADE IN che noi italiani propugnavamo fortemente, non siamo stati ascoltati; la protezione dei nostri prodotti non è stata tutelata come ci aspettavamo perché le lobby del Nord Europa non ci hanno sostenuto e questo non è certamente un buon segnale. 

 

La sua azienda ha filiali anche in Cina ed in India. Il made in Italy è un appeal sempre forte o in calo?

Posso assicurare che il Made in Italy ha sempre un forte appeal perché dell’Italia si ha un concetto di nazione seria e laboriosa e quindi credibile. Quindi i nostri Prodotti se opportunamente sostenuti avrebbero un mercato molto ampio, ma purtroppo il nostro Sistema Paese non riesce a valorizzare molto bene le nostre PMI ed i loro prodotti e quindi molto andrebbe fatto.
Basterebbe prendere come esempio la Germania che si muove come Sistema Paese ed è oggi l’unico paese Europeo veramente globalizzato.

 

Innovazione è competitività?

Certamente l’innovazione è competitività, perché i nostri prodotti, non potendo competere sui prezzi a causa degli alti costi, devono necessariamente avere un alto contenuto innovativo. Ritengo che l’innovazione possa essere l’unico driver per poter mantenere in Italia un sistema industriale importante e di conseguenza anche i posti di lavoro ad esso collegati.

Solo con l’innovazione si potrà creare occupazione e dare opportunità per le migliaia di giovani che purtroppo oggi vediamo emigrare. Ci può essere innovazione in tutti settori, dalla Moda all’Agricoltura fino alla Meccanica; in tutti i prodotti oggi l’innovazione può creare quel plus valore che renderebbe competitivi anche prodotti più costosi, ma sicuramente di performance e qualità superiore. E francamente non vedo altre strade. A questo proposito dovremmo parlare di ricerca di base e di ricerca applicata, ma tali tematiche richiederebbero ulteriori approfondimenti.  

 

Tra il 2017 e il 2018, si svolgeranno molte tornate elettorali importanti: Italia, Russia, Germania, Francia, etc. Le imprese, spesso, hanno necessità di garanzie di stabilità politica. Quali preoccupazioni desta questa incertezza futura?

R. Viviamo in tempi difficili e le elezioni possiedono un’ alea molto elevata considerando le politiche nazionalistiche di alcuni partiti coinvolti nei paesi che andranno al voto. Le imprese avrebbero bisogno di stabilità, ma si stanno abituando velocemente a gestire “il CAOS” che potrebbe sorgere nel periodo post elettorale e che avrebbe ripercussioni economiche. E’ una condizione oggettivamente difficile per gli imprenditori, ma che dovremo affrontare senza farci prendere dal panico. Il bravo capitano si vede con mare forza sette e non con mare piatto. 

 

Spera in Trump o teme Trump? In Germania spera in una vittoria o in una sconfitta della Merkel? E se in Francia vincesse la Le Pen?

Si può ritenere che Trump per gli Stati Uniti possa rappresentare uno shock positivo, vedasi la Borsa USA ai massimi. Lui vorrebbe rendere gli Stati Uniti forti di nuovo… e se le multinazionali USA fino ad oggi hanno portato le produzioni all’estero… lui si impegnerà a farle rientrare, come sta già accadendo. Rimpatriare i miliardi di utili contenuti nei forzieri dei paradisi fiscali grazie ad operazioni di favoritismo fiscale, ora nel mirino della UE, potrebbe avviare un grande programma di opere pubbliche che ci fanno ripensare a Keynes, pensiero condiviso da molti schieramenti. 

In Germania la Merkel ha forse sbagliato con la politica dell’immigrazione e gli attentati di Berlino assieme agli altri atti terroristici hanno fatto perciò crollare il suo consenso politico e fatto crescere gli ultra Nazionalisti come AFD. Le intenzioni forse erano ponderate, ma la paura a seguito degli attentati ha modificato la percezione di tale politica.

In Francia sembra vi sia una difficoltà di fondo nell’integrare gli immigrati di 2° e 3° generazione e questo, unito agli attentati avvenuti in Patria (Parigi e Cannes), ha fatto crescere il consenso verso la Le Pen; non credo possibile immaginare che la Francia possa uscire dall’Euro e pertanto ipotizzerei che i francesi si possano unire sul candidato unico suo oppositore come già è accaduto in Austria. In caso contrario potrebbe verificarsi la fine del sistema Europa, come oggi lo intendiamo, con conseguenze economiche di difficile interpretazione.

La Brexit ha aperto scenari molto complessi che richiederanno forse un ripensamento dei trattati dell’Unione.

 

I finanziamenti europei rappresentano una fonte di liquidità importante per le imprese. Perché in Italia non sempre sono utilizzati in modo ottimale? 

I risultati non ottimali si evincono dagli scarsi fondi che riusciamo a portare in Italia con i progetti comunitari. Il tasso di successo dei progetti italiani è mediamente tra il 7 e 8 % e questo significa che lasciamo in Europa circa 6 miliardi di fondi che potrebbero creare molti posti di lavoro. È vero che forse siamo carenti di progettualità, ma io direi anche che le valutazioni europee sono molto burocratiche e non molto incentrate sul valore insito nei progetti. Insomma forse ci sarebbe qualcosa da rivedere anche sulla modalità di valutazione dei progetti europei.

Eccellenze Italiane nel Mondo

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IL DILÀ METODO CLASSICO BRUT NATURE 2014 DI CANTINA MAELI, NEI COLLI EUGANEI, TRA I 10 MIGLIORI VINI 2016 DELL’AGENZIA “BLOOMBERG”.

 

 

 

Tra le tante classifiche e selezioni di fine anno sul mondo del vino, ce ne è una da segnalare in particolare, perchè rivolta al pubblico dei più ricchi e dei big spenders, che sono il target prediletto dell’agenzia “Bloomberg”, specializzata in temi che riguardano la finanza internazionale. E che ha stilato la lista dei 10 migliori vini selezionati tra gli oltre 4.000 degustati dalla sua firma critica enoica Elin McCoy. Che, tra tante proposte, ha selezionato una sola etichetta del Belpaese, il Dilà Metodo Classico Brut Nature 2014 di Cantina Maeli, una delle realtà emergenti del vino italiano. 

“Dilà, prodotto in sole 2.960 bottiglie, è un tributo a un vitigno, il Moscato Giallo, che noi valorizziamo come una chicca del nostro territorio vulcanico dei Colli Euganei. Siamo onorati di essere nella classifica dei top ten wines 2016 di Bloomberg”, affermano Elisa Dilavanzo e i fratelli Gianluca e Desiderio Bisol, che hanno creduto in questa realtà unica nei Colli Euganei. 

Nella selezione di Elin McCoy, vini da ogni angolo del mondo: dalla Francia ci sono il 2014 Domaine Leflaive Chevalier-Montrachet, il 1966 Chateau Leoville-Las Cases, il1985 Paul Jaboulet Ainé Hermitage La Chapelle e il 2010 Domaine François Raveneau Chablis Montée de Tonnerre; dal Portogallo arrivano il 1937 Quinta do Noval Colheita, il1983 Casa Ferreirinha Barca-Velha ed il 2015 Azores Wine Company Arinto dos Açores Pico Branco 2015; dalla California, invece, il 1969 Robert Mondavi Cabernet Sauvignon, ed il 2014 Drew Morning Dew Ranch Pinot Noir. 

 

Eccellenze italiane nel Mondo

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Eccellenza, lifestyle e scienza del vino italiano

 

 

Il vino italiano continua a rappresentare l’eccellenza dell’italianità, ricevendo sempre più apprezzamenti in ogni parte del mondo. È riconosciuto, innanzitutto, per la sua qualità, ma anche come icona di un lifestyle che sintetizza alla perfezione sapienza produttiva, buon gusto e buona tavola.

I numeri della vendemmia 2016 parlano chiaro. L’Italia ha una grande tradizione vinicola, e la coltivazione delle vigne rappresenta una componente essenziale dell’economia del nostro Paese. Il settore produce quasi 10 miliardi di fatturato dalla vendita del vino e offre lavoro, nella filiera, a 1,3 milioni di persone. Gli ettari di vigne coinvolte sono 650 mila, di cui 480 mila sono DOCG, DOC e IGT. Sul territorio nazionale, sono presenti più di 200 mila aziende vitivinicole.

Da un’analisi di Coldiretti, si evidenzia che, nel 2016, il vino è la prima voce dell’export agroalimentare italiano. Questo primato colloca il nostro Paese davanti alla Francia, con il Veneto che si conferma la principale regione produttrice. Aumento dei numeri anche in Emilia Romagna e Piemonte, in fase di “stallo” Trentino Alto Adige, Sicilia e Lombardia. Analisi a parte merita la Puglia, dove lo scenario è variegato. Infatti ci sono flessioni importanti su alcune varietà, ed incrementi altrettanto di nota su altre.

Il successo del nettare di Bacco, è rappresentato per oltre il 40% da 332 vini a denominazione di origine controllata, e da 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita. Il 30% è attribuibile ai 118 vini a indicazione geografica tipica, mentre il restante 30%, riguarda i vini da tavola.

Sempre Coldiretti, ha altresì implementato uno studio riguardo i settori merceologici che vengono attivati grazie allo sviluppo del mercato vitivinicolo. Dall’industria del vetro per le bottiglie e i bicchieri, alle industrie del sughero per i tappi, agli accessori, ai trasporti, all’enoturismo, alla cosmetica, alle bioenergie ed altro ancora. Riguardo i dati relativi alle esportazioni, è doveroso notare come il nostro vino abbia successo in casa d’altri Stati produttori.

La Francia, ad esempio, ha acquistato vino italiano con una maggiorazione del 5%. Gli Stati Uniti con una maggiorazione del 3%. L’Australia addirittura con un incremento del 14%, ed infine la Spagna, con un aumento dell’1%. Tornando alla Francia dove si produce lo Champagne, il nostro spumante fa segnare un incremento a doppia cifra di circa il 57%. Negli States, invece, volano il Chianti, il Brunello di Montalcino, Pinot Grigio, Barolo e il Prosecco, quest’ultimo molto apprezzato anche in Germania e Regno Unito, insieme all’Amarone della Valpolicella e al Collio.

Per valorizzare la crescita del made in Italy, è necessario promuovere e tutelare le diversità dei prodotti italiani che rappresentano la vera ricchezza del Paese, oltre a curare, parlando anche del vino, la qualità e l’identità di ogni singolo prodotto rispettando i principi di correttezza e tutela.

I controlli ed in genere la vigilanza sulla correttezza della attività vitivinicola viene sempre più a connotarsi dall’adozione di sistemi e metodologie analitiche sempre più sofisticate e scientificamente evolute.

Sotto un profilo tecnico/amministrativo, questi nuovi metodi analitici apportano certamente un importante contributo informativo. La protezione dei prodotti made in Italy, esige una costante attenzione del legislatore che sia ispirata ad una conoscenza profonda della materia e consenta di reprimere i comportamenti effettivamente lesivi, con pene adeguate e certe. Per conseguire tale obiettivo, serve una particolare attitudine investigativa, con ausilio di metodologie scientifiche sempre più sofisticate, atteso che l’area è divenuta di interesse persino della criminalità organizzata, per l’alta remuneratività che assicura.

La costante sensibilità e alta competenza specifica della magistratura, nell’accertamento dei fatti, deve potersi avvalere di ogni mezzo che la legge e la scienza mette a disposizione.

La forza della prova scientifica può essere un alleato di straordinaria importanza, nel contrasto alla contraffazione, anche nei suoi scenari internazionali, in ragione del fatto che, il linguaggio degli scienziati, è per definizione globale e investe una comunità, quella degli studiosi, che si relaziona in termini globali.

Unica criticità può essere legata alla mancata adozione di una concezione moderna della prova scientifica, e quindi all’attribuzione ad un risultato scientifico del valore di una verità assoluta.

Nella produzione del vino, le procedure impiegate per il controllo della qualità, sicurezza e autenticazione del prodotto, risultano fondamentali e in accordo con le esigenze del consumatore. Una componente importante del valore commerciale di un vino, è connessa a parametri fortemente legati alla storia ed alla provenienza geografica del prodotto. L’autenticazione di un vino avviene attraverso un processo analitico che permette di verificare se un prodotto è conforme a quanto dichiarato in etichetta: categoria di qualità, origine geografica, anno di vendemmia e cultivar. Il riconoscimento di adulterazione o dichiarazione non conforme a quanto riportato in etichetta, rappresenta un compito del controllo ufficiale del vino a protezione e vantaggio del consumatore. Il termine generale di “adulterazione” si riferisce a diversi tipi di frode 1) la diluizione del vino con l’acqua; 2) l’aggiunta di alcool, coloranti e aromi; 3) il blend con vini di qualità inferiore o di altra denominazione non consentita; 4) l’uso fraudolento di uve di altra origine geografica o di varietà non consentite dal disciplinare di produzione.

L’argomento è tutt’altro che semplice, in quanto la legislazione presenta differenze tra Paesi diversi. Per esempio: lo Stato della California, permette l’aggiunta di un minimo di acqua per favorire la normale fermentazione del mosto, vietata invece dalla legislazione UE. Poiché l’adulterazione del vino è un problema attuale, esiste la necessità di approcci analitici adatti per lo studio dettagliato della composizione chimica del vino e per i suoi cambiamenti dovuti ad adulterazioni. 

Il vino presenta una composizione chimica molto complessa, dovuta non solo alla natura della materia prima, l’uva, ma anche al processo fermentativo e ai trattamenti tecnologici cui viene sottoposto - causa di profonde modifiche al prodotto finito -. Per questo l’approccio all’autenticazione del vino avviene per mezzo di metodi analitici che ricercano composti legati all’uva di partenza; alcuni si basano sui profili di elementi presenti in tracce, sui composti fenolici, sulle molecole aromatiche di origine varietale, e sui rapporti isotopici per mezzo di cromatografia e spettroscopia. Nei vini, solo la combinazione di analisi strumentale e statistiche multivariate permetterebbe la classificazione di vari prodotti secondo la varietà, l’origine geografica ed alcuni aspetti del processo enologico. La relazione tra i dati isotopici del vino e le variabili fisiche che descrivono il clima e la geografia dell’area di produzione, è da sempre un argomento d’interesse, considerato l’elevato numero di articoli scientifici pubblicati sull’argomento, e valutata l’implicazione e la ricaduta economica sul mercato attuale del vino, che fa dell’origine una forte strategia di mercato.

L’analisi isotopica è utilizzata essenzialmente per valutare l’aggiunta illegale di zucchero (13C/12C), etanolo (D/H) e acqua (18O/16O). In particolare, il 13C/12C e il D/H viene misurato per controllare la “capitalizzazione”, cioè l’aggiunta di zucchero di barbabietola o di canna da zucchero prima e durante la fermentazione del mosto. Il rapporto 18O/16O può segnalare l’aggiunta fraudolenta di acqua, che è caratterizzata da un valore molto basso di 18O rispetto al succo d’uva. I tre valori isotopici sono inoltre strettamente legati alle caratteristiche climatiche e geografiche dei territori viticoli, per questo l’UE possiede una banca dati ufficiale per i parametri isotopici dei vini, realizzata da tutti gli Stati produttori. Il campione di vino viene definito “non autentico” quando i valori isotopici non rientrano nell’intervallo di variabilità naturale, determinata ogni anno sulla base di campioni di riferimento raccolti ufficialmente ed analizzati in ogni Stato europeo. In verità, la variabilità di questi rapporti isotopici è collegata all’origine botanica dello zucchero dell’uva e alle caratteristiche climatiche e geografiche dell’area in cui la pianta cresce. 

Proprio perché legato all’acqua e alle variabili climatiche ambientali, il rapporto isotopico che presenta maggiore carattere aleatorio è il 18O/16O. Come riportato nella letteratura scientifica, l’area geografica e la latitudine di produzione dell’uva non rappresentano l’unico elemento di variabilità del parametro 18O/16O, ma dipende anche dalle caratteristiche climatiche in cui la pianta (vite) cresce. Infatti, il 18O/16O dell’acqua mostra una correlazione lineare, anche se con un certo margine di errore, con la temperatura e la quantità di precipitazioni. Inoltre viene influenzato anche da altri parametri climatici e non:

 

anno di produzione

giorno di raccolta dell’uva

climi con elevata variabilità, sia in termini 

di macroclima che di microclima

irrigazione (diminuisce il valore)

altitudine

latitudine

precipitazioni

temperatura

umidità relativa

stress idrico

quantità di pioggia prima della vendemmia

esposizione del vigneto

capacità idrica del terreno

 

Proprio perché il 18O/16O è legato a numerose variabili ambientali e climatiche, risulta cruciale realizzare banche dati veramente rappresentative del territorio del vino in esame. Inoltre è risaputo che specialmente durante la raccolta dell’uva, in molte aree geografiche, esiste un’elevata frequenza di fenomeni piovosi brevi, più o meno intensi e a carattere locale, che possono modificare in modo molto importante il 18O/16O. Perciò, considerata la complessità di molte zone d’interesse viticolo-enologico, risulta fondamentale campionare il prodotto sul territorio in modo dettagliato e rappresentativo nei suoi aspetti geografici e climatici.

Un tipico esempio di complessità geografica e climatica, è dato dall’areale di produzione del vino Prosecco. Infatti il territorio si caratterizza per la presenza di zone montane, pedemontane, collinari (moreniche, tettoniche e vulcaniche), pianeggianti (alluvionali) e costiere (lagunari), comprendenti le nove province veneto-friulane della DOC. La complessità geografica, caratterizzata da un mosaico di microclimi, rappresenta la peculiarità del comprensorio, responsabile di quelle caratteristiche organolettiche del vino tipiche in ogni singola area (terroir), dove grandi e piccoli produttori, pur sotto la stessa DOC, possono vantare l’unicità del loro prodotto. 

Nel disciplinare di produzione del Vino Prosecco DOC possono essere utilizzate fino ad un massimo del 15% di otto varietà di uve (Bianchetta, Perera, Verdiso, Glera lunga, Pinot grigio, Pinot bianco, Pinot nero vinificato in bianco, Chardonnay) provenienti dalla zona di produzione delimitata dal disciplinare. Inoltre, per la produzione del vino spumante Prosecco DOC può essere effettuato un taglio fino al 15%, in alternativa all’uvaggio precedentemente riportato, con vino Chardonnay, Pinot bianco, Pinot grigio e Pinot nero (vinificato in bianco). Mancano dati scientifici che riportino l’effetto di uvaggi e tagli sulla variazione del valore del δ18O, mentre è risaputo che il rapporto 18O/16O varia a seconda della cultivar.

Per questo motivo, in zone vitivinicole così complesse sotto l’aspetto geografico e climatico, particolarmente presenti in Italia, risulta azzardato attribuire al parametro 18O/16O importanza assoluta e valore unico di autenticazione e tracciabilità di un vino. Come riportato in letteratura scientifica, “è importante precisare che per una completa prova di autenticità, la valutazione di dati analitici di base (etanolo, zuccheri, acidi, ecc.) risulta di primaria importanza”. Essi sono infatti i primi indicatori di un’adulterazione e quindi indispensabili ed ugualmente importanti. La combinazione di metodi analitici convenzionali e specialistici rappresenta un modo promettente per provare l’autenticità di un vino e per individuare adulterazioni (Norbert et al). Secondo quanto riportato da Calderone et al., è importante sottolineare che solo un’analisi multi-isotopica, di più elementi e di più composti permette una valutazione dell’autenticità di un prodotto alimentare”. 

 

Diritti Umani

Diritti Umani - ATLANTIS

La guerra delle Donne

 

 

"Polemos è il padre di tutte le cose".

Incuriosita da questa frase che mio figlio aveva riportato nella bacheca del suo contatto whatsapp, sono andata a cercarne il significato.

"Polemos è il padre di tutte le cose"; è un frammento di Eraclito di circa duemila e cinquecento anni fa; eppure rimane una sorta di bandiera di tutta la cultura occidentale e non solo. 

Il frammento dice proprio che la guerra, in tutte le sue forme, è l’unico arbitro della vita, ed in particolare per ciò che rappresenta nel vivere quotidiano dell’essere umano. 

Se per un attimo chiudessimo gli occhi e andassimo indietro nel tempo sui libri di scuola, ci renderemmo conto che in ogni epoca vi sono state guerre. Cambiavano l’arte e la filosofia. Cambiavano e miglioravano gli strumenti di lavoro. Aumentava la conoscenza. L’esplorazione di nuovi continenti ma l’unica cosa che non cambiava mai erano i conflitti fra i popoli.

Insieme alle feste comandate, nel calendario gregoriano vengono evidenziate le ricorrenze della festa della mamma, del papà, dei nonni e le celebrazioni patriottiche. Queste in particolare le si cercano con  interesse per vedere se ricorronoin giorni lavorativi o festivi costruendo su “ponti” o weekend, brevi vacanze. 

Poi, all’improvviso, spuntano le giornate della memoria. Una settimana dove i film divenuti negli anni icona del cinema commemorativo vengono regolarmente proiettati. Tante le iniziative promosse da associazioni, scuole e comuni. Poesie, disegni, diari di guerra e prigionia  diventano ciclicamente  protagonisti per qualche giorno. Parole che passano leggere nella quotidianità degli studenti più grandi, ormai conoscono contenuti e miserie di fatti tanto lontani, storie sentite tante volte, immagini color seppia che mostrano corpi scheletrici dentro pigiami a righe più grandi di tre taglie.

Crescendo perdiamo la memoria? Crescendo abbiamo bisogno di giornate commemorative per aprire il bagaglio degli errori commessi dai nostri nonni? Che cosa ci ha insegnato la guerra combattuta poco più di mezzo secolo fa?

La guerra a volte nasce dentro casa. Due fratelli pensano di avere ragione, credono di avere entrambi diritto, pretendono di ricevere soddisfazione. Si allontanano, accumulano rancore, odio, insoddisfazione e poi si attaccano. Nascosti dietro buoni propositi, i famigliari dell’uno e dell’altro sostengono il proprio generale alimentando l’astio fra due uomini che hanno lo stesso sangue. Essi però, stanno bene attenti a non esporsi in prima persona per mantenere integri quei rapporti che, nel tempo, potrebbero tornare utili. Accecati da un ritorno personale dimenticano che nessuno dei due uscirà  vincitore e senza ferite. 

Questo succede anche fra Nazioni dove vi sia interesse strategico ed economico. I sentimenti che muovono il conflitto sono gli stessi che alimentano l’odio fra i due fratelli. Cambiano le dimensioni, ma il fine è lo stesso. Avere potere, prevaricare sull’altro  in nome della Giustizia e del Diritto. Appropriarsi di risorse, saccheggiare e derubare intere città, radere al suolo anni di civiltà che appartiene a tutto il mondo e che, per secoli, ha resistito alla forza bruta delle intemperie, ma non alla scelleratezza dell’uomo.

Non prendere posizione a sostegno dell’una o l’altra parte, equivale ad essere complici della disfatta. Scegliere di non intervenire laddove non vi siano risorse appetibili da difendere e sfruttare, non ci rende diversi da chi alza il braccio contro un’ altro essere umano e con il machete pone fine alla sua vita.

A volte pensiamo che i nostri figli siano lontani dalla bruttezza del genere umano, Li abbiamo cresciuti, amati, difesi. Spesso tenuti lontani dai campi di battaglia sperando che altri, combattessero per loro .

Poi invii un breve sms a tuo figlio per dirgli che fai tardi e leggi una frase così forte sulla schermata del telefonino che non può lasciarti indifferente e gli domandi perché, a vent’anni, abbia questo pensiero.

Come genitori veniamo spesso accusati di non essere attenti a quello che fanno i nostri figli; allo stesso tempo veniamo accusati di essere troppo presenti e, le mamme soprattutto, di essere “mammone” e condizionarne il futuro. Come erano mamme le madri dei terroristi, le madri dei ragazzi che muoiono per eccesso di droga e alcool, le madri dei figli che si uccidono?

Ci sono madri disposte a  sacrificare i propri figli in nome della religione. Li trasformano in martiri e ne sono orgogliose e fiere.  

Corpi da ricomporre a caso per la sepoltura. Carne lacerata, sangue assorbito da terra polverosa. Bambini che della guerra non dovrebbero neppure sentir parlare diventano armi viventi e muoiono, senza sapere perché.

Si allevano maiali, vacche, polli, galline, tacchini per il macello, non bambini! Se la Guerra in tutte le sue forme è l’unico arbitro della vita, le Madri di tutte le religioni, Nazioni e politiche, dovrebbero piangere insieme per una vita spezzata, dovrebbero darsi la mano e creare un muro a protezione di tutti i figli. Cantare un inno alla vita nella propria lingua e lasciare che le parole trasportate dal vento, diventino una sola e unica melodia. 

 

Comunicazione

Comunicazione - ATLANTIS

 Tra le righe del mondo: parole disperse

 

di Riccardo Palemerini

 

Chi ti ha dato la patente?

Fare impresa è un’opportunità, non un diritto. 

 

Patente: dal latino patentem (participio presente di PATEO, sono o sto aperto); dal greco peto o petannymi (apro, spando, allargo), petalos (largo, piatto). A livello sostantivo assume il significato di Lettera, Diploma, Certificato accordato da un’autorità con cui si conferisce una qualifica, si concede un privilegio o la facoltà di esercitare una professione, un mestiere, un commercio; propriamente «Lettera aperta da mostrare a tutti»(cit. etimo.it).

 

L’Italia, come molti altri Paesi moderni, modernizzati ed orientati all’innovazione tecnologica, prevede una serie di «patenti» negli ambiti più differenziati possibile. A parte la classica patente di guida (che scala anche nel cosiddetto patentino per la guida dei ciclomotori) ci sono patenti linguistiche, licenze, patenti e patentini tecnici che abilitano allo svolgimento di specifiche attività certificando abilità acquisite attraverso un corso di formazione.

L’economia di un Paese e così, ampliando la scala, l’economia in generale si regge sulle attività imprenditoriali. Fare impresa: la parola impresa, etimologicamente, deriva da imprèso (participio passato di imprèndere) ovvero ciò che qualcuno imprende, piglia a fare. Il significato moderno deriva dal senso di « Unione di un corpo figurato o di un motto » che, in origine, significava l’intento che si proponeva un cavaliere, il concetto che lo ispirava quando assumeva quel segno come propria bandiera (cit. etimo.it). Compiere un’impresa era quindi un’azione che per scopo aveva un ideale.

Tra i tanti requisiti richiesti a vario titolo agli imprenditori stessi, cavalieri moderni, non c’è la patente da imprenditore. Condottieri moderni che ben sanno come forgiare una spada ma che spesso non hanno mai imparato ad usarla e tantomeno hanno appreso di tattica o strategia di combattimento.

Finché il mercato trainava l’abilità tecnica, applicazione di creatività, inventiva e manualità eccelse, consentiva di crescere. Esercito fatto di spade: se produco spade sono forte nell’arte della guerra.

Quando il mutare dei tempi e la misura dei rapporti di forza hanno costretto i nostri armigeri a scendere sul campo ed a misurarsi in tecniche non proprie, gli effetti del cambiamento hanno iniziato ad essere devastanti.

Eppure continuiamo ad attendere che « le cose cambino » senza comprendere che sono già definitivamente cambiate e lo facciamo mandando in campo anche le nuove generazioni senza alcuna patente.

Abbiamo sì i generali e i « ministri della guerra » (i laureati); questi, però, raramente conoscono il campo di battaglia per quello che è nel quotidiano, fatto di persone concrete, fattive ed un po’ romantiche. 

Abbiamo gli armigeri che non conoscono le strategie, il campo di battaglia, le tecniche di combattimento e, spesso, nemmeno i codici di ingaggio fatti di scenari normativi e fiscali, per non dire finanziari, in costante mutamento.

Sarebbe ora di imporre a chi vuole fare impresa, aprire una propria azienda, di dotarsi delle competenze minime che servono ad agire ed interagire da imprenditore moderno in uno scenario comunque globale.

Non si avvia senza patente perché questa è la base per l’imprenditore stesso e, di conseguenza, per vedere lo sviluppo di un’economia più consapevole, più equilibrata, più sana.

Percorsi base per novelli imprenditori, altri delimitati ad hoc per chi sia già imprenditore e, pur se non obbligato, voglia davvero mettersi in gioco e crescere.

Percorsi integrati nella formazione secondaria di secondo grado e ad integrare quella universitaria, per i nuovi generali e « ministri della guerra » (qui intesi come manager e professionisti) del futuro.

Conoscenza e competenza alla base di un nuovo Rinascimento che riscopra il prezioso ed inestimabile connubio tra Arte, Scienza ed Impresa, italico valore ancora oggi senza eguali. 

Dobbiamo recuperare quel connubio di competenza e creatività che ha fatto dell’Italia il Paese dell’inventiva. 

Il Rinascimento italiano è un periodo storico che ancora oggi anzi, soprattutto oggi, è studiato ed approfondito in molti Paesi stranieri. Proprio in Italia si è perso di vista quale sia il fondamento di una fase di sviluppo creativo che non ha più avuto eguali.

I vari Leonardo, Michelangelo e tutti i cosiddetti artisti nelle varie forme espressive in cui si sono cimentati e realizzati erano degli scienziati, grandi studiosi della società, della tecnica, della scienza. Studiavano il corpo umano fino a riuscire a dare plasticità e movimento al marmo ed alla tela; studiavano dimensioni e prospettiva fino ad immaginare le città viste dal cielo; studiavano la dinamica e la fisica fino a progettare macchine inimmaginabili e così con gli scritti. La conoscenza e la ricerca erano alla base della creatività. Sapevano poi « tener di conto » e conoscevano molto bene leggi e normative. Tanto bene da saperle violare dipingendo o raffigurando con linguaggi « tra le righe » riservati a pochi colti a discapito di altri colti. Erano infatti imprenditori artigiani, lavoravano su commissione, a contratto.

Un connubio unico ed ineguagliato tra Arte, Scienza ed Impresa. Ciò che ancora oggi dovremmo rifare nostro per un nuovo, concreto Rinascimento che non nasca dall’imitare modelli che non ci appartengono ma dal rimodellare il nostro per contestualizzarlo nella moderna economia.

Per fare questo, non si può condurre senza patente, lo stato dell’economia ci evidenzia quotidianamente anche questa realtà.

Cultura: l’arte contemporanea mediorientale e iraniana

Cultura: l’arte contemporanea mediorientale e iraniana - ATLANTIS

Minacce estremiste nell’arte contemporanea mediorientale e iraniana?

Infilare fenomeni geopolitici in schemi prestampati, incasellando “Paesi ad alto rischio di radicalizzazione islamica” e “Paesi Amici” è un timido approccio globale. Violenza e fanatismo s’intersecano in traffici e corridoi commerciali, dove l’ideologia vive anche in terreni inaspettati. Come l’arte, ad esempio. Non un teatro strategico di maschere nere e sangue. Non minacce slogan che pretendono di accentuare il bipolarismo tra buoni e cattivi, modernità e tribalismo, Occidente e Mondo Islamizzato, noi e loro. Il palco è mediorientale e la trasmissione all’Occidente scorre su un piano culturalmente enfatizzato nel suo spessore: l’arte contemporanea. Non una necessità comunicazionale immediata, ma un registro cammuffabile dalla libertà dell’espressione artistica. Espressione che può essere perimetrata o gode di una grammatica infinita?

Dubai e Doha sono le due piazze principali per il filtraggio dell’arte contemporanea araba e iraniana destinata all’Occidente. La maggior parte degli artisti mediorientali e iraniani ha una produzione artistica che rientra in un percorso concettuale incentrato sull’atto culturale di decostruzione e re-invezione; vengono elaborati spunti di riflessioni sulle condizioni sociali all’interno della cultura islamica, spesso reinterpretando l’arte tradizionale (miniature, arabeschi, etc..). Ci sono altresì degli artisti che si discostano da tale imprinting artistico/concettuale. Opere estreme e cariche di riferimenti criptici. Simbolismi che sembrano riportare messaggi subliminali, ma anche immagini esplicite che sembrano indirizzarsi verso una propaganda anti-occidentale.

Di seguito l’analisi di alcuni quadri che sembrano contenere riferimenti ad una cultura religiosa islamica radicalizzata in precetti che si addossano contro un Occidente che risulta lontano da qualsiasi integrazione, similitudine, cooperazione. Le opere prese in esame sono state esposte in case d’asta e gallerie mediorientali o proposte sul web. La mobilità degli artisti e del sistema dell’arte contemporanea nel suo complesso, frutto di una globalizzazione che si riflette anche nelle arti visive moderne, fa si che il collocamento fisico delle opere in un contesto internazionale sia mutevole; spesso in tempi molto brevi.

 

Nel disegno (figura 1) sono rappresentati una ragazza occidentale e un cane. Entrambi i soggetti sono sporchi di sangue. Assumono un’espressione quasi demoniaca che sembra renderli complici di un atto barbarico e inquietante. Il volto vampiresco, deformato e sanguinante della donna si contrappone alla sua fisicità e alla posa naturalmente sensuale che assume (che evidentemente la identifica, insieme allo stile e alla moda, come “occidentale”). Il cane non è un animale apprezzato nella cultura islamica. L’Islam più rigoroso ha proibito di tenere cani domestici ad eccezione di quelli da guardia e di caccia. Ciò è spiegato nel Corano nella risposta alla domanda n. 69777, dove il profeta Maometto disse: “Gli angeli non entrano in una casa in cui vi è un cane”.

Il cane, animale non gradito ad Allah, nell’arte dell’artista iraniano Mohsed Ahmadvand è spesso associato a donne occidentali. Così come si vede nel quadro “senza titolo” dello stesso autore in Figura 2. Da notare il volto deformato della donna e lo sguardo che, con l’unica pupilla disegnata, guarda verso l’alto. Nell’arte di Ahmadvand gli occhi delle figure classificate come “occidentali” o non presentano pupille, o sono deformi perdendo di definizione, o non guardano mai l’osservatore. Sono rappresentati sullo sfondo azzurro della maglietta della figura femminile due combattenti della Zorkana; il loro sguardo è fisso e diretto. La Zorkana è un’antica e valorosa disciplina persiana alla quale partecipano uomini puri spiritualmente, quindi musulmani degni di essere tali. La denigrazione per la figura principale è accentuata attraverso lo stereotipo della fetta d’anguria, che sembra trafiggere spiritualmente il capo della donna. L’utilizzo dell’immagine del “watermelon” è uno stereotipo razzista americano nei confronti degli schiavi afroamericani, in voga soprattutto agli inizi del ‘900 negli USA. I difensori della schiavitù usavano tale frutto per denigrare la popolazione africana, catalogarla come ignorante e burlarsi della loro semplicità. 

 

Scene forti quelle rappresentate da Oussaba Diab, artista di Damasco con origini palestinesi (Figura 3,4); immagini simbolo del Rinascimento italiano e della cultura giudaico-cristiana vengono sradicate dal loro originale significato religioso e riadattate in un’ottica estremamente provocatoria. In “The Last Supper” (2013) (Figura 3) l’ultima cena leonardesca è tramutata in una scena blasfema in cui capeggia e si differenzia una figura centrale associata ad un rosa. La rosa, oltre al martirio, simboleggia Maometto; essendo proibito rappresentare iconograficamente il profeta, tale fiore è evidentemente utilizzato per identificarne l’identità. Maometto sostituisce Cristo. I “discepoli” di Diab, anch’essi coperti da una kefiah, vengono associati alla maschera di Guy Fawkes, simbolo internazionale di resistenza e ribellione; di chi è capace di difendere i propri ideali anche di fronte alla tortura. Il quadro in figura 4 è immediato nel suo significato che risulta esplicitamente anti-biblico. La scena sacra che introduce è una delle più famose immagini rinascimentali: la michelangiolesca “Creazione di Adamo”. Nello specifico riporta il dettaglio degli indici alzati prima di entrare in contatto, metafora della scintilla vitale che passa dal Creatore ad Adamo. Nella nostra scena “Adamo” veste i panni di un soggetto maschile, coperto da una kefiah. Egli impugna con la mano destra un sasso ed è rappresentato nell’atto di lanciarlo verso il Creatore (anche se questo è tagliato dalla scena). Il messaggio sembra essere palese: l’uccisione del Dio biblico.

In conclusione, l’esame si focalizza un altro artista iraniano, Amir H Fallah; famoso per i suoi bouquet di fiori caoticamente innaturali e il caos rappresentato da forme colorate su sfondi scuri molto contrastanti. Nel dipinto preso in esame (Figura 5) sono rappresentati due soggetti seduti: uno femminile e uno maschile. Elementi tubolari dividono lo spazio prospettico creando una divisione tra i due attori. La figura maschile, posta alle spalle ed elevata rispetto a quella in primo piano, ha la pelle scura ed è coperta da un drappo di tessuto con motivi zebrati. Nella mano destra, collocata nella delineazione spaziale dove è presente la donna, mette in mostra un orologio che segna le 4.20 (AM o PM). La figura femminile, anch’essa coperta, è adornata da una preziosa collana. Vicino a lei vi sono: una piccola statuetta (un idolo animale), una pianta verde e delle scarpe sportive. Nella complessità del simbolismo dell’artista una chiave di lettura potrebbe essere identificare la figura femminile come ebraica. Il primo elemento che porta a pensare a questo è l’idolo; che potrebbe identificare la statuetta del vitellino d’oro. L’altro elemento è l’appariscente collana che potrebbe simboleggiare l’egemonia ebraica sui mercati mondiali di pietre preziose. Spostando l’attenzione sulla figura maschile potrebbe essere significativo l’orario (4.20) indicato dalle lancette dell’orologio. Pensandolo come numero (“420”), e non come ora, ci ricollega a uno slang afghano che identifica con queste cifre una persona pericolosa e disonesta. Un’accezione talmente negativa che tale numero è stato utilizzato da delle “teen gang” di rifugiati islamici (soprattutto in Australia, ma anche in America), spinte da ideologie estremiste. Di seguito la figura della loro bandiera (Figura 6). Un messaggio di denigrazione per la cultura ebraica e di elevazione per il mondo islamico? 

 

Europa: i settant'anni dei trattati costitutivi

Europa: i settant'anni dei trattati costitutivi - ATLANTIS

 

Dagli Stati-Nazione agli Stati-Continente: la sfida ineludibile del XXI secolo

 

 

È vero che l’embrione europeo nasceva al termine di una seconda e tremenda guerra mondiale, culmine del suicidio politico dei grandi Stati nazionali (divenuti anche imperi coloniali) del vecchio continente. È vero anche che la sua funzione al momento della fondazione, analogamente alla NATO, si collocava nell’ambito della guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che aveva internato dietro una cortina di ferro metà delle nazioni europee. Tuttavia, anche se i tempi e gli equilibri internazionali sono cambiati, oggi più che mai gli stati Europei hanno bisogno di ritrovarsi in un progetto di Unione e di casa comune.

Come ha brillantemente intuito Methol Ferrè, oggi gli Stati-Continente hanno preso il posto degli Stati-nazione e se l’Europa s’attarda sul modello ottocentesco degli Stati-nazione perseguendo una politica di interessi nazionali senza promuove un progetto di Stato-continente davvero federale nella legislazione di Strasburgo, rischia non solo di rimanere “un nano politico” ma addirittura l’implosione e la disfatta. Già Altiero Spinelli, nel commento al Manifesto di Ventotene (riportato da un fine intellettuale come Giovanni Spadolini nel suo “Il mondo frantumato” del 1992) metteva in guardia da una forma di progetto europeo - destinata a suo avviso a sicuro fallimento - in cui gli Stati nazionali non rinunciassero a difendere i propri interessi anteponendoli a quelli di un vero Stato federale. All’opposto, gli Stati Uniti d’America, che abbracciano due oceani, così come la Russia, l’Australia, l’India, la Cina sono già di fatto Stati-Continente. La stessa America Latina ha aperto le porte del proprio futuro (anche nella “geopolitca” ecclesiale) quando ha iniziato a pensarsi come Stato-Continente. 

Tutto ciò contrasta in maniera stridente col riemergere dei nazionalismi europei, che risultano del tutto anacronistici. Ugualmente anacronistici sono gli strumenti che gli Stati europei stanno adottando per fronteggiare le sfide migratorie del mondo globalizzato, frutto degli antichi e recenti colonialismi e guerre neocoloniali, dalle imprese inglesi, francesi, belghe e italiane in Africa fino alle disastrose missioni in Iraq e Libia, passando dalle destabilizzanti questioni del Medio Oriente come la formazione dello Stato di Israele e la guerra in Siria, con annesse autoproduzioni terroristiche dall’Afganistan di Bin Laden al califfato di Al-Baghdadi. Situazioni complesse che richiederebbero soluzioni altrettanto complesse piuttosto che l’inutile riproposizione di ancor più anacronistici muri e divieti d’ingresso, che pensavamo definitivamente relegati nelle pagine buie dei libri di storia dopo il 1989. 

Come già realizzato in ambito commerciale (si pensi agli effetti del WTO da Bretton Woods all’Uruguay round, ma anche all’introduzione dell’euro), non senza stravolgenti conseguenze economiche e sociali, nuovi strumenti sovranazionali di regolazione dei diritti di cittadinanza e di circolazione delle persone si rendono indifferibili in un mondo a ragione ribattezzato come villaggio globale perché così percepito e vissuto dagli abitanti della terra nel XXI secolo. A tal proposito è interessante, anche se decisamente di complessa attuazione, la riflessione elaborata da Kant proprio al tempo dello sviluppo degli Stati nazionali ottocenteschi, nella sua opera Per La Pace Perpetua, in cui teorizzava la necessità di uno ius cosmopoliticum, un nuovo diritto internazionale non più ancorato alla regolamentazione dei soli rapporti tra gli Stati nazionali, ma. in grado di garantire a tutti gli esseri umani uguali diritti di cittadinanza universale, a fondamento della libertà dei singoli e della pace tra i popoli. 

La mancata comprensione delle nuove necessità imposte dai rapidi cambiamenti della società del nuovo millennio mette in crisi l’Europa degli Stati. Ed ecco che la Brexit e la mai scongiurata Grexit rischiano di dare l’avvio a un effetto domino incontrollabile: quale delle economie europee più deboli sarà il prossimo? Anche la moneta unica europea (da cui peraltro i britannici si sono prudentemente tenuti fuori) resta un passaggio incompiuto e potenziale fonte di instabilità sociale se incardinata in una cornice di difesa di interessi nazionali e non in un quadro di vero federalismo politico, laddove il veto tedesco ai Bond europei e il riferimento al differenziale coi titoli di Stato della Germania (il famigerato spread) ha di fatto imposto a noi tutti un gravoso cambio col marco a parità di moneta (fatto che rappresenterebbe un ossimoro incredibile se non fosse realtà).

C’è di più: dopo il crollo del sistema antagonista rappresentato dal comunismo sovietico, il capitalismo occidentale si è imbastardito, slegandosi dalla produzione e dal lavoro, riducendosi a un pericoloso gioco finanziario globale, capace di decidere destini di interi popoli in poche settimane di transazioni speculative, appannaggio di oligarchiche Signorìe dei mercati virtuali mondiali. La nuova economia non risponde più alla politica ma la controlla, con ciò mettendo a repentaglio le conquiste sociali delle democrazie, sempre più ostaggio di partiti personali senza radicamento popolare. Di qui l’impoverimento dei ceti medi, il crescere di ampie sacche di povertà e la sfiducia dei cittadini negli strumenti della politica come mezzo per incidere positivamente sulla realtà quotidiana aggravata dalla crisi finanziaria del 2008, divenuta crisi di sistema in Paesi come l’Italia. 

Probabilmente il repentino allargamento a 27 Paesi attuato col Trattato di Nizza nel momento di massima attrattività dell’Unione potrebbe essere un ostacolo all’avvio di un percorso federale che interessi tutti gli Stati dell’UE. In questo contesto, la preannunciata uscita della Gran Bretagna potrebbe rivelarsi addirittura come una sensazionale spinta e opportunità: stimolo per il rilancio di un rinnovato progetto di Europa dei popoli che includa la riforma federale dell’Unione (così come disegnata da Rossi e Spinelli a Ventotene) prima che le naturali reazioni difensive generate dall’incapacità dimostrata da questo modello di Unione Europea nella gestione delle crisi del XXI secolo portino al potere partiti fautori della disgregazione dell’Unione in tutti gli Stati o vedano affermarsi plebisciti referendari a favore dell’uscita dall’Europa come in Gran Bretagna; opportunità in quanto stiamo per liberarci della zavorra rappresentata dalla tradizionale riluttanza dei britannici (tirati a forza nella Comunità Europea a metà degli anni ’80 nel quadro di un mondo diviso in due blocchi) a consentire un rafforzamento delle istituzioni politiche dell’Unione, con l’arma sempre carica del diritto di veto pronto ad affondarne qualsiasi evoluzione federale. In fondo gli inglesi in questa Unione Europea (pur proposta per primo da Churchill al termine della II guerra mondiale), di cui non hanno adottato la moneta, si sono tardivamente seduti con l’atteggiamento di chi rendeva agli altri l’onore della propria presenza, che doveva peraltro essere ampiamente ricompensata (in Euro s’intende e con l’adozione dell’Inglese come lingua ufficiale). Spetta ora ai Paesi fondatori - l’Italia, la Germania e la Francia - (eredi del sogno politico di De Gasperi, Adenauer e Schuman), sempre che ritrovino la propria anima e non cadano nella tentazione di ultranazionalismo difensivo e inutile, rilanciare e guidare l’Europa verso quel salto di qualità rappresentato da una vera Unione federale di Stati; una Unione che rispecchi quella vicinanza tra popoli che è divenuta realtà con l’abolizione delle frontiere che oggi si chiede di ripristinare, emblematicamente simboleggiata dalle decine di milioni di giovani che si sono incontrati una volta e per sempre grazie ai programmi di scambio Erasmus. Ancora una volta le persone (anche nel dialogo inter-culturale e inter-religioso vissuto nel confronto quotidiano) sono più avanti degli Stati (sempre in ritardo sulle sfide dei tempi). E in questa fratellanza di popoli che si incontrano è la speranza dell’Europa e del mondo. 

 

 

Turismo italiano all'estero: Viaggiare sicuri

Turismo italiano all'estero: Viaggiare sicuri - ATLANTIS

Consigli agli italiani in viaggio

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

 

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