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1/2021

VIAGGIARE SICURI

VIAGGIARE SICURI - ATLANTIS

Consigli agli italiani 

in viaggio

 

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

IN QUESTO NUMERO

 

 

IN QUESTO NUMERO

 

Gianluca Buccilli, Ammiraglio.

 

Pietro Calamia, Ambasciatore.

 

Mario Caligiuri, Accademico.

 

Domenico Letizia, Giornalista.

 

Eleonora Lorusso, Giornalista.

 

Marta Ottaviani, Giornalista.

 

Tobia Sgnaolin, Ricercatore.

 

Romano Toppan, Accademico.

 

In copertina: Ursula Von der Leyen

In copertina: Ursula Von der Leyen - ATLANTIS

Curriculum di

Ursula von der Leyen

Carriera Politica:

 Da Dicembre 2013: 

Ministra della Difesa della Germania

 2009 - 2013

Ministra del Lavoro e degli Affari Sociali della Germania

 Da Ottobre 2009

Membro del Parlamento Federale Tedesco

 2005 - 2009

Ministra per la Famiglia, gli Anziani, le Donne e i Giovani della Germania

 Da Marzo 2003 a Novembre 2005

Ministra per gli Affari Sociali, le Donne, la Famiglia e la Sanità nella Bassa Sassonia

 2001 - 1004

Varie cariche politiche locali nella regione dell’Hannover

Carriera Professionale e Accademica:

 1998 - 2002

Membro del personale accademico del Dipartimento di Epidemiologia, Medicina Sociale e Ricerca dei Sistemi Sanitari, Scuola di Medicina di Hannover (Medizinische Hochschule Hannover, MHH)

 1995

Analisi di Mercato, Amministrazione della Stanford Health Services Hospital

 1993

Auditing guest: Graduate School of Business, Stanford University

 1988 - 1992

Assistente Medico, Clinica Femminile, Scuola Medica di Hannover

 Istruzione:

2001

Master of Public Health (M.P.H.)

 1991

Dottorato

 1987

Esame di Stato e Licenza

 1980 - 1987

Studia Medicina alla Scuola di Medicina di Hannover

 1978

London School of Economics

 1977 - 1980

Studia Economia a Göttingen e Münster

 1971 - 1976

Frequenta il liceo scientifico di Lehrte

 1964 - 1971

Scuola Europea di Bruxelles

 

Fonte:

https://ec.europa.eu/info/interim/biography_it#education

LA MARINA VERSO LO SPAZIO

LA MARINA VERSO LO SPAZIO - ATLANTIS

LA MARINA VERSO LO SPAZIO

 (a cura del Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima)

 Un po’ di storia

I moderni sistemi di comunicazione, di rilevamento e di controllo che oggigiorno si avvalgono dei satelliti ci hanno abituato ad avere costantemente a disposizione determinate capacità e tecnologie, diventando così importanti da essere ormai parte integrante, e talvolta determinante, del nostro sistema di vita.

Ciò nonostante, talvolta non sembriamo abbastanza consapevoli dei formidabili progressi tecnologici compiuti negli ultimi 60 anni, né, tantomeno, del fatto che, già negli anni ’60, l’Italia faceva parte a pieno titolo del gruppo delle Nazioni all’avanguardia nel settore dei progetti spaziali, essendo infatti stata il quarto Paese al mondo (dopo USA, URSS e Canada), e il primo in Europa, ad avere autonomamente costruito, lanciato, posto in orbita e controllato un satellite artificiale, frutto dell’ingegno, della capacità tecnico-industriale e della volontà politica nazionale, confluite nel Progetto San Marco, un programma di collaborazione bilaterale tra la National Aeronautics and Space Administration (NASA) e il Centro di Ricerche Aerospaziali (CRA) dell’Università Sapienza di Roma, con il supporto del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e dell’Aeronautica Militare.  

Il 15 dicembre 1964, infatti, il lancio del satellite San Marco 1 dalla Wallops Flight Facility della NASA ha, di fatto, dato inizio all’avventura spaziale italiana, rappresentando il primo storico concreto risultato del suddetto Progetto, a cui, di lì a poco, avrebbe fatto seguito la costruzione e la messa in opera della prima piattaforma di lancio oceanica al mondo, posizionata al largo delle coste del Kenia (a una latitudine di 002°54’ sud). 

Da essa, il 27 aprile 1967 prese il volo il San Marco 2, che costituì il primo lancio completamente autonomo di un satellite artificiale effettuato dall’Italia e dall’Europa.

In quegli stessi anni, peraltro, la Marina Militare, anch’essa parte attiva nello sforzo di ricerca e sviluppo di tecnologie missilistiche e spaziali, mise a punto la tecnica del lancio “a freddo” (cold launch) di missili balistici da unità navali di superficie, mediante la quale il missile viene eiettato dal contenitore utilizzando aria compressa, mentre il suo booster (a combustibile solido) si attiva solo quando la fuoriuscita dal tubo di lancio si è completata, in modo da evitare danneggiamenti in fase di accensione. 

Venne inoltre progettato e sperimentato un vettore interamente nazionale, il missile Alfa, che fu portato alla piena capacità operativa. Si trattava dell’evoluzione italiana del missile statunitense Polaris, destinato alla costituenda forza nucleare franco-italo-tedesca, fatta poi naufragare da De Gaulle, che, all’indomani della sua elezione a Presidente della Repubblica (1959), decise di dotare la Francia di un proprio autonomo arsenale nucleare.

 

L’attuale situazione italiana

 

Dopo i fasti degli anni ’60, la base spaziale italiana di Malindi, dimenticata dalla politica, è stata sostanzialmente abbandonata per le attività ad alta redditività, come i lanci, e paradossalmente mantenuta in servizio per impieghi di bassa redditività, col risultato che a tutt’oggi per essa il Paese continua a spendere cifre consistenti, maggiori di quante ne rientrino per i servizi resi.

L’Italia, nel frattempo, ha scelto di perseguire la via della cooperazione internazionale, legandosi, in particolare, all’European Space Agency (ESA) ed alla Francia, altro importante attore spaziale europeo, sia nel contesto del Programma Ariane che con il lanciatore Vega

Tale scelta ha portato il nostro Paese ad essere, al momento, il principale contributore netto dell’ESA, alle cui attività concorre con una cifra di circa tre miliardi di Euro l’anno, senza però riuscire ad avere da tale investimento alcun significativo ritorno sul piano economico o politico. Francia e Germania (che ci precedono di pochi decimali quali contributori lordi), invece, si sono assicurate il suddetto ritorno, la prima attraverso il Centre Spatial Guyanais di Kourou, nella Guyana Francese, messo a disposizione dell’ESA – la cui sede è peraltro a Parigi – e la seconda con l’European Space Operations Centre (ESOC) di Darmstadt, che gestisce le operazioni di controllo dei satelliti dell’ESA, dal momento del lancio e per tutta la durata della missione in orbita.

Si può quindi affermare che, per vari motivi, il vantaggio strategico conseguito dal nostro Paese  negli anni ’60 si è ormai perduto, mentre altri attori si sono affermati nella gestione dei servizi connessi al settore spaziale, e nella conseguente acquisizione dei fondi internazionali, relegando sempre più l’Italia al ruolo gregario di contributore, competente e generoso, ma diverso da quello di  main contractor, su cui ricadono i principali ritorni economici e politici delle attività spaziali. 

 

Gli aspetti tecnico-operativi

 

Prima di affrontare il discorso strategico ed economico correlato alla questione dell’utilizzazione dello spazio, è necessario effettuare un rapidissimo accenno ad alcuni fondamentali aspetti tecnico-operativi connessi al lancio di satelliti artificiali, apparecchiature che, in termini generali, devono essere preferibilmente “collocate” su orbite geostazionarie equatoriali,  dalle quali esse riescono a “coprire” aree della superficie terrestre più vaste di quanto potrebbero fare da altre tipologie orbite, quali, ad esempio le orbite polari.

Non a caso, infatti, i satelliti in orbita su tali traiettorie forniscono circa l’80% del fabbisogno complessivo dei servizi richiesti, il che, evidentemente, le rende strategicamente più interessanti ed economicamente più appetibili anche sotto il profilo commerciale (televisione, comunicazioni, trasmissione dati, etc.). 

Uno dei principali problemi da risolvere per la messa in orbita di un satellite artificiale è costituito dalla definizione della “minima velocità da imprimere a un veicolo spaziale per sfuggire al campo gravitazionale terrestre” nota come velocità di fuga. A tal riguardo, bisogna considerare che, su qualsiasi punto della superficie terrestre, un razzo vettore, alla partenza e senza propulsione, possiede già una certa velocità, per effetto della rotazione terrestre. Tale velocità è nulla ai poli ed aumenta proporzionalmente al decrescere della latitudine, fino a essere massima all’equatore. Per tale ragione, lanciare all’equatore risulta estremamente vantaggioso, in particolare se si lancia verso est, in quanto, in tal caso, il moto di rotazione terrestre può essere usato come una sorta di “fionda”, fornendo al razzo una significativa spinta aggiuntiva, il che permette di risparmiare carburante o di aggiungere carico pagante. Un lancio dall’equatore per un’orbita geostazionaria, ad esempio, consente, a parità di potenza impiegata, di trasportare tra il 17% e il 25% di massa in più, rispetto ad un lancio effettuato dalla famosa base statunitense di Cape Canaveral (situata a 028°30’ di latitudine nord).

Stabilita la “convenienza energetica” a lanciare dall’equatore e verso est, vi è un ulteriore problema del quale si deve tener conto, ovvero la necessità che il lancio avvenga avendo grandi spazi liberi nella direzione di lancio (ossia verso oriente), non solo per evitare la caduta su aree popolate dei serbatoi supplementari e degli stadi del vettore dopo il loro distacco, ma anche per scongiurare il pericolo di causare danni per l’eventuale caduta del vettore stesso, o di suoi rottami, nel malaugurato caso di incidente nelle prime fasi di volo. Ricordiamo tutti le terribili immagini del 28 gennaio 1986, quando lo Space Shuttle Challenger esplose 73 secondi dopo il lancio, uccidendo i sette astronauti che si trovavano a bordo, bilancio che avrebbe potuto essere enormemente maggiore se, a oriente del punto di lancio, ci fosse stata una zona densamente popolata. 

Per avere un’idea delle distanze di sicurezza in gioco basta ricordare che, alla quota e velocità a cui normalmente avviene il distacco del primo stadio, i rottami cadono a circa 366 km dal punto di lancio, mentre, per il secondo stadio, la caduta avviene a circa 1.600 km da esso. Questo significa che la zona di sicurezza (non abitata) si estende per circa 2.000 km a est del punto di lancio, il che limita le “zone utili” per il lancio di satelliti a poche aree del mondo. Osservando una cartina geografica, si nota che nella ristretta fascia attorno all’equatore (dove – si ricorda – l’”effetto fionda” è massimo), le aree “aperte” verso est, e quindi utili al lancio, sono molto più numerose sul mare che su terra. 

Ma ci sono anche rilevanti aspetti giuridici di cui tener conto. L’attività di lancio da base fissa, infatti, sia su terraferma che su piattaforma in mare (all’interno delle acque territoriali di uno Stato costiero), risulta sottoposta a vincoli di carattere giuridico ed amministrativo che si possono riassumere con la necessità che tale attività venga autorizzata dallo Stato di giurisdizione e con l’esigenza di ripartire chiaramente le responsabilità, giuridiche ed economiche, in particolare in caso di incidente.

L’autorizzazione alla costruzione di una base di lancio fissa nell’area di giurisdizione di uno Stato, infatti, non può essere concessa a titolo gratuito, ma è necessariamente vincolata a un ritorno economico, o politico, per quello stesso Stato, il che aggiunge significative spese e vincoli a carico degli utilizzatori. Per quanto poi attiene, in particolare, alle responsabilità, si evidenzia che la “Convenzione sulla responsabilità internazionale per i danni causati da oggetti spaziali” (entrata in vigore il 1 settembre 1972) risulta ormai inadeguata, in quanto non permette di chiarire la suddivisione delle stesse tra lo Stato che lancia, lo Stato che fa lanciare o lo Stato dal cui territorio o dalle cui installazioni è lanciato un oggetto spaziale. In tale quadro, che può risultare molto complesso – si pensi, per esempio, all’ipotetico caso di un vettore tedesco, lanciato da una base russa, posta sul territorio (o acque territoriali) indiano –, è evidente come un eventuale incidente potrebbe aprire lunghi e costosi contenziosi internazionali sulle responsabilità dei vari soggetti e sui relativi indennizzi per gli eventuali danni.

Per quanto sinora detto, la migliore combinazione possibile per il lancio di oggetti spaziali risulta, in sintesi, data dalla possibilità di lanciare da una base di controllo autonoma, posizionata all’equatore, in acque internazionali e con un sufficiente spazio disabitato verso est. 

 

Dall’era atomica all’era spaziale - Gli aspetti strategici

 

Anche se in passato la dimensione spaziale aveva già acquisito una particolare connotazione militare, correlata, in particolare, alla reciproca verifica dell’effettiva riduzione degli armamenti nucleari di Russia e Stati Uniti, prevista dai principali accordi strategici tra le due superpotenze, con il tempo lo spazio ha assunto una crescente importanza fino a diventare ultimamente l’obiettivo di una nuova corsa, nella quale il settore militare è tornato ad affiancarsi al settore civile e scientifico. 

In tale contesto, l’attenzione, un tempo limitata agli aspetti della sorveglianza remota e delle comunicazioni, oggigiorno si è focalizzata sulle potenzialità derivanti dalla disponibilità, in particolare, di precisi sistemi di geolocalizzazione e di efficaci strumenti di scoperta da posizionare in orbita, indispensabili anche per le armi ipersoniche – un altro game changer nella gara alla deterrenza – che senza il sostegno dei dati trasmessi via satellite vedrebbero il loro ruolo enormemente ridimensionato. Ciò fa sì che il (relativamente) nuovo satellite militare stia sempre più assumendo quella connotazione deterrente che fu (e per molti versi continua ad essere) caratteristica dell’arma atomica nel corso della Guerra Fredda.

Tra i due strumenti, tuttavia, esiste una profonda differenza concettuale. Nell’era nucleare, infatti, l’arma atomica non poteva evitare – ai Paesi che la possedevano – di essere colpiti, ma costituiva un deterrente perché era comunque in grado di assicurare, anche a chi avesse subito il primo attacco, la distruzione dell’avversario (come efficacemente indicava l’espressione mutual assured destruction). La deterrenza nell’era spaziale, invece, è data dalla capacità dei sensori dei satelliti di individuare con congruo anticipo eventuali azioni nemiche, assicurando sempre più – ai Paesi che ne sono dotati – un’adeguata difesa e una sostanziale protezione da attacchi nemici.

Il satellite militare è dunque l’elemento destinato a contribuire in maniera significativa alla modifica degli equilibri politici mondiali, tanto più velocemente quanto più rapido sarà il progresso tecnologico che renderà disponibili nuovi mezzi e nuovi sensori. 

La presenza di satelliti sempre più complessi, capaci di sorvegliare gli avversari, di scoprire eventuali iniziative ostili, di fornire informazioni in tempo reale, pertanto, non condizionerà solamente le caratteristiche del confronto militare del futuro ma modificherà inevitabilmente la struttura, gli equilibri, le leggi e le procedure del sistema internazionale, almeno per come lo conosciamo oggi. Tra le prime conseguenze di questo cambio di assetto vi sarà la divisione della comunità internazionale in due categorie: gli Stati che hanno capacità di operare nello e dallo spazio e quelli che, invece, ne sono privi, con i primi che, grazie ad essa, potranno assicurarsi significative “rendite di posizione” in termini politici, prima ancora che militari. Ciò, peraltro, comporterà anche una rivalutazione dei sistemi di alleanze, oggi in relativa crisi di identità, che torneranno appieno ad essere strumento di politica estera.

In tale contesto, qualunque Paese, o alleanza, che oggigiorno intenda disporre di un credibile sistema di difesa, autonoma o collettiva, deve quindi poter contare su un adeguato sostegno dallo spazio. Ciò non vuol dire avere armamenti nucleari nello spazio – ipotesi peraltro giuridicamente esclusa dai Trattati, oltre che poco praticabile per il concreto pericolo che eventuali esplosioni atomiche possano avere conseguenze impreviste, tra cui anche il danneggiamento del proprio sistema satellitare – ma, piuttosto, disporre di evoluti mezzi di avvistamento, di rilevazione e di controllo che permettano, alle potenze che se ne sono dotate, di essere sempre più difficilmente attaccabili, così accrescendone le condizioni di relativa sicurezza.

Tali satelliti, tuttavia, dovranno essere protetti a loro volta ma, come detto, la loro difesa non potrà essere garantita da armi convenzionali o nucleari posizionate sulla superficie terrestre. Per tale ragione sono allo studio i cosiddetti “satelliti-killer”, concepiti per distruggere i satelliti avversari, utilizzando preferibilmente armi laser o particelle atomiche, ai quali si contrapporranno i “satelliti anti-killer”, destinati invece ad assicurare la protezione dei propri sistemi satellitari. Al momento, peraltro, nulla esclude che tali sistemi non possano eventualmente operare anche contro altre tipologie di bersagli, quali, ad esempio, missili lanciati dalla superficie terrestre o installazioni militari avversarie. 

Lo Spazio, quindi, è destinato a divenire un luogo sempre più frequentato, dove si scontreranno gli interessi strategici delle maggiori potenze mondiali, e qualsiasi eventuale conflitto del futuro non potrà aver inizio se non con l’iniziale tentativo di “accecare” l’avversario, eliminando, o rendendo comunque inutilizzabili, i suoi sistemi spaziali di early warning.

Allo scopo di affrontare la questione con la dovuta serietà e competenza, le FF.AA. italiane si sono prontamente riorganizzate, con l’istituzione, nel 2019, dell’Ufficio Generale Spazio dello Stato Maggiore Difesa, per la definizione della “policy spaziale”, e, nel 2020, del Comando interforze delle Operazioni Spaziali (COS), responsabile delle attività operative. Anche la Marina Militare si è dotata di un elemento d’organizzazione ad hoc, costituendo, nello stesso anno, all’interno dello Stato Maggiore della Marina, l’Ufficio Spazio e Innovazione Tecnologica, incaricato di confrontarsi con il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti nel settore Spazio, con le altre articolazioni della Difesa e con gli Enti civili che si occupano della materia, in modo da poter fornire un concreto contributo alla Difesa per il “…potenziamento delle dimensioni cibernetica e spaziale, in un vitale trinomio con il mare, sempre più centrale nelle dinamiche quotidiane 

La decisione italiana di prestare maggiore attenzione alla dimensione spaziale segue le analoghe scelte dei principali Paesi europei, della Russia (che già nel 2015 ha costituito una forza spaziale militare), degli Stati Uniti (che nel 2019 hanno istituito lo U.S. Space Command), della NATO, che ha deciso di attivare un proprio Comando Spazio ed il relativo Centre of Excellence (CoE), e della Cina, che si sta organizzando in tal senso.

 

Le prospettive economiche

 

Al di là degli aspetti tecnico-organizzativi e strategico-militari, dei quali si è detto, anche le prospettive economiche correlate all’attività spaziale sono meritevoli di grande attenzione. L’interesse dei privati per questo settore, infatti, è in continua crescita, e si registra un costante aumento dei Paesi – oggi una cinquantina circa – che hanno avviato progetti di sfruttamento commerciale e scientifico della nuova frontiera, in ciò agevolati anche dal progresso tecnologico, che ha portato ad un significativo abbassamento delle spese di gestione ed esercizio. Il singolo lancio di un satellite, ad esempio, che fino a una decina di anni fa costava intorno ai 200 milioni di dollari, attualmente può essere effettuato con una spesa complessiva di circa 50 milioni di dollari. La prossima introduzione in servizio dei razzi riutilizzabili, già in avanzato stato di sperimentazione, promette peraltro di ridurre ulteriormente i costi di messa in orbita, che comunque rimarranno non del tutto trascurabili.

A tal riguardo, la rivista Limes scrive che “… nel 2016 questo settore nel suo complesso era pari a 360 miliardi di dollari, un quarto rappresentato dalla spesa governativa dei vari paesi e il rimanente da quella privata. Secondo Morgan Stanley (2019) nel 2040 si raggiungerà la somma di 1,10 trilioni di dollari. Nove paesi impegnano un miliardo di dollari ogni anno e quasi 20 hanno una spesa governativa attorno ai 100 milioni ...”, mentre Gian Carlo Poddighe (CESMAR) sottolinea come, nel solo settore dei satelliti per le comunicazioni, la necessità di rimpiazzare ciclicamente tali apparecchi – sia per obsolescenza che per sostituzione degli stessi con modelli più moderni e performanti –, permette di parlare di un numero compreso tra “… i 90 e i 100 lanci all’anno per la messa in orbita di oltre 300 satelliti, con una netta tendenza verso quelli definiti “micro lanci”, per carichi ridotti e orbite basse…”. 

L’attività è talmente redditizia che già nel 1995 la Sea Launch, un consorzio multinazionale composto dal gruppo navalmeccanico norvegese Kvaerner, dalla compagnia russa RSC-Energia, dalla statunitense Boeing Commercial Space e dall’ucraina NPO-Yuzhnoye, offriva servizi a pagamento per la messa in orbita di carichi commerciali (prevalentemente satelliti geostazionari per comunicazioni) da parte di committenti internazionali. 

Ben si comprende, dunque, l’interesse manifestato da molti Paesi, come, ad esempio, Francia e Germania, che si sono attivati per garantirsi non solo i possibili guadagni derivanti dalla suddetta attività, ma anche la visibilità ed i ritorni politici che ne conseguiranno, e, soprattutto, i sostanziosi finanziamenti internazionali che ad essa sono correlati. 

A tal riguardo, il 28 gennaio 2021 la Francia è riuscita a far collocare a Tolosa la sede del costituendo Centro di Eccellenza (CoE) delle attività spaziali della NATO, a scapito proprio della Germania, che aveva invece proposto la città di Kalkar (Renania Settentrionale-Vestfalia), dove peraltro si trova già il Joint Air Power Competence Centre (JAPCC), un team di esperti multinazionali che ha il compito di fornire soluzioni efficaci alle problematiche relative al dominio aereo e spaziale.

Berlino, in ogni caso, dall’estate 2020 ha cominciato a pensare di dotarsi di una propria capacità spaziale autonoma, ipotizzando, in particolare, di costruire una piccola base di lancio mobile nel Mare del Nord e di mettere in orbita, nel più breve tempo possibile, un satellite artificiale, le cui caratteristiche, tuttavia, non sono state meglio specificate. Come ha sottolineato Matthias Wacher, presidente dell’associazione industriali tedesca, la Germania ritiene infatti di dover mettere al più presto la propria “impronta” sulla materia, in modo da influire, più degli eventuali concorrenti, sulle scelte (europee, nda) che verranno fatte. In perfetta sintonia con Wacher, il coordinatore della politica aerospaziale tedesca, Thomas Jarzombek (CDU), ha fornito una sponda istituzionale alle suddette dichiarazioni, inserendo l’iniziativa della nuova base di lancio tra le start-up, allo scopo di favorire il suo finanziamento anche attraverso lo strumento del recovery fund. L’iniziativa tedesca, pertanto, avrebbe soprattutto valore politico – e non esclusivamente tecnico o strategico-militare – in quanto il lancio di un satellite, anche da latitudine elevata (e quindi da una posizione poco conveniente sia sotto il profilo energetico che del carico pagante), sarebbe soprattutto un modo per accreditare la propria capacità spaziale nazionale e, di conseguenza, assicurarsi i cospicui fondi europei e NATO destinati a queste attività. 

In tale scenario, non deve, da ultimo, essere trascurato il fatto che la capacità di posizionare satelliti in orbita risulterà, a breve, di grande interesse anche per molti operatori privati, tra cui, ad esempio, quegli imprenditori, come Elon Musk, Jeff Bezos, Richard Branson, ed altri, i quali, per operare efficientemente nel settore della space economy in cui si sono proiettati, avranno un crescente bisogno di supporto tecnico-logistico, oltre che di dati ed informazioni, e saranno di conseguenza pronti a corrispondere un prezzo di mercato per tali servizi.

 

L’idea della Marina Militare: il Garibaldi come base di lancio

 

Nel contesto descritto, risulta di notevole interesse la proposta, recentemente avanzata dalla Marina Militare, di riconfigurare l’Incrociatore portaeromobili Giuseppe Garibaldi (giunto al termine della propria vita operativa) quale base di lancio di piccoli satelliti, un’iniziativa che – se posta in essere al termine delle verifiche preliminari, che si concluderanno nel 2023 – conferirebbe al nostro Paese una capacità autonoma di accesso allo spazio, risultando di grande valore sia sul piano politico, che su quello economico, con positive ricadute, in termini di sviluppo di capacità tecniche e know-how, per l’intera base industriale nazionale.

La disponibilità di una piattaforma idonea al lancio e al controllo di piccoli satelliti, in grado di portarsi autonomamente, e con relativamente poca spesa, in una posizione ottimale per l’attività lancistica (ovvero all’equatore, in acque internazionali e con un sufficiente spazio disabitato verso est), rappresenterebbe, infatti, un elemento di sostanziale cambiamento nel gioco spaziale italiano ed europeo che, oltre a sparigliare le carte franco-tedesche, potrebbe favorire anche una crescente collaborazione fra privato e Difesa, con importanti ritorni per entrambi i settori. 

In sostanza, l’impiego del Garibaldi come base di lancio di satelliti militari e commerciali permetterebbe di fornire un prezioso servizio all’Italia, che, con adeguate modalità, potrebbe essere esteso anche all’Unione Europea, alla NATO ed a tutti quegli utenti che dovessero chiedere di poterlo utilizzare.  

L’idea si completa con uno specifico progetto di ricerca, denominato “SIMONA” (Sistema Italiano Messa in Orbita da NAve), per lo sviluppo di un sistema di lancio con tubo di estrazione e allontanamento del vettore orbitale dalla nave prima dell’attivazione del primo stadio, che la Marina ha “sponsorizzato” nell’ambito del Piano Nazionale di Ricerca Militare (PNRM) 2019.

A fronte di una crescente domanda di servizi spaziali, in definitiva, la proposta della Marina Militare permetterebbe, se realizzata, di riempire uno spazio strategico ed economico al momento vacante, offrendo una validissima alternativa alle installazioni fisse, come visto decisamente più dispendiose sotto il profilo economico, logistico-organizzativo e giuridico-amministrativo.

 

Conclusioni

 

Lo spazio, recentemente riconosciuto dalla Nato quale quinto dominio per le operazioni militari (al pari dei domini terrestre, navale, aereo e cyber), garantisce, a chi ha la capacità di accedervi, una serie di servizi ed applicazioni fondamentali, che per gli Stati hanno un’importanza determinante sia sotto il profilo della sicurezza che in termini di peso politico. 

A ciò si deve anche aggiungere la considerazione che le attività connesse al posizionamento in orbita dei satelliti ed all’utilizzazione dello spazio possono costituire una fonte di significativi ritorni economici e tecnico-industriali.

Per tali ragioni, attorno alla questione spaziale, si sta giocando una partita geopolitica e strategica fondamentale, dalla quale l’Italia non può restare esclusa. Oltre alla comprovata esperienza in materia, infatti, il nostro Paese possiede anche riconosciute competenze tecnico-scientifiche, cui si aggiunge – quale elemento moltiplicatore di potenza – la disponibilità di una piattaforma navale che, oltre a possedere spiccate capacità di comando e controllo, risulta, da un lato, sufficientemente grande da poter essere impiegata sia come base di lancio che come unità di assemblaggio dei vettori (grazie all’hangar interno), e, dall’altro, sufficientemente piccola per poter essere gestita con costi relativamente contenuti (e che, comunque, potrebbero essere, almeno in parte, compensati con gli introiti derivanti dai servizi offerti a terzi).

Nell’attuale quadro, estremamente dinamico e competitivo, l’Italia si trova dunque in una posizione incredibilmente favorevole, che deve essere adeguatamente sfruttata, battendo sul tempo i competitor internazionali, nella consapevolezza che il settore spaziale può rappresentare una preziosa fonte di crescita – economica, politica e tecnico-industriale – per l’intero Sistema-Paese. 

In questa prospettiva sarà indispensabile fare un reale ed efficace gioco di squadra, ricordando che troppo spesso il nostro Paese è stato frenato da gretti individualismi e campanilismi. Bisognerà quindi realisticamente considerare, e mettere in ordine di priorità, gli interessi, nell’ottica della loro concretezza, della loro materialità, delle loro implicazioni politiche, economiche, militari e industriali, evitando, di conseguenza, quelle visioni limitate e “parrocchiali” che, per cecità strategica, od un malinteso concetto di “competenza sulla materia”, perseguono solo interessi di parte e si concentrano prioritariamente, se non esclusivamente, sul controllo degli stanziamenti, con un atteggiamento che penalizza il Sistema-Paese nel suo complesso, e che rischia di relegarlo ad un immeritato ruolo di comparsa. 

In tal senso, la lungimirante iniziativa della Marina Militare, che, come detto, ha proposto di riconfigurare Nave Garibaldi quale piattaforma di lancio sea-based, consentirebbe al nostro Paese – qualora attuata – di dotarsi di un vero e proprio assetto strategico nazionale, relativamente poco costoso, completamente autonomo e dotato di efficaci capacità di comando e controllo. Esso, oltre ad accrescerne il prestigio internazionale, contribuirebbe sensibilmente ad aumentarne la sicurezza e, se messo a disposizione di Paesi alleati ed amici, nonché delle organizzazioni in cui l’Italia si riconosce – ma anche di parti terze quali, ad esempio, agenzie e privati –, potrebbe anche generare un importante reddito da fornitura di servizi, producendo ulteriori benefici sull’intero Sistema-Paese, con particolare riferimento ai settori industriale ad elevata tecnologia, marittimo e delle comunicazioni.

Si tratterebbe quindi di un’eccellente investimento, attraverso il quale l’Italia potrebbe rientrare nel ristretto gruppo dei paesi all’avanguardia nel settore dei progetti spaziali, di cui essa ha già fatto parte a pieno titolo negli anni ’60. 

Questa è una delle principali sfide che oggi il Paese deve affrontare unito, nella consapevolezza che dal risultato dipenderà, con ogni probabilità, il suo futuro ruolo negli equilibri geopolitici mondiali.

 

Evoluzione e nuove frontiere della Warfare.

Evoluzione e nuove frontiere della Warfare. - ATLANTIS

Evoluzione e nuove frontiere della Warfare. 

Il ruolo delle élite in democrazia

 Mario Caligiuri

 

Per anticipare le tendenze degli scenari globali, va sviluppato l’indispensabile rapporto tra pubblico e privato attraverso utili stimoli di approfondimento valorizzando gli apporti di forze armate, intelligence, università e imprese. 

In tale quadro diventa importante la creatività, cioè l’impegno intellettuale, indispensabile per comprendere i mutamenti straordinari e rapidissimi di questo tempo.

Occorre però tenere presente che la creatività si sviluppa più fuori che dentro l’Italia, per un motivo evidente: il nostro non è un Paese per giovani e di conseguenza non lo è neanche per la creatività. Ed essendo il contesto sempre fondamentale, va altresì rilevato che, pure in tale ambito, esiste un abisso nazionale tra il Nord e il Sud. Adesso, però, l'Italia potrebbe diventare una potenza Cyber anche senza bisogno di eccessivi investimenti economici. Finora possiamo registrare solo gli stanziamenti della Legge Finanziaria del 2016 del Governo Renzi, i finanziamenti previsti per la definizione del perimetro di sicurezza nazionale cibernetica (che per attuarsi ha bisogno di quattro regolamenti, la cui redazione non sempre è semplice e immediata) e i fondi previsti nel Libro Bianco della Difesa. 

È però importante sviluppare una Cyber Education perché c'è bisogno di consapevolezza nell’uso della Rete, considerata l’elevata vulnerabilità delle nostre infrastrutture critiche, che è pari al 90%, e può arrivare fino al 99% in caso di attacchi avanzati. Pertanto, occorre diffondere la cultura della sicurezza nazionale mettendo a sistema in breve tempo tutte le risorse pubbliche e private di cui il Paese dispone.

Nel settore si sono verificate numerose e rapide evoluzioni, a partire dalla sicurezza cibernetica per arrivare al Quantum Computing. C'è una notevole incertezza, accentuata dai limiti giuridici, in quanto nel mondo si investono somme enormi per la guerra cibernetica, seconde solo agli investimenti per gli armamenti: basti pensare che nel 2018 si tratta di cifre vicine ai 1.800.000 miliardi di dollari. Risultano pertanto rilevanti le Cyber Operation degli Stati, così come la Cyber War può essere considerata la guerra del presente e del futuro. In tale quadro, il conflitto ibrido è una strategia che fonde elementi diversi, a cominciare dall'uso di tutti i fattori di potenza, legali e illegali, di cui dispone lo Stato, all'interno del quale l'Intelligence ha una funzione decisiva. 

Tutto questo comporta ulteriori complicazioni, perché la guerra ibrida si aggiunge alle altre forme di conflitto senza sostituirle. 

Nonostante ciò, si registra un protervo disinteresse della politica, che non disciplina con attenzione la materia cibernetica, in quanto probabilmente non ha maturato le categorie culturali per poter intervenire. Mancano, dunque, non solo gli strumenti intellettuali, ma anche quelli giuridici. La questione è che gli Stati operano nei confini nazionali, mentre le regole a livello globale sembrano di fatto essere assenti o dettate dai soggetti più forti. E, in entrambi i casi, possiamo incorrere in pericoli estremi, tanto più che l'Italia è tra gli ultimi in Europa negli investimenti per la difesa cibernetica. 

Di sicuro interesse sono le analisi sulla sicurezza del Cyberspace contenute, a partire dal 2010, nelle Relazioni che il DIS ogni anno deposita al Parlamento. Fra queste, molto interessanti sono le considerazioni del 2013, che seguono l'emanazione del decreto del governo Monti in cui si comincia a definire una architettura Nazionale Cyber. Nel 2015 si ipotizza una “Intelligence visionaria” che cerca di proiettarsi a lunga scadenza, per farle assumere una essenziale funzione predittiva. 

Negli Stati democratici le élite pubbliche vengono individuate attraverso elezioni e concorsi, modalità che non sempre fanno emergere le persone più adatte a ricoprire le relative funzioni.

Secondo lo studioso Daniel Bell i sistemi democratici sono inadatti a produrre delle classi dirigenti efficienti e questo li mette in difficoltà non solo in relazione agli stati autoritari ma anche alle multinazionali finanziarie, che dettano le regole globali in gran parte del pianeta, e alle organizzazioni criminali e terroristiche, che individuano le proprie élite tenendo conto maggiormente del criterio del “merito” applicato all’efficienza, poiché dalla loro qualità dipende la loro sopravvivenza delle rispettive organizzazioni.

In definitiva, ogni tipo di politica, intesa come strategia per assicurare alle collettività maggiori condizioni di sopravvivenza e di benessere, ha necessità di élite pubbliche capaci.

 

La “Nato dei vaccini” e la geopolitica della sanità

La “Nato dei vaccini” e la geopolitica della sanità - ATLANTIS

La “Nato dei vaccini” e la geopolitica della sanità

Eleonora Lorusso

La pandemia ha riproposto vecchie spaccature e nuove alleanze, come gli accordi atlantici UE-USA per la distribuzione delle dosi. Ma Russia e Cina non stanno a guardare. Che ruolo per l’Europa e l’Italia?

 

Superati i primi mesi di emergenza sanitaria, che hanno visto uno sforzo della comunità scientifica nel mettere in comune le conoscenze, i dati e gli studi a disposizione per affrontare la minaccia del virus Sars-Cov2, ora si vive una nuova fase, quella della distribuzione e commercializzazione dei vaccini anti-Covid, caratterizzata da maggiore competizione e nuove sfide mondiali

Europa (di nuovo) al bivio

Non è azzardato affermare che la geopolitica passa anche dalla sanità, tanto che molti analisti parlano apertamente di nuova “Nato dei vaccini”, di clima da Guerra Fredda in cui, per esempio, allo scontro USA-Cina sui dazi si è sostituito quello sui vaccini. Da un lato c’è il mondo occidentale, che ha nell’America di Joe Biden il capofila nella corsa alle vaccinazioni di massa, che richiede inevitabilmente anche la produzione di sieri efficaci; dall’altro il mondo asiatico, più orientato a privilegiare l’export di dosi che non la somministrazione interna. Nel mezzo, ancora una volta, c’è l’Europa che è alle prese da un lato con il difficile equilibrio tra la necessità di approvvigionarsi di vaccini per motivi sanitari ed economici e dall’altro con il proprio ruolo strategico negli assetti mondiali. Alle “sirene” russe, che passano attraverso l’opportunità di poter disporre di un vaccino in più come lo Sputnik V, si contrappone il “richiamo” statunitense, che invoca la storica alleanza atlantica. In questo contesto si inquadrano i contatti ufficiali tra UE e USA da un lato, nelle figure del commissario UE, Thierry Breton, e del capo task force USA, Jeffrey Zients, mentre dall’altro rimane una forte pressione di Mosca soprattutto su Berlino e sui paesi cosiddetti Visegrad. Punta invece soprattutto ai paesi del continente africano e mediorientale la Cina con il suo Sinovac.  

La nuova “Nato dei vaccini”

Non c’è dubbio che l’Europa, a un anno dall’inizio della pandemia, abbia scelto di approvvigionarsi soprattutto di vaccini Made in USA: è il caso di Pfizer che, nonostante le origini tedesche, è da tempo un colosso del Big Pharma targato America e ha sede a New York; ma anche di Moderna col proprio quartier generale a Cambridge (Massachusetts) e Johnson & Johnson, con base nel New Jersey. Un caso è sé è rappresentato da AstraZeneca che, pur essendo anglo-svedese, ha un’importante fetta di produzione negli Stati Uniti, tanto che Bruxelles ha sollecitato Washington a consentire l’esportazione in Europa di milioni di dosi del vaccino, chiedendo di sbloccare le spedizioni degli ingredienti cruciali per la produzione. La conferma della scelta di campo è arrivata dalle parole del commissario UE, Thierry Breton: “Il problema dei vaccini sta nel produrli. E la soluzione arriverà da Europa e USA, da nessun’altra parte”. Nonostante i ritardi nelle forniture da AstraZeneca, denunciati anche dalla presidente della Commissione UE, Ursula Von Der Leyen (“Meno del 10% rispetto a quanto pattuito”), proprio Breton ha ribadito: “Abbiamo deciso di lavorare insieme, perché i nostri due continenti sono i soli del pianeta che ci permetteranno di uscire da questa situazione”. L’obiettivo è produrre in Europa le dosi dei sieri americani, grazie a una nuova alleanza transatlantica, che qualcuno ha ribattezzato una nuova “Nato dei vaccini”. 

Russia e Cina alla “conquista” di nuovi mercati

Gli accordi UE-USA, infatti, hanno l’effetto di ridimensionare – almeno nel breve periodo – le ambizioni di Cina e soprattutto Russia, particolarmente impegnare a commercializzare i propri vaccini. Da questo punto di vista è esemplare l’iter di approvazione dello Sputnik V nell’UE. Se a inizio gennaio una telefonata tra la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, e il Presidente russo, Vladimir Putin, apriva la strada a una rapida introduzione del siero russo, con Berlino pronta a supportare Mosca anche nella raccolta di documentazione da presentare all’Ema, dopo l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca si è assistito a una battuta d’arresto. I rapporti con la Russia, però, sono in corso anche in Italia, in particolare per la produzione presso stabilimenti sul territorio, confermate da Kirill Dmitriev, responsabile del fondo russo produttore di Sputnik, ospite a Mezz’ora in più su Raitre il 7 marzo. Anche il presidente della Camera di Commercio italo-russa, Vincenzo Trani, ha citato “un accordo con l’azienda Adienne Pharma&Biotech per la produzione dello Sputnik V in Italia, siglando il primo contratto europeo per la produzione locale del vaccino”. A insinuare dubbi sulla strategia russa (e cinese) è stata la stessa Von Der Leyen: “Ancora ci chiediamo come mai la Russia offra milioni di dosi quando ancora non vaccina tutta la sua popolazione, questo dovrà trovare risposta”. Ciononostante, in Europa lo Sputnik è stato acquistato autonomamente prima dall’Ungheria, poi da Repubblica Ceca e Slovacchia, senza aspettare il via libera dell’Ema. Il premier ungherese, Viktor Orban, invece, si è vaccinato con il cinese Sinovac, lo stesso di cui si è approvvigionata la Polonia. Il siero russo è stato scelto anche da San Marino e Serbia, ma Dmitriev ha annunciato di voler estendere la collaborazione nel Vecchio Continente, puntando a chiudere “20 collaborazioni entro giugno”.

La Cina alla conquista di Asia, America Latina e Africa

In tutto ciò, se la Via della Seta vede l’Europa (e l’Italia in particolare) come attore di primo piano, nella partita nei vaccini Pechino guarda soprattutto all’Oriente e all’Africa. Sinovac è il prodotto maggiormente somministrato in Indonesia, Thailandia, Filippine, Vietnam, Laos, Myanmar, Singapore, Timor est e Malesia, dove pure sono presenti marginalmente anche Moderna, AstraZeneca e Pfizer. In Africa il vaccino di Sinopharm è il più diffuso, fatta eccezione che per alcuni Paesi che si affacciano sul Mediterraneo come la Tunisia, dove è stato acquistato Sputnik, mentre l’America Latina vede la presenza di entrambi i prodotti. 

Tra USA, Russia e ipotesi di complotto: cosa farà l’Italia? 

La corsa alla distribuzione dei vaccini è in atto e comprende anche accuse incrociate di “spionaggio” e boicottaggio reciproco tra USA e Russia. Il Wall Street Journal, citando fonti del Global Engagement Center del Dipartimento di Stato, ha riferito di attività dell'intelligence russa che, tramite diverse pubblicazioni online negli ultimi mesi, avrebbe messo in dubbio sicurezza ed efficacia dei vaccini occidentali. Mosca nega e contrattacca: “Ci sono ‘nemici’ che fanno politica sui vaccini” ha detto Dmitriev. Bruxelles, nel mezzo, ha risposto tramite la Commissione UE (“Non siamo nemici di nessuno”), ma sulla possibilità che singoli Stati europei firmino contratti con la Russia, come nel caso della produzione italiana, è intervenuto il portavoce di Von Der Leyen, Eric Mamer: “Ripetiamo che possono farlo, la campagna di vaccinazione è responsabilità degli Stati”. Caustica la presidente del Cda di Ema, Christa Wirthumer-Hoche: “Concedere un’autorizzazione d’emergenza al vaccino Sputnik V è come la roulette russa”. La partita, insomma, è sempre aperta. 

 

I debiti esteri, i nuovi mercati internazionali e il protagonismo dell’agroalime

I debiti esteri, i nuovi mercati internazionali e il protagonismo dell’agroalime - ATLANTIS

 

I debiti esteri, i nuovi mercati internazionali e il protagonismo dell’agroalimentare durante l’emergenza sanitaria

di Domenico Letizia

 

I mercati esteri hanno subito profonde trasformazioni con l’emergere e il diffondersi dell’emergenza sanitaria. Nel corso del 2020 si è accumulata una mole mondiale di 24 mila miliardi di debiti che ha portato il debito complessivo a raggiungere quota 281 mila miliardi, pari al 355% del PIL globale.

Le economie più deboli sono state in qualche modo aiutate: il Fmi ha esteso linee di credito ad hoc fornendo liquidità per 32,3 miliardi di dollari in 83 Paesi, di cui circa 16,7 miliardi verso l’Africa Subsahariana, circa 5,4 miliardi verso l’America Latina e circa 3,9 miliardi verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Anche i Paesi membri del G20 si sono mossi con l’iniziativa di sospendere il servizio sul debito e concedere alle economie più fragili e  più colpite dalle conseguenze dello shock un ridimensionamento del debito a parità di valore. Il recente rapporto pubblicato da SACE, la società di Cassa Depositi e Prestiti, ha pubblicato la mappa dei rischi per le aziende italiane esportatrici evidenziando le destinazioni problematiche, i fattori di potenziale pericolo e confermando certezze commerciali legate al Mediterraneo e alla crescita della regione. Dei 194 Paesi analizzati nel report della SACE, solo in 22 diminuisce il livello di rischio. Sono 52 i Paesi stabili e ben 120 quelli in peggioramento. “Questo deterioramento è riscontrabile soprattutto nella componente sovrana per effetto del forte incremento dei livelli di debito pubblico”. A preoccupare è soprattutto l’Africa Subsahariana con l’area Nordafricana e mediorientale, in particolare è lo Zambia a riportare il maggior incremento dello score del rischio. La Russia e i Paesi dell’area come Lituania e Ucraina hanno beneficiato di una relativa stabilità e di minori restrizioni imposte all’economia. Per l’America Latina, in un contesto generalmente meno buono, pesa la rapida successione di elezioni nel corso dell’anno: Ecuador ed El Salvador a febbraio, Perù ad aprile, Messico a luglio, Argentina a ottobre e Cile a novembre. I Paesi europei e Paesi asiatici quali Giappone, Corea del Sud, Cina e Vietnam dominano il ranking di elettrificazione dei consumi. In questo scenario d’incertezza, spiega il dossier della SACE, si fanno strada aspettative di ripresa per il 2021 e per il biennio successivo, sebbene a tassi meno sostenuti che in passato.

Il contesto economico e geopolitico che stiamo vivendo ha innescato anche nuove dinamiche. La Brexit ha prodotto la nascita e il fiorire di mille nuove prospettive per il commercio estero del Regno Unito. A partire dal primo gennaio 2021, la Brexit è ufficialmente entrata in vigore. Il Regno Unito ha lasciato l’Unione europea e non è più coperto dall’accordo economico e commerciale globale tra Canada ed Europa (CETA). Per continuare ad avere proficue relazioni, il governo del Canada e quello del Regno Unito hanno firmato un accordo transitorio, che rimarrà in vigore fino a quando non sarà raggiunto un accordo commerciale bilaterale ben definitivo. Questo accordo, che insieme a un Memorandum of Understanding (MOU), lanciato e applicato fino al raggiungimento di un nuovo accordo commerciale, mantiene in vita le condizioni commerciali già operative tra le due nazioni con il CETA. Tuttavia, appaiono chiari alcuni cambiamenti economici nell’elaborazione e definizione di un nuovo accordo tra il Canada e il Regno Unito. Il 10 dicembre 2020, i governi del Canada e del Regno Unito hanno firmato un accordo transitorio per rafforzare il libero scambio tra le due entità statali, denominato Accordo di continuità commerciale tra il Canada e il Regno Unito per Gran Bretagna e Irlanda del Nord (il TCA), che il governo del Canada propone di attuare sottoscrivendo un atto di continuità commerciale tra il Canada e il Regno Unito. Il TCA impegna il Regno Unito e il Canada ad avviare negoziati su un nuovo accordo commerciale e a concludere il raggiungimento di tale accordo entro un paio di anni. Le relazioni commerciali tra Canada e Regno Unito rimangono sostanzialmente invariate dopo il primo gennaio del 2021. Le tariffe preferenziali tra i due Paesi continueranno ad essere applicate fino a quando il MOU sarà in vigore. Inoltre, per quanto riguarda un aspetto specifico della cooperazione in ambito agroalimentare, in base sia al MOU che al TCA, le esportazioni di formaggi del Regno Unito verso il Canada continueranno a essere trattate nell’ambito della capacità e della quota commerciale di formaggio dell’Europa, fino al 31 dicembre del 2023.

Alcune recenti analisi elaborate dall’Organizzazione del Commonwealth evidenziano che gli investimenti e gli scambi esteri tra i vari membri vivono delle difficoltà a causa della mancanza di un sistema comune di risoluzione delle controversie giuridiche e per il dibattito poco attivo tra i componenti della comunità imprenditoriale dell’organizzazione. Numerose capacità comuni di crescita economica restano inattive poiché la maggior parte delle piccole e medie imprese della comunità non intraprende iniziative di diffusione sui mercati internazionali. Uno degli ostacoli al commercio internazionale è causato dall’incertezza della risoluzione delle controversie giuridiche. L’arbitrato commerciale internazionale è uno strumento che le aziende possono già utilizzare come avviene nel settore marittimo e in quello legato allo scambio di materie prime. La problematica evidenziata dagli esperti del Commonwealth riguarda più della metà dei paesi aderenti all’organizzazione internazionale che non dispongono di strutture giuridiche ed economiche adeguate e un numero minore di stati non dispone di un quadro legislativo che contempli l’arbitrato commerciale. Gli esperti evidenziano soluzioni specifiche con inviti all’azione e all’adesione alla Convenzione di New York sui lodi arbitrali esteri con l’adozione di una moderna legge sull’arbitrato che sia legata al modello stabilito dalla Commissione delle Nazioni Unite per il diritto commerciale internazionale. La problematica evidenziata dagli esperti del Commonwealth è rappresentata dal 30% degli stati membri dell’organizzazione che non aderiscono alla Convenzione. L’analisi degli esperti riporta: “I paesi che non hanno sottoscritto questi tratti distintivi con un moderno ed efficace arbitrato internazionale rischiano di perdere innumerevoli investimenti diretti esteri, perdite commerciali considerevoli causate dalla mancanza di un moderno regime di risoluzione delle controversie reso disponibile e applicabile a favore della comunità imprenditoriale e dei protagonisti del business”. A causa degli innumerevoli e diversificati profili economici dei paesi aderenti dall’Organizzazione del Commonwealth non sempre le scelte strategiche di export e tutela dell’ambiente risultano integrate e allineate. Gli esportatori di risorse come Canada, Australia, la maggior parte dei paesi dei Caraibi e dell’Africa sono legati economicamente ma non giuridicamente a Paesi come il Regno Unito e l’India. L’Unione Europea sta lavorando affinché gli Stati europei non precedano alla sottoscrizione di accordi chiave singoli con il Regno Unito, presentando una strategia comune di azione e regole commerciali condivise dall’intera Unione. Tematiche che meritano attenzione e una corretta comunicazione. Nel frattempo, il Regno Unito si sta muovendo per rafforzare le relazioni commerciali fuori dal contesto europeo e valorizzando le sinergie con il Commonwealth. A settembre, il Regno Unito ha concluso il suo primo importante accordo commerciale indipendente con il Giappone. Un ulteriore accesso al mercato estero vi è stato nell’ambito del Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP), che ha lo scopo di fornire alle imprese del Regno Unito una porta d’accesso alla regione dell’Asia e del Pacifico e contribuire ad aumentare la resilienza e la diversità dell’offerta. Inoltre, il Regno Unito sta cercando di avvicinarsi anche agli Stati Uniti, sebbene ciò abbia suscitato timori per l’abbassamento degli standard di sicurezza alimentare e di logiche legate alla sostenibilità. Nel contesto europeo vicino al Regno Unito, la Brexit e il Mercosur sono le principali preoccupazioni per gli agricoltori irlandesi. Invece, in rapporto alle politiche del Mediterraneo, la qualità e la tracciabilità degli alimenti sono divenuti la pietra miliare delle politiche sulla sicurezza alimentare, concepita per rendere trasparente la scelta dei cibi. Lo scopo è anche quello di fornire ai consumatori informazioni accurate sui prodotti, affinché si possano effettuare scelte consapevoli ma, soprattutto, garantire la circolazione di alimenti sani e salubri grazie alla possibilità di ricostruire l’intero percorso dei prodotti, dalla materia prima al consumatore finale e per poter gestire tempestivamente i prodotti considerati a rischio. Tra i vari esempi, i numerosi progetti di Gi & Me Association, presieduta da Franz Martinelli, legati alla promozione e diffusione dei cereali autoctoni del Mediterraneo e dei prodotti lavorati, come pasta e pane, ha consentito all’Associazione di comprendere l’importanza di raccordare tutti i componenti della filiera alimentare, che sono coinvolti nel sistema di tracciabilità, ovvero dalla raccolta del prodotto, passando attraverso trasformatori e distributori, fino all’anello finale: il consumatore. Ciascun passaggio, da un componente all’altro, deve vedere la registrazione degli alimenti o dei prodotti in ingresso, consentendo all’azienda che commercializza il prodotto completo di poter risalire alle materie prime di origine. L’Associazione lavora alla tutela e valorizzazione del Mediterraneo anche con il progetto Surefish che risulta essere tra le realtà internazionali più attive in tema di diffusione della sostenibilità e tracciabilità del pescato. L’innovativo “Sistema di tracciabilità del pescato” permette a tutti gli operatori del settore ittico, pescatori ed operatori della commercializzazione, di adempiere alla normativa unionale in materia di etichettatura e tracciabilità dei prodotti ittici. Il sistema informatizzato di tracciabilità della filiera ittica nasce dall’idea del monitoraggio di bordo attraverso l’utilizzo di una tecnologia sofisticata ma di semplice utilizzo. All’atto della dichiarazione di sbarco del pescato viene generato, automaticamente, l’identificativo della partita.

In Italia, l’emergenza sanitaria ha indotto cambiamenti nei comportamenti di acquisto, modificando le logiche commerciali e dell’export delle imprese operanti nel nostro contesto geografico. Spiccano importanti differenze tra i target generazionali, come risulta dalle analisi di Retail Institute Italy, l’associazione punto di riferimento del Retail in Italia: se gli over 65 hanno scoperto per la prima volta l’online, la Gen Z e i Millennial hanno “approfondito” nuovi punti vendita e nuove modalità di acquisto digitale. Se gli analisti presentano i dati a consuntivo e ne ricavano possibili trend, grazie alla loro presenza sul campo gli operatori hanno il polso delle tendenze mentre si stanno manifestando. Gli investimenti in innovazione e trasformazione digitale sono divenuti una priorità per la crescita economica delle piccole e medie imprese italiane e dell’intero Mediterraneo. Le classiche corsie obbligate verranno sostituite da agorà digitali aperte e le diverse modalità di acquisto e fruizione del Food & Beverage sfumeranno in un continuum che va dal consumo in loco, all’acquisto in negozio, al click & collect e delivery, fino al commercio digitale.

 

La Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto

La Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto - ATLANTIS

DIRITTI UMANI

La Commissione di Venezia

 

La Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota come Commissione di Venezia, dal nome della città in cui si riunisce, è un organo consultivo del Consiglio d'Europa. Istituita nel 1990, la Commissione ha svolto un ruolo chiave nelladozione di costituzioni conformi agli standard del patrimonio costituzionale europeo.

Concepita inizialmente come strumento dingegneria costituzionale di emergenza, in un contesto di transizione democratica, la Commissione ha visto la propria attività evolvere progressivamente sino a diventare un'istanza di riflessione giuridica indipendente, internazionalmente riconosciuta.

La Commissione contribuisce in modo significativo alla diffusione del patrimonio costituzionale europeo, che si basa sui valori giuridici fondamentali del continente, e garantisce agli Stati un "sostegno costituzionale". Inoltre, la Commissione di Venezia, elaborando norme e consigli in materia costituzionale, svolge un ruolo essenziale nella gestione e prevenzione dei conflitti.

 

Natura giuridica e composizione

Istituita nel maggio 1990, come accordo parziale tra gli allora 18 Stati membri del Consiglio d'Europa, la Commissione è divenuta un accordo allargato nel febbraio 2002, con la conseguente possibilità di accogliere come membri anche Paesi non europei.

 

La Commissione di Venezia è composta da "esperti indipendenti di fama internazionale per la loro esperienza nelle istituzioni democratiche o per il loro contributo allo sviluppo del diritto e della scienza politica" (art.2 dello Statuto).

 

I membri sono in particolare professori universitari, di diritto costituzionale o di diritto internazionale, giudici di corti supreme o costituzionali, e alcuni membri di parlamenti nazionali. Essi sono designati, per quattro anni, dagli Stati membri della Commissione ma agiscono in piena autonomia e indipendenza. Dal dicembre 2009 il presidente della Commissione è Gianni Buquicchio.
 

Stati membri

Tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa hanno aderito alla Commissione di Venezia. Inoltre, il Kirgisistan è diventato membro nel 2004; il Cile nel 2005; la Repubblica di Corea e il Montenegro nel 2006; il Marocco e l'Algeria nel 2007; Israele nel 2008, Peru e Brasile nel 2009, la Tunisia e Messico nel 2010, Kazakistan nel 2011, Stati Uniti nel 2013, Kosovo nel 2014, Costa Rica nel 2016 e Canada nel 2019. Queste nuove adesioni hanno portato a 62 il numero degli stati membri della Commissione. La Bielorussia partecipa in qualità di membro associato. Gli Stati che godono di uno statuto di osservatore presso la Commissione sono: Argentina, Santa Sede, Giappone e Uruguay. Il Sudafrica e l'Autorità Nazionale Palestinese hanno uno speciale statuto di cooperazione, simile allo statuto di osservatore.

La Commissione europea e l'OSCE/ODIHR partecipano alle sessioni plenarie della Commissione.

 

Attività della Commissione

Il lavoro della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto si articola intorno ai tre principi chiave del patrimonio costituzionale europeo: la democrazia, i diritti umani e il primato del diritto, che sono alla base di tutte le attività del Consiglio dEuropa. Questi principi si concretizzano nei quattro settori chiave dell'attività della Commissione:

Assistenza costituzionale

Elezioni e referendum

Cooperazione con le corti costituzionali

Studi, rapporti e seminari transnazionali

 

L’Ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa

“LItalia è uno dei membri fondatori del Consiglio dEuropa e Venezia è un centro culturale riconosciuto in tutto il mondo. - sottolinea Luisella Pavan Woolfe, Direttore dell’Ufficio - Ecrocevia di commerci e civiltà, una delle città più visitate al mondo, punto di incontro di popoli, Paesi e tradizioni. Importante polo accademico, ospita tre università, numerose fondazioni internazionali e centri di ricerca. Venezia aderisce alla rete delle Città Interculturali del Consiglio dEuropa. La rete aiuta le città a esaminare le loro politiche attraverso una lente interculturale e a sviluppare strategie comprensive per gestire la diversità in modo positivo. Venezia è anche una delle quattro città laboratorio della Convenzione Faro in Europa. In questa Città il Consiglio dEuropa si propone di verificare come la società civile e le autorità locali mettano in pratica questa Convenzione relativamente recente in materia di partecipazione democratica al patrimonio culturale. Venezia partecipa allItinerario del Patrimonio Ebraico certificato dal Consiglio dEuropa. Litinerario attraversa la città e fa tappa nellantico Ghetto, che ha compiuto nel 2016 500 anni, e nello storico cimitero ebraico. In altre parole, Venezia è unofficina ed un banco di prova per certe politiche e alcuni programmi particolarmente significativi ed innovativi del Consiglio dEuropa.

LUfficio si trova nel cuore della Città, in Piazza San Marco nelle Procuratie Vecchie. Supporta la sede centrale di Strasburgo nellorganizzazione di attività che vanno dalla cultura, al patrimonio culturale, alla formazione in materia di diritti umani e di democrazia”.

 

A JESOLO DAL 6 all’8 MAGGIO 2021 IL PRIMO FESTIVAL INTERNAZIONALE DI GEOPOLITIC

A JESOLO DAL 6 all’8 MAGGIO 2021 IL PRIMO FESTIVAL INTERNAZIONALE DI GEOPOLITIC - ATLANTIS

Una tre giorni di studio sul governo del mondo a Jesolo 

(6-7-8 Maggio 2021) Festival Internazionale della Geopolitica Europea

Un appuntamento annuale per approfondire il tema della geopolitica e del governo globale. Questo il principale obiettivo del Festival Internazionale della Geopolitica Europea che si svolgerà dal 6 all’8 maggio 2021 a Jesolo. 

La Città balneare veneziana - aggiungendo questo ambizioso quanto prestigioso evento al suo calendario - decide di portare fino in fondo la sua vocazione internazionale e diventare, per tre giorni, la sede di riflessioni, approfondimenti, dibattiti su diplomazia e relazioni internazionali, sicurezza e difesa, economia e finanza, informazione, ambiente, salute e diritti umani, affari esteri e cooperazione internazionale. Tutto ciò, con un approccio innovativo: cioè partendo da un punto di vista non solo nazionale ma europeo. Sarà l’occasione per parlare dell’Italia e del Continente, in un contesto Geopolitico globale con un approccio multidisciplinare.

Mai come adesso, alla luce di un anno come quello appena trascorso, abbiamo imparato che è tutto più connesso di quanto pensassimo. Un’emergenza sanitaria ha ricadute immense su economia, scienza, relazioni diplomatiche, diritti umani, guerre, ambiente, politiche energetiche. Questo evento vuole fotografare il quadro della contemporaneità in cui viviamo, con uno sguardo al futuro ma anche con la consapevolezza di dover apprendere dal passato.

Maurizio Molinari, Direttore di Repubblica, aprirà e chiuderà la prima edizione del Festival, organizzato dalla Città di Jesolo con la Rivista di Affari Internazionali ATLANTIS, il Consiglio d’Europa, il Circolo di Studi Diplomatici di Roma, Il Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima (CESMAR), il Consorzio JesoloVenice, che avrà per protagonisti diplomatici, giornalisti, accademici, politici, medici, economisti, militari. Tanti i relatori e tante le prospettive di analisi. Tra le personalità che si alterneranno sulla scena, Michele Boldrin, economista e professore alla Washington University di St. Louis; Matteo Bassetti, e Fabrizio Pregliasco per la Sanità; Sergio Costa, già Ministro dell’Ambiente; Giulio Terzi di Sant’Agata, già Ministro per gli Affari Esteri; Luisella Pavan Woolfe, direttrice dell’Ufficio italiano del Consiglio d’Europa; Giorgio Saccoccia, Presidente dell’Agenzia Aerospaziale Italiana e Luca Capasso, dell’Ufficio Generale Spazio. Invitati a dare il loro contributo anche importanti figure istituzionali di altri Paesi, come il Ministro Plenipotenziario Israeliano Alon Simhayoff e Robert Needham, Console Generale degli USA a Milano. Previsto un intervento del Sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei Ministri con delega agli Affari Europei, Vincenzo Amendola.

Si inizierà il giorno 6 con un panel sulla diplomazia e uno sullo spazio, frontiera sulla quale si giocano importanti interessi strategici. Delle varie conferenze del giorno 7 saranno protagonisti l’Europa, la ripartenza economica, il Mediterraneo, con la partecipazione dei tre Capi di Stato Maggiore di Marina, Aviazione ed Esercito. Ma non solo: verrà riservato uno spazio importante per analizzare il problema della transizione energetica e della protezione della biodiversità, con la presenza del Presidente di Confindustria Veneto Enrico Carraro e del manager Paolo Scaroni. Nella mattina dell’8, infine, il focus si restringerà sull’Italia, ma sempre vista nel suo ruolo da giocare nel Continente. Si renderà poi onore a Pietro Calamia, grande ambasciatore italiano, di cui è stata pubblicata recentemente una raccolta di scritti, con la presenza del Direttore Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Elisabetta Belloni, affiancata dai copresidenti del Circolo di Studi Diplomatici, ambasciatori Casardi e Melani. Per le conclusioni è stato invitato il Prof. Giuliano Amato.

A presentare il festival la giornalista Eleonora Lorusso, affiancata nei vari panel da moderatori di alcune tra le principali testate italiane.

Il Festival sarà anche all’insegna del binomio Cultura e Spettacolo. Affrontare e dibattere argomenti ritenuti “seri” non significa togliere il piacere di partecipare ad un evento esteticamente bello e coinvolgente anche dal punto di vista emozionale. Il programma sarà infatti accompagnato da un’artista, musicista e soprano, Carlotta Melchiori, che introdurrà i panel con l’esecuzione di brani al pianoforte e voce, compresa l’esecuzione degli inni nazionali. Ospitato sul palcoscenico del Teatro Vivaldi, l’evento quest’anno sarà trasmesso in diretta streaming sulle pagine social del Festival (Facebook: @FestivalGeopolitica) e del Comune di Jesolo (@CittadiJesolo e @Jesolo.biblioteca). Maggiori informazioni su www.festivalgeopolitica.it

 

Sanità post covid

Sanità post covid - ATLANTIS

La pandemia covid 19 rivoluzionerà

Ospedali e RSA

Cambiare organizzazione e struttura architettonica

Lo scorso anno abbiamo preso coscienza in maniera drammatica di come la nostra salute abbia un rapporto strettissimo con l’architettura e l’edilizia. Sia gli edifici adibiti alla cura dei malati sia quelli che ospitano le persone non capaci di provvedere da sole devono essere progettate in modo tale da gestire al meglio situazioni di emergenza.

Particolarmente colpite dal Covid19 sono state le RSA: tutti ricordiamo l’elevato numero di vittime che sono state registrate in questi ambenti. Ma l’età avanzata dei soggetti non è l’unico fattore responsabile. Anche le condizioni materiali nelle quali gli anziani si sono ritrovati a vivere hanno giocato un ruolo. La maggior parte delle nostre residenze per anziani, a differenza per esempio di quelle di altri Paesi come la Francia, non consentono un efficace distanziamento sociale. La struttura a camera doppia è una realtà che ha influito negativamente nella salute degli ospiti, una volta che è scoppiata la pandemia. Come ci spiega Bertrand Barut, direttore sanitario di una RSA del Veneto, una volta attraversata una prima fase critica della pandemia, dove l’urgenza era quella di approvvigionarsi di materiale sanitario (mascherine, tamponi, DPI), il problema è diventato di natura organizzativa. Mancavano spazi per isolare i positivi e per separare nettamente gli ospiti dal personale che lavora. Si è dovuto far ricorso tempestivamente a un confinamento per nuclei. 

Questo problema, di natura edilizia, non è di facile risoluzione. Si sono dovute studiare le compartimentazioni tra un piano e l’altro, in modo da organizzare tutti quegli spostamenti interni che non si devono incrociare (tra persone che entrano e persone che escono, ma anche tra il materiale pulito da recepire e il materiale sporco da smaltire). Una delle soluzioni messe in atto nella RSA di Barut è stata ad esempio quella di creare un vano tra un reparto e l’altro, installando delle tende, per adibirlo alla vestizione e alla decontaminazione del personale. Ricavare questi spazi non è stato facile, tenendo conto che non si possono abbattere muri né in breve tempo né senza prima passare attraverso la considerazione di un esperto. Un altro problema è stato quello dei rifiuti speciali che vanno raccolti da aziende certificate e specializzate e portate agli inceneritori entro tempi stabiliti. Ma i volumi erano tali che i rifiuti si accumulavano oltre il limite stabilito per legge. In prospettiva, ciò incoraggia a pensare a come poter aumentare il numero di scale, ascensori e montacarichi. 

Per ristrutturar un edificio, è necessario da un lato un investimento cospicuo, dall’altro il contributo di esperti professionisti, e non è detto che riqualificazione sia sufficiente o fattibile. Solo le strutture nuove, costruite da zero, possono sfruttare tutte le opportunità e quindi adottare appieno i criteri necessari per la gestione delle malattie infettive. Ricordiamo che, al di là della pandemia di Covid19, siamo sempre più confrontati da un numero crescente di infezioni ospedaliere, i cui pazienti vanno messi in isolamento. Ed ecco che le esigenze di spazio fisico tornano a farsi sentire. Tutte le strutture ricettive, compresi centri di salute mentale e prigioni, dove  ci sono assembramenti, devono subire riadattamenti. Così come abbiamo normative per l’antisismica o la prevenzione degli incendi, bisognerà raddoppiare gli sforzi anche per normare gli edifici da un punto di vista epidemiologico.

 

D’altro canto gli ospedali si sono rivelati molto più attrezzati rispetto alle RSA per far fronte all’epidemia, anche se c’è un margine di miglioramento. Esistono interi settori di ricerca da cui attingere, come l’urban health, che studia come coniugare lo sviluppo delle città con la salute dei suoi abitanti, e l’hospital design, che si occupa direttamente della progettazione dei luoghi della salute. Come ci illustra Stefano Capolongo, Direttore del Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano, l’ospedale è una sorta di città nella città, un riflesso di come l’ambiente urbano è in grado di rispondere a diverse istanze. In altre parole, larchitettura è il canto del cigno finale, che traduce in uno spazio fisico la somma di tutta una congerie di istanze economiche, ambientali, sociali, epidemiologiche.

Nello scorso anno, le strutture ospedaliere, anche se in maniera improvvisata e precaria, hanno saputo accogliere il gran numero di malati. Ciò che non ha retto è stato il sistema di gestione. Non dovremo costruire nuovi ospedali, ma applicare in gran fretta innovazioni già studiate dai ricercatori. La progettazione deve sempre essere fatta con uno sguardo al futuro, prevedendo la situazione epidemiologica che ci sarà tra 40-50 anni, che è il tempo di vita medio di un ospedale.

Scendendo nel concreto, dovremmo guardare a questi principi guida.

Primo, la localizzazione, che è la precondizione per il funzionamento di un ospedale. Parliamo qui di accessibilità sia fisica sia digitale, all’interno della rete infrastrutturale. Nei grandi centri, più densamente popolati, il contagio è favorito. Serve una sorta di cintura sanitaria che svolga una doppia funzione: proteggere le città e rendersi facilmente utilizzabili per chi viva fuori.

Secondo, la flessibilità, ossia capacità di adattarsi strutturalmente per far fronte alle emergenze, non solo epidemie, ma anche terremoti. Meglio localizzare tali edifici in aree che li permettano di espandersi con aggiunta di fabbricati.

Terzo, la resilienza, ossia la capacità degli ospedali di poter funzionare normalmente e continuare a curare le patologie ordinarie (ad esempio quelle cronico-degenerative) anche in caso di emergenza, senza trasformarsi, come in alcuni casi è stato, in ospedali totalmente Covid.

Dal punto di vista architettonico, bisogna provvedere a percorsi differenziati per lo sporco e il pulito, per carico e scarico delle merci, per il personale e per i pazienti provenienti dall’esterno. Non è detto che si tornerà ai vecchi ospedali a padiglione, ma si progetterà per nuclei, più facilmente isolabili a ogni evenienza, a cui si affiancheranno dei volumi aggregati, a mo’ di pettine.

Bisognerà progettare per nucleo anche dal punto di vista impiantistico (ventilazione meccanica e unità di trattamento dell’aria settorializzata, per evitare la trasmissione dei virus, utilizzo di materiali innovativi con speciali proprietà antibatteriche e antivirali). Monitorare la qualità dellaria è sempre molto importante, anche per esempio nel caso di infezioni ospedaliere, sempre più in aumento. È proficuo ragionare per blocchi operatori che abbiano la loro autonomia funzionale, e ciò è utile anche per la manutenzione ordinaria. Inoltre, sarà importante portare la componente impiantistica nella maggior parte dell’ospedale, in modo tale da poter riconvertire all’occorrenza spazi a posti di terapia intensiva.

Il futuro potrebbe riservarci nuove pandemie e a quel punto sarà necessario aver fatto tesoro delle lezioni che abbiamo preso fronteggiando quella presente, che ancora deve spegnersi. la salute e la malattia passa anche attraverso l’architettura e il nostro rapporto con lambiente costruito.

 

 

2021 Anno Internazionale delle Foreste

2021 Anno Internazionale delle Foreste - ATLANTIS

Le Foreste, i miti antichi e la sostenibilità 

Romano Toppan

Riferimenti mitologici degli alberi

Il ripristino delle foreste è il tema dell’anno internazionale delle foreste del 2021. Gli alberi danno all'uomo salute e felicità, ma all’uomo moderno manca una profonda convinzione interiore che, al contrario, avevano i popoli primitivi.

È impressionante la quantità (e la qualità) dei riferimenti mitologici e letterari sul tema dei boschi e delle foreste (senza accennare ad altre forme di arte, come la pittura, l’architettura del paesaggio, la storia, l’antropologia e persino la psicanalisi).

È tuttavia certo che si dà poca importanza (e ciò è dovuto alla ignoranza) al ”senso” che avevano i miti, le leggende e persino le favole intorno al tema della foresta.

Il senso di questa enorme “narrazione” mitica è che le foreste e i boschi rappresentavano qualcosa di “sacro ed affascinante” allo stesso tempo: erano il simbolo stesso della vita, della bellezza e della prosperità di un territorio e ad essi molti popoli dedicavano una cura, un rispetto e un “rivestimento” quasi religioso.

La differenza tra noi moderni e i popoli antichi (oppure i popoli tuttora legati alle foreste come gli indios dell’Amazzonia o le tribù della Papuasia, o i popoli dell’Africa tropicale, o gli aborigeni dell’Australia) è profonda, nel senso che questi popoli, che noi chiamiamo “selvaggi e primitivi”, avevano proiettato sulle foreste e sui boschi una dignità, una sacralità, che rappresentava molto meglio una difesa dell’ambiente e della natura di quanto non lo siano le nostre Soprintendenze istituzionali. 

 

Un solo accenno: se le nostre Soprintendenze o le Istituzioni preposte non “vedono” (o per inerzia o perché corrotte), noi moderni siamo capaci di distruggere i boschi e le foreste, noi uomini del progresso e della tecnologia avanzata, li consideriamo quasi solo come fonte di materiali, di business, di speculazione, con un approccio totalmente privo di ogni segno e di ogni simbolo che dia ad essi un'altra dimensione che non sia puramente materialistica. 

Gli antichi, i primitivi, i selvaggi, al contrario, elaborarono i miti e con essi la presenza del sacro (di dei, di ninfe, e persino di tabù e di narrazioni dense di pavor, ossia di timore) perché in loro la “Soprintendenza” era assimilata nel centro della loro stessa vita interiore. 

 

Contro la mentalità speculativa

 

Tutti noi sappiamo quanto sia migliore una società e un’etica dei comportamenti, che poggia o abbia la fortuna di poggiare su una convinzione interiore, su una motivazione intrinseca, piuttosto che solo su una motivazione estrinseca, come è appunto quella di tipo legale. 

È diffusa, nella nostra società, in particolare proprio quella italiana, una mentalità che è pronta a osservare le leggi, le norme e i comportamenti di rispetto dell’ambiente, solo se avverte la minaccia di una sanzione, ma dentro il cuore delle persone non esiste nessuna traccia di intima convinzione che ci faccia comportare in modo moralmente integro, nei confronti della natura, del paesaggio, dei beni ambientali e culturali, a prescindere dall’esistenza stessa di una legge penale o di una coercizione esterna. 

In questo gli antichi, i primitivi, i selvaggi dimostrano, senza alcun dubbio, la loro superiorità civile e sociale rispetto alla nostra cosiddetta civiltà avanzata, nella quale masse crescenti di cittadini non hanno dentro di sé la legge morale che li induce a comportarsi bene, nei confronti degli altri e della natura, in forza di una convinzione interiore indelebile e permanente: oggi regna incontrastato l’opportunismo, la furbizia, l’utilità personale come legge dominante, il familismo amorale come costituzione materiale della Repubblica, molto più forte della Costituzione giuridica e di tutte le Dichiarazioni dei diritti della natura, come i documenti ormai innumerevoli di stati, regioni, comuni, e Unione Europea, Onu ecc. indicano, nella loro qualità di linee guida a favore della sostenibilità, della biodiversità, della diminuzione di CO2 nell’atmosfera e così via. 

 

La sostenibilità: le foreste come testimoni privilegiati

 

Tutti ricordiamo i 5 documenti emanati dalla Conferenza di Rio de Janeiro quasi trent’anni fa, nel 1992, con il Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile: la Dichiarazione programmatica Generale, il Documento sul clima, che prenderà poi il nome (con poca fortuna, purtroppo) di “Protocollo di Kyoto” (quasi che fosse una cerimonia curtense di un salotto di aristocratici mummificati), e poi il Documento sulla biodiversità e, infine, la Dichiarazione sulle Foreste, alle quali è dedicato il 2021.

Non è un caso che alle Foreste sia stato dedicato uno dei cinque documenti programmatici mondiali per assicurare la sostenibilità dello sviluppo del mondo e garantire la sopravvivenza del pianeta anche per le generazioni future, come dice la bellissima definizione di sostenibilità data da Gro Harlem Brundtland, questa donna straordinaria, che dirigeva il Comitato preparatorio della Conferenza di Rio. 

Infatti, sono le foreste la fonte fondamentale della vita, insieme all’acqua: il circuito virtuoso tra acqua, foreste, assorbimento dell’anidride carbonica attraverso il processo clorofilliano, fertilità della terra per permettere la produzione di cibo e così via.

Sono proseguite anche dopo la Conferenza di Rio meetings internazionali e nazionali, documenti, leggi, e infine il fondo Next Generation EU, istituito nel vertice europeo del luglio 2020, allo scopo di arginare i danni causati dalla pandemia di COVID-19, rilanciando l'economia attraverso investimenti nell'economia verde e nel digitale.

 

 

Perdersi nella foresta: alla ricerca di un’economia alternativa

 

Lo sforzo di tutta questa messe enorme di documenti, principi, leggi, norme e direttive, è inteso a introdurre nel nostro intimo convincimento lo stesso rispetto che provavano gli antichi, ma il successo di questo rispetto era negli antichi molto più alto, durevole e integro del nostro: essi lo interiorizzavano con un atto di fede, con la “religio”, che significa etimologicamente “legame”, oppure attraverso il mito, che significa “racconto”, narrazione delle origini del mondo, delle cose, del creato, attraverso la presenza degli dei (come nella cultura greca, latina e germanica) oppure degli antenati, come nelle culture degli aborigeni dell’Australia, degli indiani d’America del Nord come del Sud.

Mai nella storia dell’umanità abbiamo avuto, come oggi, montagne di leggi scritte, di norme, dichiarazioni solenni, retorica di scrittori, oratori, politici, attori e giullari, sul rispetto delle foreste, degli alberi, della natura, dell’acqua, della madre terra, e mai come oggi vi sono state così immani, devastanti e perniciose condotte immorali e incivili: dalle petroliere che puliscono i loro bassifondi nel mare, alla catastrofe del Golfo del Messico, alle case saldate con lo scotch che al primo terremoto crollano…

Abbiamo la certezza che, quando fra 100 anni, qualcuno farà la storia dell’epoca di questi ultimi 50 anni, dirà che l’arretratezza morale e culturale della nostra epoca è una delle peggiori mai viste, e che l’etica degli gnomi di Wall Street fa rabbrividire in paragone all’etica degli Gnomi della mitologia nordica, che invece abitano nei boschi e ne custodiscono l’humus, le radici nel sottosuolo, i tronchi, le foglie.

Benché questi gnomi siano anche considerati dei nani, essi erano benefici, al contrario di questi altri nani dello spirito, che con un semplice clic sul loro computer mandano in rovina intere nazioni.

 

 

Le economie alternative 

 

Le correnti di pensiero che propugnano queste “economie alternative” sono innumerevoli, ma possono essere compendiate, nelle loro forme più note, in tre gruppi:

  1. Il gruppo delle economie alternative che si ispirano alla “sostenibilità”. 
  2. Il gruppo delle economie alternative che si ispirano alla “solidarietà”. 
  3. Il gruppo delle econome alternative che si ispirano alla “felicità”. 

In questo capitolo daremo qualche breve indicazione sui primi due gruppi, mentre dedicheremo uno spazio più ampio all’economia della felicità nel capitolo successivo. 

Nella nostra strategia i tre gruppi di orientamento “alternativo” all’attuale economia vengono qui considerati in un’unica prospettiva o “visione”, perché appare ormai evidente che la corrente di pensiero che a noi interessa maggiormente in questo rapporto, ossia l’economia della felicità o del well-being, non può essere realizzata se non vengono contestualmente attuate le altre due: è da esse, infatti, che gli esiti più significativi di uno stile di vita, sia individuale che comunitario, ispirato al well-being, trae il proprio fondamento, soprattutto a causa della profonda svolta in primo luogo nel campo dei consumi (degli sprechi, delle emissioni e di tutto quanto minaccia il nostro futuro comune) – ed è quanto la sostenibilità ci chiede ormai in modo sempre più urgente – e, in secondo luogo, nel campo delle interazioni sociali, delle relazioni umane, della cooperazione e della qualità complessiva del capitale sociale, come ci prospettano le tavole di valori e di priorità delle economie della solidarietà. 

Esistono naturalmente molte altre forme di “economia alternativa” ma, in grande sintesi, tutte sono sostanzialmente riconducibili a questi tre modelli o paradigmi. 

 

 

Lo sviluppo sostenibile

 

Sviluppo sostenibile è diventato, oggi, la pietra di paragone del valore stesso di una politica e di un metodo di governo: esso significa, in primo luogo, che nelle formulazioni dei bilanci tra costi e benefici delle iniziative di sviluppo economico vengano introdotte in maniera esplicita le valutazioni di impatto sulle risorse locali, in primo luogo su quelle ambientali, ma anche su quelle proprie della cultura, delle tradizioni, dei sistemi di relazione sociale, della “tavola di valori”, sui quali si regge la comunità locale in cui avviene lo sviluppo. 

In secondo luogo, significa adottare un modello di sviluppo che “soddisfa le esigenze e le aspettative di benessere delle attuali generazioni senza compromettere la capacità di quelle future di avere una risposta adeguata alle loro”. 

Programmare lo sviluppo sostenibile comporta, pertanto, “disegnare “un insieme di investimenti, di azioni e di iniziative che partono dalla gestione del territorio, evitando l’abituale dissociazione tra sviluppo economico e conservazione/valorizzazione dell’ambiente, e guidando la riconciliazione tra utilità propugnata dagli investitori (pubblici e privati) con la stabilità e l’equilibrio del sistema, e la sua capacità di rigenerare nel tempo l’insieme di “prodotti” (anche sociali ed intangibili) che ne identificano la capacità di competere sul mercato. 

La metodologia che ispira lo sviluppo sostenibile non prevede un mero riferimento alla crescita statistica dei flussi e dei valori di scambio puramente economici e monetari (il cosiddetto PIL), ma un orientamento alla produzione sistematica e diffusa di fattori integrati di benessere e di qualità della vita per i cittadini. 

É, infatti, la sussistenza di questi fattori che rappresenta virtualmente un valore sempre più apprezzabile persino sul piano monetario, considerando la relativa rarità che nell’attuale panorama economico possiedono i paesi che sanno mantenere la propria integrità e offrire, alla domanda crescente di genuinità di prodotti, di ambienti, di paesaggi e di stili di vita, una risposta soddisfacente e organizzata. 

Ogni area, in uno scenario di globalizzazione, non può competere se non in regime di specificità non imitabile, e pertanto con una programmazione che adotta i paradigmi dello sviluppo sostenibile. 

 

 

Il paradosso dei vantaggi competitivi 

 

É un paradosso, scrive Michael Porter che “i vantaggi competitivi durevoli in un’economia globale si fondano sempre più in cose locali – conoscenza, relazioni, motivazione – che i competitori lontani non possono avere”. Compresi gli alberi, i fiori, i frutti.

Il paradosso, infatti, del successo dei prodotti in epoca post-industriale, che è epoca della sazietà, della intercambiabilità delle alternative, consiste nell’inversione dei fattori dipendenti e indipendenti della produzione: la politica economica continua a considerare i risultati economici (tradizionalmente connessi con le industrie e il commercio) come “variabile indipendente” al cui conseguimento va sottomesso tutto il resto acqua, suolo, paesaggio, foreste e boschi [...] e si finisce inevitabilmente con l’esaurire proprio le risorse specifiche. Se, al contrario, si assumono queste come variabile indipendente, i risultati economici che ne derivano non sono riproducibili altrove, sono più stabili e duraturi, difficilmente imitabili, connessi strettamente alla popolazione residente, alle sue radici, alle sue percezioni sociali e culturali, alle sue modalità di gestione e comunicazione anche “commerciale”. 

É per questo, infatti, che il termine “sostenibile” (oggi più comunemente adoperato) viene talvolta sostituito con il termine “durevole” (nella lingua francese, ad esempio, sviluppo sostenibile si traduce con développement durable): ciò che dura nel tempo è sempre quello che affonda le sue radici nella economia locale e nello sviluppo “endogeno”. 

Altre strade, altri percorsi, possono certamente offrire delle opportunità: spesso, tuttavia, queste opportunità o si sono rivelate temporanee ed effimere, oppure sono state intelligentemente collocate all’interno di un progetto strategico di “innesco” e di start up di altre iniziative correlate in modo più profondo e significativo con il territorio e la sua valorizzazione, come la trasformazione di una fabbrica dismessa in museo di arte contemporanea (Glasgow) o addirittura la edificazione dei “boschi verticali”. 

 

 

Un mondo migliore in cinquanta mosse: dalla raccolta differenziata al turismo ecologico

 

In questo senso, appare interessante e istruttivo il caso, molto recente, di Eugenie Harvey, esperta di comunicazione e pubbliche relazioni, perché ha saputo sciogliere una delle criticità più evidenti: la traduzione del concept della sostenibilità in un linguaggio accessibile, convincente, concreto, facilmente comprensibile alla generalità dei cittadini e dei consumatori, i quali, spesso, pur avendo una propensione per una vita improntata alla sostenibilità, non hanno codici di interpretazione semantica capaci di formulare in modo immediato e direttamente applicabile questo stile di vita. 

Nel suo bestseller sulle 50 piccole cose che cambiano il mondo, non c’è quasi nulla di straordinario o di raro o di originale: ha semplicemente volato così basso da riuscire a farsi capire anche dai bambini o dalle casalinghe più sprovviste di dottrina e la sua copy strategy non poteva essere più intelligente ed efficace, come dimostra il successo travolgente che ha avuto il suo libro.

Si tratta di una lista delle (cinquantuno) cose che possono essere realizzate da ogni singola persona con risultati che realmente contribuiscono a ridurre l’effetto serra. Alcune proposte sembrano banali, ma la loro messa in opera ha ricadute importanti. 

Tra queste, la sostituzione delle lampadine tradizionali con quelle a risparmio energetico, oppure il tentativo di utilizzare quanto più possibile i mezzi pubblici. Ma anche, per esempio, l’utilizzo dell’acqua tiepida per lavare gli indumenti in lavatrice e lasciarli poi asciugare all’aria: una t-shirt di cotone lavata in acqua calda e poi asciugata "artificialmente" può immettere nell’atmosfera anche 2 chili di anidride carbonica nell’arco della sua vita. 

Nella lista ci sono poi altre iniziative più curiose, ma altrettanto efficaci. Chi ha un giardino, per esempio, trovi lo spazio per piantare canne di bambù: è una pianta che cresce molto velocemente e assorbe anidride carbonica in quantità quasi doppie rispetto a molte altre piante ornamentali. Oppure, cominciate a riciclare alcuni vestiti, soprattutto quelli in "pile": una società di indumenti da montagna ha scoperto che riciclando le fibre di felpe e giacche fa risparmiare il 76% di energia e riduce del 71% le emissioni di gas serra. 

Ci sono poi iniziative che possono capitare una volta nella vita, ma se fatte in modo oculato possono essere estremamente importanti per l’atmosfera. È il caso, ad esempio, di chi si costruisce un’abitazione. Sono ormai molti l’esempio di "case passive", che pur costando dal 5 all´8% in più rispetto ad una casa normale fanno risparmiare fino al 90% di energia. La "casa passiva" nasce da un’iniziativa di un’industria germano-svedese che sfrutta i più diversi sistemi per catturare energia all’interno della casa: dal calore prodotto dai fornelli a quello emesso dal corpo umano. Tra i 51 modi per risparmiare energia vi è anche l’invito a spegnere i computer quando non sono usati, a diminuire l’uso della carne (il cui trasporto produce un’enorme quantità di gas serra) e a diffondere l’abitudine ad utilizzare vestiti di seconda mano. 

A queste scelte, che interessano la singola persona, ovviamente si devono aggiungere quelle prese a più alto livello, che richiedono scelte politiche: ad esempio quella di assicurare la riforestazione: secondo il WWF dalla riforestazione si ottengono benefici per 140 miliardi di euro all’anno, ripristinando almeno 350 milioni di ettari di foreste entro il 2030. Oppure per stivare nelle rocce profonde l’anidride carbonica prodotta dalle centrali elettriche o utilizzare combustibili di origine organica per il trasporto. Ma perché aspettare? 

 

 

La testimonianza di Papa Francesco

 

Un altro testimone di eccezione per questa nuova via verso la sostenibilità è Papa Francesco, che, in un messaggio rivolto ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di TED sul cambiamento climatico, richiamò la sua enciclica Laudato si’ come manifesto di una economia ecologica: 

“Cinque anni fa ho scritto la Lettera enciclica Laudato si’ dedicata alla cura della nostra casa comune per proporre una ecologia integrale, sia per rispondere al grido della terra che al grido dei poveri. Essa è un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri e dipendenti dalla nostra madre terra. Da tale visione deriva l’esigenza di cercare altri modi di intendere il progresso e di misurarlo, senza limitarci alle sole dimensioni economica, tecnologica, finanziaria”. 

 

 

L’esempio del turismo ecologico in tutte le sue forme

 

Una parte dei nostri contemporanei ricostituiscono l’essenza dei miti antichi sulle foreste e i boschi attraverso quella forma di turismo sostenibile che chiamiamo ecologico.

Il documento della Organizzazione Mondiale del Turismo sul turismo ecologico è stupendamente articolato in codici di comportamento che rispecchiano in termini laici e razionali quello che i miti antichi assegnavano invece a termini religiosi e sacri.

Questa traduzione o interpretazione diviene esplicita proprio da quel target, per fortuna crescente, che gli esperti considerano come “turisti” amanti della natura, rispettosi delle risorse ambientali dei siti, con predilezione per i parchi e le aree protette.

In Italia noi abbiamo in tutto ben 871 aree protette: 24 Parchi Nazionali, 30 aree marine protette, 147 riserve statali, 134 parchi regionali, 365 riserve regionali, 171 altre aree protette regionali. Molti di questi siti sono stati battezzati SIC, siti di interesse comunitario. 

Una ricchezza imponente, che merita di essere conosciuta e valorizzata non meno di quanto viene riconosciuto e ammirato il patrimonio culturale italiano.

Ma per valorizzare questo tesoro ambientale, occorre capovolgere l’atteggiamento: non devono essere le istituzioni a garantire con i “controlli estrinseci” l’integrità dei siti, la prosperità delle foreste e dei boschi, il rispetto di quegli autentici monumenti della vita che sono gli alberi: ma dovrebbe essere l’intima convinzione delle coscienze, al punto che coloro che amano il turismo ecologico diventino “contaminatori” (con una specie di marketing “virale”) di tutti gli altri.

Gli interventi, ad esempio, che molte scuole compiono con i loro bambini, ragazzi e adolescenti, mirano esattamente a questo coinvolgimento, a questo turismo responsabile a partire dal cuore.

Se poi vogliamo enucleare quali e quante suggestioni ci può dare il bosco o la foresta, solo sul piano culturale e educativo, non abbiamo che l’imbarazzo della scelta, perché è incalcolabile il numero di scrittori (ad esempio Herman Hesse e il suo inno agli alberi nel breve romanzo “Vagabondaggio” che riportiamo alla fine dell’articolo), di poeti, di artisti, di tradizioni culturali, di antropologi, persino di psicanalisti, che sviluppano pensieri, intuizioni, percorsi talvolta misteriosi per non dire “misterici”, come possono essere il revival di culti druidici, la concezione dell’albero di Natale, gli sposalizi degli alberi nelle cerimonie arcane di maggio in alcune aree del meridione, alle quali io stesso ho assistito. 

In questo noi riconosciamo l’impronta di un turismo che trasforma tutte queste suggestioni in attrazioni, in emozioni, in esperienze: quando Mauro Corona parla dei suoi borghi e dei suoi boschi, in realtà fa una marcia dietro le impronte della memoria, ossia Mnemosyne  che, come tutti sappiamo dai miti greci antichi, era l’amante con cui Zeus ha creato le nove Muse. 

E allora diventa fruizione il ricordo degli antichi mestieri del bosco, le fiabe con le strane e irrisolte sparizioni di esseri umani, la presenza di funghi velenosi ma anche di frutti deliziosi, e, su tutto, il grande fascino del “legno”: con il quale le architetture e il paesaggio dei luoghi più belli e ammirati diventano quasi un sigillo di una nuova vita, la porta aperta per un accesso alla bellezza e alla salute/salvezza. 

Ma anche i ricordi della fatica, della fame, del dolore e della paura possono emanare un segno di fragilità e di precarietà, di fronte alla grandezza della natura e alle ombre delle foreste e dei boschi, che danno un rimorso, un ritorno alla nostra vera dimensione, un attacco incisivo contro la nostra mania di grandezza, la nostra prosopopea di gente che si crede dio, autorizzata a fare violenza a tutto, pur di dimostrare che siamo noi i padroni dell’universo.

Il mito greco della hybris è esemplare: il naufragio della nostra mitologia autoreferenziale, con l’idea di uno sviluppo illimitato e irresponsabile, si salda proprio con i miti misteriosi del bosco e delle foreste, soprattutto di quell’albero della vita e dell’altro albero della conoscenza del bene e del male, che sono narrati nei primi capitoli della Genesi. 

La scelta definitiva e cruciale del suo destino, l’uomo lo ha giocato fin dall’inizio davanti a due alberi: quello che gli dava la vita (“mangiando di questo frutto vivrai”), oppure quello che dava la conoscenza del bene e del male e mangiando di questo albero l’uomo sceglieva di voler mettersi al posto di dio, di voler disporre di un comportamento privo di vincoli, per fare tutto quello che voleva del mondo.

Ma l’uomo è naufragato proprio di fronte alla scelta sbagliata: anche oggi noi ci troviamo di fronte ad un albero. Se lo accettiamo come fonte di vita, come respiro del mondo, questo albero, che si trovi sul Cansiglio o in qualsiasi altra parte del mondo, noi possiamo ricavare godimento, gioia, ossigeno, salute, e vivere in grazia di dio. Se invece lo distruggiamo, lo priviamo della sua vita, in realtà ci priviamo della nostra, e viviamo nel peccato mortale. 

In questo sta il messaggio che la mitologia, ma anche la teologia, ci dicono sugli alberi, i boschi e le foreste: non è un tema futile e solo per gite e scampagnate, ma un interrogativo profondo sul nostro stesso destino. 

 

 

Gli alberi sono la memoria del mondo e custodi della terra fertile

 

Felicità deriva dalle radici latine e indoeuropee che significano “fertilità” e l’uomo come unica creatura “pensante” è, pertanto, soprattutto “memoria” (e i padri dell’economia della felicità confermano questa tesi in modo inequivocabile, soprattutto Kahneman, il più illustre di essi e premio Nobel dell’economia nel 2002). 

Quanto alla cura della “terra” come radice sia dell’intelligenza creativa che di tutte le forme di arte, trova nel primo libro della Bibbia una rivelazione originale e assolutamente inedita. La condanna di Dio a Adamo affinché “lavori” la terra con il sudore della fronte, suggerisce che il verbo greco αροω e quello latino “arare” contengono la radice indoeuropea “ar” (nel sanscrito) e da questa radice derivano, nel latino, le parole “ars” e artifex: l’uomo come artefice del suo destino attraverso la sua creatività e responsabilità, comincia con il lavoro per la terra e la sua fertilità e creatività. È il primo e fondamentale atto di responsabilità e creatività, sul quale poggiano tutte le altre forme di sviluppo e di creazione.

 

Alcuni alberi speciali, messaggeri di pace e di resilienza

 

Ai piedi di questi alberi secolari si respira l’atmosfera di speranza che l’uomo possa scoprire modi migliori per vivere in armonia con la natura.

 

Albero della pace a Beirut: fiorente in tutte le direzioni, un tripudio di colori fantastici e allegri ....

(Garo Haddad)

 

 

 

L’albero della vita, antico di 1500 anni, uno degli esseri viventi più antichi del mondo. Si trova in Sudafrica, da dove, secondo alcuni paleontologi, sopravvisse un nucleo di ominidi dopo che tutte le altre forme di ominide si erano estinte. Questo albero della vita ha quindi anche un significato simbolico. 

(Fonte: fbcdn-sphotos-c-a.akamaihd.net)

 

 

Albero di Toborochi:

La leggenda su questo albero narra che le forze delle tenebre non amano le persone. Un giorno, Aravera, la bellissima moglie del Dio Colibri, rimane incinta di un ragazzo. Gli spiriti maligni decidono di uccidere questo ragazzo. 

Aravera fugge dal villaggio con l'aiuto del marito per salvare la vita di suo figlio. Ma gli spiriti maligni li seguono. Per salvare suo figlio, Aravera si nasconde, insieme a lui, su un albero Toborochi e vi rimane finché il bambino cresce. E una volta cresciuto, lascia l’albero, si vendica degli spiriti maligni e salva sua madre.

Tutte simbologie di salvezza, sia del protagonista che della madre (terra).

L’albero si trova a Santa Cruz, in Bolivia (Estratto da Esra Çınarlı dal gruppo Cultura e curiosità)

Fonte: Elisabeth Topinka

 

 

L'albero di Oaxaca: l'albero di Oaxaca in Messico è l'albero con il diametro del tronco più grande del mondo. La sua circonferenza raggiunge quasi i 197 piedi (quasi 60 metri) e ha un'altezza di quasi 138 piedi (42 metri). L'età approssimativa è di 2.000 anni. Il cipresso di Montezuma (Taxodium mucronatum) o Ahuehuete è l'albero nazionale del Messico. 

Fonte : www.facebook.com/parlalberi/posts/455784054449767

 

 

INNO AGLI ALBERI

 

Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltare, percepisce la verità. essi non predicano dottrine o ricette ma predicano la legge primordiale della vita. 

Un albero parla: in me, dice l’albero, si cela un granello, una scintilla, un pensiero, io sono vita della vita eterna. Unico è il tentativo e il parto che l’eterna madre ha osato con me, unica è la mia figura e la nervatura della mia pelle, unico il più lieve giuoco di foglie della mia vetta e la più minuscola ferita della mia corteccia. Il mio compito è rappresentare e significare l’eterno nell’intarsio della unicità.

Quando siamo tristi e non riusciamo più a sopportare la vita, allora un albero può parlarci e ci dice: fa silenzio! guarda me. Vivere non è facile, vivere non è difficile. Questi sono pensieri infantili. Lascia invece parlare dio in te. Patria non è qua e là, patria è dentro di te. Così mormora l’albero nella sera, quando abbiamo paura dei nostri stessi pensieri infantili. Alberi che hanno lunghi pensieri, dilatati e quieti… sono più saggi di noi. Ma non appena abbiamo imparato ad ascoltarli, desideriamo soltanto essere ciò che siamo. Questa è la patria, questa è la felicità. (Hermann Hesse – Vagabondaggio)

 

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