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1/2018

Atlantis 1/2018

Atlantis 1/2018 - ATLANTIS

Il primo numero di Atlantis del 2018 (primavera), dedica il Dossier al Trattato di Vestfalia del 1648 con tutte le implicazioni che esso ha storicamento comportato nelle relazioni tra Stati Europei. Nei prossimi numeri si proseguirà con altri appuntamenti con la storia accaduti negli anni terminanti in otto.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con la Sindrome di Asperger.

ll Focus paese, a firma Domenico Letizia, è dedicato ad Israele.

Tra le Eccellenze Italiane nel e per il Mondo, spazio alla Costa degli Aranci e al Consorzio Riviera Borgo degli Angeli in provincia di Catanzaro (Calabria), la creatività dell'architetto Magda Piscicelli con il suo marchio di moda femminile Luce Majori, Enrico Monti e la sua sartoria made in Venice, Agnese Lunardelli e gli arredi in legno pregiato dell'azienda di famiglia e, lasta but not least, la formidabile offerta medico-sanitaria della Casa di Cura Giovanni XXIII di Monastier di Treviso.

 

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In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

Ami Klin, Ph.D. e Fred R. Volkmar, M.D., Yale Child Study Center, New Haven, Connecticut.

 

Serenella Antoniazzi, Coautrice di “ROSSO - Io non voglio fallire”, pièce teatrale in atto unico.

 

Mattia Bernardo Bagnoli, Giornalista e Scrittore.

 

Leonardo Leso. Generale dei Carabinieri già Addetto alla Sicurezza per il Governo italiano all’Onu.

 

Francesco Ippoliti. Generale dell’Esercito Italiano.

 

Domenico Letizia. Analista geopolitico per l’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale (IREPI).

 

Paolo Macrì. Storico.

 

Riccardo Palmerini. Coordinatore del Master in Tourismo in eredità religiose e di cultura presso ISSR “Santa Maria di Monte Berico” di Vicenza.  Visiting professor design e innovazione al IAE Toulouse Capitole 1. Fondatore e presidente dell’Associazione Culturale “La stanza delle idee” (Arte e Cultura per i Popoli); Membro professionale dell’Associazione Italiana Marketing e di American Marketing Association. Membro del comitato scientifico per lo sviluppo di programmi tra cultura e tecnologia per il Piano Strategico Metropolitano di Bologna.

 

Nelly Pellin. Giornalista.

 

Stefania Schipani. Ricercatrice Istat. Laureata in Scienze Politiche indirizzo Internazionale. Specializzata in Economia ambientale, collabora con l’Università di Tor Vergata. È presidente del Centro Studi “Rifareleuropa” e vicepresidente di “Filitalia International”.

 

Luca Tatarelli. Giornalista. Direttore Responsabile della rivista on line www.reportdifesa.it.

 

Romano Toppan. Laureato in Filosofia e Teologia in una Università Pontificia di Roma, laureato in Psicologia dell’Educazione all’Università di Padova e Master in Economia del Turismo all’Università Bocconi di Milano. È stato Docente di Gestione e Sviluppo delle Risorse Umane all’Università di Verona.

 

Riccardo Zorzi. Ricercatore.

 

Appuntamenti nel Mondo

Appuntamenti nel Mondo - ATLANTIS

Dove si terranno le elezioni nel 2018?

Il prossimo anno si susseguiranno diversi appuntamenti elettorali sia in Italia che fuori dai confini nazionali.

 

Italia: Il 10 giugno 2018 ci saranno le elezioni regionali in Lombardia e Lazio.

 

Cipro: il favorito il presidente conservatore Nikos Anastasiadis dovrà vedersela al ballottaggio contro l’indipendente di sinistra Stavros Malas.

 

Svezia: 9 settembre 2018. Al governo attualmente ci sono i socialdemocratici e, stando agli ultimi sondaggi, con ogni probabilità l’attuale premier Stefan Lofven dovrebbe essere rieletto.

 

Altri paesi europei dove si terranno le elezioni presidenziali sono il Montenegro e la Georgia. Nel primo caso le urne si apriranno il prossimo 7 aprile, mentre nella ex repubblica sovietica il voto ci sarà a ottobre.

 

Messico: 1 luglio. Da tempo nel paese dell’America Centrale sono i moderati al governo, ma negli ultimi tempi la sinistra sembrerebbe aver recuperato terreno con le elezioni che così saranno molto più incerte di quelle passate.

In Sud America il 2018 sarà un anno di grandi appuntamenti elettorali. Il 7 ottobre ci sarà il delicato voto in Brasile.

Il 27 maggio anche in Colombia si terranno le elezioni presidenziali. 

 

Anticipate al primo quadrimestre del 2018 le elezioni in Venezuela, paese segnato da violenze e da una profonda crisi economica. Il voto quindi ci sarà entro aprile, erano previste a ottobre.

 

Per quanto riguarda il continente africano nel 2018 si voterà in Camerun, nella Repubblica Democratica del Congo, in Madagascar e anche in quello Zimbabwe dove Mugabe ha appena deciso di fare un passo indietro dopo 37 anni.

In teoria l’auspicio è che nel 2018 si possa andare al voto in Libia.

 

In Asia infine, nel 2018 si voterà in Armenia, Azerbaigian, Georgia, Malesia, Bhutan, Cambogia e Pakistan.

 

Dossier: 1648

Dossier: 1648 - ATLANTIS

La Pace di Vestfalia

Nome con il quale si indicano collettivamente i due trattati che nel 1648 posero fine alla guerra dei Trent’anni, negoziati (a partire dal 1644) rispettivamente tra Impero, Svezia e nazioni protestanti a Osnabrück (sede delle delegazioni protestanti) e tra Francia e Impero a Münster (sede delle delegazioni cattoliche).

 

Il contenuto degli accordi

La Pace di Vestfalia segnò la decadenza della Spagna, accrebbe la potenza di Svezia e Francia e riconobbe l’indipendenza delle Province Unite dalla Spagna e della Confederazione svizzera dall’Impero; ratificò la fine delle guerre di religione in Europa, allargando l’ambito della libertà di coscienza. Sul piano politico, allentando i vincoli tra signori feudali e Corona imperiale, indebolì il sistema politico-sociale del Sacro romano impero, imperniato sulla preponderanza asburgica in Germania. La Francia ottenne il riconoscimento del possesso dei vescovati di Metz, Toul e Verdun; in Alsazia sostituì la propria giurisdizione a quella austriaca, ottenendo il confine del Reno e l’indebolimento dell’Impero; in Italia ebbe il dominio di Pinerolo. Alla Svezia fu attribuita la Pomerania Anteriore, mentre il resto della regione andò al nuovo elettore del Brandeburgo, Federico Guglielmo. Dopo una lotta quasi secolare, infine, la Spagna accettò la secessione delle Province Unite (ex Paesi Bassi spagnoli).

 

L’organizzazione interna dell’impero

Secondo gli accordi di Vestfalia la Baviera otteneva l’Alto Palatinato e la conferma dell’elettorato; nel Basso Palatinato veniva costituito un altro elettorato, attribuito al successore di Federico V (1596-1632): il numero degli elettori saliva così a 8, divisi tra 5 laici e 3 ecclesiastici (5 cattolici, 2 luterani e 1 calvinista). La Svizzera fu riconosciuta Stato indipendente dall’Impero. In Germania gli Stati membri dell’Impero ottenevano infine vera autonomia di governo nei rispettivi domini e facoltà di contrarre particolari alleanze; l’imperatore aveva inoltre bisogno del consenso della dieta dell’Impero per far guerra e pace, levare milizie, imporre tasse.

 

Problemi religiosi

Per la Germania, le Paci di Vestfalia riconobbero la restituzione dei beni alla Chiesa secondo la situazione del 1624; estesero ai calvinisti le concessioni stabilite dalla Pace di Augusta per i luterani; confermarono il principio cuius regio eius religio (“la religione sia quella di colui cui appartiene la regione”) riconoscendo il diritto di andare in esilio ai dissidenti, di cui si potevano però confiscare i beni solo dopo tre anni; parificarono i diritti civili di tutte le confessioni.

 

Questioni aperte

Le Paci di Vestfalia delusero i Savoia (che ebbero tuttavia Alba, Torino e altre terre del Monferrato), i Gonzaga, Venezia e il papa, il cui nunzio non firmò il trattato, considerato lesivo degli interessi cattolici.

 

Sacro Romano Impero

Impero che si costituì in Europa nel Medioevo a partire dalla data simbolica del 25 dicembre dell’800, quando Carlomagno ricevette la corona in S. Pietro da papa Leone III. Oltre che una realtà territoriale – che in età carolingia (800-887) comprendeva la Francia, l’Italia tranne il Mezzogiorno, la Germania, la Spagna settentrionale (o marca di Spagna) e la zona mistilingue tra Francia e Germania – l’impero designò anche il potere (teorico) di governo sull’intera cristianità. A partire da Ottone I di Sassonia (962), dal punto di vista territoriale si ridusse al regno italico e a quello di Germania, estendendo però progressivamente la sua influenza sui nuovi Stati slavi dell’Est (Polonia, Boemia) e sull’Ungheria. Nonostante la riforma ecclesiastica promossa dall’imperatore Enrico III (1039-56), lo stretto connubio tra istituzioni ecclesiastiche e strutture politiche fu alla base dello scoppio (1075) della lotta delle investiture tra imperatore e papa, all’epoca di Enrico IV e Gregorio VII. Il concordato di Worms tra Enrico V e Callisto II (1122) segnò l’indebolimento del potere imperiale in Germania e in Italia.

Con la dinastia degli Svevi (1137-1254), in particolare con Federico I Barbarossa, nella cancelleria tedesca si iniziò a definire ‘sacro’ l’impero (v. fig.), rifacendosi all’uso della terminologia imperiale romana tardo-antica, favorita anche dalla contemporanea riscoperta del diritto romano nella sua codificazione giustinianea. Con gli Svevi, inoltre, l’impero cercò di assumere tratti politico-amministrativi che lo mettessero sullo stesso piano delle nascenti monarchie europee, ma tale programma fallì per la concorrente opposizione del papato, dei comuni italiani e, in Germania, della grande feudalità. Si aprì così, alla caduta degli Svevi (morte di Corrado IV, 1254), il ‘grande interregno’, durato fino all’effimero tentativo di restaurazione di Enrico VII di Lussemburgo, incoronato imperatore nel 1312. In questo periodo, la politica europea era dominata ormai dai nuovi poteri monarchici, che stavano prendendo il sopravvento sullo stesso papato. Morto Enrico VII (1313), la corona imperiale passò a Ludovico il Bavaro, per tornare poi, alla morte di questi, alla casa di Lussemburgo con Carlo IV (1346-78), che spostò più a est (in Boemia) il nucleo territoriale del potere imperiale, prefigurando così quella dislocazione centro-orientale dell’impero che sarebbe divenuta stabile in seguito sotto la casa di Asburgo. Il S. si ridusse di fatto al Regno di Germania, elettivo, e al Regno d’Italia, sempre più nominale per l’enuclearsi delle signorie e poi dei principati, e per la politica papale di alternative alleanze. Con la bolla d’oro di Carlo IV (1356), che regolava l’elezione imperiale da parte di sette grandi elettori, l’impero divenne una federazione di Stati e l’imperatore il capo onorario dei tanti Stati germanici, sottoposti al controllo degli elettori.

Dopo il Concilio di Costanza (1414-18) l’imperatore non fu che un monarca tedesco la cui forza dipendeva unicamente dalle fortune degli Asburgo e, dal 15° sec., il titolo di imperatore divenne di fatto ereditario degli Asburgo anche se, formalmente, fu mantenuta l’elezione imperiale. Massimiliano I cercò di accentrare i poteri (Dieta di Worms, 1495), ma il tentativo fallì per l’istituzione (Dieta di Augusta, 1500), su progetto del vescovo di Magonza Bertoldo di Hennebert, di un consiglio di reggenza con rappresentati i principi e le città. Proprio quando l’impero di Carlo V, per eredità e vicende politiche, pareva costituire una promessa di monarchia unitaria vastissima, l’unità religiosa del S. fu lacerata dalla Riforma e dalle guerre tra principi tedeschi protestanti e imperatore, che si conclusero nel 1555 con la pace di Augusta. La divisione dell’eredità di Carlo V riconfermò la corona imperiale nell’ambito tedesco, ma i conflitti religiosi e la guerra dei Trent’anni portarono al definitivo sgretolamento della compagine imperiale; dopo la pace di Vestfalia (1648), con il riconoscimento della piena sovranità degli Stati, il S. appariva come una confederazione, priva però di un proprio esercito e di un vero indirizzo politico, di principi tedeschi sotto la presidenza, formalmente elettiva, ma di fatto ereditaria, degli Asburgo d’Austria.

Fu del tutto compromesso dal distacco, per il trattato di Presburgo (1805), della Baviera, del Baden, del Württemberg e di altri Stati minori che costituirono la Confederazione renana (1806) sotto la protezione francese. Di fronte alla dichiarazione di Napoleone di non riconoscerne più l’esistenza, Francesco II rinunciò (6 agosto 1806) alla corona del Sacro Romano Impero. (Treccani)

Dossier: Henry A. Kissinger e la geopolitica del realismo

Dossier: Henry A. Kissinger e la geopolitica del realismo - ATLANTIS

L’Ordine mondiale e la Pace di Vestfalia per Henry A. Kissinger   

Lo scorso anno è apparso in Italia Ordine mondiale l’ultimo lavoro di Henry A. Kissinger, pubblicato negli Stati Uniti nel 2014. Il testo rappresenta una sintesi del pensiero dello statista, che aggiorna e rielabora le posizioni espresse nelle precedenti pubblicazioni, alle quali aggiunge analisi e indicazioni, frutto di rielaborazioni concettuali operate sulla spinta delle più recenti crisi internazionali. L’impostazione dell’autore resta ben ancorata al paradigma realista e a una visione sistemica delle relazioni internazionali, che costituiscono ancora oggi, secondo il pensiero di numerosi studiosi del ventesimo secolo, gli strumenti concettuali più utili all’interpretazione delle complesse interazioni statuali e internazionali dalla nascita del sistema westfaliano. Di questo approccio Henry Kissinger è stato considerato un autentico campione (…). Kissinger, nel suo Ordine mondiale non si discosta a livello analitico dall’interpretazione storicistica delle relazioni internazionali utilizzata per la redazione del suo Diplomacy del 1994, ma a quest’approccio aggiunge un’importante serie di riflessioni sull’importanza di una “struttura” in grado di garantire l’equilibrio tra legittimità e potere esercitati dai soggetti coinvolti nell’assetto dell’ordine da mantenere. In altre parole, Kissinger rileva la necessità ideologica di un “ordine mondiale” per garantire una prospettiva di stabilità delle relazioni internazionali, salvo essere costretto a rilevare l’evidenza storica dell’assenza di un ordine mondiale “realmente globale”. 

In proposito, Kissinger indica i limiti storici e culturali del concetto di ordine westfaliano, nato nell’Europa del diciassettesimo secolo ed evidenzia la necessità di comprendere le radici di altre concezioni di “ordine”: quello cinese, quello della cultura islamica, quello nord-americano, quello delle culture dell’Estremo Oriente e quello degli stati aderenti all’Unione Europea, nato dal superamento delle sovranità nazionali. Il ragionamento di Kissinger prosegue con l’individuare non un solo “ordine mondiale”, ma anche una declinazione di “ordini internazionali”, differenti per ampiezza e livelli, frutto di concezioni culturali di “ordine mondiale”, diverse per ogni ambito culturale di “civiltà” di riferimento e, infine, un “ordine regionale” circoscritto ad un numero limitato di soggetti insistenti in un limitato ambito territoriale del globo. Kissinger ricostruisce i precedenti storici dell’ordine internazionale europeo, analizzandone la nascita, l’evoluzione e la crisi, indicando i passaggi più importanti: la guerra dei trent’anni, la pace di Westfalia, la rivoluzione francese, il congresso di Vienna, la Prima Guerra Mondiale. Egli non si limita a riformulare un percorso narrativo puramente storiografico, ma arricchisce la rassegna di esiti analitici, dando rilievo inedito alle conseguenze di alcuni fenomeni di lungo periodo sull’evoluzione dell’ordine mondiale westfaliano, come, ad esempio, l’ininterrotta espansione territoriale della Russia tra il 1552 e il 1917. I risultati della ricostruzione sono affrontati problematicamente e Kissinger auspica per l’Unione Europea un futuro di maggiore coesione e di rafforzamento dei rapporti con la comunità atlantica nella prospettiva di un contributo europeo decisivo alla definizione e al mantenimento di un equilibrio dell’ordine globale. 

Notevole l’attenzione rivolta dall’autore al “disordine”, che caratterizza le dinamiche politico-culturali dell’islamismo e delle organizzazioni statali del Medio Oriente. Kissinger riprende le peculiarità storiche dell’islam e della sua espansione, non mancando di sottolineare le differenze tra gli esiti dell’ideologia occidentale westfaliana e le ripercussioni storiche di questa mentalità sulla riorganizzazione politica delle province dell’impero ottomano a partire dal trattato di Sèvres. L’analisi delle dinamiche mediorientali proposta dallo statista approfondisce le radici storiche e le dinamiche politiche e internazionali delle crisi israelo-palestinesi, della cosiddetta “primavera araba” e della “catastrofe siriana”, con una particolare attenzione alle interpretazioni filosofiche formulate dai Fratelli musulmani Hasan al-Banna e Sayyd Qutb. Kissinger traduce in termini di politica internazionale le tensioni devastanti all’interno del mondo musulmano tra Shia e Sunna e non manca di sottolineare la profonda schizofrenia dell’Arabia Saudita, alleata dell’Occidente ma divisa dalla secolare tensione di due famiglie, i regnanti Al Saud e gli ulema Aal Al-Sheick, in lotta da oltre duecento anni per la definizione politica e religiosa della penisola arabica. 

Le conseguenze del perenne conflitto inter-islamico tra sunniti e sciiti sono valutate dall’autore come il maggiore elemento di dis-equilibrio regionale, potenzialmente in grado di sconvolgere gli equilibri globali. L’attenzione si focalizza su un aspetto particolare di questa contrapposizione, quello della radice culturale, religiosa e politica del concetto di ordine mondiale nella repubblica islamica dell’Iran. Le considerazioni di Kissinger analizzano la dialettica dei rapporti iraniano-statunitensi e, in particolare, i riflessi sulle relazioni bilaterali tra i due paesi rispetto alla decennale questione del nucleare iraniano, mediato dal gruppo P5 dell’ONU e dall’AIEA, la cui recente soluzione sembra incentivare il caos mediorientale, piuttosto che contribuire a un pacifico riassetto. 

Il successivo sforzo analitico è rivolto ai molteplici aspetti della dimensione geopolitica dell’Asia. Kissinger considera le differenti concezioni di potere in Asia e in Europa e analizza l’evoluzione delle relazioni internazionali dei principali paesi asiatici (Giappone, India e Cina), offrendo numerosi spunti di riflessione su un “ordine regionale” asiatico in una prospettiva di lungo periodo. Lo statista rileva anche l’artificiosità del concetto occidentale di “Asia”, che ricomprende cinquanta stati, tre potenze economiche mondiali e almeno due paesi estesi su vasti arcipelaghi, liberatisi dal colonialismo europeo e giapponese durante il ventesimo secolo al prezzo di sanguinosi conflitti. 

Quanto agli Stati Uniti, Kissinger rivendica il ruolo fondamentale svolto nel definire e costruire l’ordine mondiale dei nostri giorni. Le riflessioni sull’eccezionale contributo americano partono dall’apertura culturale e dai principi democratici delle emancipate colonie inglesi nord-americane per considerare la pretesa universalità dei valori statunitensi come un vero e proprio imperativo morale per il riordino del caos globale. Kissinger prosegue analizzando l’evoluzione della politica estera statunitense dall’iniziale chiusura continentale alla piena affermazione come potenza mondiale. Passando dalla cosiddetta “dottrina Monroe” al realismo geopolitico di Teddy Roosevelt e all’universalismo morale wilsoniano, secondo l’autore gli Stati Uniti si sono affermati come potenza globale già alla conclusione della prima guerra mondiale. È durante la presidenza di Franklin Delano Roosevelt nell’agosto del 1941, tuttavia, che gli Stati Uniti da “coscienza del mondo” diventano i veri artefici del nuovo ordine globale. La formulazione della carta atlantica da parte di Churchill e Roosevelt, secondo Kissinger, costituisce l’apogeo della visione idealistica wilsoniana e, allo stesso tempo, il suo superamento. Roosevelt, infatti, si sarebbe spinto oltre Wilson nell’enunciare i principi su cui fondare la pace internazionale, dando avvio alle dinamiche, alle strutture e alle tensioni protagoniste dei decenni successivi. In particolare, Kissinger ritiene che i dodici presidenti degli Stati Uniti, succedutisi al governo del paese dopo la seconda guerra mondiale, abbiano tutti prestato fede all’eccezionalismo statunitense, ritenendo di poter applicare i principi americani a livello globale. L’idealismo di questa pretesa eccezionalità del ruolo degli Stati Uniti nel mondo è stato tradotto in azioni di politica estera di differente portata, rispondendo ai cambiamenti socio-culturali ed economici del paese. La corrispondenza tra l’esperienza storica, le tradizioni della classe dirigente e le convinzioni delle popolazione è mutata nel tempo, dando forma a strategie differenti. 

Kissinger esamina rapidamente le scelte dell’amministrazione Truman all’inizio della guerra fredda e durante la guerra di Corea, quelle dei presidenti Kennedy e Johnson durante la guerra del Vietnam e le posizioni assunte da Richard Nixon per il riassetto dell’ordine mondiale e per la definizione di una rinnovata politica estera americana verso la Cina, sorvolando sullo straordinario contributo personale fornito. Lo statista prosegue analizzando il contributo di Gerald Ford al superamento del trauma della presidenza interrotta di Nixon e accenna alle sfide affrontate da quella di Carter, per soffermarsi invece sulle straordinarie circostanze che hanno coniugato l’idealismo, la retorica e la visione strategica di Ronald Reagan in un’azione diplomatica capace di una sintesi perfetta tra potere e legittimità, in grado di portare la debolezza del sistema sovietico oltre il punto critico, favorirne il collasso e porre fine alla guerra fredda. I rapidi cenni ai mandati di George Bush, senior, e di Bill Clinton servono a Kissinger per introdurre il tema degli interventi militari in Iraq e in Afghanistan, voluti da George H.W. Bush dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, sui quali lo statista non manca di rilevare gli aspetti problematici e, soprattutto, i risultati a suo parere sin troppo simili a quelli del ritiro americano dal Vietnam. 

Kissinger, nella parte finale del suo lavoro, affronta i problemi posti dalla proliferazione nucleare e quelli inediti della dimensione del cyberspazio, conseguenza di una rivoluzione tecnologica invasiva e in pieno svolgimento. Proprio il cyberspazio aggiunge alle dimensioni terrestre, marittima, area e spaziale un ambito strategico, nel quale è impossibile discriminare con certezza i limiti di azioni offensive e difensive, e rispetto al quale il concetto stesso di avversario o “nemico” è sfuggente, potendosi applicare indistintamente a un governo ostile o a un singolo individuo, che rappresenta solo se stesso. Essendo quella dello spazio cibernetico una nuova dimensione spazio- temporale, parallela e sottostante a quelle conosciute ma ancora non sufficientemente definita, Kissinger rileva con notevole lucidità che il grado di asimmetria introdotto dalle tecnologie cibernetiche e virtuali, a danno dell’ordine mondiale, necessiti di una struttura, attraverso la quale i soggetti delle relazioni internazionali possano compensare il potenziale destabilizzante di attacchi cibernetici e favorire l’equilibrio in questo ambiente ancora poco conosciuto e privo di regole certe. 

Ulteriori riflessioni sono rivolte alle conseguenze della rivoluzione digitale sulle capacità individuali di recuperare ed elaborare informazioni, paventando un prossimo futuro nel quale i decisori politici possano perdere capacità di analisi e, soprattutto, una visione prospettica delle questioni internazionali, confidando sull’immensa capacità di recupero di dati ed elementi informativi dalla rete internet. In altre parole, Kissinger teme l’instaurarsi di una mentalità che non provi ad anticipare i problemi ma che si limiti a tentare di risolverli con decisioni avulse dal loro contesto, considerandole come eventi isolati e non parte di un continuum storico. In questo senso, lo statista sembra cogliere i limiti dell’attuale uso delle risorse tecnologiche e, soprattutto, i rischi di un vero e proprio mutamento antropologico, che potrebbe comportare la riduzione delle capacità analitiche e critiche degli individui, inducendo un cambiamento nella coscienza umana e nel concetto occidentale di verità. 

Kissinger, dopo aver esaminato i rischi della politica estera nell’era digitale, conclude con una serie di osservazione sulle prospettive di ordine mondiale nella nostra epoca, rilevando la crisi del modello universalistico occidentale, del quale molti paesi di cultura differente da quella euro-atlantica ne apprezzano gli esiti e alcuni valori (come quello della ricerca tecnologica e scientifica), senza condividerne pienamente l’applicazione. In particolare, l’autore esamina tre fragilità dell’attuale prospettiva internazionale: la crisi del modello politico statale, a causa della progressiva erosione di sovranità; la contrapposizione tra l’organizzazione politica e quella economica del mondo, incapaci di governare in armonia la crescita dei paesi e le crisi economiche frutto della globalizzazione; l’assenza di un efficace meccanismo per le consultazioni tra le grandi potenze, malgrado l’esistenza di numerose strutture internazionali, delle quali fanno parte. 

In chiusura, Kissinger indica nella ricerca di una strategia coerente l’unica soluzione per la ricostruzione del sistema internazionale. La sfida che attende gli attuali e futuri soggetti politici non è tanto quella di evitare i prossimi conflitti, quanto di impedire ai diversi concetti culturali di “ordine internazionale” di evolversi rinunciando a ogni forma di dialogo, ma, soprattutto, quella di ristabilire l’ordine partendo dal livello regionale, nella prospettiva di rivedere il concetto stesso di “equilibrio di potere” a livello globale. In questa visione degli impegni futuri, Kissinger assegna ancora un ruolo fondamentale agli Stati Uniti, sia a livello filosofico che a livello politico. Sottolinea, però, come un “autentico ordine globale” potrà essere raggiunto soltanto se i soggetti che ne fanno parte acquisiranno una seconda cultura globale, strutturale e politica, preservando, allo stesso tempo, i propri valori peculiari, base della loro identità e punto di partenza di ogni azione efficace di politica estera.

Focus Paese: Israele

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Israele: la startup nation per eccellenza 

 di Domenico Letizia 

Le potenzialità economiche e commerciali che offre lo stato di Israele meritano considerevole attenzione e analisi. Già nel lontano 2005 le virtualità dello stato ebraico divennero di dominio pubblico. Secondo la Banca Mondiale nel primo semestre del 2005 gli imprenditori esteri investirono nella Borsa di Tel Aviv 3 miliardi di dollari, ed il totale degli investimenti esteri in Borsa raggiunge alla fine del marzo, di tale anno, i 56 miliardi di dollari. Un successo. Questi dati sono decisivi per comprendere la realtà economica commerciale dell’attualità israeliana. Nel 2004, il Pil dello stato aumentò del 4,2%. Grazie alla stabilità alla quale contribuì a suo tempo anche il governatore della Banca d’Israele David Klein, l’inflazione sparì e un nuovo settore intimamente legato alla globalizzazione andava affermandosi nel paese. Il settore trainante dell’economia israeliana che andò affermandosi fu quello dell’ “high tech”.Israele ha, nel corso degli anni, sviluppato un enorme vantaggio in questo settore sia per le ricadute civili dall’elettronica militare, sia per l’arrivo degli immigrati dalla Russia che portarono ricercatori e scienziati di valore, specializzati per esempio nelle discipline informatiche e  nella matematica teorica. Verso la fine del 2004 apparvero numerosi investitori stranieri e la Banca di Israele dichiarò che gli investimenti esteri aumentarono del 10%. Il 91% di tali investimenti fu effettuato sul mercato borsistico di Tel Aviv. La Borsa di Tel Aviv che nel 2004 seguiva l’andamento di quella di New York, dal dicembre 2004 si distaccò da quella USA, avendo raggiunto un salto dell’indice considerevolmente significativo. Dopo tale premessa, veniamo all’attualità. Grazie ad una forte politica volta all’innovazione, Israele è considerato uno dei Paesi leader a livello mondiale per lo sviluppo di nuove tecnologie. Basti considerare che oltre 73 imprese israeliane sono attualmente quotate al NASDQ. Le strategie adottate dalle istituzioni di Gerusalemme hanno collocato Israele al primo posto tra i Paesi che investono di più in Ricerca e Sviluppo, superando Stati come Svezia, Finlandia e Giappone, con incentivi alla ricerca e sviluppo che rappresentano il 4,1% del PIL, posizionandosi secondo solo alla Corea del Sud. L’ecosistema in cui operano le Start-Up locali, facilita, inoltre, le possibilità di fund raising da parte di Venture Capiltal locali ed esteri. Ad oggi, infatti, quasi tutte le maggiori imprese estere nel campo delle alte tecnologie hanno compiuto investimenti diretti in Israele, acquisendo start-up locali, alcune di queste hanno anche costituito in loco centri di Ricerca e Sviluppo, come Intel, Microsoft, Cisco, IBM, Google, Facebook ed altre ancora. Numerosissime sono, poi, le società israeliane hi-tech acquisite da imprese estere, come parte della propria strategia di mercato. I fattori che hanno favorito lo sviluppo scientifico e tecnologico del Paese vanno ricercati nelle strategie d’investimento mirate del paese nei settori considerati strategici; profonde sinergie tra ricerca accademica e ricerca industriale; completa internazionalizzazione dei programmi di ricerca; forte presenza di fondi “venture capital” sia israeliani che esteri, soprattutto americani; legislazione che punta ad incoraggiare le imprese israeliane ad investire in progetti di R&S, garantendo la compartecipazione dello Stato ai relativi rischi commerciali; trasferimento di know-how proveniente dalle industrie militari in cui si sperimentano nuove tecnologie, successivamente applicate ad usi civili; flussi immigratori dai Paesi dell’ex Unione Sovietica, che hanno incrementato il numero della forza lavoro qualificata. Un settore particolarmente strategico per il Paese, considerata la particolare situazione geo-politica, è quello della Cyber Security. L’impegno di Israele in questo settore nasce dalla “consapevolezza che la sicurezza cibernetica non è una moda, ma un qualcosa che è determinante nella nostra realtà, e che lo sarà per almeno i prossimi dieci anni” ha recentemente dichiarato l’Ambasciatore israeliano in Italia Ofer Sachs. Durante una conferenza sulla cyber sicurezza, nell’ottobre 2017, l’Ambasciatore intervenne sostenendo: “Le aziende israeliane sono le più attaccate al mondo. Oltre il 99% degli attacchi sono molto semplici, eppure ci concentriamo proprio su quella piccola percentuale che resta. La sfida che il governo israeliano ha deciso di affrontare è passare dalla comprensione all’azione, investendo risorse”. Primi destinatari di queste risorse sono stati il settore privato e le università. Il dominio cibernetico sembra apparire sempre più determinante per i rapporti internazionali: “Il mondo sta già cambiando, e dietro l’angolo potrebbe esserci un 11 settembre cibernetico che deve essere considerato come una possibilità reale”. Per far fronte a questa nuova realtà il governo Israeliano ha deciso di promuovere ulteriormente il settore Cyber e IT Security allo scopo di posizionare Israele come un punto di riferimento in questi temi e trasformare Israele in capitale mondiale del settore.  Per quanto riguarda la cooperazione Italia-Israele nel ICT è importante ricordare il Vertice Bilaterale tra i due paesi, tenutosi a Roma il 2 dicembre 2013, ove fu firmato un accordo intergovernativo proprio sulla Cyber Security.  Successivamente all’Accordo del 2013, il 21 luglio 2015, MAECI insieme all’Università di Modena e Reggio Emilia e la Tel Aviv University hanno firmato l’Accordo CYBERLAB, sviluppando ricerca e innovazione attraverso la realizzazione di un laboratorio italo-israeliano presso la Sede di Modena dell’Università di Modena e Reggio Emilia per la ricerca congiunta e le applicazioni per la sicurezza informatica. Il laboratorio di Modena si interfaccia con il tessuto industriale e fornisce a piccole e medie aziende, in particolare del settore bancario, applicazioni informatiche per la sicurezza. Legato al mondo della ricerca scientifica troviamo anche numerosi investimenti nel campo delle biotecnologie e della medicina. La maggior parte degli investitori, in questo mercato, sono imprese Venture Capital che rappresentano i principali investitori. Questo implica una situazione in cui la maggior parte degli investimenti sono a breve termine e conseguentemente la maggior parte delle imprese israeliane sono di dimensioni piccole. Israele è la sede di alcuni tra i principali istituti mondiali di ricerca biotecnologica, famosi per le loro abilità ed eccellenza in ambiti come le malattie autoimmuni, il cancro e la neurologia. Non sorprende, quindi, che la crescita delle industrie biotecnologiche e dei dispositivi medicali in Israele, durante l’ultimo decennio, sia stata enorme. Gli investimenti di Venture Capital nelle imprese israeliane delle scienze della vita, sono cresciute dalla fine degli anni ’90 in modo significativo. Il numero di investimenti in questo tipo di imprese ha mantenuto negli ultimi anni un trend in crescita. Secondo dati ufficiali pubblicati, attualmente circa 500 aziende locali operano nel campo delle apparecchiature medicali, delle biotecnologie e nel farmaceutico. L’intero comparto si basa su profonde sinergie tra ricerca accademica ed industriale e, in quanto tale, è destinatario di un’attenta politica di sostegno a livello governativo. I dati a disposizione rivelano, infatti, che oltre il 40% delle imprese israeliane che oggi operano ad alto livello in questo settore ha iniziato la propria attività nell’ambito di uno degli incubatori tecnologici promossi dall’OCS Office of the Chief Scientist del Ministero dell’Industria, Commercio e Lavoro. Allo stesso modo, circa il 35% dei fondi destinati ad attività di ricerca in ambito civile sono proprio riservati allo sviluppo dei settori della biotecnologia e Life Science. Considerata la particolare ubicazione geografica, altro punto di forza dello stato di Israele sono le tecnologie per la dissalazione, il risparmio idrico applicato e le ricerche avanzate sull’energia solare. Nuovo settore di interesse israeliano è quello relativo al trattamento di agenti inquinanti nelle acque e nei terreni. Altro fattore che continua ad animare la competitività dei prodotti israeliani è l’apprezzamento della valuta locale, Shekel. L’Unione Europea è il primo partner commerciale di Israele. La quota delle esportazioni israeliane verso l’Europa è diminuita dal 31,5% del 2014 al 29,1% del 2015, per aumentare nel 2016 al 29,5%. Queste piccole fluttuazioni sono state il risultato di un tentativo di Israele di diversificare nel corso degli ultimi anni la destinazione delle esportazioni verso i mercati asiatici, soprattutto Cina e India e sud americani, per essere meno dipendenti dall’Europa. L’Unione Europea resta pertanto il primo mercato di destinazione delle esportazioni israeliane, seguita da Stati Uniti (25,9%) e Asia (22,3%). Le importazioni di Israele dalla UE nel 2016 sono aumentate (43,4%) rispetto al 2015 (37,8%) e al 2014 (34,7%). I principali fornitori di Israele sono gli Stati Uniti, la Cina, la Germania, la Svizzera, il Belgio, il Regno Unito e i Paesi Bassi. L’Italia si conferma terzo fornitore europeo e ottavo partner nel mondo, con una quota del 4% sul totale delle importazioni. Lo stato di Israele è un polo di innovazione e imprenditorialità, il paese delle start up. Nel giro di qualche decennio Israele, un paese con poco più di sette milioni di abitanti, è diventato una startup nation, se non startup nation per eccellenza. Nel piccolo stato mediorientale l’innovazione è quotidianità: automobili senza pilota; occhiali che leggono volti, etichette, giornali e banconote ai non vedenti; nano particelle che abbattono l’utilizzo di anticrittogamici in agricoltura, ricerca medica e scientifica e tantissimo altro ancora. Il pragmatismo, il retaggio culturale, la tenacia, l’ambizione, la volontà di rincorrere il rischio, l’assenza di formalismi e l’appoggio governativo, hanno favorito ricerca ed innovazione e la creazione di importanti sinergie fra il mondo imprenditoriale e quello scientifico/accademico. Per i giovani imprenditori interessati alla creatività e all’impresa contemporanea, lo stato israeliano rappresenta il laboratorio perfetto da sperimentare. Inoltre, grazie alle recenti scoperte dei giacimenti di gas naturale off-shore e l’inizio del loro intelligente e pragmatico sfruttamento, Israele ha intrapreso una seria politica tesa alla diminuzione della dipendenza energetica dall’estero, facendo accrescere la sua importanza e incentivando nuove politiche per la diversificazione energetica. Lo sfruttamento del gas naturale potrebbe offrire opportunità alle aziende italiane, così come le politiche di diversificazione delle fonti energetiche, in particolare, quelle eco-sostenibili e rinnovabili. Tra le ultime meraviglie partorite dallo stato di Israele in ambito energetico merita attenzione la torre solare più alta del mondo, nel deserto del Negev, che entrerà in funzione nel corso del 2018. La centrale solare termodinamica di Ashalim, in buona parte già costruita, prevede 50.000 pannelli solari disposti intorno a una torre alta 250 metri. E’ un sistema alternativo per produrre energia dal sole rispetto al fotovoltaico tradizionale, dove i pannelli trasformano direttamente la luce in corrente. Il vantaggio del termodinamico rispetto al fotovoltaico è che il fluido mantiene la temperatura a lungo, e può far funzionare l’impianto anche quando il sole è tramontato. La centrale di Ashalim viene costruita dalla società statunitense Bright Source Energy, la stessa che ha costruito nel deserto della California la centrale solare termodinamica più grande del mondo, Ivanpah. Questa ha 170.000 eliostati, ma la torre centrale è alta 140 metri. 

 

 

 

Attualità Internazionale: Venezuela

Attualità Internazionale: Venezuela - ATLANTIS

 

Venezuela, dai tempi di Bolivar regna il caudillismo

di Luca Tatarelli

 La figura dell’uomo forte, del lider maximo si addice alla storia e alla politica venezuelana. Così come a quella sudamericana. Una storia che dopo la morte del Libertador, Simon Bolivar, nato venezuelano, padre della lotta di liberazione dalla Spagna viene raccontata attraverso la figura di José Antonio Páez, un altro eroe dell’indipendenza che divenne Presidente e che dette inizio ad una serie di cambi di potere da un “caudillo” all’altro. E questo periodo politico prese, appunto, il nome di “caudillismo”.

Sono oltre due secoli che, in Sud America, la figura dell’uomo fortefa parte della cultura, nata proprio ai tempi della lotta per l’indipendenza. La figura di Bolivar che, prima ma anche oggi, è considerato più che un Giuseppe Garibaldi nostrano ha fatto epoca. Cantato e narrato come un eroe della Nazione latino-americana. Insomma, i sudamericani amano l’uomo in uniforme, il leader militare.

Amano quello che dimostra di avere carisma e che sa come dosare il populismo con la politica di più alto livello. Una sorta di culto della personalità che ancora oggi persiste. E poi se ci mettete una buona dose di socialismo spiccio, il gioco è fatto. Il popolo è conquistato.

Un gioco che in Venezuela ha funzionato bene con Hugo Chávez che ha saputo toccare le corde della popolazione più povera, inimicandosi invece il ceto medio e alto. Così come la comunità italiana presenteda anni nel Paese. Si è fatto eleggere capo dello Stato, puntando prima sulla forza e poi sul populismo.

È stato proprio questo populismo, il culto della personalità (tanto  caro  a molti leader della sinistra in varie parti del mondo), l’utilizzo di parole “magiche” che gli hanno consentito di tenere il potere per due mandati,  a partire dal 1999 e fino alla morte, avvenuta il 5 marzo 2013.

A lui, tra l’altro, nel nome del Libertador si deve il cambio del nome al Paese, da Venezuela a  “Repubblica Bolívariana del Venezuela”. Un modo per ricordare un padre della Patria.

Chavez ha condotto una politica estera tutta incentrata nell’anti americanismo più sfrenato.

A partire dall’economia. E’ stato lui che ha voluto un’integrazione dei Paesi latino-americani con l’ALBA (Alianza Bolivariana para América Latina Y de el Caribe) costituita in contrapposizione all’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) voluta dagli Stati Uniti. E’ stato sempre lui che ha stretto accordi con Cuba che prevedevano, ad esempio, lo scambio tra la fornitura di petrolio venezuelano a prezzi vantaggiosi e il supporto della competenza medica cubana nell’ambito dei piani di miglioramento delle condizioni sanitarie del Venezuela e altri paesi sudamericani.

Ed è stato sempre Chavez che ha stretto rapporti politico-economici con l’Iran e la Bolivia di Evo Morales, altro “caudillo”. Tutto questo ed altro ancora è andato in eredità ad un autista di autobus, Nicolas Maduro. Un suo “delfino”. Maduro dal 14 aprile 2013, dopo un breve incarico ad interim come Presidente, ha ufficialmente preso possesso della carica.

Ha un curriculum di sindacalista e come politico è sempre stato dietro a Chavez che lo ha nominato ministro degli Esteri. Nel 2011, Chavez lo ha designato come suo successore in caso fosse morto. Una scelta dettata anche dal fatto che Maduro era amato a sinistra del Partito chavista.

Forte di questa investitura, per Maduro il solco era tracciato. E così ha continuato a seguire le orme “caudilliste” del suo mentore. Ha aumentato gli scontri con gli Stati Uniti, accusandoli di “imperalismo”. Maduro ha usato la mano dura anche con l’opposizione, facendo incarcerare esponenti dei partiti avversari. E gli scontri di piazza dei mesi passati hanno visto al centro della lotta politica interna i cittadini, con morti e feriti nelle strade di Caracas e di altre città e paesi dello Stato “bolivariano”.

Il 22 aprile Maduro si ripropone alla guida del Paese in occasione delle elezioni presidenziali.

Oltre ad un nutrito numero di candidati che vorrebbero sbarrare la strada alla sua elezione (chissà con quale risultato) sono scesi in campo le super potenze dell’area. Le quali,  con Colombia e Perù in testa, considerano l’appuntamento elettorale come una sorta di celebrazione del chavismo e non rispondente alle normali regole democratiche. Insomma: la conferma del culto di Hugo e di Nicolas.

Maduro ed i chavisti non possono mollare ora la presa, con il rischio che il caudillismo alla venezuelana perda consensi e perciò fino all’ultimo tenteranno tutte le carte per restare al potere.

Basterà, come ha fatto Chavez, aumenterà qualche stipendio pubblico, farsi sostenere dai Paesi amici, tra cui la solita Cuba, o quelli che fanno parte dell’ALBA per mantenersi in sella.

Un male, evidenziano molti osservatori, affligge però il venezuelano medio: avere vissuto grazie ai proventi del petrolio oltre le proprie possibilità.

Ma l’oro nero non garantisce più queste risorse. Nel 1998, l’anno prima dell’arrivo di Hugo Chávez al potere, gli Usa importavano 1,37 milioni di barili al giorno, con il Venezuela terzo Paese fornitore di greggio.

A gennaio scorso gli americani hanno abbassato l’acquisto di petrolio venezuelano fino a 390 mila barili giornalieri (-71,5% rispetto a 20 anni prima).

E di fatto il Paese sudamericano è sceso al settimo posto, dietro alla stessa Colombia e Nigeria.

Una perdita di denaro che rischia di mettere a nudo tutti gli errori del chavismo e, forse dopo due secoli, fare crollare il mito dell’uomo forte. 

 

 

Malattie nel Mondo: la sindrome di Asperger

Malattie nel Mondo: la sindrome di Asperger - ATLANTIS

La Sindrome di Asperger: 

Linee guida per la diagnosi

 

La sindrome di Asperger è un grave disturbo dello sviluppo caratterizzato dalla presenza di difficoltà importanti nell’interazione sociale e da schemi inusuali e limitati di interessi e di comportamento. Sono state constatate molte similitudini con l’autismo senza ritardo mentale (denominato ”High Functioning Autism”), ma non si è ancora risolta la questione se la sindrome di Asperger e l’autismo di alto livello siano veramente condizioni diverse. In qualche misura, la risposta dipende dal modo in cui medici e ricercatori fanno uso del concetto diagnostico, dato che fino a poco tempo fa non esisteva nessuna definizione “ufficiale” della sindrome di Asperger. La mancanza di una definizione consensuale ha generato grande confusione: visto che i ricercatori non potevano interpretare i risultati di altri ricercatori, i medici si sentivano liberi di usare tale etichetta allegandovi le proprie interpretazioni giuste o false del “vero” significato della sindrome di Asperger. I genitori erano quindi spesso confrontati con una diagnosi che nessuno capiva bene e, peggio ancora, della quale nessuno sapeva cosa fare. L’ambito scolastico non era a conoscenza di questa condizione e le assicurazioni non potevano rimborsare delle prestazioni fatte sulla base di una diagnosi “non ufficiale”. Non esisteva alcuna informazione stampata che desse sia ai genitori sia ai medici delle linee guida sul senso e sulle conseguenze della sindrome di Asperger, includendo il tipo di valutazione diagnostica e il tipo di terapie e interventi giustificati.

 Questa situazione è cambiata un po’ da quando la sindrome di Asperger è stata resa “ufficiale” nel DSM-IV (APA,1994), in seguito ad un esame in campo internazionale in cui sono stati coinvolti più di mille bambini e adolescenti affetti da autismo e da disturbi correlati (Volkmar et al., 1994). Tali esami (field trials) avevano dimostrato che era legittimo includere la sindrome di Asperger in una categoria diagnostica differente dall’autismo, nel gruppo che include i disturbi pervasivi dello sviluppo. Rilevante è che su questo disturbo sia stata raggiunta una definizione consensuale, che dovrebbe fungere da cornice di riferimento per tutti coloro che usano questa diagnosi. Tuttavia, i problemi sono lontani dall’essere risolti: nonostante alcune nuove direzioni di ricerca, la conoscenza della sindrome di Asperger rimane ancora molto limitata. Ad esempio, non sappiamo quanto essa sia realmente diffusa, né quanto rilevante sia il rapporto tra maschi e femmine e neppure quanto sia forte l’impatto dei legami genetici nell’aumento delle probabilità di trovare le stesse condizioni fra la parentela.

 La ricerca scientifica, e la conseguente prestazione di servizi, sta naturalmente solo cominciando. I genitori sono esortati ad essere cauti e ad usare un approccio critico verso le informazioni ricevute. Fondamentalmente, nessun tipo di etichetta diagnostica riassume le caratteristiche di una persona. E’ infatti necessario prendere in considerazione sia i punti di forza sia i punti deboli della persona stessa, fornendo quindi un intervento individualizzato che risponda a questi bisogni (valutati e monitorizzati in modo adeguato). Nonostante il percorso fatto, cerchiamo tuttora di definire questa strana incapacità di imparare le abilità sociali, di stabilire quante persone essa riguarda e di decidere cosa possiamo fare per quelle che ne sono affette. Le linee guida seguenti ricapitolano parte dell’informazione attualmente ottenibile su tali questioni.

L’autismo è il disturbo pervasivo dello sviluppo (PDD) più largamente riconosciuto. Altre diagnosi, con forme leggermente simili a quelle riscontrate nell’autismo, sono state studiate in modo meno intenso, rendendo la loro validità più discutibile. Una di queste condizioni, chiamata sindrome di Asperger, è stata originariamente descritta da Hans Asperger (1944, vedi traduzione di Frith, 1991), il quale forniva un resoconto di alcuni casi, le cui forme cliniche somigliavano alla descrizione di Kanner (1943) dell’autismo (problemi con interazione sociale e comunicazione e schemi di interessi limitati e caratteristici). La descrizione di Asperger si differenziava però da quella di Kanner, in quanto il linguaggio era in ritardo in modo meno frequente, i deficit di tipo motorio erano più comuni, l’inizio della manifestazione del disturbo si presentava più tardi, e tutti i casi iniziali descritti riguardavano solo il sesso maschile. Inoltre, Asperger suggeriva che era possibile osservare alcuni problemi simili anche in altri membri della famiglia, e particolarmente nei padri.

Per molti anni, questa sindrome è rimasta fondamentalmente sconosciuta nella letteratura inglese. Uno sguardo retrospettivo e una serie di analisi di casi realizzati da Lorna Wing (1981), aumentarono poi l’interesse per questa condizione, determinando un uso sempre maggiore di questo termine nella pratica clinica e un continuo aumento del numero di rapporti di casi e di studi di ricerca. Le caratteristiche cliniche della sindrome descritte abitualmente includono: a) scarsezza di empatia; b) interazione sociale unilaterale, inappropriata e senza malizia, poca abilità di formare delle amicizie e conseguente isolamento sociale; c) linguaggio monotono e pedante; d) scarsa comunicazione non verbale; e) profondo interesse in tematiche circoscritte come il tempo, i fatti di trasmissioni televisive, gli orari ferroviari o le carte geografiche che, memorizzate in modo meccanico, riflettono poca comprensione conferendo inoltre un’impressione di eccentricità; f) movimenti goffi, maldestri e posture bizzarre.

Nonostante Asperger avesse originariamente descritto la presenza di questa condizione unicamente in persone di sesso maschile, attualmente vi sono pure casi di persone di sesso femminile con questa sindrome. I maschi hanno comunque molta più probabilità di esserne affetti. Anche se risulta che la maggior parte dei bambini affetti da questa condizione si situano nei normali parametri di intelligenza, in alcuni di loro è stato riscontrato un leggero ritardo.

L’apparente inizio della condizione, o perlomeno la presa di coscienza di essa, ha luogo probabilmente un po’ più tardi dell’autismo. È possibile che ciò sia dovuto al fatto che le proprietà di linguaggio e le abilità cognitive sono migliori. La condizione tende ad essere molto stabile nel tempo e le più alte capacità intellettive osservate suggeriscono, a lungo temine, un miglior esito di quanto tipicamente osservato nell’autismo.

Diversi concetti diagnostici simili, ripresi dalla psichiatria degli adulti, dalla neuropsicologia, dalla neurologia e da altre discipline, hanno una forte comunanza con gli aspetti fenomenologici della sindrome di Asperger. Wolff e altri colleghi hanno per esempio descritto un gruppo di individui che avevano uno schema anomalo di comportamento, caratterizzato da isolamento sociale, rigidità di pensiero e da abitudini e stile inusuali di comunicazione. Questa condizione fu chiamata disturbo schizoide della personalità nell’infanzia. Purtroppo, non venne fornito nessun resoconto dello sviluppo della condizione, rendendo quindi difficile accertarsi della misura in cui gli individui descritti avrebbero avuto anche una sintomatologia di tipo autistico nei primi anni di vita. In generale, per il fatto che la sindrome di Asperger è vista come un tratto della personalità che non cambia, è difficile apprezzarne pienamente gli aspetti dello sviluppo, che potrebbero però dimostrarsi di grande valore per la diagnosi differenziale.

 In neuropsicologia è stata dedicata una grossa parte della ricerca al concetto di Rourke (1989) sulla sindrome del disturbo di apprendimento non verbale (NLD). Il contributo principale di questa linea di ricerca è stato il tentativo di tracciare le implicazioni sullo sviluppo sociale ed emozionale del bambino con un profilo neuropsicologico singolare di abilità e deficit, che sembra avere un impatto deleterio sia sulle capacità di socializzazione, sia sugli stili interattivi e comunicativi della persona. Le caratteristiche neuropsicologiche degli individui con il profilo della disabilità di apprendimento non verbale includono deficit nella percezione tattile, nella coordinazione psicomotoria, nell’organizzazione visuospaziale, nella risoluzione di problemi non verbali e nell’apprezzamento dell’assurdo e del senso dell’umorismo. Gli individui con disabilità di apprendimento non verbale manifestano anche ben sviluppate capacità meccaniche verbali e di memoria verbale, ma delle difficoltà ad adattarsi a situazioni nuove e complesse, troppo attaccamento a comportamenti stereotipati in tali situazioni, nonché dei deficit in aritmetica meccanica rispetto alle capacità di lettura di singole parole, poca pragmatica, parlata monotona, e difficoltà significative nella percezione e nel giudizio sociale e nelle abilità d’interazione sociale. Vi sono difficoltà notevoli nell’apprezzamento di sottili e abbastanza ovvi aspetti non verbali della comunicazione, i quali spesso hanno come conseguenza il disprezzo e il rifiuto da parte di altre persone. Come risultato, gli individui con disabilità di apprendimento non verbale manifestano una forte tendenza a ritirarsi socialmente e sono a rischio di sviluppare dei seri disturbi dell’umore.

Molti degli aspetti clinici della disabilità di apprendimento non verbale sono stati descritti anche nella letteratura neurologica come una forma di disabilità di sviluppo di apprendimento dell’emisfero destro (Denckla, 1983; Voeller, 1986). I bambini affetti da questa condizione mostrano dei disturbi profondi nell’interpretazione e nell’espressione affettiva e in altre abilità interpersonali di base. Infine, un ulteriore termine presente nella letteratura, il disordine semantico-prammatico (Bishop, 1989), riporta ugualmente degli aspetti del disturbo di apprendimento non verbale e della sindrome di Asperger.

Al momento, non è chiaro se questi concetti descrivano delle entità differenti o se, ciò che è più probabile, diano delle prospettive differenti di un gruppo eterogeneo, ma in sovrapposizione, di disturbi che hanno in comune almeno alcuni aspetti. Una meta importante della ricerca attuale è di cercare una convergenza tra i vari resoconti specifici delle differenti discipline, in modo da usare diverse metodologie nello sforzo di validare il concetto, definito in modo comportamentale, di sindrome di Asperger. Comunque, per migliorare la comparabilità degli studi, è di grande importanza stabilire delle linee guida consensuali e rigorose per la diagnosi della sindrome di Asperger, in particolare rispetto alle similitudine con altre condizioni correlate.

Come definiti nel DSM-IV (APA, 1994), i criteri provvisori per la sindrome di Asperger seguono la stessa struttura dei criteri dell’autismo, sovrapponendosi infatti fino ad un certo livello. La sintomatologia è definita in termini di criteri di debutto, di criteri sociali e emozionali e di criteri di interessi limitati, con l’aggiunta di due caratteristiche comuni ma non necessarie, che comprendono i deficit motori e le capacità speciali occasionali. Un criterio finale comprende l’esclusione necessaria di altre condizioni, soprattutto l’autismo oppure una forma di autismo “al di sotto della soglia” (o di “tipo-autistico”, il disturbo pervasivo dello sviluppo, non altrimenti specificato). È interessante constatare che la definizione della sindrome di Asperger nel DSM-IV abbia come punto di riferimento l’autismo, per cui alcuni dei criteri comportano l’assenza di anormalità in alcune aree di funzionalità che sono invece affette nell’autismo. La seguente tabella riassume i criteri per la “sindrome di Asperger” nel DSM-IV, col termine di “disturbo di Asperger” (APA, 1994):

 A

Compromissione qualitativa nell’interazione sociale, come manifestato da almeno 2 dei seguenti:

1) marcata compromissione nell’uso di diversi comportamenti non verbali come lo sguardo diretto, l’espressione mimica, le posture corporee e i gesti che regolano l’interazione sociale

2) incapacità di sviluppare relazioni con i coetanei adeguate al livello di sviluppo

3) mancanza di ricerca spontanea della condivisione di gioie, interessi o obiettivi con altre persone (per es. non mostrare, portare o richiamare l’attenzione di altre persone su oggetti di proprio interesse)

4) mancanza di reciprocità sociale o emotiva.

B 

Modalità di comportamento, interessi, e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati, come manifestato da almeno uno dei seguenti:

1) Dedizione assorbente ad uno o più tipi di interessi stereotipati e ristretti, che risultano anomali o per intensità o per focalizzazione

2) Sottomissione del tutto rigida ad inutili abitudini o rituali specifici

3) Manierismi motori stereotipati e ripetitivi (per es., sbattere o torcere le mani o le dita o movimenti complessi di tutto il corpo)

4) Persistente eccessivo interesse per parti di oggetti.

C 

L’anomalia causa compromissione clinicamente significativa dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento.

D 

Non vi è un ritardo del linguaggio clinicamente significativo (per es., all’età di 2 anni sono usate parole singole, all’età di 3 anni sono usate frasi comunicative).

E 

Non vi è un ritardo clinicamente significativo dello sviluppo cognitivo o dello sviluppo di capacità di autoaccudimento adeguate all’età, del comportamento adattivo (tranne che nell’interazione sociale) e della curiosità per l’ambiente nella fanciullezza.

F 

Non risultano soddisfatti i criteri per un altro specifico Disturbo Generalizzato dello Sviluppo o per la Schizofrenia.

 

Secondo il DSM-IV, l’anamnesi dell’individuo deve manifestare “una mancanza di qualsiasi ritardo clinicamente significativo” nell’acquisizione del linguaggio, nello sviluppo cognitivo e nel comportamento di adattamento (tranne che nell’interazione sociale). Questo è in contrasto con i tipici resoconti di bambini autistici che presentano dei notevoli deficit e anomalie in queste aree prima dell’età di tre anni.

Anche se questo criterio coincide con il resoconto di Asperger, Wing (1981) notò la presenza di deficit nell’uso del linguaggio per la comunicazione, oltre ad incapacità più specifiche del linguaggio in alcuni dei suoi casi di studio. Al momento, non si sa se la mancanza di ritardi nelle aree stabilite sia un fattore differenziale tra la sindrome di Asperger e l’autismo oppure, in alternativa, sia semplicemente un rispecchiamento del livello di sviluppo più alto associato all’uso del termine della sindrome di Asperger.  

Altre descrizioni comuni dello sviluppo dei primi anni degli individui con sindrome di Asperger, includono una certa precocità nell’apprendimento del linguaggio (“parlava prima ancora di camminare”), e l’essere affascinato da lettere e numeri; infatti, a volte il bambino piccolo può essere in grado persino di decodificare delle parole, ma con poca o nulla comprensione (“iperlessia”). Il bambino può inoltre stabilire delle modalità d’attaccamento con i famigliari, ma presentare modalità di approccio inappropriati con compagni o altre persone. Invece di ritirarsi o stare in disparte come accade nell’autismo, il bambino può piuttosto cercare di prendere contatto con altri bambini abbracciandoli o gridando e poi restare perplesso di fronte alle loro risposte. Questi comportamenti possono essere ogni tanto rilevati in bambini autistici di alto livello, sebbene in modo molto meno frequente.

 Anche se i criteri sociali per la sindrome di Asperger e l’autismo sono identici, la prima condizione di solito coinvolge meno sintomi e si presenta generalmente in modo diverso di quanto faccia la seconda. Individui con la sindrome di Asperger sono spesso isolati socialmente, ma non sono inconsapevoli della presenza degli altri, anche se i loro approcci possono risultare inappropriati e strani. Essi possono per esempio ingaggiare un interlocutore, spesso un adulto, in conversazioni unilaterali caratterizzate da un modo di parlare interminabile, pedante e volte a un argomento preferito, spesso inusuale e limitato. Inoltre, anche se gli individui con sindrome di Asperger descrivono spesso sé stessi come dei solitari, dimostrano frequentemente un grande interesse a stringere amicizie e incontrare della gente. Questi desideri sono invariabilmente ostacolati dai loro approcci goffi e dall’insensibilità verso i sentimenti delle altre persone, le loro intenzioni, e le comunicazioni non verbali e implicite (per esempio segni di noia, fretta di congedarsi e necessità di privacy). Essendo cronicamente frustrati dai loro ripetuti fallimenti di relazionare con altri e stringere amicizie, alcuni di questi individui sviluppano dei sintomi di depressione che possono necessitare delle terapie e delle medicine.

Riguardo all’aspetto emozionale della transazione sociale, gli individui con la sindrome di Asperger possono reagire inappropriatamente nel contesto di un’interazione affettiva, o anche sbagliare nell’interpretarne il suo valore, mostrando spesso un senso di insensibilità, di formalità o d’indifferenza nei confronti dell’espressione emozionale dell’altra persona. Nonostante ciò, possono essere capaci di descrivere correttamente, in maniera cognitiva e spesso formale, le emozioni delle altre persone, le aspettative e le convenzioni sociali, mentre sono incapaci di agire nei confronti di questa conoscenza in maniera intuitiva e spontanea, mancando per questo motivo di “tempismo” nell’interazione. Questa debole intuizione e questa difficoltà ad adattarsi spontaneamente, sono accompagnate da un marcato legame a regole formali di comportamento e a convenzioni sociali rigide. Questo comportamento è ampiamente responsabile dell’impressione di naiveté sociale e di rigidità comportamentale, che è assai comune tra questi individui.

Come nella maggioranza degli aspetti comportamentali usati per descrivere la sindrome di Asperger, alcune di queste caratteristiche sono presenti in individui affetti da autismo ad alto funzionamento benché, molto probabilmente, in misura minore.

 Anche se, nel DSM-IV, la definizione dei criteri che determinano la sindrome di Asperger e l’autismo è identica, e richiede la presenza di almeno uno dei sintomi nella lista fornita (cf. lista più sopra), sembra che in questo gruppo il sintomo osservato più frequentemente in assoluto riguardi il pensiero rivolto continuamente ad un ristretto schema di interessi. Diversamente dall’autismo, dove altri sintomi di quest’area possono risultare molto marcati, gli individui con sindrome di Asperger non ne sono solitamente affetti, ad eccezione della preoccupazione verso un argomento inusuale e limitato che assorbe tutta la loro attenzione e sulla quale si documentano acquisendo grandi quantità di dati, che sono esibiti poi anche troppo prontamente alla prima occasione di interazione sociale. Anche se la scelta del soggetto viene cambiata di tanto in tanto (per esempio ogni uno o due anni), spesso domina il contenuto dello scambio sociale come pure le attività degli individui con la sindrome di Asperger, immergendo la famiglia intera nell’argomento scelto per lunghi periodi di tempo. Anche se questo sintomo non è facilmente riconoscibile nell’infanzia (perché tra bambini sono molto frequenti degli interessi forti per questo o quell’argomento), è possibile che diventi evidente più tardi, quando gli interessi si rivolgono ad argomenti bizzarri e ristretti. Questo comportamento è peculiare, nel senso che spesso gli individui affetti da questa sindrome imparano delle enormi quantità di fatti su argomenti però molto ristretti (per esempio serpenti, nomi di stelle, carte geografiche, programmi TV o orari ferroviari).

Oltre ai criteri specificati e  considerati necessari per la diagnosi, c’è un ulteriore sintomo associato alla diagnosi della sindrome di Asperger che non viene però ritenuto come indispensabile per la diagnosi: il ritardo nel raggiungimento delle tappe di sviluppo motorio basilari e la presenza di una “goffaggine motoria”. Gli individui con sindrome di Asperger possono avere dei ritardi nell’acquisizione di abilità motorie, come per esempio pedalare, prendere al volo una palla, aprire un barattolo, arrampicarsi su una scala a pioli, ecc. Spesso sono individui visibilmente impacciati caratterizzati da un’andatura rigida, da posture bizzarre, da deboli capacità manipolatorie e da rilevanti deficit nella coordinazione oculomotoria. Nonostante queste caratteristiche siano in chiaro contrasto con lo schema di sviluppo motorio caratteristico dei bambini autistici, per i quali l’ambito delle capacità motorie costituisce spesso un relativo punto di forza, esse rispecchiano in parte ciò che si può osservare in individui con autismo più anziani. Nonostante ciò, la similitudine in età più avanzata potrebbe anche essere il risultato di altri fattori sottostanti, per esempio il deficit psicomotorio nel caso della sindrome di Asperger e la debole immagine del proprio corpo e di sé stessi nel caso dell’autismo. Ciò mette in luce l’importanza di una descrizione di questi sintomi in termini di sviluppo. 

 

Eccellenze Italiane nel Mondo

Eccellenze Italiane nel Mondo - ATLANTIS

Un vestito adatto 

a Colazione da Tiffany

Venezia è unica, Venezia è stupenda, Venezia è la città perfetta ma Venezia per chi scrive è un diabolico tranello. Perché il luogo comune è sempre dietro l’angolo, la banalità pure e non parliamo dell’oleografia stereotipata. La venezianità - come argomento, stile e oggetto descrittivo - è come sopra. Fortunatamente, esistono antidoti miracolosi rappresentati dall’originalità, il buon gusto e la solidità filologica di chi è l’interprete. E’ il caso di Magda Piscicelli Majori. Architetto, veneziana d’importazione (ma viene dalla vicina Portogruaro terra di Ippolito Nievo anche se la sua famiglia ci è arrivata provenendo da più lontano). Il suo studio d’architettura è proprio ai piedi del Ponte di San Pantalon. Ampio e luminoso, anticipa il gusto di Magda ispirata per lo più dal fascino della luminosità e del colore. Già, perché ci sono passioni che crescono dentro e prima o poi non si possono trattenere.

 

La collezione di moda Luce Majori

“La prima idea del disegno tipico delle mie collezioni - rivela Magda Piscicelli Majori - è del 2010 ma è rimasta chiusa nel cassetto fino al 2014. Peraltro, la passione di disegnare e colorare mi ha sempre accompagnata sin dalla più tenera età. Dopo il liceo mi sono iscritta all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, trasferendomi nella città lagunare e mi sono laureata nel 1991. L’iscrizione all’ordine è dell’anno successivo. Nell’esercizio della mia professione, che svolgo soprattutto a Venezia, mi sono sempre occupata di edilizia storica, svolgendo attività di progettazione architettonica, direzione lavori, coordinamento per la sicurezza ed interior design, per committenti privati veneziani e non veneziani, attesa l’esistenza a Venezia di un vasto mercato di seconde case, che mi ha permesso di entrare in contatto con clienti dalla provenienza più svariata. Ed è stata proprio quest’ultima circostanza che mi ha fornito l’occasione di lavorare anche fuori Venezia ed occuparmi di interior design in altre case che alcuni miei clienti possiedono in località come Lignano Sabbiadoro, Porto Piccolo nel Golfo di Trieste, Udine, Cortina d’Ampezzo, ecc. 

Per alcuni anni dopo la laurea ho anche svolto attività di cultore della materia e collaboratore alla didattica presso lo IUAV di Venezia.

Poi la passione della moda è riesplosa.

“Sono partita dalla creazione dei tessuti, i cui disegni sono ispirati dalla città che amo cioè Venezia naturalmente - riprende Magda – le sue innumerevoli linee ondulate e geometriche, molteplici forme illuminate e colorate, attraverso marmi, pietre e vetri, che si incontrano magicamente sulle secolari facciate di nobili palazzi, in un tripudio di losanghe lobate, trifore gotiche, fregi marmorei e vetri pregiati. Quindi mi sono trovata ad affrontare il problema della produzione, non certo semplice per un creativo, vale a dire l’individuazione di fornitori di qualità che producessero tessuti stampati su mio disegno. Alla fine, scremando tra tre aziende, sono arrivata ad ottenere quello che desideravo”

 

Il marchio è Luce Maori

“Il nome che ho scelto per il marchio è Luce Majori: in casa mi hanno sempre chiamata Luce e Majori era il cognome di mia madre, mancata improvvisamente qualche anno fa, insieme mi sono piaciuti; e poi la luce accarezza le facciate dei palazzi veneziani e la superficie dei loro meravigliosi pavimenti, motivi ispiratori ed evocativi dei miei tessuti. Recentemente ho anche modificato il mio cognome aggiungendo quello di mia madre, Majori appunto, il che ha imposto un iter burocratico per il raggiungimento di questo mio desiderio”.

 

Parliamo di cose concrete: come si realizza una collezione annuale di moda?

“La prima fase consiste nel disegno a mano libera delle fantasie dei tessuti su un foglio a quadretti, segue l’acquisizione elettronica attraverso un programma apposito, si trasformano i file in PDF e li si trasmette all’azienda tessile produttrice che provvede a realizzare le prove di stampa su tirelle (campioni) di tessuto prescelto. Una volta dato il via libera ai colori delle tirelle, vengono stampati i rotoli di stoffa nelle diverse fantasie, che poi servono a livello sartoriale per il confezionamento dei capi”.

 

L’azienda fornitrice è segreta?

“Diciamo che l’azienda fornitrice dei tessuti stampati si trova sul lago di Como, donna Lario, mentre il laboratorio sartoriale che confeziona i capi di abbigliamento si trova nella marca trevigiana, donna Montello”.

 

Ancora.

“Si passa alla fase del confezionamento e si realizzano i capi prototipo di ogni singolo modello, si provvede al cosiddetto sdifettamento dei capi prototipo prima di fare il capo definitivo. Una volta realizzati i capi prototipo definitivi per ogni modello, viene effettuato lo sviluppo delle taglie, che per le mie collezioni vanno dalla taglia 40 alla taglia 46. Nell’ottica di una creazione a tutto tondo, ho curato la messa a punto anche del tagliando marchio in cartoncino, che si è così trasformato in un segnalibro, che così segue colei che ha scelto di indossare un capo Luce Majori e che mi piace immaginare sia anche un’appassionata di lettura”.

 

La prima collezione è del 2014.

“Indubbiamente la prima collezione è stata fonte di poliedriche soddisfazioni, a partire da quella costituita dalla prima visione dei capi confezionati presso il laboratorio sartoriale, a cui è seguita la prima vendita ad un bellissimo concept store e ai numerosi riconoscimenti ed attestati di stima e incitamento ricevuti da amici come da semplici conoscenti. Ma la soddisfazione più grande è stata incontrare, in un campo veneziano, per la prima volta una signora sconosciuta, che indossava un mio capo, soddisfazione che si è poi riproposta altre volte”.

 

I prezzi?

“Devo confessare che non ho curato più di tanto la politica dei prezzi dei miei capi, pur essendomi noto che normalmente i prezzi praticati dai negozi sono pari a 2,5 /3 volte il prezzo di acquisto dal fornitore. Per l’esperienza sin qui maturata, i capi Luce Majori vengono venduti al dettaglio al prezzo di circa euro 350,00 per un abito e di circa euro 200,00 per una gonna”.

 

Il futuro?

“Continuare ad assecondare la mia passione, non tralasciando il mio lavoro tradizionale di architetto. Peraltro, ritengo che le due attività non siano affatto contrapposte. Anzi”.

 

Si ratta sempre di cultura della bellezza e del benessere della persona.

“Esatto”.

 

Una strategia commerciale?

“Sicuramente una buona strategia commerciale non può prescindere, soprattutto per un nuovo marchio, dall’attenta cura all’aspetto promozionale ed in questa prospettiva annovero tra le esperienze maggiormente positive, e fonte di notevole soddisfazione, la partecipazione all’Arab Fashion Awards, manifestazione che si è svolta lo scorso settembre 2017 a Palazzo Contarini Polignac a Venezia, alla quale hanno preso parte marchi già affermati come quelli che muovono i primi passi”.

 

I punti di forza?

“Per il momento non posso che continuare a puntare sul mio carattere volitivo, a tratti al limite della testardaggine”.

 

Quelli di debolezza?

“Nasco creativa e non imprenditrice, il che se agevola sicuramente nella realizzazione delle collezioni, non basta quando ci si debba occupare della commercializzazione. A ciò si aggiunga che il mondo dei lustrini devo affrontarlo contro la mia naturale propensione alla riservatezza”.

 

La chiave di volta?

“Senza dubbio l’individuazione corretta del canale distributivo e commerciale. Ci sto lavorando insieme ad amici imprenditori e ad esperti di marketing e comunicazione”.

 

Il suo mercato?

“Il mondo con una vetrina ed un’ispiratrice eccezionale come Venezia”.

Eccellenze Italiane nel Mondo

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Sartoria Monti, abiti su misura Made in Veneto perché lo stile è l’uomo

Il Terraglio o Terajo come si dice in gergo locale, è la strada praticamente rettilinea che congiunge Venezia a Treviso e attraversa le cittadine di Mogliano Veneto e Preganziol. Poco distante, si trova Villa Condulmer, sul quale impianto patrizio veneto, ora offre il suo ottimo servizio l’omonimo albergo cinque stelle, che ospitò personaggi illustri come Ronald Reagan, in occasione del G8 veneziano del 1986. A pochi metri dalla Villa e dal prestigioso Golf Club di 18 buche più campo executive, si trova la sede principale dell’azienda sartoriale condotta dal manager Enrico Monti. Enrico è alto e snello. Verrebbe da dire: naturalmente elegante. Quasi ovvio che si dedicasse a rendere eleganti uomini e donne.

“Ma è necessario che lo vogliano - sottolinea Monti - perché non è necessario e nemmeno sufficiente essere benestanti per desiderare di essere eleganti. L’eleganza, forse non è innata, ma è sicuramente una scelta”. 

La passione per i tessuti è sicuramente stata tramandata dalle precedeti generazioni e più precisamente dal 1911 quando Bruno Monti (nonno di Enrico) creò la Tessitura Monti, storica azienda di tessuti per la camiceria.

“Con lo stesso impegno - incalza Enrico Monti - ci siamo specializzati nella creazione di abiti e camicie da uomo sartoriali, con particolare attenzione alla qualità della manodopera. Ora dirò una cosa che potrebbe apparire un po’ razzista ma non lo è affatto: i nostri addetti sono esclusivamente italiana perché custodiscono un sapere artigianale del tutto peculiare e irripetibile altrimenti”.

In realtà, una delle insegne che campeggiano all’ingresso, recita “Perfectum”, marchio che cela innovazione e tecnologia: “Nel 2010 è nata Perfectum, con l’acquisizione di una tecnologia nata in Francia, abbiamo a disposizione Body Scanner in grado di registrare le misure del corpo dei nostri clienti con tutti i particolari necessari per creare una camicia o un abito perfettamente modellati sulle caratteristiche del cliente. Però… - soggiunge - anche in questo caso è necessario che intervenga un addetto perfettamente addestrato e che conosce la professione sartoriale”.

 

Quindi, anche se l’idea è quella di percorrere la strada dell’innovazione, l’intenzione è di non abbandonare la strada maestra dell’artigianalità.

“L’obiettivo non è certo la quantità, ma la qualità - prosegue Monti - infatti, nel 2014 l’azienda è stata riconosciuta come una delle migliori otto aziende artigiane italiane”.

 

La clientela internationale.

“Non possiamo certo pensare di andare a cercare il cliente all’estero - argomenta Monti - l’azienda è a due passi da Venezia, immersa nel verde della campagna Veneta e a dieci minuti dall’aeroporto di Venezia e di Treviso. Credo sia strategicamente corretto pensare di attrarre il cliente qui, offrendo la possibilità del soggiorno in albergo, una passeggiata nella vicinissima Venezia e magari qualche buca a golf. E magari fidelizzarlo registrando le sue misure per realizzare ogni anno abiti (maschili e femminili) e camicie che possono essere spedite ad ogni capo del mondo”.

 

Nella sede dove ci troviamo, è operativo il laboratorio di camiceria mentre nel centro storico di Treviso, c’è il negozio con “sartoria a vista” perché il cliente acquisito o potenziale si renda conto della cura quasi maniacale (soprattutto altamente professionale) con la quale sono realizzati i capi.

“La ricerca e l’attenzione del particolare, dall’abito classico all’abito da cerimonia fanno del capo della Santoria Monti un capo unico, dedicato interamente non solo alla fisicità del cliente, ma anche alla sua personalità, al suo stile - prosegue - ci avvaliamo inoltre di sarti napoletani in sede che soddisfano anche il cliente più esigente, dal crine Milano con cui si ricavano le tele, alla seta Faro per le asole e le impunture a mano”.

 

Il manager/sarto Enrico Monti non lo dice, ma lui che è cresciuto tra i telai del nonno e del padre, è molto fiero di svolgere anche la parte di consulente se non di “arbiter elegantiarum” a favore del suo cliente.

“Ci occupiamo anche di calzature - si infervora, manifestando tutto l’entusiasmo che ha verso  la sua attività - che dalla tomaia alla suola sono personalizzate anatomicamente”.

 

Quindi, niente magazzino e tutto on demand?

“In realtà, realizziamo due essenziali collezioni all’anno (Autunno e Primavera) per dare ai nostri clienti la possibilità di avere un’idea chiara del capo finito con i nuovi tessuti - soggiunge - i nostri tessuti provengono dai migliori lanifici nazionali ed esteri, da Loro Piana a Drapers, da Barberis Canonico a Dourmeuil. Ovviamente per la camiceria i nostri tessuti provengono dalla Tessitura Monti”.

 

Last but not least: il luogo dove ci troviamo, ovvero la sede della Sartoria Enrico Monti e della società Perfectum, è stata per 25 anni lo studio di registrazione di uno dei più importanti marchi discografica italiani. Qui sono passati, tra gli altri musicisti e cantanti italiani e internazionali, Vasco Rossi, Zucchero, Gino Paoli, i Rolling Stones, etc.

Dai tessuti alla musica, alla sartoria è una storia di amore e di passione. Dall’arte all’artigianato, dall’eleganza al gusto del bello è cultura (anche di impresa) italiana per il mondo. 

 

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Lunardelli, Cinquant’anni portati con stile

Si esce dalla Autostrada A4 Venezia Trieste al casello di Meolo o di Noventa di Piave (Venezia) e lì vicino nella Zona Industriale di Fossalta di Piave, c’è il consueto gioiello di PMI italiana firmato Nord Est: la Lunardelli Est 1967.

 

L’Azienda

La Lunardelli Angelo snc viene fondata nel 1967 a Fossalta di Piave (Venezia) e si specializza nella produzione di serramenti e arredamenti in legno. 

È stata guidata dal proprio fondatore fino al 2008, anno in cui vi è stato il definitivo passaggio generazionale che ha condotto alla guida della società i tre figli, Agnese, Giampaolo e Sebastiano, i quali ogni giorno proseguono il lavoro del padre con la stessa tenacia e passione.

Da semplice falegnameria, l’azienda cresce rapidamente. I Lunardelli non si accontentano del loro prodotto. Così, attraverso la professionalità dei progettisti, la passione degli artigiani, le più avanzate tecnologie e i migliori materiali, l’azienda diventa in grado di realizzare qualsiasi desiderio di personalizzazione curando ogni dettaglio, dallo sviluppo dell’idea alla posa in opera. Da solo elemento funzionale di chiusura e protezione dall’interno, diventa anche elemento emozionale di apertura e relazione verso l’esterno, un tramite tra l’uomo e l’ambiente, un mezzo per stimolare la contemplazione del paesaggio e quindi uno stile di vita più sostenibile.

 

Agnese Lunardelli

Oggi, chi rappresenta l’azienda non solo come amministratore ma come leader del gruppo familiare è Agnese che è nata a San Donà di Piave, dove ha compiuto gli studi superiori, sposata e mamma di due figlie.

Agnese come la sorellina Maria Grazia fin dall’asilo frequentava la falegnameria del padre: “Impilavamo i pezzi di legno che venivano fuori da una pialla, facevamo dei pacchi, oppure levigavamo, cose molto semplici, ma sono stata dentro la bottega da sempre. Ho imparato a conoscere il legno e ad amarlo”. Oggi apprezza il larice, quello su cui è stata fondata Venezia, ma lavora anche il tek, il mogano e cerca di fronteggiare l’avanzare dell’uso delle materie plastiche. Tuttavia, senza essere contraria all’innovazione.

“L’azienda ha sempre investito in ricerca e innovazione dotandosi di reparti di lavorazione all’avanguardia e acquisendo la certificazione ISO 9001”.

 

 

Le scelte e la crescita

Il segreto delle scelte sta nell’avere cercato un proprio ambito (che è quello della qualità altissima)

“Tra i primi lavori dell’azienda - racconta - ci sono gli infissi in legno del palazzo dell’Adriatica Navigazione della Serenissima, una delle compagnie navali pubbliche più importanti negli anni Settanta. Palazzo Grassi ci ha chiamato per realizzare un progetto di ripristino e restauro dei propri serramenti, un lavoro conservativo lungo un anno che ha riportato a nuovo tutti gli infissi. A noi si è rivolta l’università Ca’ Foscari, sia per il restauro che per la parte di nuova costruzione; e ancora il restyling della spettacolare sede della Biblioteca nazionale Marciana, in piazzetta San Marco”.

Firmati Lunardelli sono  i serramenti degli Hotel Danieli e Bauer, nonché di case private, proprietà di nomi altisonanti che esigono la privacy ma che in città sono conosciuti come il rinnovato patriziato serenissimo. Noi adesso facciamo serramenti che hanno tenuta per aria, acqua e vento, riproponendo le sagomature e le lavorazioni particolari dei palazzi di secoli fa. Cerchiamo di ridare a livello estetico il loro significato, dotandoli di requisiti che permettono la protezione. Per fare un lavoro a mano meraviglioso come il nostro ci vuole scuola e esperienza, la manodopera di Est 1967 è molto specializzata, gli operai imparano il mestiere da piccoli e negli anni Novanta si erano estinti, poi siamo ripartiti con la formazione”.

 

 

La crisi

“Nel 2014 ho subito il fallimento di un cliente e un concordato in bianco. Ci è sembrato che il mondo ci crollasse addosso addosso. Nel Nord Est registriamo il record di persone che si sono tolte la vita per la crisi. Avevamo circa trenta dipendenti, alcuni si sono licenziati, a malincuore mi è toccato mandarne a casa la metà. È stato doloroso, i dipendenti sono parte della mia famiglia, del nostro corpo. Ora, a distanza di pochi anni, con tanta dedizione e sacrificio un po’ alla volta stiamo rialzando la testa. Ci manca tutta la fetta del mercato italiano, ma non lavoro più se non ci sono garanzie, non voglio rischiare”. Una storia, quella del risollevarsi, che ha radici profonde di tenacia e valori morali. Come quelli del padre Angelo Lunardelli, figlio di mezzadri, che a 16 anni già aspira ad essere indipendente, a 18 perde tre dita della mano sinistra, gli riconoscono l’invalidità e si vede assegnato un lavoro statale “dove gli consigliavano di fare il meno possibile”, e a cui rinuncia dopo pochi mesi perché, diceva, “mi sento imbrigliato”. A 28 anni riesce a mettersi in proprio. “Mia madre, Regina, è stata la sua prima dipendente”.

 

La Lunardelli nel Mondo

Tante imprese di serramenti nel settore del legno sono cadute, fallite, “prima c’era la competizione nazionale, ora è mondiale, ma noi possiamo fare la differenza, anche perché credo che sappiamo dare il giusto valore alle cose, ascoltando i desideri dei committenti e provando a interpretarli. Non mi limito a fare le finestre, sono un’imprenditrice che cerca di esaudire i sogni degli altri”.

Ecco allora l’apertura degli Showrooms in Russia a Mosca delle collaborazioni con designers internazionali e il continuo viaggiare sull’esempio dei veneziani Polo (e non solo).

 

L’impegno nella rappresentanza

Attiva in Confindustria Venezia, come presidente delle Pmi. Nel 2011 da presidente della sezione legno, è riuscita ad  allestire al World Wide a Mosca, il salone del mobile, uno stand di 150 metri quadri per organizzare la presenza del made in Venice: “abbiamo creato un contesto veneziano, ovviamente moderno. Con noi dei serramenti, la tessitura Bevilacqua che adopera ancora i telai di legno, la Abate Zanetti, eccellenza del vetro di Murano e altre belle realtà. Grazie a questa fiera siamo riusciti a stringere tanti contatti e andando su e già con gli aerei siamo arrivati anche in Texas e abbiamo creato occasioni di lavoro”. Con il progetto ‘Alchimie culturali’ ha favorito l’incontro tra l’arte contemporanea e le imprese del territorio che hanno accettato di aprire le porte dell’azienda, permettendo a giovani artisti di lavorare e produrre con loro. Dal 2016 è Presidente di IVE Immobiliare Veneziana srl partecipata del Comune di Venezia. Ha creato anche il gruppo delle donne imprenditrici “di cui sono orgogliosa perché una donna ha tante difficoltà. Le donne possono essere madri e imprenditrici, la sensibilità può fare la differenza in un mondo che ha bisogno di essere rigenerato”. Ma sempre attaccato ai valori della Metalmezzadria. 

 

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La Casa di Cura Giovanni XXIII 

di Monastier di Treviso

 

Tecnologia di ultima generazione e medici di altissimo livello, le peculiarità 

di una clinica di livello europeo.

 

 

La Casa di Cura Giovanni XXIII di Monastier, è una struttura polispecialistica privata, convenzionata con il servizio sanitario nazionale e tra le più rinomate in Veneto. 

Nata negli anni ’30 è un centro di riferimento a livello nazionale per l’ortopedia con la sezione di Chirurgia Protesica, di Chirurgia Artroscopica e di Chirurgia Spinale: è al primo posto in Veneto per interventi di protesi ed al quarto nella classifica nazionale(fonte C.N.E. Ministero della salute). 

La struttura ospita anche il Dipartimento Medico Riabilitativo, il Dipartimento Chirurgico, di Chirurgia Generale, Chirurgia Vascolare, Urologia, Oculistica, un Day Surgery multidisciplinare, il servizio di Diagnostica per immagini, il Laboratorio Analisi e numerosi ambulatori polispecialistici. 

Nel corso del 2017 la Casa di Cura “Giovanni XXIII” di Monastier ha effettuato 10.289 ricoveri totali con un aumento del 4,48% rispetto al 2016. 

Fiore all’occhiello della struttura, che ha 170 posti letto (di cui 129 accreditati con la Regione Veneto, 19 extra regione, e 22 solo autorizzati), è la continua ricerca ad una strumentazione di diagnosi sempre più all’avanguardia e di ultima generazione.  

Come ad esempio la DIAGNOSTICA PER IMMAGINI diretta dal dottor Francesco Di Toma che costituisce un centro di prima eccellenza a livello nazionale. Attraverso l’impiego di strumenti di ultima generazione come il CAD Stream, il più potente elaboratore oggi sul mercato che consente di individuare, in pochissimi secondi, la presenza o meno di lesioni neoplastiche al seno; il Mammografo con Tomosintesi, la TAC a 128 strati, la Risonanza Magnetica da 1,5 Tesla. Tutti strumenti con i quali è possibile ottenere diagnosi estremamente precise limitando al minimo l’esposizione dei pazienti alle radiazioni. Importante è poi il PERCORSO RISERVATO ALLE DONNE per la prevenzione del tumore al seno che si divide in due livelli che si svolgono nell’arco di una giornata. In questo modo le donne possono ridurre le attese che dovrebbero affrontare per sottoporsi singolarmente a ciascuna prestazione. 

 

Il primo livello include:

• visita medica,

• mammografia 3D con Tomosintesi,

• ecografia.

 

Il secondo livello, che può seguire anche immediatamente il primo qualora emerga la necessità di effettuare ulteriori approfondimenti, include:

• risonanza mammaria con contrasto (questo è un esame con valore diagnostico, cioè dà una sicurezza di diagnosi del 99%),

• biopsie eseguite in Tomosintesi, ecografia o risonanza; la metodica di prelievo varia a seconda della patologia, normalmente quella più praticata è l’ecografia.

 

Fare diagnosi radiologica preservando il paziente da raggi X superflui. E’ possibile alla Casa di Cura “giovanni XXIII” grazie a MULTITOM un nuovissimo apparecchio robotico scanner a raggi X per un’accurata esaminazione e migliore resa diagnostica con una minima dose di radiazioni, maggiore performance grafica ed esclusiva ricostruzione in 3D. Queste sono le caratteristiche della nuova tecnologia che combina in modo unico la cura del paziente (pediatrico, geriatrico, ortopedico, con trauma) e l’efficienza nell’utilizzo del sistema.

La macchina si muove e ruota intorno al paziente riducendo al minimo le difficoltà di posizionamento ed i trasferimenti dello stesso.

L’avanzata tecnologia offre un’alta combinazione di utilizzo delle risorse; tutto in una sola stanza, si può eseguire una moltitudine di esami radiologici (radiografia, tomografia 3D, fluoroscopia, angiografia, interventistica v. terapia del dolore).

Si possono definire, facilmente, i protocolli standard, a minimo dosaggio, per ottenere risultati costanti e precisi con un’eccellente qualità delle immagini.

Per andare incontro alle esigenze di pazienti che temono di sottoporsi alla risonanza magnetica dentro al tunnel, la Casa di Cura dispone  dell’ RMN – RISONANZA MAGNETICA APERTA. Una tecnologia di ultima generazione che riduce la paura e l'ansia e permette l’assistenza diretta da parte di un accompagnatore. L’esame risulta così più facile da eseguire su determinate categorie di pazienti come bambini, anziani e le persone in sovrappeso, e sui soggetti che soffrono di claustrofobia.

Nella Casa di Cura Giovanni XXIII di Monastier di Treviso è attivo il SERVIZIO CARDIOVASCOLARE comprendente Cardiologia, Angiologia, Chirurgia Vascolare e  Medicina dello Sport. Un reparto che è diventato il punto di riferimento per molte  delle più importanti società sportive del territorio come il Treviso Basket, la Reyer Basket Venezia o il Venezia Football Club, e l’Imoco Volley ma anche, essendo dotata delle attrezzature adatte,  per società sportive di giocatori disabili. 

Punto di riferimento per collettività è il LABORATORIO ANALISI della Casa di Cura Giovanni XXIII che unisce i vantaggi di una struttura complessa, grazie alla ricca dotazione tecnologica e alla preparazione dei suoi medici, a quelli di una struttura agile che riesce a prendersi cura dei propri assistiti singolarmente, senza limitarsi a fornire dei semplici referti ma suggerendo ed effettuando direttamente ulteriori approfondimenti qualora ne emerga la necessità.

Il Laboratorio Analisi della Casa di Cura Giovanni XXIII si contraddistingue per un’offerta diagnostica estremamente ampia e, grazie anche alla collaborazione con centri esterni, è in grado di realizzare qualsiasi tipo di analisi. Al suo interno vengono effettuate ogni anno oltre 188.000 prestazioni di Ematologia, Chimica Clinica, Immunometria, Microbiologia che si avvale di tecniche colturali, microscopiche e immunologiche e la Citoistopatologia che collabora con il servizio di Radiologia della Casa di Cura per l’effettuazione degli esami mediante agoaspirazione. Il supporto del radiologo, infatti, permette di realizzare prelievi mirati in base alle caratteristiche della singola ghiandola o linfonodo, rendendo di fatto la valutazione molto più precisa e affidabile rispetto alla tecnica tradizionale. “A questo proposito – ha detto Matteo Geretto Responsabile Area Comunicazione e Sviluppo della Casa di Cura – a breve le pazienti potranno disporre nella nostra clinica, la prima in Europa, dello STEREOTASSI uno strumento che consente al medico di effettuare le biopsie al seno alla paziente in modalità prona e quindi in assoluta rilassatezza”. 

In stretta collaborazione con il reparto di Urologia, opera il LABORATORIO PER L’ANTIGENE PROSTATICO SPECIFICO (PSA) che è uno dei pochi in Veneto a effettuare la misurazione del dosaggio di tPSA, del fPSA e del 2proPSA . 

Nella prevenzione e cura del TUMORE ALLA PROSTATA la struttura di Monastier può vantare l’eccezionale e virtuosa collaborazione tra laboratorio analisi, diagnostica per immagini e CHIRURGIA UROLOGICA dotata ormai da parecchi anni del ROBOT “DA VINCI”. 

Il robot “Da Vinci” è un tipo di chirurgia molto evoluta che consente di ridurre al minimo le complicanze post operatorie sia a breve termine, come il sanguinamento e l’emorragia, ma anche complicanze definitive come l’incontinenza e l’impotenza.  

Nel laboratorio analisi è inoltre possibile l’estrazione di concentrati Piastrinici (Platelet Rich Plasma – PRP) per la Terapia con Fattori di Crescita Piastrinici, utilizzati nell’Unità Operativa di Ortopedia per trattare i pazienti con malattie degenerative delle articolazioni.

In questo contesto si inserisce il percorso per la diagnosi e cura dell’OSTEOPOROSI che trae spunto dalle linee guida internazionali. 

Nel corso di una sola giornata viene effettuato prima un prelievo venoso per escludere le forme secondarie di osteoporosi e ottenere le indicazioni per una corretta diagnosi differenziale delle principali condizioni predisponenti all’osteoporosi; successivamente viene effettuata la Densitometria Ossea (DXA) con Morfometria e al pomeriggio la visita medica. 

All’interno della Clinica “Giovanni XXIII” di Monastier è possibile effettuare la COLONSCOPIA VIRTUALE, un esame non invasivo che permette di studiare la parete del colon simulando la colonscopia tradizionale ma senza l’introduzione di sonde, che possono risultare dolorose e fastidiose.

Da alcune settimane è operativa anche la NUOVA CLINICA ODONTOIATRICA. Vi sono 8 Poltrone Odontoiatriche, di cui una strutturata anche per persone con disabilità; un Ambulatorio Chirurgico Odontoiatrico ed un’Area Riservata ai Bambini.

 Un punto di eccellenza a livello veneto, “La più grande Clinica Odontoiatrica regionale collocata all’interno di una struttura ospedaliera - ha detto il coordinatore Angelo Iannacci”. Importantissima soprattutto per quei pazienti che, affetti da patologie gravi, vogliono sottoporsi a cure odontoiatriche in sicurezza con i mezzi e le strutture adatte ad ogni tipo di esigenza”.

E un altro importante progetto si è concretizzando in queste settimane all’interno della Casa di Cura “Giovanni XXIII” di Monastier: La nuova sala operatoria che con le altre 3 va a completare il NUOVO BLOCCO OPERATORIO e il BLOCCO DI STERILIZZAZIONE. Grazie a questo intervento ora la Casa di Cura dispone di 7 sale in grado di effettuare qualsiasi tipo di intervento chirurgico.

La Casa di Cura di Monastier sarà quindi la prima Clinica ospedaliera privata in Veneto a provvedere direttamente alla sterilizzazione attraverso un’area di circa 740 mq collegata attraverso dei canali pneumatici con tutte le sale chirurgiche e ambulatori. “La peculiarità del progetto sta nei differenti canali di passaggio del materiale da sterilizzare -ha detto il coordinatore del progetto Luca Florian- che garantiranno la sterilizzazione al 100% del materiale”. Sono stati infatti previsti un canale di passaggio del materiale sporco e un altro distinto canale ad uso esclusivo del materiale sterilizzato. 

“Chi pensa al bene delle persone non può non pensare al bene dell’ambiente in cui vive”. Ha detto Matteo Geretto Responsabile Area Comunicazione e Sviluppo della “Giovanni XXIII”.

Anche per questo motivo la Casa di Cura di Monastier ha investito molto negli impianti di trigenerazione e geotermina che sono stati realizzati all’interno della struttura.  “Impianti di ultima generazione di questo genere – hanno detto il perito tecnico Michele Bettini e il geometra Matteo Sozza dell’ufficio tecnico di Sogedin “Garantiranno ai pazienti ambienti ancora più sani in cui soggiornare per le cure garantendo nel contempo un bassissimo inquinamento atmosferico e quindi una maggiore salvaguardia e cura dell’ambiente in cui viviamo”. 

All’interno della struttura sono inoltre presenti medici professionisti che operano all’interno dei poliambulatori in vari ambiti e specializzazioni quali: Allergologia, Anestesia, Angiologia e Cardiologia, Chirurgia Generale, Chirurgia vascolare, Dermatologia, Diabetologia, Dietologia, Endocrinologia, Endoscopia Digestiva, Epatologia, Gastroenterologia, Ginecologia, Holter, Logopedia, Medicina Riabilitativa, Medicina sportiva, Neurologia e neuropsichiatria, Oculistica, Oncologia, Ortopedia, Otorinolaringoiatria, Pneumologia, Psicologia Clinica, Reumatologia, Riabilitazione vascolare e Urologia.

Eccellenze Italiane nel Mondo

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"Costa degli Aranci", un angolodi paradiso sul versante jonico della Calabria

di Stefania Schipani 

C’è un percorso che corre lungo la costa jonica da Catanzaro Lido verso il Sud che merita non solo un viaggio, ma molti di più. Infatti, il turista che si avvicina a questi luoghi se ne innamora e ci ritorna. Sempre. Perché la Calabria è un territorio tutto da scoprire. 

Rimasto (sfortunatamente o fortunatamente) a lungo ai margini del turismo di massa, il versante jonico calabrese adesso vede una nuova rinascita dell’iniziativa turistica imprenditoriale e si apre all’innovazione e alla valorizzazione dei territori con un approccio molto più moderno.

La “materia prima” davvero non manca, perché località, spiagge, vegetazione lussureggiante, borghi medievali, beni culturali e archeologici rappresentano un patrimonio inestimabile.  

 

La costa, il territorio, 

il paesaggio e le spiagge

Un’attenzione particolare può essere dedicata ad una piccola parte di quel tratto di costa jonica denominata Costa degli Aranci che si sviluppa in provincia di Catanzaro lungo il mare per circa 70 km da Botricello a Guardavalle Marina. Di tutta questa splendida baia, concentriamoci nel nostro viaggio sul Golfo di Squillace e sulle bellissime località che partono da Squillace Lido ed arrivano a Badolato Marina: circa 25 chilometri di mare spettacolare, spiagge bianche che si alternano a rocce e insenature da sogno e che il turista “nuovo” forse neanche si aspetta di trovare in quest’angolo di Calabria ancora davvero troppo poco valorizzato. 

L’intera area è ricca di testimonianze artistiche e monumentali che si affacciano sulle bellezze costiere. 

Dall’altezza del borgo medievale di Squillace che, arroccato a 344 metri di altitudine, domina il golfo, scendiamo verso il Parco Archeologico di Scolacium, antico centro del Bruzio e luogo natio di Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, senatore e fine erudito, letterato e storico nato intorno al 485 e vissuto sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e sotto l'Impero Romano d'Oriente.

Fra i resti dell'antica colonia romana si colloca la monumentale Basilica di Santa Maria della Roccella, edificata nell'XI sec. dai normanni e più volte rimaneggiata, che rappresenta una delle maggiori chiese templari in Italia. Il sito archeologico immerso in un ampio uliveto che si affaccia sul mare, fa da sfondo suggestivo a festival culturali di altissimo livello illuminati dalla luminosissima luna delle calde sere estive. 

Superata la foce del fiume Alessi si arriva da qui alla spiaggia di Copanello, una delle più belle località balneari del mare Ionio e della Calabria, un’area graziata da un mare limpido e pulito, con un fondale prevalentemente sabbioso, ricco di abbondante vita marina grazie alla notevole quantità di plancton presente in queste acque e adatto tanto per lo snorkeling quanto per una tranquilla nuotata. Davvero mitica la spettacolare Rotonda sul mare, teatro delle estati dei vip durante la dolce vita degli anni Settanta e spettacolari le famose Vasche di Cassiodoro utilizzate dagli antichi romani per l'allevamento delle murene.

Dal possente promontorio di Stalettì proseguiamo nel nostro viaggio verso Caminia, dove le stupende scogliere granitiche a picco sul mare cristallino formano piccole e colorate grotte marine e vasche naturali e si alternano a spiagge nascoste, alcune delle quali, come, la famosa “Spiaggetta” raggiungibile soltanto via mare, o la Torre del Palombaro e la Grotta di San Gregorio. 

Caminia di Stalettì è una delle località più suggestive in cui trascorrere le vacanze in Costa degli Aranci: una lunga spiaggia di sabbia chiara circondata dalla natura incontaminata della baia, dove le acque cristalline si infrangono contro la stupenda scogliera di granito grigio raggiungibile in parte soltanto dal mare.

Un consiglio? Arrivate in spiaggia equipaggiati di occhialetti o maschera per tuffarvi in un meraviglioso mondo sottomarino da esplorare. Se ne avete la possibilità, inoltre, vi suggeriamo di sperimentare l’immersione notturna in questi paradisi subacquei. Sappiate, inoltre, che su questo versante il sole è molto forte, ragion per cui vi suggeriamo di utilizzare delle creme protettive.

Rocce, spiagge e scogli ci portano verso la spiaggia di Pietragrande, così chiamata per il vigoroso e alto scoglio, spesso usato come trampolino dai più esperti, che si erge a poca distanza dalla riva caratterizzando il paesaggio marino.

Superando le spiagge bianchissime di “Cala Lunga” a Montauro-Montepaone di arriva alla cittadina più popolosa di questo tratto di costa Soverato Marina “La perla dello Jonio”. 

La spiaggia bianchissima profonda qualche centinaio di metri dispone di accoglienti stabilimenti balneari attrezzati con diversi servizi e ottimi ristoranti dove è possibile degustare anche prodotti ittici tipici, tra cui il pesce vitello.

L’iniziativa e l’intraprendenza della governance comunale ha qualificato molto lo splendido lungomare che favorisce piacevolissime passeggiate nel corso di tutto l’anno e che è stato dotato anche di un graziosissimo anfiteatro posto proprio sulla spiaggia dove si svolgono spettacoli estivi in riva al mare. 

Nel 2015, nel 2016 e nel 2017, Soverato ha ottenuto la Bandiera Verde per le spiagge “a misura di bambino” assegnata dai Pediatri Italiani e nel 2017 si è aggiudicata la Bandiera Blu, l'autorevole riconoscimento europeo assegnato dalla FEE, Foundation for Environmental Education.

La città, distrutta e ricostruita dopo il terremoto del 1783, si sviluppa inoltre in altre due aree: quella collinare, da cui godere del meraviglioso panorama della Costa degli Aranci, e il nucleo antico della Soverato Vecchia, in cui scoprire la ricca storia di questa incantevole cittadina dove si ritrovano i resti archeologici delle civiltà che si sono succedute dal Periodo siculo, a quelli greco-romano, normanno, svevo, angioino, aragonese fino ai Borgia e alle incursioni turche.

Circa 14 km di spiagge ci portano – passando anche dai tratti selvaggi e protetti di Sant’Andrea Marina - all’ultima tappa di questo incantevole percorso alla località turistica della Calabria, Badolato.

Tra il porto turistico e un piccolo promontorio, si trova la spiaggia di Badolato, una graziosa baia di sabbia bianca e sottile, bagnata da acque trasparenti e orlata dalla ricca vegetazione di macchia mediterranea, caratterizzata da un misto di spiaggia attrezzata e lunghi tratti di arenile incontaminato e libero. Subito a ridosso della costa, a soli 5 km nell’entroterra collinare, si riscontra il fascino culturale della antica roccaforte di Badolato (“Vadulato”), fondata nel 1080 dal Duca di Calabria Roberto il Guiscardo. Divenuta un importante borgo medievale della Contea di Catanzaro già nel XIII secolo, oggi dalle sue antiche mura e dai resti del castello fortificato si crea una cornice unica e naturale da cui ammirare la vista paesaggistica. 

Da visitare anche il Santuario Basiliano della Madonna della Sanità del secolo XI, la chiesa medievale di Santa Caterina del XII secolo e il convento francescano di Santa Maria degli Angeli, del 1603, da 30 anni sede di una comunità di vita “Mondo X”. Il modo perfetto per concludere le vacanze in Costa degli Aranci affacciandosi infine sul suggestivo e panoramicamente spettacolare bastione che porta alla Chiesa dell’Immacolata del XVII secolo.

 

L’economia dei luoghi

Ben più di due parole meritano le peculiarità enogastronomiche dei luoghi. Grazie alle tradizioni contadine tramandate da generazione a generazione, ancor oggi, si possono gustare i prodotti tipici del luogo preparati con maestria locale, come il pane casereccio cotto nel tradizionale forno a legna (“cocipana”); gli insaccati come la soppressata, preparata e curata con metodo tradizionale e naturale; il buon vino a fermentazione lenta vendemmiato con metodo antico; le conserve di vario genere (sott’olio, sott’aceto, sotto sale, etc.) dei prodotti della terra quali olive, pomodori, carciofi, capperi, melanzane; ma uno dei prodotti che più eccelle dell’agricoltura è l’olio d’oliva extravergine, che ancor oggi viene ultimato per mezzo di una molitura coerente con le proprie tradizioni ed il territorio. Tutte queste bontà culinarie, derivanti anche dalle contaminazioni culturali dei popoli che hanno dominato nei secoli il sud Italia, caratterizzano grandi momenti di convivialità sociale ospitati all’interno dei famosi “Catoja”, le antiche cantine delle famiglie del luogo. 

 

Il trend economico 

del turismo calabrese

Recentemente Il Sole 24 Ore, quotidiano economico di Confindustria ha dedicato ampio spazio ai numeri della stagione turistica calabrese 2017. “La Calabria ha il parco alberghiero più nuovo d’Italia e le camere più ampie rispetto alla media nazionale», ha sottolineato Vittorio Caminiti Presidente di Federalberghi Calabria. La regione ha un elevato numero di aziende in continuo aumento, 767 hotel (+18,5% negli ultimi 5 anni), 40.402 le camere, 85.862 i posti letto (+50,7%, seconda dopo la Basilicata). Più capienti le strutture ricettive a 5 stelle (+15,1% di nuove stanze) e in aumento quelle a 4 stelle (+14%) che insieme rappresentano il 43,8% degli alberghi, un dato superiore alla media nazionale (36,7%).

E ancora “Il recente rapporto sul turismo elaborato da Unicredit e Touring Club evidenzia che il 54,4% dei posti letto è offerto dagli alberghi, il 34,9% da campeggi e villaggi turistici, il 3,5% da agriturismi, altrettanto da bed & breakfast e il 2,2% da alloggi in affitto”.

Il flusso dei vacanzieri non si è arrestato nemmeno di fronte alle condizioni più scoraggianti: di tre aeroporti regionali, funziona a pieno regime solo Lamezia Terme, nonostante su più fronti il governatore Mario Oliverio spinga “sull’accessibilità per intercettare la domanda turistica e determinare la crescita della regione”. Dai dati di Assaeroporti risulta che i viaggiatori internazionali, che volano solo su Lamezia, sono aumentati del 60% rispetto a un anno fa, una percentuale 6 volte superiore alla media nazionale (9,6%). L’attività charteristica registra un incremento del 3,4%.

 

Investimenti ed export

Dimostrano interesse per la costa, i borghi, la natura e l’enogastronomia anche gli americani: la nota imprenditrice del food Lidia Bastianich è ambasciatrice della Calabria per il mercato statunitense e sudamericano. Nel mese di giugno ha visitato la regione, gustando i piatti di chef stellati ed emergenti, che con la loro nuova visione del territorio e con materie prime eccellenti (settemila le aziende bio della regione) stanno contribuendo a decretarne il successo. In prima linea Caterina Ceraudo, migliore Donna Chef 2017 per la Guida Michelin, Luca e Antonio Abbruzzino, Nino Rossi, Antonio Biafora, Riccardo Sculli. E in erba ce ne sono altri.

Non è, dunque, solo il mare l’unico attrattore turistico e il viaggio verso il Sud continua.

 

L’Amministrazione locale 

e i suoi progetti

Allineati sulle posizioni degli operatori privati e pieni di entusiasmiamo ma soprattutto di competenza, i giovani sindaci e assessori locali che dello slogan “Fare sistema” hanno fatto una bandiera (come quella Blu a Soverato assegnata da Legambiente nel 2017). “Un sistema che non potrà prescindere dall’attrazioni di capitali per investimenti nella infrastrutturazione e nella realizzazione di impianti per una ricezione turistica all’avanguardia - sottolinea Emanuele Amoruso, Assessore al Turismo del Comune di Soverato - che non sono solo alberghi, campeggi, ristoranti ma anche darsene per la diportistica, campi da golf, piste ciclabili, etc.”.

“I problemi non mancano - gli fa eco il Sindaco, Francesco Ernesto Alecci - anche perché una città di poco più di 10.000 abitanti che in estate moltiplica i suoi ospiti, ne ha di molteplici ma l’impegno per lo sviluppo dell’economia turistica è prioritario. Non ci nascondiamo dietro un dito. Sappiamo che dobbiamo puntare ad un allungamento stagionale permanente e alla ricerca di un turismo straniero di qualità. Tuttavia, non si può pensare alla promozione senza avere un’offerta all’altezza. Ecco quindi che dovremo puntare su trasporti nazionali e internazionali (Aerei e treni AV) e locale più efficienti e meno cari, alla formazione del personale turistico, alla riqualificazione di un’offerta che deve tenere il passo dei tempi”. 

Si allinea il collega Sindaco di Isca Vincenzo Mirarchi: “E non c’è solo il mare. Anche le tradizioni e le manifestazioni folkloristiche collegate sono un attrattore fantastico per non parlare dei nostri prodotti enogastronomici e artigianali. Non dobbiamo pensare che i Borghi siano meno affascinanti delle parti cittadine che si estendono sulla costa”.

Ad esempio, nel lontano (ma non troppo) 1986, una proposta quasi provocatoria del  bibliotecario dell’epoca, il gior-

nalista Mimmo Lanciano, si trasformò in un fenomeno che fece il giro d’Italia mediatico: Tutto partì dalla constatazione che il borgo di Badolato Superiore stava avviandosi verso un sostanziale abbandono tra lo spopolamento (spesso a favore della più recente frazione marina) e l'impoverimento economico. L'idea di "vendere" il bellissimo borgo, all'inizio per molti grottesca, scatenò al contrario un'imprevedibile curiosità che portò l'allora sindaco nella trasmissione televisiva più nota del momento, quella di Raffaella Carrà. Ma fu solo il picco di un fenomeno che mai prima di allora aveva visto Badolato così al centro dell'attenzione mass mediatica. Un borgo che pareva rassegnarsi sulla strada del declino, dello spopolamento e dell’anonimato, improvvisamente si trovò al centro dell’attenzione nazionale e internazionale, nell’incredulità di tutti i suoi abitanti. Intervennero televisioni e giornali da tutto il mondo, si registrò l'interesse, tra mito e realtà, di magnati, di gruppi finanziari ed industriali, di autori e letterati e tanti turisti che, in un modo o nell'altro, venendo a contatto con la realtà di un borgo sempre più spopolato, finirono con l'amarne il suo essere sempre sé stesso, il suo perpetuarsi con i vicoli caratteristici, le case-torri ed antiche, le donne coi loro abiti semplici e ricchi di tradizione, la semplicità contadina. Così, alla lunga, svuotato l'effetto novità e sorpresa la vera "vendita" riguardò proprio i tanti immobili privati che, diversamente destinati all'abbandono, sono stati acquistati e ristrutturati con gusto dai tanti "forasteri", soprattutto del nord Europa, che, innamorati di Badolato, amano tornarvi con frequenza, ripopolando il borgo ed i suoi vicoli. Badolato è quindi diventato un paese-albergo introducendo un modello innovativo di ospitalità diffusa, sviluppatosi anche a seguito del primo progetto pilota di accoglienza ai rifugiati di fine anni ‘90, raccontato dai media internazionali e nel cortometraggio “Il Volo” del noto regista Wim Wenders, oggi al suo 20° Anniversario e concretizzatosi a ridosso dell’importante sbarco sulla Costa Ionica della grande nave ARARAT con dentro circa 850 kurdi.

 

La promozione: gli imprenditori creano “RIVIERA E  BORGHI DEGLI ANGELI”, 

per un brand e distretto turistico territoriale  

È da Badolato che sembra provenire la spinta più incisiva, dove continua senza sosta l’attività di programmazione, – iniziata operativamente già sul finire dell’Estate 2014, – e di promozione turistica del territorio e dei pacchetti vacanza di “RIVIERA E BORGHI DEGLI ANGELI”, il brand degli imprenditori turistici associati in rete. Gli ultimi anni hanno visto la rete di operatori turistici locali impegnati in un lavoro organizzativo intenso per la creazione di un marchio con un’attività promozionale sulle piattaforme digitali e la partecipazione a fiere e manifestazioni di settore, nazionali ed internazionali, quali: BIT Milano, TTG Rimini, BMT Napoli, AUREA Paola (CS), Salone del Gusto di Torino e ITB Berlino, WTM Londra, Salone Turismo di Lugano. Il lancio dell’idea-progettuale del marchio unico territoriale, proposta presso l’Unione dei Comuni “Versante Ionico” con l’avvio di un percorso di discussione e formazione, sta portando gradualmente alla costruzione di una partnership territoriale tra privati ed ambisce a definire un distretto turistico con le dovute sinergie degli enti pubblici per il rilancio e lo sviluppo del territorio.

Urge infatti la necessità e di concretizzare a stretto giro un progetto di rete per un brand territoriale capace di organizzare ed offrire una seria web-identity internazionale, permeato omogeneamente delle bellezze paesaggistiche e naturalistiche e del patrimonio storico-artistico-culturale ed enogastronomico del basso ionio calabrese. La Calabria, segnalata oggi a livello mondiale come destinazione turistica, può diventare concretamente meta delle nuove tendenze del turismo internazionale, che privilegiano le esperienze, la natura, la relazione con i luoghi, l’incontro con le persone e con il loro vissuto di tradizioni, costumi e cultura, la suggestione dell’identità storica posta in alternativa alla classica vacanza “commerciale” in un villaggio turistico con l’offerta dei classici servizi (comunque importanti nella variegata offerta turistica regionale, sempre più integrata e diversificata”).

“Da tempo – dichiarano i responsabili di “RIVIERA  E BORGHI DEGLI ANGELI”, e in particolare il Presidente Francesco Leto – stiamo manifestando l’urgenza di costruire un’offerta turistica di qualità, integrata e diversificata, con formule innovative di ecoturismo e di turismo esperienziale, culturale ed enogastronomico, capace di trovare il suo giusto e riconosciuto spazio anzitutto nell’offerta turistica regionale e, parallelamente, nel variegato mercato turistico internazionale con il graduale obiettivo di trasformare anche il territorio del basso ionio che va dalla Vallata dello Stilaro-Antica Kaulon fino a Squillace-Antica Scolacium-San Floro in una accreditata, appetibile ed attendibile destinazione turistica. Noi proponiamo un modello, che non può prescindere dal fondarsi sulle peculiarità del territorio di riferimento, dalle sue quattro dimensioni naturalistiche (litorale con mare cristallino e spiagge lunghe e bianche, colline con borghi medievali e coltivazioni mediterranee, montagne con boschi e percorsi naturalistici interessanti, fiumi, laghi, canyon, cascate e luoghi unici), passando anche per la sua identità storico-culturale”.

“L’associazione – continua Leto – è presente nel territorio del basso ionio calabrese, e sta provando a mettere in atto un progetto di rete con un proprio micro-sistema di servizi turistici locali, auto-organizzandosi dal basso, in partnership con enti pubblici. La nostra associazione ambisce a condividere la propria esperienza nel territorio di “RIVIERA E BORGHI DEGLI ANGELI” abbracciando la fascia costiera e l’entroterra del basso ionio calabrese da Monasterace, Stilo e Bivongi fino a Squillace, Roccelletta di Borgia e San Floro, passando per Soverato. Il nostro progetto, si configura come un modello di ricettività lenta e diffusa, di “Paesi Albergo - Ospitalità Diffusa” e con pacchetti vacanza “autentici” pensati per allungare la classica stagione turistica balneare con innovate formule di ecoturismo e turismo esperienziale, culturale ed enogastronomico. E da qui l’idea-progettuale di avviare con strutturate e mirate campagne di marketing territoriale di respiro internazionale per sostenere la promozione del marchio turistico territoriale”.

Tutto ciò è stato discusso in diverse tavole rotonde pubbliche di lavoro.   Infatti, i promotori degli incontri dichiarano: «L’obiettivo è quello di accrescere la capacità di penetrazione delle imprese partecipanti sul mercato turistico culturale nazionale ed internazionale mediante l’alta qualificazione del prodotto tramite adeguata comunicazione e disseminazione con lo scopo di promuovere il territorio, le sue risorse naturali, paesaggistiche ed ambientali, valorizzare le ricchezze eno-gastronomiche locali, gli antichi borghi medievali calati nei riti della civiltà contadina, la bellezza delle coste ed il mare. È in questo contesto di altissimo pregio storico, ambientale e culturale che la rete delle imprese dovrà crescere collettivamente aumentando la capacità innovativa e la competitività sul mercato sulla base di un programma comune, collaborando in forme e in ambiti attinenti all’esercizio delle proprie attività, ovvero scambiandosi informazioni o prestazioni di natura turistico culturale, commerciale, tecnologica innovativa e digitale. La rete dovrà sviluppare azioni e strategie nei seguenti ambiti di Turismo: culturale; religioso; enogastronomico, montano e marino; senior e per anziani; sociale e responsabile; sportivo; balneare; ecoturismo; scolastico e per i giovani; congressuale; formativo e di studio tutorato, etc.. in tutte le stagioni dell’anno. L’obiettivo è anche quello di sottoscrivere protocolli d’intesa con Enti pubblici e privati, fondazioni, centri di ricerca, scuole alberghiere, ecc. operanti nei settori d’interesse individuati dalla rete sia in Italia che all’estero ed operare in partnership Pubblico – Privato (PPP) per incrementare qualità ed efficienza dei servizi, attirare capitali, stimolare l’innovazione e favorire processi di crescita del territorio, sottoscrivere Intese e Gemellaggi con altre reti, borghi e città in Italia e all’estero per scambio e interscambio di visite ed “esperienze” turistico-culturali e progetti comuni da sviluppare in partenariato anche sul fronte della progettazione europea».

“Fare sistema”, insomma, era e resta la parola chiave verso un coinvolgendo nella costruzione della rete tutti i protagonisti dello sviluppo economico e costruendo relazioni improntate ad una logica di co-progettazione e di reciproco impegno. 

 

 

Sport e Uniforme

Sport e Uniforme - ATLANTIS

 

Sport e divisa

di Leonardo Leso

 

Da sempre la guerra ha richiesto agli uomini prestazioni fisiche e psicologiche eccezionali: la forza muscolare, la resistenza e la velocità nella corsa, l’agilità nel salto di ostacoli, l’abilità nella lotta, nella scherma, nel tiro e nel lancio di giavellotti, ma anche la disciplina, la determinazione, il coraggio, la resistenza, l’astuzia, l’intelligenza e la concentrazione sono state le migliori qualità del guerriero di un tempo e sono ancora, almeno in parte, quelle del soldato moderno. Si pensi ad esempio al peso delle armi e delle corazze, degli scudi e degli elmi in uso agli opliti spartani, una fanteria che non aveva eguali nella Grecia antica. Riusciva infatti a marciare con il proprio equipaggiamento pesante per intere giornate e poi combatteva con grande vigore e slancio. La preparazione psico-fisica di quei guerrieri iniziava da adolescenti ed era una durissima palestra per il loro fisico e il loro carattere. Si diceva che Sparta non avesse mura perché la sua protezione era costituita dai petti dei suoi opliti. La pratica militare e quindi sportiva era allora un’inderogabile necessità di difesa e rappresentava una parte fondamentale dell’educazione dei giovani. I giochi di Olimpia infatti non erano solo un’occasione di tregua e di scambio tra le diverse città-stato greche, ma anche una competizione non cruenta, nel corso della quale gli atleti si contendevano il primato con tecniche e tattiche molto simili a quelle del combattimento. La gara olimpica più classica prende il nome infatti dalla battaglia di Maratona dove gli Ateniesi sconfissero gli invasori Persiani nel 490 AC.

Sport e guerra quindi: atleti-soldati e soldati-atleti, un binomio spesso riconoscibile anche ai giorni nostri. Come scrive il mio amico Colonnello dei Carabinieri Ferdinando Fedi nel suo libro “Lo specchio e la spada”, il Duca di Wellington, per esempio, sosteneva che la battaglia di Waterloo era stata vinta prima sui campi da gioco di Eton, una famosa scuola che dava la massima importanza alle pratiche sportive. L’Inghilterra,educando la propria gioventù allo sport, ne aveva infatti tratto grande giovamento nell’addestrare le proprie truppe già nel corso delle guerre napoleoniche. Ma non solo l’Inghilterra può vantare questo connubio tra militari e atleti, tra il mondo in divisa e quello sportivo. In Francia la ginnastica fu introdotta dal capitano spagnolo Francisco Amoros Y Ondeana. In Finlandia il promotore fu un italiano, Gioacchino Otta, tenente dell’Armata napoleonica, maestro di scherma e di educazione fisica. In Italia, qualche anno dopo, fu fondata la “Reale Società Ginnastica”, presieduta dal Capitano dei Bersaglieri Ernesto Ricardi di Netro.

Il neo Esercito Italiano promosse quindi varie discipline sportive, tra cui la ginnastica, l’equitazione, la scherma, il tiro a segno e il nuoto. Un esempio emblematico sono appunto i nostri Bersaglieri che della corsa hanno fatto il loro segno distintivo, quasi uno stile di vita. Non è quindi un caso che proprio un militare fosse il vincitore della prima medaglia olimpica italiana nel 1900, nel corso delle prime Olimpiadi moderne a Parigi, in occasione dell’Esposizione Universale. Il Sottotenente Gian Giorgio Trissino del Genova Cavalleria fu infatti il primo nel salto ad ostacoli con un cavallo, peraltro preparato dal Capitano Federigo Caprilli, riconosciuto in tutto il mondo come il fondatore dell’equitazione moderna.

Le Forze Armate e di Polizia sono così diventate nel tempo il vivaio di militari atleti e di atleti militari, promuovendo lo sviluppo di varie discipline sportive olimpiche, tra cui lo sci e il pentathlon moderno, anche perché collegate a specifiche esigenze operative e belliche. A Bardonecchia, nel 1905, venne istituita la prima scuola di sci con l’istruttore norvegese Smith che addestrò Alpini, Bersaglieri e Fanti, cui seguirono l’Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza con proprie scuole e centri specializzati. L’Esercito, tra l’altro, promosse l’uso generalizzato degli sci. Una sua squadra vinse infatti la prima medaglia d’oro olimpica degli sport invernali nel 1936 a Garmisch-Partenkirchen. L’equitazione italiana fu rappresentata per molto tempo, prima e dopo il secondo conflitto mondiale, solo da campioni militari del calibro del Colonnello Alessandro Bettoni Cazzago e dei fratelli Piero e Raimondo D’Inzeo, il primo Ufficiale di Cavalleria e il secondo dei Carabinieri. Lo stesso Bettoni che, tra l’altro, da Comandante del Savoia Cavalleria, nel 1942 in Russia ad Isbuscenskij, aveva guidato il suo Reggimento nell’ultima gloriosa carica di cavalleria della Seconda Guerra Mondiale.

Credo quindi sia giusto ricordare quanto lo sport italiano debba ai gruppi sportivi militari e dei corpi di polizia. La priorità delle istituzioni militari è ovviamente quella di promuovere la propria immagine ai fini dell’arruolamento, ma il risultato di questo impegno, anche economico, è un forte e concreto sostegno a diverse discipline sportive che, altrimenti, verrebbero trascurate. Oltre a ciò, credo che proprio la disciplina militare, unita a quella sportiva, costituisca uno dei motivi dei tanti e prestigiosi successi sportivi conseguiti dall’Italia a livello internazionale. Ricordo solo a titolo di esempio che nelle ultime Olimpiadi di Rio, su 28 medaglie vinte dall’Italia, ben 26 sono state conquistate da atleti in divisa. Segnalo anche una recente e felice iniziativa della Difesa, che ha costituito il Gruppo Sportivo Paraolimpico, formandolo con militari che hanno riportato ferite invalidanti nell’adempimento del proprio dovere e che, grazie al loro impegno, hanno già conseguito importanti risultati in diverse competizioni internazionali.

Posso infine testimoniare per la diretta conoscenza che ho dell’ambiente delle Forze Speciali e, in particolare, dei Carabinieri paracadutisti e di un loro specialissimo reparto, il Gruppo d’Intervento Speciale, che anche gli uomini di queste unità veramente speciali possono essere considerati degli sportivi professionisti. Non superuomini esaltati, ma gente seria, equilibrata, addestrata, motivata e capace di operare efficacemente in tutte le dimensioni, ambienti e situazioni, soprattutto quelle ad altissimo rischio. Per essere sempre all’altezza del compito sia in pace che in guerra, anche con il massimo livello di stress, l’unico segreto è un serio addestramento, svolto di giorno e di notte, in terra e in cielo, in mare e in montagna, nella giungla e nel deserto. Sono infatti paracadutisti, sub, rocciatori, sciatori, tiratori e tanto altro. Le loro eccezionali prestazioni nei diversi settori non sono quindi altro che il risultato del loro impegno quotidiano e di un’attenta e scrupolosa preparazione, esattamente come avviene per i campioni sportivi.

Appunto questi sono i motivi per i quali le Forze Armate e di Polizia italiane condividono i più alti valori morali dello sport, gli stessi di tutti coloro che indossano con onore una divisa. 

 

 

 

Comunicazione: Fake News

Comunicazione: Fake News - ATLANTIS

Soft Power in the World

 

Da questo numero, Atlantis dedica la sua attenzione ad una Bufala storica, sottolineando che le fake news non sono certamente nate al tempo dei social network. Ma sono vecchie come il mondo.

L’incendio nella fabbrica americana che sarebbe avvenuto il giorno 8 marzo 1908, e nel quale sarebbero perite oltre 100 operaie tessili, è una bufala. Chiunque faccia riferimento alla fantomatica fabbrica Cotton di New York e al suo altrettanto fantomatico proprietario Mister Johnson narra un episodio suggestivo e ovviamente assai drammatico, ma mai avvenuto e privo dei più banali riscontri (vedi anche “La prova” a fondo pagina).

Una delle caratteristiche peculiari delle bufale è la loro persistenza; molte persone ci credono pervicacemente, in modo fideistico e aprioristico, poiché le bufale fanno leva in primo luogo (come tutte le storie interessanti) sulle emozioni.

Secondo la leggenda, dunque, alcuni giorni prima dell’8 marzo 1908, le operaie di un’industria tessile di New York che si chiamava “Cotton” (che vuol dire “cotone”: un nome inventato anche con poca fantasia) entrarono in sciopero per protestare contro le disumane condizioni di lavoro alle quali erano sottoposte. Lo sciopero proseguì per giorni finché, l’8 marzo, il proprietario della fabbrica, che si chiamava Johnson chiuse le operaie all’interno bloccando tutte le uscite. Lo stabilimento fu devastato da un incendio e le operaie prigioniere fecero una fine terrificante. Secondo una versione della storia che rasenta il ridicolo e risuona di antiche cacce alle streghe, sarebbe stato lo stesso Johnson ad appiccare il fuoco alla propria fabbrica.

Un grave incidente in una fabbrica tessile - in realtà - ebbe luogo a New York il 25 marzo 1911, tre anni e alcuni giorni dopo. E questo disastro ha poco a che fare con l’emancipazione femminile e soprattutto non ha niente a che fare con la giornata della donna. I morti nel disastro furono 146, donne e anche uomini, tutti lavoratori immigrati, in prevalenza italiani ed ebrei di provenienza europea. Morirono perché scoppiò un incendio, le uscite principali della fabbrica erano chiuse, e non c’erano uscite di sicurezza.

L’incendio della fabbrica Triangle in America non costituisce affatto un simbolo della parità negata tra i sessi. 

Comunque, l’edificio della fabbrica Triangle è ancora in piedi, dalle parti di Washington Square Park.

Il Museum of the City of New York che si trova nell’Upper East Side, al numero 1220 di Fifth Avenue ospita una sezione dove sono ricordati tutti gli incendi che purtroppo devastarono la città: quello della fabbrica Triangle nel 1911, quello del 1876 (in un teatro di Brooklyn, che causò 300 morti), quello del 1835 (il Great Fire, che distrusse 700 edifici) e quello, ancora precedente, del 1776 (che lasciò migliaia di persone senza casa). Della fabbrica Cotton del 1908 non c’è traccia. 

 

Comunicazione: l'ambiguità dei Social Network

Comunicazione: l'ambiguità dei Social Network - ATLANTIS

Social realtà o social maschera?

 di Serenella Antoniazzi

“Ti trovo su Facebook?” “Sì certo, scrivimi su messenger e, se hai tempo, guarda le foto dell’ultima gita al mare che ho postato, sono fantastiche!” Quante volte abbiamo ripetuto questa frase ad un amico; quante volte abbiamo messo in piazza gioie e amarezze? Con quanta disinvoltura postiamo foto che svelano le intimità più care: allattare al seno un figlio, la tavola imbandita, la torta appena sfornata, la dedica su un biglietto di San Valentino, la morte di una persona cara. Condividere su un album virtuale momenti preziosi della nostra vita è diventata un’abitudine quotidiana. Non rinunciamo a pubblicare foto dei nostri figli; copriamo il viso ai bambini con faccette divertenti a forma di coniglietti e gattini e li esponiamo in vetrina. Pensiamo così di proteggerli da pervertiti e pedofili, il corpo ben visibile e il viso di un animaletto virtuale che nasconde un sorriso innocente e puro. In nome della privacy contestiamo una fotografia scattata dall’autovelox quando, per primi, offriamo ai lupi scatti intimi e privati da tener ben protetti.  Perché?  Il nome Facebook prende origine da un elenco di nomi, corredati di fotografia, che alcune università statunitensi distribuiscono all’inizio di ogni anno scolastico per aiutare gli iscritti a socializzare fra loro.  Un social network lanciato il 4 febbraio 2004, dove ritrovare vecchi amici, chiacchierare con parenti lontani, condividere contemporaneamente momenti indimenticabili incuranti della distanza. Uno strumento di gioia che diventa spietato nelle mani di adolescenti ma anche di adulti che si comportano da tali. Usato senza vergogna per deridere, degradare ed emarginare un compagno di scuola, un collega, anche uno sconosciuto. Su Facebook il branco prende di mira la vittima designata, la isola, la chiude dentro casa per poi sferrare il colpo finale postando una fotografia, un commento o un video denigratori o imbarazzanti. Momenti rubati o estorti con minacce, calci e pugni; frasi ingiuriose con riferimenti blandi ma chiari, senza dover dimostrare nulla della veridicità di quanto si afferma. Quando poi si verificano tragedie annunciate, tutti si fermano e commentano sdegnati; anche le stesse persone che, avendo letto il commento che accompagnava la foto, hanno riso e non solo non hanno fatto niente, hanno anche cliccato mi piace lasciando un like senza preoccuparsi delle conseguenze e dell’impatto sulla persona derisa. Con quale diritto usiamo uno strumento nato per socializzare come arma per colpire, a volte fino alla morte, una persona che non ci aggrada? Con quale diritto usiamo Facebook, elenco di nomi corredato di foto, per diffamare gratuitamente chi non può leggere i post pubblicati perché escluso dal diario. (abitudine più frequente di quanto si pensi, specie quando a scriverla sono nuovi, presunti, paladini della verità e della giustizia)? Tutti dovrebbero vedere tutti per impedire ai vigliacchi di colpire alle spalle ed occorrerebbero regole più stringenti a limitare i nuovi “boia” dei social network che agiscono impuniti senza vincoli e senza il coraggio di un reale confronto. 

 

“Un uomo non è del tutto se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera, e vi dirà la verità”. (Oscar Wilde)

 

E si mostrano al mondo i lati peggiori delle persone. 

 

 

 

Comunicazione: tra le Righe del Mondo

Comunicazione: tra le Righe del Mondo - ATLANTIS

Le città del futuro o il futuro delle città?

Smart cities, smart communities, 

smart civilization, Internet Of Things.

 

di Riccardo Palmerini

Vogliamo vedere dove ci porta la tecnologia, o vogliamo che la tecnologia ci porti dove vogliamo noi, ovvero a vivere meglio, a stare meglio (che significa a vivere in modo più umano, naturale, libero e spontaneo, seppur beneficiando di strumenti avanzati)?

Lo strumento si deve adattare ad uno stile di vita naturale, mentre ogni tecnologia tende a portare il nostro stile di vita in una direzione tutta propria.

Si parla di nativi digitali e di generazioni analogiche, come se mente, cuore e corpo umano fossero diversi in funzione del livello di tecnologia con il quale si confrontano.

Se è vero che ogni nuova generazione si adatta ad un contesto sempre nuovo non come mutazione ma come esperienza, rispetto alle generazioni che l’hanno preceduta, il pensiero ed il cuore degli uomini hanno la necessità di correre liberi, fuori dai rigidi confini di un programma governato dalla matematica.

La tecnologia deve essere il supporto per aiutare a ripulire aria, acqua e terra, a sfruttarle in modo sostenibile per un’umanità numericamente in costante crescita (peraltro in modo sbilanciato e prevalente in aree tecnoogicamente più arretrate).

Sostenibilità

La parola chiave per la società del futuro è sostenibilità. Etimologicamente deriva da sostenere (SU-S TENÈRE) che significa tenere in alto, portare sopra di sé.

La trasformazione della società non ha trasformato i bisogni del genere umano; in modo particolare non ne ha modificato i bisogni primari. Mangiare, bere, dormire, lavorare e riposare, socializzare e godere di tempo libero da dedicare a se stessi ed al micro cosmo costituito da famiglia e amici.

Come, l’evoluzione degli spazi urbani, contenitori delle particelle di società più o meno grandi, può ricondurre la vita delle persone al concetto di stare bene, di vivere bene? Quali sono le domande che si devono porre gli amministratori locali al fine di individuare risposte e soluzioni mirate? Esistono dimensioni che consentano un più agevole accesso alle soluzioni possibili? Piccolo è meglio di grande o viceversa?

A mio parere non esiste una sola risposta se non: sostenibilità.

Sostenibilità significa pianificare un ambiente in cui si realizzi la autopoiesi attraverso gli elementi favorevoli: l’urbanizzazione deve favorire l’efficientamento energetico e la salvaguardia dell’ambiente, che favoriscono economie di spesa ma anche sviluppo economico; lo sviluppo economico agevola il benessere sociale e si concretizza anche nell’erogazione di servizi che salvaguardino porzioni di tempo da destinare al benessere. La disponibilità di tempo e di predisposizione favorevole al benessere favorisce il consumo, a sua volta orientato verso prodotti accessibili economicamente ma anche qualitativamente, quindi in buona percentuale prodotti e lavorati, stagionalmente, nell’area. Il che favorisce ancora una volta l’occupazione, la salvaguardia del territorio (bene primario per l’economia ed il benessere sociale). Così di seguito, la circolarità degli interventi, con servizi che raggiungono forme di welfare privato, a valore economico e di interesse per il mercato, un territorio sviluppa una propria natura tesa non allo sfruttamento delle risorse (naturali ma anche umane) ma allo sviluppo delle risorse medesime.

Non si tratta di mera filosofia.

Tutto questo si realizza nel più naturale dei modi, ovvero attraverso un’attenta e costante attività di design. Un concetto che ripeto molto spesso nel corso delle mie lezioni o dei miei interventi è proprio la riscoperta del senso del design. L’etimologia non è anglosassone, bensì latina: deriva da “de-signum, de-signare” ed esprime il “dare un senso alle cose”. Come Donald Norman ha ben espresso nel suo testo “La caffettiera del masochista”, se il design parte dalla forma, il risultato può essere l’opposto che funzionale. Fare attività di design significa quindi pensare a possibili soluzioni; più si è abili (ed oserei dire visionari) nello svolgere questa attività, maggiore sarà il numero di problemi che si sapranno risolvere e addirittura prevenire.

Il concetto richiede quindi indispensabilmente la capacità di guardare avanti, il più avanti possibile. In tutto ciò, dobbiamo però acquisire, quali strumenti indispensabili, tutte le lezioni della storia. Reinventare deve essere un esercizio migliorativo, non dovuto al ripensare da zero. Apprendere, se ben fatto, comporta la capacità di ripensare. Personalmente sono un estimatore di Edward De Bono e del Pensiero Laterale. Applicare questi concetti al design significa automaticamente saper uscire dagli schemi. Uscire dagli schemi non significa definire schizofrenicamente un contesto, tantomeno urbano e sociale. Significa usare la propria creatività, laddove la creatività è la capacità di risolvere un problema quando nessun più è in grado di farlo, quando le soluzioni esistenti non sono più sufficienti. Ma significa anche farlo con il minor dispendio possibile di risorse, siano esse economiche, naturali, sociali o anche solo mentali.

Pensiamo al tema della tecnologia industriale: la produzione con sistemi innovativi va a ridurre i costi e le risorse umane, escludendole, di fatto, da gran parte dei cicli produttivi. Anziché ottimizzare il tempo perché trovino spazi propri di vita oltre il lavoro, li esclude dal lavoro stesso. Eppure, quando si parla di lavoro umano, si parla di occupazione. Il lavoro, quindi, ci tiene occupati e questo anche al fine di gratificarci, permettendoci di raggiungere un obiettivo soddisfacente.

Lavoriamo per “godere dei frutti del nostro lavoro”.

Si lavora la terra per mangiare e per alimentare gli animali che ci forniscono cibo e, con la loro presenza, contribuiscono a mantenere integro l’eco-sistema. Si costruiscono le automobili per muoversi più rapidamente ed avere più tempo per osservare: poi, succede che i percorsi delle tante (troppe) auto sono tali da non farci osservare più nulla se non altre auto e, a volte, risultano anche più lenti, specie nei brevi tragitti. Il tempo non speso in viaggio non viene utilizzato come risorsa per arricchirsi umanamente e culturalmente, socialmente.

Si costruiscono lavatrici per impiegare meno tempo e fatica a lavare i panni che, però, si moltiplicano ben oltre il necessario: e, ancora una volta, il tempo risparmiato non viene impiegato come risorsa.

Si realizzano giardini per alibi, pensando che le poche piante siano sufficienti ad assorbire l’inquinamento; la loro struttura non li rende luoghi del benessere, in cui stare bene almeno per un po’.

Ripensare il futuro delle città significa valorizzare le peculiarità di ogni forma di aggregato urbano, valorizzarne il ruolo in una visione territoriale ampia; ogni dito ha una propria impronta univoca ma l’identità viene riconosciuta nell’insieme del corpo. L’obiettivo non è quindi tendere ad unioni più o meno artefatte o alla soppressione delle identità locali, bensì quello di valorizzarle quali impronte e parti di un’identità territoriale che parli di cultura, storia, economia, innovazione e, soprattutto, di società di persone che lavorano sì ma, soprattutto, convivono e stanno bene, arricchendosi vicendevolmente, favorite da un contesto appropriato e risolutivo.

Parliamo allora di Smart Life, Smart Feel, Smart Soul e di IFP, Internet For People: Internet per le Persone, non delle Cose. 

 

 

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