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1/2024

EDITORIALE

EDITORIALE - ATLANTIS

La Politica Internazionale nel Labirinto delle Incertezze

 

Nel turbinio dell'attuale panorama politico internazionale, ci troviamo immersi in un vortice di eventi che richiedono una riflessione profonda e una visione critica. Guerre in corso, elezioni politiche in Europa e negli Stati Uniti, incertezze nell'avanzamento del progetto europeo e il confronto sempre più evidente tra il blocco occidentale e i paesi ostili alla democrazia liberale delineano uno scenario complesso e talvolta inquietante.

Ciò che emerge con chiarezza è l'incapacità dell'informazione tradizionale di affrontare adeguatamente le sfide imposte dalle nuove tecnologie della comunicazione. In un'epoca in cui le notizie si diffondono rapidamente attraverso i social media e le piattaforme online, l'opinione pubblica si trova spesso ad essere sommersa da un flusso incessante di informazioni, spesso prive di contesto e verifiche approfondite. Questo fenomeno mina la capacità di creare una consapevolezza critica e una comprensione accurata dei complessi problemi che affrontiamo.

Una delle principali conseguenze di questa crisi informativa è la mancanza di una consapevolezza della responsabilità storica che ognuno di noi ha nel plasmare il futuro della società. Senza una comprensione approfondita del passato e delle lezioni che possiamo trarne, si rischia di ripetere gli stessi errori che hanno portato a tragedie già vissute.

Guardando al futuro, ci troviamo di fronte a uno spettro inquietante: la possibilità che, a distanza di un secolo, possano ripetersi tragedie già vissute. La storia ci insegna che le divisioni, l'odio e l'indifferenza possono condurre a conseguenze devastanti per intere nazioni e popoli. È nostro dovere, quindi, agire con determinazione per evitare che ciò accada.

In questo contesto, è fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza e una comprensione più profonda delle dinamiche politiche internazionali. Dobbiamo impegnarci a superare le divisioni e a lavorare insieme per affrontare le sfide comuni, con un occhio vigile al passato e uno sguardo fiducioso al futuro.

Solo attraverso un impegno collettivo e una responsabilità condivisa possiamo sperare di costruire un mondo più giusto, pacifico e prospero per le generazioni future. L'ora di agire è adesso.

DIPLOMAZIA E GEOPOLITICA

DIPLOMAZIA E GEOPOLITICA - ATLANTIS

Lo Yemen, Gli Houthi e il Mar Rosso

 Giacomo Sanfelice di Monteforte

 

Da Lettere sul Mondo 2024 a cura del Circolo di Studi Diplomatici

Dello Yemen e degli Houthi se ne sapeva poco prima del feroce attacco di Hamas del 7 ottobre e della dura reazione israeliana contro Gaza.

Ad alcuni mesi da quella data, tra i principali protagonisti di un temuto ampliamento del conflitto figurano in prima fila proprio gli Houthi, con i loro reiterati attacchi diretti dalla costa dello Yemen contro il naviglio mercantile in transito in quel Mar Rosso, che per gli inglesi un tempo era la “vena giugulare dell’Impero”.

La storia recente dello Yemen, dalla fine della seconda guerra mondiale, è segnata da conflitti e turbolenze politiche interne, fino ad oggi.

La prima grave crisi fu la sanguinosa guerra civile che oppose per otto anni i monarchici dell’Imam Badr, fortemente rappresentati nei gruppi tribali del Nord, ai rivoluzionari repubblicani che nel 1962 scacciarono la dinastia degli Imam Zayditi shiiti, per fondare la Repubblica Araba dello Yemen, con Arabia Saudita ed Egitto come sponsor degli opposti partiti.

Per i successivi quaranta anni, pur con alti e bassi, il governo-regime del Presidente Ali Abdullah Saleh (1978-2012) ha garantito una certa stabilità interna e ottenuto credito internazionale per la collaborazione offerta agli Stati Uniti nella lotta contro Al Qaeda, che tentava alla fine degli anni Novanta di insediarsi nel Paese. 

Ma, alla fine, il regime del Presidente Saleh, dopo aver inutilmente cercato di debellare militarmente proprio gli Houthi, apparsi in quegli anni sulla scena politica, ed essere stato contestato duramente dalla “Primavera araba yemenita”, uscì di scena nel 2011, passando ogni potere al suo Vice Presidente Abd-Rabu Mansur Hadi, che trovò rifugio in Arabia Saudita.

Così, caduto il Presidente Saleh, ormai largamente screditato, e fallito il tentativo di un passaggio indolore alla democrazia attraverso la “Conferenza del Dialogo Nazionale” (2013-2014) frutto della “Primavera yemenita”, gli Houthi presero il potere nel settembre 2014 ed il controllo della Capitale Sana’a, e del centro-nord dello Yemen. 

L’arrivo degli Houthi al potere provocò, nel 2015, l’intervento di una coalizione araba guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che, con l’appoggio di Stati Uniti, Regno Unito e Francia, iniziarono il conflitto che ha devastato lo Yemen per i successivi otto anni con bombardamenti indiscriminati ad infrastrutture e centri urbani, nella difficoltà di colpire un nemico sfuggente.

I danni provocati in Yemen dall’intervento armato dei Paesi del Golfo sono stati così gravi da provocare quella che le Nazioni Unite hanno definito una delle peggiori catastrofi umanitarie mai viste al mondo. Un Paese già povero, è stato ridotto in uno stato di povertà estrema, con quattro milioni di profughi e 20 milioni dei suoi abitanti (ovvero due terzi dell’intera sua popolazione) ridotti in condizioni di assoluto bisogno alimentare e sanitario. 

Così, lo Yemen si trova oggi, ancora una volta, in uno stato di guerra (anche se al momento vige una tregua, precaria, ma sostanzialmente rispettata), ed è diviso tra fazioni politiche armate tra loro antagoniste: agli Houthi nel nord (appoggiati dall’Iran), si contrappongono le forze che fanno capo al “Southern Transitional Council” ad Aden (con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti), mentre Tareq Saleh, nipote del Presidente omonimo (ucciso in uno scontro con gli Houthi), alla guida dei suoi “Guardiani della Repubblica” controlla la città di Hodeida e la sua fascia costiera sul Mar Rosso, senza contare altri gruppi politici minori.

Per districarsi da questo “ginepraio”, indotto dal suo stesso intervento armato, i Sauditi hanno creato nel 2022 un “Presidential Leadership Council” che vuole essere premessa di un minimo di dialogo, suscettibile di dare stabilità politica all’interno e speranze ad un negoziato di pace tra la Coalizione delle Monarchie del Golfo e gli Houthi, che appare bloccato dalla intransigenza delle rispettive posizioni.  

Ma chi sono questi Houthi e da dove spuntano fuori? 

Il movimento Houthi nasce negli anni Novanta con il nome di “Ansar Allah” (Sostenitori di Dio) tra i gruppi tribali più tradizionalisti del nord dello Yemen, una volta difensori della dinastia shiita dell’Imam Zayidita. Il loro leader Hussein Badreddin Al-Houthi, nel frattempo caduto negli scontri contro il governo yemenita, ha rilanciato l’identità e la pratica religiosa Zaydita, di orientamento shiita, con l’obiettivo di diffonderla in tutto il Paese.  

Lo Zaydismo è una variante locale della Shiia ed è diffuso nel nord dello Yemen e nel sud dell’Arabia Saudita e vanta alcune diversità dottrinali non secondarie rispetto alla dottrina Shiia prevalente in Iran e nelle altre aree del Medio Oriente che lo praticano.

Due le motivazioni alla base della nascita e del successo di questo movimento: da un lato, combattere la corruzione diffusa sotto il regime del Presidente Saleh e la sua collaborazione con gli Stati Uniti nella “guerra al terrore” Qaedista e, dall’altro, opporsi e reagire al proselitismo della tendenza sunnita “wahabita”, attivamente perseguito e generosamente finanziato in Yemen dall’Arabia Saudita, attraverso la proliferazione di moschee e di scuole coraniche sunnite.

La predicazione del riformatore militante arabo Mohammad Ibn Abd Al-Wahab (vissuto alla metà del 1700), centrata sul ritorno della Comunità Sunnita alla purezza originale dell’Islam, ha trovato un formidabile alleato nella Dinastia dei Saud che, conquistato nel 1932 il controllo dell’intera Arabia a spese della concorrente Dinastia degli Hashemiti, hanno fatto di questa dottrina puritana e fondamentalista il credo ufficiale del loro Regno saudita, e ne sostengono attivamente il proselitismo all’estero. 

In ogni caso, lo scontro tra Zaydismo e Wahabismo ha introdotto in Yemen, ormai da venti anni, un ulteriore fattore di instabilità e di attrito sia all’interno della società yemenita, già di per sé frammentata ed arretrata, sia tra lo Yemen ed il suo potente vicino Saudita.

Così, anche in un Paese come lo Yemen, una volta laico, repubblicano e religiosamente tollerante (dove Shiiti e Sunniti avevano sempre pregato indifferentemente nelle stesse Moschee), si è proposta la contrapposizione tra queste due confessioni dell’Islam, assumendo per di più connotazioni politiche fortemente radicali.

Il movimento Houthi ha infatti adottato come sua bandiera politica, sull’esempio della Repubblica Islamica di Iran, lo slogan “Dio è grande, morte all’America, morte ad Israele, maledizione agli ebrei, vittoria per l’Islam”. Alla sbandierata militanza contro Israele e Stati Uniti, si accompagna, sul piano interno, una gestione fallimentare dell’economia del Paese ed una politica repressiva verso giornalisti, pacifiche manifestazioni di dissenso e diritti delle donne: per molti, triste presagio della volontà di istituire uno Stato Islamico. 

Parole e comportamenti radicali e intransigenti che trovano pieno riscontro e credibilità soprattutto nelle grandi capacità militari e nella grandissima determinazione posseduta e dimostrata dai combattenti per il movimento zaydita, ma anche seguito tra i giovani yemeniti.

Se gli Houthi sono infatti riusciti a respingere, prima, le reiterate offensive del Presidente Saleh, e poi, dal 2015, quella della coalizione araba a guida saudita, non lo debbono solo agli aiuti militari ricevuti dall’Iran ed alla inaccessibilità delle regioni del nord dello Yemen, ma anche e soprattutto, all’adesione di molti giovani al risorto movimento Zaydita.

Infatti, questo movimento si è rivelato un potente catalizzatore del diffuso scontento maturato tra i tanti yemeniti che, non trovando spazio nel contesto della dinamica, ancorché disordinata e corrotta economia yemenita durante il regime di Ali Abdullah Saleh, si rifugiarono nel militantismo religioso di stampo radicale proposto dagli Houthi.  

Quindi, per motivazioni religiose, per vocazione radicale e per le capacità militari acquisite in venti anni di scontri armati sia contro il Governo di Sana’a, sia contro la coalizione Saudo-emiratina, la pericolosità degli Houthi non può essere sottovalutata.

Porre fine alla minaccia che gli Houthi fanno gravare sul traffico mercantile nel Mar Rosso si presenta come obiettivo assai arduo, anche per quanto emerso negli ultimi mesi trascorsi dopo il fatidico 7 ottobre scorso.

Innanzitutto, non solamente le tattiche impiegate dalle forze Houthi, basate sulla grande mobilità delle loro piattaforme di lancio, rendono difficile per le unità alleate riuscire a neutralizzarle, ma è inoltre difficile intercettare gli armamenti loro destinati dall’Iran, che giungono attraverso una miriade di piccole imbarcazioni e pescherecci (i Dhow) che portando ogni sorta di merci, legali ed illegali, sottraendosi ad ogni controllo.

Ma, al di là di questi aspetti di carattere operativo, non meno preoccupanti sono, sul piano politico, gli effetti della grande popolarità che queste loro azioni armate, dichiaratamente a sostegno della causa palestinese, hanno guadagnato agli Houthi presso le opinioni pubbliche arabe ed oltre. 

Le diffuse simpatie così ottenute potrebbero infatti rendere gli Houthi ancora più intransigenti e meno disposti a recedere dai loro attacchi marittimi, a maggior ragione ora che tali azioni sono dirette anche contro le forze aeree e navali della coalizione guidata dal “Grande Satana”, ovvero gli Stati Uniti.

Ma, soprattutto, se il confronto armato a Gaza dovesse protrarsi, vi è il rischio che, come sembrano temere in particolare a Riad, questo stato di cose possa avere una serie di conseguenze non gradite: ad esempio, far risaltare il militantismo pro-palesinese degli Houthi a fronte della sostanziale cautela mantenuta dai Sauditi, oppure complicare ulteriormente il già difficile negoziato di pace tra gli stessi Houthi ed i Sauditi, se non addirittura portare ad una ripresa delle ostilità tra gli irriducibili guerrieri zayditi e la coalizione araba del Golfo, con la rottura della tregua fin qui vigente.

Di qui, le raccomandazioni di prudenza che Riad avrebbe rivolto a Washington, preoccupata che la reazione delle forze americane in Mar Rosso sia calibrata opportunamente mantenendo, per quanto possibile, una stretta proporzionalità rispetto a quelle degli Houthi. 

Inoltre, sul piano interno allo Yemen, la popolarità internazionale acquisita dagli Houthi in virtù dei loro attacchi a sostegno della causa palestinese, soprattutto in caso di una eventuale escalation degli scontri in Mar Rosso, potrebbe tradursi in un rafforzamento del regime (fin qui in perdita di consensi) da loro imposto su di una popolazione stanca e devastata da otto anni di guerra, inducendolo ad inasprire le misure repressive contro ogni forma residua di libera espressione. 

Gli strumenti a disposizione di Stati Uniti ed Europa per porre rimedio alla grave minaccia ed alla pericolosità degli attacchi condotti al naviglio marittimo in Mar Rosso da questi combattenti Houthi, bellicosi e politicamente intrattabili, non sembrano essere né tanti, né di sicuro effetto.

Certamente, l’azione di contrasto militare appare quanto mai necessaria, anche se probabilmente non decisiva, viste le efficaci tattiche guerrigliere messe in atto dagli Houthi e le preoccupazioni arabe di derive politiche non desiderate in caso di una eventuale escalation degli scontri. Anche l’effetto di sanzioni finanziarie contro la loro leadership non sembra poter giocare altro che un ruolo complementare.

Quanto poi alla rinnovata iscrizione del movimento Zaydita nella lista delle organizzazioni terroriste da parte degli Stati Uniti, al di là dei suoi meriti propri, potrebbe avere effetti secondari indesiderati, quali rendere più difficile l’accesso della popolazione yemenita agli aiuti umanitari internazionali tanto necessari, anche nell’ottica di evitare che questo provvedimento sia percepito come “punitivo” nei riguardi della intera popolazione yemenita.

Per quanto problematica possa apparire, spetta soprattutto all’iniziativa diplomatica il duplice compito di concorrere a limitare le minacce in Mar Rosso, ma anche quello di predisporre un auspicabile ristabilimento di condizioni di stabilità e di pacifica convivenza non solo in Israele ed a Gaza, ma anche in Yemen e tra questo tormentato Paese e i suoi vicini del Golfo, una volta superata la crisi in corso. 

Con riferimento al primo obiettivo, c’è sentore di un possibile coinvolgimento diplomatico della Cina per indurre Teheran affinché freni gli Houthi dal mettere in crisi una rotta marittima strategica che dall’Asia porta in Europa, ed oltre, tonnellate e tonnellate di merci cinesi: peraltro, gli esiti non sembrano scontati.

Ben più decisivo sarebbe la cessazione degli scontri a Gaza sulla base di intese di tregua concordate tra Israele ed Hamas: ai guerrieri Zayditi verrebbe infatti a mancare la motivazione principale di queste loro azioni aggressive, anche se rimarrebbero sostanzialmente inalterati lo stato di forte contrapposizione e le tensioni prepotentemente emerse nell’Arabia meridionale in questi ultimi otto anni e, in Mar Rosso, in questi ultimi tre mesi.   

In buona sostanza, la diplomazia internazionale dovrebbe sollecitare una molteplicità di sforzi diplomatici aggiuntivi, per portare, attraverso soluzioni negoziali, stabilità e pace in tutta la penisola arabica. 

Tra questi sforzi aggiuntivi, dovrebbe figurare innanzitutto quello di rilanciare il negoziato di pace tra Houthi e la coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita, non appena le condizioni generali della crisi lo permetteranno.

Si tratta di un passaggio, certo difficile, ma suscettibile di abbassare stabilmente la tensione in tutta la regione, anche se l’intrattabilità delle posizioni negoziali tra le parti e l’impressionante ammontare dei danni lasciati sul terreno non lasciano certo ben sperare.

Il ruolo di maggiore responsabilità, per i motivi storicamente evidenti sopra ricordati, spetta certamente all’Arabia Saudita, già d’altra parte impegnata in questa direzione, ben conscia, si presume, dei vantaggi di chiudere il capitolo bellico con gli Houthi ed uscire da una situazione, da molto scomoda a potenzialmente molto preoccupante. 

Un virtuoso precedente esiste ed è quello che vide l’opera di pacificazione che nel 1970 pose fine alla prima guerra civile yemenita grazie ad un autorevole e rispettato giurista yemenita, Abd Al-Rahman Al-Iriani poi Presidente della Repubblica che, con spirito di compromesso ed il sostegno della società civile yemenita, trovò modo di far cessare le ostilità ed aprire una stagione di pace e di sostanziale stabilità interna, durata per quarant’anni, fino al 2011, l’anno delle “Primavere arabe”. 

Più oltre, un negoziato di pace concluso con successo potrebbe anche aprire la prospettiva di una pacifica integrazione dello Yemen in un contesto regionale dal quale questo Paese si differenzia per una molteplicità di fattori: quasi pari per popolazione all’Arabia Saudita, ma povero, collocato in una Penisola arabica di Paesi ricchissimi ma poco popolosi, repubblicano e fin qui laico (pur se ora governato in parte da un movimento shiita) tra Monarchie di stretta osservanza sunnita, nonché dotate di grandi giacimenti di petrolio e di gas, con il conseguente strapotere geopolitico che deriva loro da tale condizione.

Proprio guardando ai profondi contrasti che ancora dividono lo Yemen dagli altri Paesi della Penisola arabica, viene da chiedersi se le tensioni riformiste manifestate dalla attuale leadership al potere a Riad, proprio per la dichiarata ambizione di voler aprire un capitolo nuovo nella storia del Regno Saudita nel segno della modernità e di ulteriore progresso civile e sociale, non debbano misurarsi anche con il tentativo di risolvere il caso Yemenita, per una volta, con mezzi politici e diplomatici, e dare così un durevole contributo di stabilità e di pace all’intera regione.

Certo, la sfida si prospetta difficile ma ambiziosa: si tratterebbe per Riad ed i Paesi del Golfo di abbandonare una consolidata politica di “contenimento” dello Yemen basata sul sistematico ricorso ad un mix di pressioni politiche o economiche e, all’occorrenza, militari, i cui risultati drammaticamente negativi sono oggi sotto gli occhi di tutti: l’alternativa essendo piuttosto quella di optare per una strategia di integrazione politica ed economica scevra da discriminanti o pregiudiziali di carattere religioso o istituzionale.

Uno Yemen unito anziché frammentato, sviluppato anziché impoverito e integrato nella regione di appartenenza è all’evidenza nell’interesse sia dei Paesi arabi del Golfo, sia, più in generale, della Comunità internazionale intera, come la crisi che ha investito e continua a minacciare anche la navigazione in Mar Rosso ha appena dimostrato.

 

In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

Elena Sofia Brandi, Redattrice della rivista Sconfinare.

 

Luca Baraldi, Ricercatore.

 

Isabella M. Chiara, Ricercatrice.

 

Enrico Ellero, Collaboratore.

 

 

Domenico Letizia, Giornalista.

 

Eleonora Lorusso, Giornalista.

 

Agata Lucchetta, Collaboratrice.

 

Luca Mozzi, Collaboratore.

 

Cristina Pappalardo, Giornalista.

 

Mamata Pasin, Collaboratrice.

 

Giacomo Sanfelice di Monteforte, Ambasciatore.

 

Luca Volpato, Ufficio Italiano del Consiglio d’Europa.

 

 

 

VIAGGIARE SICURI

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Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

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Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

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Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

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Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

ATTUALITÀ E GEOPOLITICA

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Due anni di guerra in Ucraina, tra sofferenze e speranze di vittoria. 

Intervista a Oksana Amdzhadin, Ministro Consigliere dell’Ambasciata d’Ucraina in Italia.

 

Enrico Ellero

 

A più di due anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, in un momento cruciale per le sorti del conflitto e per gli equilibri internazionali, abbiamo intervistato Oksana Amdzhadin, Ministro Consigliere dell’Ambasciata d’Ucraina in Italia.

 

Ministro, sono ormai passati più di due anni dall’invasione russa dell’Ucraina e ancora non si intravede la fine di questo conflitto. Qual è oggi la situazione sul campo?  

 

La situazione sul campo è difficile, parliamo di un fronte lungo circa 1500 chilometri. Le forze di occupazione hanno intensificato le azioni offensive, ma non riescono a ottenere i successi strategici sperati. I russi hanno un vantaggio aereo, dato anche dal numero record di droni impiegati, e in termini di organico, conducono attivamente attacchi aerei e bombardano le nostre postazioni con l’artiglieria. Hanno usato proiettili di artiglieria in quantità sei volte maggiore rispetto alle forze ucraine. Ciononostante, le forze armate ucraine hanno abbattuto 13 aerei militari russi nelle ultime due settimane. Per vendicarsi delle perdite militari sul campo di battaglia, la Russia continua a terrorizzare i civili ucraini attaccando infrastrutture critiche e aree residenziali. L’ultimo orribile esempio di questo comportamento barbaro è l’attacco ad un condominio di Odessa, nel quale sono state sterminate intere famiglie, bambini compresi.

 

Quanto è stato determinante fino a questo momento il sostegno militare dei paesi UE e Nato all’Ucraina? È necessario fare di più?

 

All’inizio dell’invasione, i paesi dell’UE e della NATO hanno risposto immediatamente fornendo aiuti all’Ucraina e imponendo rapidamente sanzioni a Mosca. Credo che la Russia, avendo assistito in passato ad una reazione piuttosto debole alle azioni intraprese in Crimea e nell’Ucraina orientale, non si aspettasse una tale unità da parte dell’Occidente. Ora lavoriamo per mantenere questa unità e rafforzare la coalizione a sostegno dell’Ucraina per garantire tutti i mezzi necessari per la nostra difesa.

Dall’inizio del conflitto si sono svolte in totale 19 riunioni del Gruppo di contatto per la Difesa dell’Ucraina (noto anche come Gruppo Ramstein). All'ultimo incontro del 14 febbraio hanno partecipato rappresentanti di quasi 50 paesi. Sono state istituite le coalizioni internazionali a sostegno delle forze di difesa dell'Ucraina, ad esempio la coalizione dell'aeronautica militare, di difesa aerea e missilistica, la coalizione dei carri armati, la coalizione per lo sminamento, l’IT coalition e altre. La nuova coalizione per la fornitura all'Ucraina di missili a medio e lungo raggio è stata annunciata dal Presidente francese Macron. 

Nonostante ciò le nostre forze di difesa soffrono la mancanza di munizioni di artiglieria e di altri tipi di armi. L’attuale vantaggio dell’artiglieria russa è di 7 a 1. Ecco perché la velocità e la regolarità della consegna degli aiuti militari rimangono fondamentali.​

Va ricordato che la guerra iniziata dalla Russia contro l’Ucraina è la più grande in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. È impossibile per un paese difendersi dall’aggressione russa senza aiuto, sapendo poi che anche la Russia riceve aiuti militari da paesi come Iran e Corea del Nord.

 

Il governo ucraino sembra essere ottimista riguardo alle possibilità di vincere questa guerra. Questo ottimismo è condiviso dal popolo ucraino? 

 

Assolutamente sì, pur nella consapevolezza di tutte le difficoltà. Secondo gli ultimi sondaggi dell’Istituto di Sociologia di Kyiv l'89% degli ucraini crede nella vittoria, il 60% ne è decisamente convinto. Altri sondaggi danno approssimativamente lo stesso risultato. Poi un'altra conferma dell’ottimismo della popolazione è data dalla quantità di donazioni alle forze armate ucraine.

 

Si sente spesso utilizzare il termine “pace giusta” in riferimento al fatto che la pace non può favorire il paese aggressore e umiliare il paese aggredito. Secondo lei quali sono le condizioni minime per una pace giusta fra Ucraina e Russia?

 

La nostra visione di pace giusta è rappresentata dalla Formula di Pace del Presidente dell’Ucraina, in particolare ai punti che riguardano il ripristino dell’integrità territoriale dello Stato, l’attuazione della Carta delle Nazioni Unite, la responsabilità dei colpevoli di crimini di guerra e il risarcimento dei danni.

 

Quali sarebbero le conseguenze per l’Europa di una vittoria russa in Ucraina? Che cosa rischierebbe l’Italia?

 

La vittoria della Russia nella guerra non porterebbe solo alla fine dell’Ucraina come stato libero, democratico e indipendente, ma cambierebbe radicalmente anche il volto dell’Europa. In primo luogo, sarebbe un segnale per gli altri regimi autoritari e darebbe il via libera ad altre azioni aggressive, rappresentando di conseguenza una minaccia di destabilizzazione globale. In secondo luogo, metterebbe a nudo la debolezza delle democrazie liberali. L’appetito vien mangiando e non ci sono garanzie che la Russia, una volta sconfitta l’Ucraina, si fermerebbe. Anzi, da Mosca arrivano segnali inequivocabili. Lo hanno ben capito nei paesi baltici e in Scandinavia, tanto che la Finlandia e la Svezia hanno deciso di dare una risposta chiara alla minaccia russa aderendo alla NATO. Le ultime azioni e dichiarazioni dei leader europei ci fanno comprendere che questa minaccia è davvero reale.

 

Il governo Meloni ha sempre sostenuto con grande decisione e fermezza la difesa dell’Ucraina, tuttavia l’opinione pubblica sembra essere molto divisa sul tema. Secondo lei la propaganda russa ha un’influenza particolarmente forte in Italia? 

 

Purtroppo in Europa, e in Italia in particolare, la propaganda e la disinformazione russa hanno trovato terreno fertile. In Italia uno dei casi più eclatanti è stato il tentativo di organizzare a Modena, con l'aiuto delle istituzioni statali russe, un convegno sulla presunta "fioritura" della città di Mariupol sotto l'occupazione russa, proprio in un momento in cui è ancora molto vivido il ricordo delle atrocità commesse dalla Russia in questa città ucraina: dal bombardamento di un ospedale pediatrico alla distruzione del teatro in cui si nascondevano famiglie con bambini. In tutta Italia si stanno svolgendo le proiezioni di un film propagandistico il cui unico scopo è quello di ripulire l'immagine della Russia come paese aggressore e giustificare i suoi crimini di guerra in Ucraina. Questo film ha fallito al botteghino anche in Russia e solo quattro persone sono andate alla première in Bielorussia. In Italia, invece, viene pubblicizzato da attivisti filorussi.

Su Internet la propaganda russa è ancora più pervasiva e smentire un numero infinito di fake news è molto difficile oltre che inefficace, in particolare all’interno di spazi in cui l’antiatlantismo e l’antiamericanismo sono molto diffusi. Come disse il sempre attuale Churchill, "una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni".

 

Quanto ritiene probabile l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea e nella Nato nei prossimi 10 anni?

 

In tempi record e in condizioni di aggressione esterna siamo riusciti ad attuare le raccomandazioni della Commissione Europea. Stiamo portando avanti senza rallentamenti le riforme necessarie e nel prossimo futuro ci aspettiamo di avviare negoziati sotto la presidenza belga. Comprendiamo di avere ancora davanti a noi un lungo processo di riforme e negoziati, ma è importante sottolineare che l’integrazione europea è una scelta di civiltà dell’Ucraina. Una scelta di campo che ha scatenato l’aggressione russa, dato che la Russia vede un’Ucraina libera, indipendente, democratica ed “europea” come una minaccia alla propria esistenza.

Per quanto riguarda la NATO, nutriamo grandi speranze per il vertice di Washington di quest'anno. Da parte nostra, abbiamo attuato tutte le decisioni del vertice di Vilnius e lavoriamo costantemente sul piano pratico. Aspettiamo una decisione politica. Siamo consapevoli, tuttavia, che l’entrata nell’Alleanza non avverrà prima della fine della guerra. 

 

Nelle scorse settimane il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha detto che l’Occidente sta cercando di fare della Moldova un’altra Ucraina. La regione separatista della Transnistria potrebbe essere il prossimo obiettivo di Putin, aprendo così un nuovo fronte al confine sud-occidentale dell’Ucraina?

 

La Moldova è un nostro vicino e un nostro partner, sosteniamo pienamente la sua integrità territoriale, sovranità e indipendenza. Dall’inizio del 2023, i servizi segreti russi cercano di destabilizzare la Moldova e rovesciare il governo democratico di Maia Sandu. La Russia utilizza ad esempio lo spazio aereo della Moldova per tracciare la rotta dei droni che attaccano l'Ucraina. La situazione in Transnistria riguarda direttamente gli interessi di sicurezza dell’Ucraina perciò questa regione è al centro della nostra attenzione. L'Ucraina è stata e continuerà ad essere un partecipante attivo nel processo di risoluzione della questione della Transnistria e si pone come obiettivo principale la piena reintegrazione di questo territorio nella Repubblica di Moldova. La nostra resistenza contro l’aggressione russa in una certa misura ha fatto da scudo alla Moldova. Il Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni ne ha parlato nell'estate dello scorso anno, ammettendo che se l’Ucraina non avesse resistito all’invasione russa la Moldova avrebbe già potuto essere attaccata.

 

 

 

ATTUALITÀ E GEOPOLITICA

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PERCHÉ NON SI DEVE PERDERE DI VISTA IL MAGREB

Luca Mozzi

Lo scorso novembre si è tenuta a Ryiad una storica conferenza della Lega Araba e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, avente come obbiettivo quello di rispondere all’invasione israeliana della Striscia di Gaza. Nonostante le marcatissime divisioni all’interno delle due organizzazioni, è stato approvato all’unanimità un documento nel quale si chiede un immediato cessate il fuoco, un embargo sulle vendite di armi ad Israele e si fa un appello alla Corte Internazionale di Giustizia per indagare sui crimini di guerra israeliani.
Questa ‘unanime condanna dell’invasione israeliana’ resta in realtà volutamente molto vaga ed è il risultato delle divergenze che in anni recenti hanno spezzato il consenso incondizionato dei paesi arabi e mussulmani nei confronti della causa palestinese. Durante le trattative del summit di Ryiad, l’Algeria aveva infatti proposto toni molto più duri nei confronti dello Stato ebraico, tra i quali figuravano la rottura delle relazioni diplomatiche, il blocco delle esportazioni energetiche e una resistenza attiva alle esportazioni di armi contro Israele. Queste posizioni molto più assertive, quasi bellicose, supportate da altri dieci Paesi della Lega Araba, tra i quali la Tunisia (dunque 11 stati sui 22 totali), sono state invece stemperate dal Marocco e da alcuni paesi del Golfo i quali, nonostante la necessaria condanna alle operazioni militari israeliane, si sono posti su toni molto meno aggressivi. Non stupisce che questi ultimi siano proprio i paesi protagonisti del processo di normalizzazione dei rapporti con Israele a guida statunitense iniziato nel 2020, noto con il nome di Accordi di Abramo. Questi accordi hanno rappresentato un vero e proprio spartiacque negli equilibri sociopolitici del Medio Oriente, tanto che molti analisti concordano sul fatto che essi siano stati uno dei motivi fondanti dell’attacco terroristico del 7 ottobre.

Tornando indietro di un mese, all’alba della nefasta operazione di Hamas ‘Diluvio al-Aqsa’, Algeria e Tunisia si erano allo stesso modo rifiutate di firmare un documento della Lega Araba di condanna delle azioni di Hamas, voluto dall’Arabia Saudita e da altri Paesi arabi tra i quali lo stesso Marocco, approvando così implicitamente l’operato di Hamas. Si delinea così una frattura sempre più profonda nel mondo arabo-mussulmano, che non coinvolge solamente Arabia Saudita e Paesi del golfo da un lato ed Iran e proxies dall’altro, bensì anche il Maghreb, realtà storicamente quanto geograficamente vicina all’Italia.
Negli ultimi anni si è infatti creata una situazione molto delicata tra i Paesi dell’area. L’Algeria e la Tunisia, unite nel loro incondizionato supporto verso la resistenza palestinese e nei loro legami economico-militari con Russia e Cina, si vedono contrapposte al Regno del Marocco, tradizionalmente vicino all’Occidente, in particolare agli States, nonché terzo Paese ad aver firmato i sopracitati Accordi di Abramo. La differente strategia dei due Paesi in termini di politica estera è inevitabilmente ascrivibile anche all’annoso conflitto nel Sahara Occidentale, nel quale i due vicini si ritrovano su posizioni divergenti. Quest’ultimo è un territorio del quale l’Algeria (e indirettamente anche la Tunisia) supporta l’indipendenza, ma che il Marocco considera una propria regione, giovando in questo del placet americano. Proprio da qui nacquero le basi per il sodalizio tra Marocco e USA, che sfoceranno poi negli accordi con Israele. D’altra parte, le relazioni diplomatiche tra Marocco e Algeria, già incrinate da alcuni decenni proprio a causa del Sahara Occidentale, sono state definitivamente interrotte nell’agosto 2021. Allo stesso modo, le relazioni diplomatiche tra Marocco e Tunisia sono state a dir poco claudicanti negli ultimi anni.
Abdelmadjid Tebboune, presidente dell’Algeria dal 2019 (credits: wikipediacommons)
La vicinanza del Marocco a Stati Uniti e Israele è tale che, appena un anno dopo l’inizio della normalizzazione dei rapporti con lo stato Ebraico, il paese africano ha intrapreso un crescente scambio di materiale bellico con Tel Aviv, culminato nella partecipazione di truppe israeliane ad esercitazioni militari congiunte in Marocco, pur sempre sotto l’attento sguardo di Washington. La Repubblica Popolare Democratica d’Algeria, come anche la Tunisia, d’altra parte, non hanno mai avuto relazioni diplomatiche con lo stato Ebraico. Attivissime nel supporto alla causa palestinese, entrambe le nazioni arabe hanno ospitato importanti membri dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Tunisia in particolare, nella cui capitale si ricostruì il quartier generale dell’organizzazione palestinese, dopo che i suoi vertici erano stati costretti alla fuga dal Libano nel 1982.
Nei due stati nordafricani, uniti tra di loro da solidi legami politici e di cooperazione economica, la memoria del supporto all’OLP è ancora molto viva. Ne sono diretta conseguenza gli aspri toni nei confronti dello Stato Ebraico, tra i quali spicca la proposta dell’attuale presidente tunisino Kaïs Saïed di istituire una pena dai 6 ai 10 anni di prigione per punire i colpevoli del crimine di ‘normalizzazione con Israele’. Non troppo velato affronto agli Abraham Accords.
Osservando i rapporti bilaterali di Algeria e Tunisia con paesi esterni al bacino del Mediterraneo, quanto inestricabilmente connessi agli attuali disordini globali, è da notare la loro vicinanza ai Paesi cosiddetti ‘nemici dell’Occidente’, in primis con la Russia. In questo ambito è significativa la relazione in termini di armamenti tra Algeri e Mosca, che rifornisce l’esercito algerino dell’80% delle sue componenti, facendo dell’Algeria il terzo Paese importatore di armi russe al mondo. Allo stesso modo negli ultimi anni, tanto la Tunisia quanto la stessa Algeria hanno visto un’impennata nell’import di prodotti agricoli russi, soprattutto cereali, grano e fertilizzanti, proprio in coincidenza con la guerra in Ucraina.
Visti da una prospettiva italiana, i recenti sviluppi in questi due paesi, situati a poche centinaia dai nostri confini meridionali, non devono essere presi alla leggera. Pur giovando di una tradizionale vicinanza politica ed economica tra Italia, Algeria e Tunisia, è da notare come questi due paesi si siano posizionati su campi nettamente opposti a quelli in cui è schierata l’Italia, specialmente nei due conflitti attivi più rilevanti di questi tempi: quello russo-ucraino e quello israelo-palestinese.
Ciononostante, negli ultimi anni, la cooperazione italiana con Tunisia ed Algeria è stata sempre crescente, per ragioni geografiche e politiche. Il brusco allontanamento dal gas russo ha infatti portato l’Italia a fare affidamento sulle importazioni di gas dall’Algeria, che è diventato il primo supplier di gas per l’Italia e il secondo dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, il crescente afflusso di migranti dalla Tunisia ha reso necessario un dialogo sempre più strutturato con il Paese del Maghreb, che ha dimostrato di possedere in una certa misura le chiavi della stabilità all’interno dei nostri confini.

AMBIENTE E GEOPOLITICA

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GEOPOLITICA E AMBIENTE

Cop28 e geopolitica del clima

Il climatologo Fazzini: “L’Europa è ancora poco incisiva. Attenzione all’India, dove ha già sede a nuova Silicon Valley”

Eleonora Lorusso

Oltre 6 italiani su 10 (61%) ritiene insufficienti le attività di contrasto al riscaldamento globale e all’emergenza climatica in generale messe in campo dall’Italia, a prescindere dal “colore” dei Governi. Se si tratta di fare rinunce individuali, ben 2 su 3 si dicono pronti, ma solo un terzo ha dichiarato di conoscere gli argomenti al centro della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima che si è svolta a Dubai a dicembre 2023. Il clima rimane un tema di primo piano, dunque, sia tra i comuni cittadini che a livello mondiale, ma quando si tratta di dare concretezza alle azioni si rischia di faticare a raggiungere gli obiettivi, soprattutto se ambiziosi. Le conclusioni della Cop28 ne sono una dimostrazione, così come mostrano che si tratta di un terreno nel quale la geopolitica gioca un ruolo fondamentale. 

Come si è visto poche settimane fa, infatti, gli interessi in gioco sono tanti e tali da rendere ardua una sintesi comune. Fin dal via della conferenza si puntava a un taglio delle fonti fossili, un “phase-out”. Ma è stato necessario prolungare i lavori di 24 ore per trovare una mediazione che portasse a una “transition away”, dunque un percorso di abbandono di carbone, gas e petrolio, entro il 2050. Il presidente della Cop28, Sultan al Jaber (petroliere e ministro dell'Industria degli Emirati Arabi) ha parlato di “accordo storico”, mentre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è detta convinta che possa segnare “l’inizio dell’era post-fossile”. Eppure resta qualche scetticismo tra gli esperti: “Purtroppo uno dei problemi di quella trattativa è stato proprio il ruolo dell’ONU, che prima ha accettato le lusinghe economiche dei paesi produttori di petrolio, come gli Emirati Arabi Uniti che hanno ospitato la Cop28, poi ha cercato di imporre la propria idea, cioè una cancellazione delle fonti fossili impossibile da pretendere da un Paese che è tra i principali produttori di petrolio. È stato un autogol, non ci si poteva aspettare una risposta molto diversa dai Paesi dell’OPEC. Dichiararsi sorpresi di fronte al loro rifiuto può apparire persino ipocrita”, commenta il climatologo Massimiliano Fazzini, responsabile del gruppo sui cambiamenti climatici della Sigea, la Società italiana di geologia ambientale e docente all’università di Chieti.

Eppure per giorni il Segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, aveva continuato a incalzare i Governi, spiegando: “Il nostro pianeta è a pochi minuti dalla mezzanotte per quanto riguarda il limite degli 1,5 gradi. E l’orologio continua a fare tic tac”, indicando tra gli altri traguardi da raggiungere la riduzione proprio di 1,5 gradi della temperatura globale entro il 2050. “Porsi degli obiettivi è corretto, ma va ricordato che ad oggi non è possibile sapere con esattezza di quanto sia aumentata la temperatura rispetto a 150 anni fa, cioè al periodo pre-industriale a cui si fa riferimento – spiega ancora Fazzini - Il motivo è semplice: delle 5.500 stazioni meteo che dovrebbero essere utilizzate per il calcolo e la messa a punto di modelli matematici, meno del 20% è omogenea e adatta a studi seri. Di fatto rimediamo con le simulazioni, che però non forniscono certezze: il dato relativo a 1,5 gradi potrebbe essere oscillare in realtà tra 0,8 e 1,7. Se così fosse avremmo già superato il famigerato punto di non ritorno. Per questo penso che occorra fare tutto il possibile e subito”.  

La mediazione è stata lunga e difficile, e ha richiesto l’intervento dei rappresentanti dei principali Governi del mondo, a partire dal segretario di Stato americano, Antony Blinken. “Il documento uscito dalla Cop28 si è dimostrato ancora una volta molto fumoso e in ritardo di anni. Stiamo ancora lavorando in larga parte alle banche dati, che avremmo dovuto realizzare all’inizio degli anni 2000. Un’altra criticità – aggiunge il climatologo – è la resistenza da parte dei Paesi del blocco Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e dei produttori di petrolio. D’altro canto Stati Uniti e Cina, che rappresentano le due maggiori potenze mondiali, hanno assunto un atteggiamento neutrale, non si sono espresse. Lo stesso segretario di Stato Usa, Blinken, ha parlato di ‘compromesso’, che vuol dire tutto e nulla. In questo contesto è emersa purtroppo anche la scarsa incisività dell’Europa, che ha tentato di fare la voce grossa, ma senza grandi risultati tangibili”, osserva il climatologo. 

Il clima, dunque, è una partita che vede più attori globali in campo, i quali faticano a cedere in un campo nel quale gli interessi economici giocano un ruolo di primo piano. Esistono anche molte differenze tra i protagonisti mondiali. “Va considerato che un testo di 20 pagine come quello uscito dalla Cop28, è fin troppo stringato per un tema così importante. Credo che uno dei punti più importanti, comunque, rimanga quello relativo all’accelerazione della riduzione delle emissioni da percorsi stradali: si esorta a implementare il trasporto su rotaia, come noi climatologi ripetiamo da 20 anni. Una parte dell’Europa lo ha fatto e lo fa, ma anche la Cina stessa, grazie all’alta velocità che utilizza sia per le persone che per le merci”. Proprio sulle politiche climatiche future, intanto, emerge un nuovo protagonista, l’India: “Pur essendo in grande espansione economica e demografica, sta attuando una politica di emissioni molto ridotte - spiega Fazzini – Può contare, infatti, di condizioni climatiche favorevoli: è uno dei paesi più ventosi al mondo, grazie ai monsoni invernali ed estivi; gode di un importante soleggiamento per tutto l’anno, per la posizione geografica che occupa, ma ha a disposizione anche il potenziale dell’energia che deriva dalle onde e dall’Oceano. Io credo che entro cinque anni l’India potrà diventare la prima potenzia tecnologica in questo ambito: già oggi il colosso tecnologico di Bengalore è superiore a quello della Silicon Valley”. 

Proprio riguardo al futuro, l’elettrico sembra non rappresentare la vera risposta: “Non a caso una casa automobilistica come Porsche sta già abbandonando l’elettrico per l’idrogeno. Bisogna crederci, perché è l’altra soluzione alternativa ai fossili, sicuramente perseguibile. Un’alternativa è il nucleare di nuova generazione, almeno di terza anche se l’ideale sarebbe quello di quarta, con la fissione. Il nodo è: dove investire? Io ritengo che occorra non disperdere le risorse, concentrandole su poche potenziali tecnologie vincenti”, conclude l’esperto. 

ANALISI STRATEGICA E GEOPOLITICA

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Gli interessi nazionali nell’Artico, “gelida” parte del Mediterraneo Allargato

Isabella M. Chiara

Spazio geostrategico di riferimento dell’Italia, il Mediterraneo Allargato – concetto nato tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta in seno all’Istituto di Guerra della Marina Militare Italiana – si espande, come suggerisce il nome, ben oltre i confini del Mare Nostrum. Ad est esso arriva a comprendere il Mar Nero, il Mar Rosso, il Golfo Persico, il Corno d’Africa, nonché l’Oceano Indiano, mentre ad ovest si allunga fino al Golfo di Guinea, ma non solo: a far parte di questo spazio c’è, infatti, anche il “grande Nord”: l’Artico.
La presenza di interessi nazionali in questa regione non è, beninteso, storia recente: essa affonda le proprie radici in alcune spedizioni oceanografiche intraprese alla fine del XIX secolo. Già nel 1899, infatti, Luigi Amedeo di Savoia si mise a capo di una spedizione polare per raggiungere la Terra di Francesco Giuseppe, scoperta dagli esploratori austriaci sedici anni prima; a ciò seguirono le due missioni di Umberto Nobile al Polo Nord (la prima nel 1926, mentre la seconda – nonché ultima – nel 1929), che divennero famose in tutto il mondo. Da allora, gli interessi nazionali nella regione si sono articolati su tre livelli: il primo è scientifico, in relazione al mantenimento di un ruolo primario nella ricerca scientifica italiana in loco (di cui Umberto Nobile fu senz’altro pioniere); il secondo è economico, dovuto, in primis, alle attività di importanti aziende italiane che rappresentano un pilastro fondamentale per gli interessi commerciali nazionali nell’Artico; il terzo, infine, è il livello politico-diplomatico, che si basa sul ruolo dell’Italia nelle dinamiche geopolitiche della regione.
Per quanto riguarda l’attività italiana in campo scientifico nell’Artico, traguardo fondamentale è stata l’istituzione, nell’isola di Spitsbergen (una delle più grandi dell’arcipelago delle Svalbard), della base Dirigibile Italia.

Questo centro di ricerca multidisciplinare, attivo dal 1997 e gestito dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), si occupa dello studio delle diverse componenti dell’ambiente artico. In tempi più recenti, inoltre, il CNR ha anche finanziato un altro importante progetto per la ricerca scientifica locale, affiancandolo alla base Dirigibile Italia: si tratta dell’Amundsen-Nobile Climate Change Tower, una torre alta circa 34 metri che permette la raccolta e lo studio di parametri atmosferici inerenti ai fenomeni climatici. Nella regione, la questione del cambiamento climatico è particolarmente spinosa: basti pensare che tra il 1971 e il 2019, l’aumento della temperatura media annua della superficie di terra e oceano nell’Artico è stato tre volte superiore all’aumento della media globale nello stesso periodo. Tutto ciò che ne deriva – in primis, lo scioglimento della calotta polare – richiede accurate analisi che possono essere svolte solo da istituti all’avanguardia: tra questi, oltre al CNR, il nostro Paese vanta, nella regione artica, il contributo dell’Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’Energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Istituto nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS). Negli ultimi anni, inoltre, un apporto fondamentale è pervenuto anche dalle forze armate: nel 2017, la Marina Militare ha infatti avviato il Programma pluriennale di Ricerca in Artico, il cui fiore all’occhiello è stata la campagna High North. L’attività – reiterata per ben sette edizioni, fino al 2023 - è stata condotta e coordinata dall’Istituto Idrografico della Marina, di concerto con alcuni enti di ricerca nazionali – CNR, ENEA, INGV – e internazionali – come il Centre for Maritime Research and Experimentation della NATO e l’European Research Institute (ERI). A bordo di nave Alliance, vari team di ricercatori hanno condotto molteplici spedizioni tra i ghiacci artici, monitorando e mappando la regione per studiarne i cambiamenti.

 Con la promozione della cooperazione in materia di salvaguardia ambientale, ricerca scientifica e sfruttamento delle risorse – vero e proprio strumento di soft power -, il nostro Paese si è progressivamente affermato nell’Artico, sviluppando strutture che ad oggi costituiscono prestigiosi centri di eccellenza scientifico-tecnologica nella regione: il CNR, di conseguenza, è ora parte fondamentale all’interno dei meccanismi di governance locale.

Lo sfruttamento delle risorse rappresenta uno dei punti chiave del secondo livello su cui l’Italia si muove in Artico, ovvero quello economico. A fare la parte del leone, in tal senso, è certamente l’attività dell’ENI, che, in seguito alla scoperta di circa 250 milioni di barili di petrolio nel Mare di Barents, nel 2016 ha inaugurato la piattaforma Goliat, definita “la più grande unità galleggiante di produzione e stoccaggio di olio per affrontare l’Artico”. Oltre ad ENI, ad operare nella regione sono altre importanti compagnie italiane, come il Gruppo Leonardo, Finmeccanica e Fincantieri. Grazie a queste società, il nostro Paese può portare avanti i propri interessi commerciali ed economici nella regione: basti pensare alle attività di monitoraggio satellitare dei fenomeni ambientali locali, rese possibili dalle tecnologie del Gruppo Leonardo-Finmeccanica, oppure alla rompighiaccio oceanografica Kronprins Haakon, costruita da Fincantieri per l’Istituto Polare norvegese.
Per quanto riguarda invece l’aspetto diplomatico-politico, è ormai noto che l’Italia è parte integrante nella discussione sull’Artico da più di un decennio. Nel 2011 è stato creato, presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il Tavolo Artico, gruppo informale di consultazione che collega il MAECI ai principali stakeholder nazionali, aggiornati sugli sviluppi politici nella regione artica. Dal 2013, tali aggiornamenti sono derivanti dalla partecipazione dell’Italia, in quanto membro osservatore permanente, ai gruppi di lavoro del Consiglio Artico (Arctic Council, AC), il più importante forum intergovernativo a capo della cooperazione nell’area. Privilegio non da poco, dunque, dato che sono solo sette gli Stati che attualmente vantano il titolo di osservatori permanenti (oltre all’Italia, si tratta di Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Singapore e Svizzera). Ad ogni modo, per ufficializzare ulteriormente il proprio interesse per l’estremo nord, nel 2015 l’Italia ha pubblicato la prima Strategia per l’Artico, atta a rimarcare il ruolo del Paese nella regione. All’interno della Strategia, il MAECI ha delineato alcune linee-guida per riaffermare la cooperazione dell’Italia, in campo sia scientifico che istituzionale, non solo con i Paesi rivieraschi, ma anche con alcuni Stati non-artici che, nell’Artico, hanno avviato programmi pluriennali.
In conclusione, dunque, è ormai chiaro come il nostro Paese sia indissolubilmente legato, sotto vari aspetti, alla regione artica, entrata a pieno titolo sotto l’”ombrello” del Mediterraneo Allargato. La presenza di interessi nazionali – a livello scientifico, economico e diplomatico – rende l’Artico una regione in cui l’Italia dovrà continuare ad investire, per consolidare quella prestigiosa leadership tecnica che si è conquistata negli ultimi decenni.

COMUNICAZIONE E GEOPOLITICA

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La banalità del bene: il ruolo strategico dell’umanità in tempo di guerra

Luca Baraldi

La storia della diplomazia è, prima di ogni altra cosa, una storia di comunicazione. Storia del modo in cui le matrici culturali si cristallizzano e si definiscono rispetto a ciò che è diverso, e del modo in cui si selezionano i tratti caratterizzanti e si ricombinano intenzionalmente, nel processo di composizione di un’identità. Storia del modo in cui le informazioni vengono prodotte, manipolate, filtrate e recepite, nella dinamica fluida e inafferrabile della contaminazione e dell’interdipendenza tra soggetti emittenti e soggetti ricettori, tra soggetti legittimati a dire qualcosa e soggetti condannati a sparire dalla scena, tra soggetti allineati e soggetti dissidenti. Storia del modo in cui gli eventi del passato sono stati archiviati, metabolizzati, selezionati, talvolta rielaborati, e del modo in cui la memoria può diventare elemento strutturale nell’aggregazione di una società e nella sua trasformazione in Nazione. Storia del modo in cui la reputazione diventa un’arma strategica, nello scenario globale di competizione cognitiva, di guerra dei dati, di conquista dell’attenzione. 

 

Nel momento in cui l’interazione democratica abbandona le piazze per concentrarsi nelle piattaforme, nel momento in cui il consenso geopolitico viene influenzato tanto dagli eventi quanto dal modo in cui questi vengono raccontati, la gestione della comunicazione non rappresenta più un’attività ausiliaria, ma un’attività strutturale di una strategia diplomatica. La digitalizzazione della complessità e la smaterializzazione della realtà sostengono la mitologia dell’efficienza e della sensazione di controllo data-driven, accettando ed alimentando le regole di un nuovo ecosistema cognitivo basato sulla fragilità dell’attenzione, fondato sull’aleatorietà dell’opinione, sulla corrispondenza tra consenso e reazione (social, ma non solo). Il pensiero non manifesto diventa irrilevante, mentre il pensiero collettivo polarizzato acquisisce rilevanza solamente in funzione della visibilità, delle visualizzazioni e della possibile monetizzazione dei flussi informativi. 

Byung-Chul Han, nel suo recente La crisi della narrazione, afferma che “la realtà decade a informazione, la cui estensione temporale consiste in un’attualità sempre più puntuale”, in cui la vita delle stesse informazioni “non oltrepassa lo stimolo della sorpresa” (p. 38). In qualche modo sembra risuonare la visione illuminante, certamente sfidante, di Dominique Moïsi, che nel 2008 parlò per la prima volta di “geopolitica delle emozioni”, proponendo un’interpretazione della competizione tra immaginari geopolitici emotivi quasi archetipica, polarizzando la tensione dialettica attorno a tre emozioni principali: paura, umiliazione e speranza. 

 

In un mondo in cui la circolazione dell’informazione è influenzata anche da driver economici, a loro volta basati su meccanismi di concessione dell’attenzione (espressa attraverso tempi di visualizzazione, disponibilità alla reazione, scelta della condivisione), quello stimolo della sorpresa di cui parla Han diventa tutt’altro che marginale, determinando, anzi, quell’attivatore di empatia mediatica che ci porta, automaticamente, a scegliere di essere seguaci di una causa o promotori di una visione del mondo. La grande sfida che la diplomazia deve oggi affrontare va ben oltre l’accesso momentaneo a contenuti digitali, o la fruizione parziale, o la loro condivisione automatica. Di fronte a dinamiche così rapide di produzione, consumo e scarto dell’informazione, rischiamo che anche gli stessi tempi fisiologici, necessari all’elaborazione e alla tessitura di ecosistemi diplomatici costruttivi, vengano sacrificati a strategie impreparate di inconsapevole fast diplomacy. Eppure, al di là del modo in cui le persone cercano emozione momentanea nella fruizione di contenuti digitali, al di fuori dello schermo, permane la lentezza delle esistenze, la loro complessità e la loro fatica, la loro ineluttabile intensità nell’immaginare progetti di vita, nel cercare il proprio spazio, la propria comunità, il proprio senso. Guardando oltre la rapidità dell’informazione usa e getta, rimane la sfida politica dell’attivazione culturale, che di quelle esistenze può essere strumento o ispirazione. 

 

Il 5 settembre 2023 il Ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, in un discorso tenuto all’Istituto per le Relazioni Internazionali di Kiev, ha chiaramente messo in evidenza l’interconnessione tra la costruzione degli immaginari collettivi, l’autorappresentazione e la rilevanza centrale della diplomazia pubblica, soprattutto in un contesto di guerra. Lo ha fatto disinnescando la tentazione della banalizzazione proverbiale, che vuole che “l'Ucraina non perda mai l'occasione per perdere un'occasione”, evocando la responsabilità individuale e collettiva nella riattivazione della capacità di influenzare, con l’attivazione di un nuovo immaginario, la volontà di rivendicare e di creare un nuovo destino: “La realtà siete voi. State conducendo una guerra per la realtà e la vittoria sarà determinata dalle vostre convinzioni di base, dalla vostra conoscenza e dalla capacità di metterle a frutto.” La riumanizzazione del libero arbitrio, in qualche modo, interviene ad arginare i rischi derivanti dall’automazione dell’informazione, il cui funzionamento e il cui impatto sono scarsamente controllabili, a livello tecnologico, ripristinando, in un modo che potrebbe sembrare pericolosamente naïf, la centralità del pensiero critico. 

La cosiddetta wartime diplomacy, introdotta per la prima volta in maniera così ramificata, multicanale e multilivello, dal Governo ucraino, ha sparigliato le carte della tradizione diplomatica, forzando protocolli formali e consuetudini, non per delegittimarne la funzione, ma per sperimentare il nuovo ruolo della diplomazia - e per evidenziarne le nuove sfide - nel mondo ibrido dell’infosfera. 

 

Se è vero, come giustamente dice Mario Calabresi nella sua introduzione al libro A occhi aperti, che “ci sono fatti [...] che esistono soltanto perché c’è una foto che li racconta” (p. 9), nel mondo dell’inverificabilità degli eventi e della polarizzazione informativa, la capacità di distinguere - e di far distinguere - tra realtà e rappresentazione assume una rilevanza strategica assolutamente fondamentale. La grande sfida che il Governo ucraino ha lanciato al mondo è proprio quella della moltiplicazione delle prospettive, interne ed esterne, per garantire che la descrizione degli eventi potesse sfuggire a meccanismi di controllo, di alterazione e di polarizzazione manipolata. Per assicurarsi che l’attenzione venisse alimentata sia dalle istituzioni, sia dalla comunità globale, ricomponendo un’autorevolezza istituzionale non solo in funzione dell’attacco subito, ma in funzione dell’evidenza della forza sociale. La wartime diplomacy, che certamente deve tessere relazioni internazionali e creare modelli di coinvolgimento eterogenei, non di rado informali, ha tuttavia scelto di fondarsi su un principio di coinvolgimento forse più antropologico che strategico. In un mondo di fragilità dell’informazione, di visibilità adrenalinica e di polarizzazione aleatoria dell’opinione pubblica, la diplomazia ucraina ha scelto di promuovere il “valore lento” della propria Nazione e il coraggio della propria storia. Al di fuori di tutti i protocolli, ha scelto di fondare il posizionamento nel proprio futuro geopolitico attraverso la narrazione di una forma di eroismo involontario delle persone comuni. Ha scelto di costruire un immaginario senza precedenti, alimentando le strategie di nation branding dando voce istituzionale alla banalità del bene. 

 

 

 

ECONOMIA E GEOPOLITICA

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L’Europa, la progettazione europea e le politiche per le aree interne e la montagna

Domenico Letizia 

Il continente europeo punta alla promozione e alla valorizzazione delle aree interne e periferiche. Un percorso politico interessante che tenta di sperimentare opzioni di sviluppo economico innovativo, sostenibile e replicabile anche su piccola scala. Le elezioni per il rinnovo del Parlamento comunitario sono, un momento di profonda riflessione sullo stato delle cose all’interno dell’Europa stessa, una cartina al tornasole non tanto per i partiti, ma anche per la società civile, la partecipazione giovanile, lo stato delle relazioni esistenti e delle percezioni verso l’Unione Europea da parte della popolazione attiva. Connessioni che si realizzano con progetti finanziati dall’euro-progettazione, dai bandi Erasmus+ e dai fondi di coesione regionale. Incroci e sinergie che si realizzano con l’incontro, e talvolta scontro, tra persone provenienti dai paesi più diversi e da realtà socioeconomiche così tanto varie che caratterizzano la nostra società contemporanea. Quello delle aree interne è una tematica da sempre al centro di analisi e dibattito politico in Europa. L’Italia ben rappresenta un modello economico e sociologico caratterizzato da numerose aree interne e periferiche con tutte le opportunità e preoccupazioni che possono emergere. Territori fragili, distanti dai centri principali di offerta dei servizi essenziali e troppo spesso abbandonati a loro stessi, che però coprono complessivamente il 60% dell’intera superficie del territorio nazionale, il 52% dei Comuni ed il 22% della popolazione. L’Italia più “vera” ed anche più autentica, la cui esigenza primaria è quella di potervi ancora risiedere, oppure tornare. 

L’esistenza dell’area interna è quindi in contrapposizione forte con quella della grande area metropolitana, e non è un caso che l’area rurale sia di fatto l’area non urbana per eccellenza. La città ha un suo ruolo dominante all’interno dello sviluppo delle civiltà umane, al di là di quella occidentale-europea. È, inoltre, importante sottolineare che la città è anche il luogo non solo dei servizi, ma anche della commistione e del contatto umano dove il progresso ed il futuro, fino ad ora, sono sempre stati sviluppati. Eppure le aree interne esistono, sopravvivono con le loro sempre maggiori difficoltà e hanno una loro ragione d’essere, che si racchiude non solo nel loro variegato, vivace e ricco patrimonio culturale, sociale, e anche economico, ma nella capacità di rappresentare lo stimolo per una vita che segua un ritmo diverso da quello ultra-dinamico delle città contemporanee, e che al contempo veda protagoniste una serie di connessioni tra centri urbani secondari, come i capoluoghi provinciali minori, e le differenti realtà dello spazio rurale stesso. Le aree interne hanno un loro intrinseco valore che non si spende nel solo essere la non-urbanità del continente, e che al contempo non è solo quella “vita lenta” piacevole da vendere ai turisti stranieri o nazionali. È l’insieme di saperi: culture, tradizioni, storia e modelli economici contestualizzati e su piccola scala. Un importante passo per comprendere e sviluppare le esigenze dei territori e per garantire ai territori interne o montani tutto il sostegno necessario, assicurando interventi e promuovendo iniziative di salvaguardia e valorizzazione delle foreste, dei boschi, della montagna e dell’agricoltura sostenibile.

Sostenere e rilanciare le aree interne, un processo richiesto da tempo da numerose organizzazioni e associazioni territoriali, diviene estremamente utile per contrastare lo spopolamento e creare nuove opportunità di crescita e di sviluppo. Recentemente, l’Associazione Italiana Europrogettisti - Eu Project Manager (Assoeuro) ha salutato positivamente la firma del decreto per il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, ricordando l’importanza della progettazione e dell’euro-progettazione per la crescita virtuosa e lo sviluppo sostenibile delle aree interne. L’importante corso di approfondimento lanciato da Assoeuro a Bruxelles (dall’8 al 10 aprile 2024) aperto a tutti gli operatori che si occupano, sia direttamente che indirettamente, dei bandi europei e di Next Generation Eu rappresenta uno strumento utile per imprese e istituzioni per comprendere le nuove skills utilizzate dalla Commissione europea per il biennio 2024/25, formando alle nuove e dinamiche modalità per accedere ai finanziamenti europei e accelerare lo sviluppo delle comunità italiane e dei bellissimi borghi della nostra Penisola. I vertici associativi di Assoeuro continuano a rimarcare l’attenzione sulle nuove opportunità provenienti dall’economia e dalla progettazione europea per le aree interne e la montagna, che sempre più spesso vede tali comunità interne investire sul turismo lento ed esperienziale, sui servizi alla persona, sull’allevamento e sulla produzione enogastronomica. Il tutto sposando modernità e antichi saperi, innovazione, tecnologia e solidarietà. Gli studiosi si stanno interrogando su questo lento ma continuo ripopolamento delle Terre alte, una migrazione qualitativa che porta a instaurare un rapporto più stretto con l’ambiente. Nascono così nuove forme d’impresa, spesso sotto forma di cooperative. Le analisi micro-economiche del continente europeo sono ottimiste nel configurare le pratiche di investimento nel settore del turismo, non quello mordi e fuggi, non il turismo di massa ma quello lento, esperienziale e sui servizi di forest therapy e forest bathing, sull’allevamento e sulle produzioni sostenibili. 

Per una economia europea della montagna 

Le aree montane in Europa occupano il 18% della superficie dell’Unione con quasi 2 milioni e mezzo di aziende agrarie, pari a quasi il 20% del totale delle aziende europee. Il peso che l’agricoltura di montagna riveste è differente nei singoli Paesi comunitari: in alcuni ha un ruolo importante in termini di superfice coltivata, bestiame allevato, numero di occupati e ricchezza prodotta. Il progressivo abbandono della montagna e delle attività agricole praticate in montagna non sembra al momento arrestarsi ed è legato a cause di natura geografica, ecologica, agronomica, socio economica e demografica, spesso interagenti tra di loro: le conseguenze per l’intera collettività sono rilevanti venendo meno i numerosi servizi di approvvigionamento, di regolazione, culturali e di supporto forniti dalla montagna. Per tentare di ovviare ai limiti strutturali dell’agricoltura di montagna l’Unione europea eroga appositi finanziamenti alle aziende agricole di montagna e sovvenziona progetti di sviluppo. Gli esperti ritengono che bisogni sviluppare un modello di progettazione europea che riesca a far emergere le migliori pratiche economiche delle aree interne, creando sinergie e replicando tali modelli in altri contesti europei, contestualizzando e implementando i processi produttivi sostenibili. Gli scenari circa gli sviluppi e le possibili tendenze future per l’agricoltura dell’arco alpino sono differenti a seconda del paese e della regione e varieranno sensibilmente in funzione del grado di liberalizzazione del mercato e dell’entità dei contributi pubblici messi a disposizione delle aziende agricole di montagna. Quattordici stati membri dell’UE comprendono nei loro confini del territorio montano. 

Secondo la classificazione territoriale europea di Eurostat, l’Italia è il primo Paese dell’Unione europea per Pil realizzato in province montane, territori in cui almeno metà della superficie o della popolazione è in aree montane: nel 2019 ammontava a 805,6 miliardi di euro, il 44,9 per cento del totale nazionale, una quota più che doppia rispetto al 20,7 per cento registrato dalla media delle aree montane nell’Ue. Il valore dell’economia italiana della montagna supera i 776,3 miliardi di euro della Spagna (che presenta una quota sul Pil del 62,4 per cento), i 417,5 miliardi della Francia (17,1 per cento del Pil) e i 241,5 miliardi della Germania (7,0 per cento del Pil). 

Nel 2021 l’economia della montagna rappresentava il 44,9 per cento del valore aggiunto nazionale e in chiave settoriale presentava una quota più elevata per il valore aggiunto delle costruzioni (48,8 per cento) e del manifatturiero esteso (48,6 per cento), settori in cui è più alta la vocazione artigiana.  Nel perimetro delle province che rappresenta l’economia italiana della montagna, le micro e piccole imprese rappresentano il 69,4% degli addetti delle imprese totali di tali province, una quota ampiamente superiore alla media continentale. 

In particolare, nelle province montane sono 536.282 le imprese artigiane attive con 1.349.075 addetti, pari a oltre la metà (53%) degli addetti dell’artigianato italiano e al 18,2% degli addetti nazionali, quota superiore al 14,8% della media nazionale.  L’alta diffusione dell’artigianato e delle micro e piccole imprese rappresenta un fattore di coesione economica e sociale nelle aree di montagna, come approfondito da un’importante e completa analisi della struttura imprenditoriale realizzata con gli Osservatori di Confartigianato Lombardia e di Confartigianato Emilia-Romagna. Grazie alla diffusa presenza di imprese manifatturiere, l’economia della montagna realizza esportazioni nazionali pari a 232,6 miliardi di euro. 

Il Friuli e l’interessante progettualità dell’economia del legno

Altro esempio autorevole è quello del Friuli Venezia Giulia e lo sviluppo dell’economia del legno. Il Distretto Industriale della sedia o Triangolo della Sedia è un distretto collocato nel cuore del Friuli-Venezia Giulia e situato nella provincia di Udine, rilevante per l’economia friulana. I tre comuni che costituivano i vertici del Triangolo erano: Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo. Il nucleo industriale originario si è via via esteso fino a comprendere oggi ben undici Comuni della Provincia di Udine. La gamma dei prodotti realizzati dalle aziende Italian Chair District è vastissima: dai prodotti di ricercato design alle sedie moderne, dalle poltrone in pelle alle sedute da ufficio. Una capacità produttiva accomunata dalla garanzia di un know-how in grado di coniugare la tradizione alla più moderna tecnologia. Tra le attività economiche prevalenti, il posto di rilievo è occupato dalle numerose attività del settore legno-arredo che operano nel territorio da oltre 100 anni con serietà ed affidabilità. Il saper fare che rende unico il Distretto non significa uniformità, ma straordinaria ricchezza di varietà espressive, poiché diverse sono le necessità e i modi di vivere la casa, l’ufficio, il contract, il relax. Interpretazioni innovative dei classici e proposte moderne che si abbinano a tavoli e complementi d’arredo. Analizzando i numeri, elaborati dagli esperti di settore, il Distretto della Sedia include 2.500 aziende mobiliere e 500 aziende specializzate nella produzione. Forte della propria esperienza industriale, oggi la Regione guarda ai progetti comunitari per fondare un nuovo sviluppo economico del triangolo della sedia, attraverso la rigenerazione urbana e la riconversione dei siti industriali, valorizzando foreste, legno e digitalizzazione della produzione. 

D’altronde, nei territori dell’economia della montagna si registra una maggiore propensione all’imprenditorialità e una più elevata presenza di lavoro autonomo: nelle province montane, a fronte del 47,3% di occupati totali nel 2021, si concentra il 49,8% degli occupati indipendenti – imprenditori, professionisti e lavoratori autonomi – che rappresentano il 23% degli occupati di tali province, quota superiore di 2,2 punti al 20,8% delle altre province non montane. Riuscire a sviluppare un modello economico e sociologico adatto alle aree interne e montane d’Europa rappresenta una priorità delle istituzioni europee. Un rilancio della progettazione europea e dei bandi europei per le aree interne che possono divenire strumenti adatti per avvicinare le istituzioni europee ai cittadini dei piccoli borghi. L’Europa può e deve presentarsi proprio dove appare più lontana. 

 

DIRITTI E GEOPOLITICA

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Le donne Kayan

Cristina Pappalardo

Geopolitica e turismo internazionale sono strettamente correlati. Entrambi implicano flussi economici, creano manifestazioni d’interesse a carattere socio- culturale e delineano nuove strategie di valorizzazione e/o sfruttamento dei territori.
Le donne della tribù Kayan ne sono un esempio abbastanza significativo. Appartengono ad un’etnia della popolazione Karenni di lingua tibeto-birmana che non conta più di settemila componenti.
Queste donne hanno suscitato talmente tanto interesse, soprattutto quello dei turisti occidentali, per la loro usanza di indossare degli anelli attorno al collo sin dalla tenera età, da spostare notevoli flussi di visitatori e da far nascere un vero e proprio business basato sulle visite guidate ai loro villaggi, sulle foto ricordo e sui souvenir che vanno ad arricchire non certo la popolazione locale ma i businessmen e i tour operator che ne hanno intravisto dei profitti.
Le donne Kayan sono anche conosciute come “donne giraffa” per via dell’allungamento del loro collo provocato dall’inserimento di pesanti anelli che poi vanno in realtà a deformare sia le loro spalle sia le clavicole. Sì perché una volta indossati questi cerchi concentrici, le donne dovranno per tradizione portarli per il resto della loro vita.
Attorno ai Kayan si è creato di recente un nuovo tipo di turismo basato sul mero entertainment. A tal proposito bisogna considerarne sia le ragioni a carattere culturale sia a carattere geopolitico. Alcuni sostengono che le donne “cigno” vorrebbero mantenere una certa unicità culturale. Altri invece fanno risalire l’usanza agli anni 80, periodo in cui il regime militare birmano impose lo spostamento forzato di questa popolazione in Thailandia e la volontà imposta dai capi tribù di far indossare alle donne questi “gioghi d’oro e d’ottone”. La loro bellezza e la particolarità avrebbe poi indotto il governo thailandese a creare dei villaggi turistici ove “collocarle” e fotografarle.
Eppure esse non godono degli stessi diritti delle altre donne thailandesi perché vivono senza cittadinanza in una zona di confine. C’è da chiedersi quanto i flussi monetari e gli interessi particolari del governo possano incidere sul futuro di questa etnia tutta al femminile.

UNIVERSITÀ E GEOPOLITICA

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L’ITALIA: UN PONTE TRA AFRICA ED EUROPA

Elena Sofia Brandi

Questioni quali l’instabilità economica, la crisi pandemica, l'emergenza climatica, lo sviluppo tecnologico ed il mutamento degli assetti socio-politici e demografici hanno rivelato la precarietà su cui si basava la società negli ultimi decenni. Ciò ha contribuito ad accrescere le incertezze sul futuro e la convinzione di dover seguire e regolamentare scrupolosamente questa evoluzione. Dall'aggressione militare russa nei confronti dell’Ucraina nel febbraio 2022, il tema dell'approvvigionamento energetico europeo ha acquisito una centralità quasi del tutto inedita. È divenuta sempre più evidente la necessità di limitare le importazioni e diversificare le fonti, prediligendo quelle più sostenibili, a favore di una maggiore autonomia.

Nel contempo, il tentativo italiano di riposizionarsi all’interno di questo contesto geopolitico è sempre più evidente, quanto la determinazione dell’attuale governo Meloni ad ottenere un ruolo significativo anche oltre il proprio continente. Come previsto dal programma elettorale di Fratelli d’Italia, infatti, la premier propone un ambizioso progetto di cooperazione tra Italia ed Africa: il Piano Mattei.
Quest’ultimo deve il suo nome alla memoria di Enrico Mattei, lo storico presidente dell’ENI ed esponente della DC, che negli anni cinquanta rinegoziò le quote derivanti dal settore petrolifero con i paesi africani, cedendo loro il 75% dei profitti. Prima di allora le trattative con questi stati erano ampiamente a favore degli occidentali, che ne traevano i maggiori benefici ed introiti economici in un'ottica tradizionalmente neocoloniale. Al contrario, Mattei adottò una politica paritaria e a sostegno della loro emancipazione, riuscendo a far ottenere all’ENI una posizione favorevole sul mercato degli idrocarburi e a indebolire la storica egemonia delle compagnie americane, francesi e britanniche.

Il 10 gennaio 2024, il Parlamento italiano ha votato a favore del decreto su cui poggia l’iniziativa, di particolare rilievo sul piano interno e soprattutto in termini di politica estera.
Il Piano Mattei, di durata quadriennale, predispone cinque punti fondamentali strettamente legati tra loro: “Istruzione e Formazione”, “Agricoltura”, “Salute”, “Energia” ed “Acqua”. Tali aree tematiche assumono un carattere più o meno marcato in rapporto alle esigenze delle varie nazioni con cui l’Italia si relaziona, dunque prevedendo misure differenti in base alle priorità di quest’ultime. In sostanza, la cooperazione tra i soggetti coinvolti comprende diversi investimenti infrastrutturali, nel rispetto delle comunità e dell’ambiente, la promozione di campagne formative e di sensibilizzazione, ed un solido sostegno alle attività economiche basandosi sulle richieste del mercato internazionale, ponendo un focus particolare sull'imprenditoria femminile e giovanile.

In realtà, è facilmente deducibile la naturale (e tanto auspicata dalla coalizione di centrodestra) conseguenza del potenziamento socio-economico di questi paesi: la riduzione dei flussi migratori verso l’Occidente. L’animato dibattito che ruota attorno alla questione è puntualmente al centro dell'opinione pubblica e frequentemente riproposto con la recente ascesa dei partiti più radicali in gran parte d’Europa. Il disegno italiano pertanto è legato, nel lungo periodo, anche alla battaglia contro l’immigrazione illegale, prevedendo un calo degli arrivi specialmente via mare.
Inoltre, si presuppone che l’Italia abbia finalmente l’occasione di poter subentrare nelle posizioni che i francesi stanno gradualmente abbandonando, complici i loro precedenti storici e gli eccessivi sforzi economico-strategici che gli consentirebbero di restare saldamente ancorati al proprio ruolo.

È da notare che, come specificato dal governo italiano, “l’obiettivo strategico” dei cinque pilastri del Piano Mattei è quello di “rendere l’Italia un hub energetico, un vero e proprio ponte tra l’Europa e l’Africa”. In effetti, sfruttando la propria posizione nel cuore del Medirerraneo, il paese è già coinvolto in progetti rilevanti come il South H2 Corridor in collaborazione con la Germania, un’infrastruttura che dovrebbe convogliare l'idrogeno del Nord Africa verso la Sicilia, oppure nella realizzazione dell’elettrodotto sottomarino Elmed, che connette Tunisia e Italia tra Capo Bon e la provincia di Trapani. In aggiunta, anche la costa salentina ricopre un ruolo fondamentale in quanto punto di arrivo del Gasdotto Trans-Atlantico (TAP), che dall'area caspica attraversa il Canale d’Otranto e approda a Lecce.

Nonostante restino ancora da delineare gli sviluppi dei rapporti Italia-Africa, le politiche adottate dagli ultimi governi italiani hanno suscitato sicuramente curiosità e interesse. Sotto la guida di Mario Draghi, dal 2022 l’Italia ha ridotto drasticamente le importazioni di gas dalla Russia (che ricoprivano circa il 40% del fabbisogno) ed ha avviato le trattative con l’Algeria, che attualmente è il principale fornitore del paese. La cooperazione sul piano energetico sembra solida, tanto che ad Algeri è stato persino dedicato un giardino in ricordo a Enrico Mattei, e nel gennaio 2023 il Presidente del Consiglio vi si è recata in viaggio istituzionale con l’attuale capo dell’ENI Claudio Descalzi, ribadendo la forte unione tra i due stati.
Vertice Italia Africa, 2024 (credits: Wikimedia Commons)
(Link)
Recentemente, la vasta partecipazione riscontrata al summit Italia-Africa ha palesato l’interesse dei paesi africani verso le proposte italiane. Tra il 28 e il 29 gennaio 2024, a Roma hanno presenziato non solo i Capi di Stato e di Governo, ma numerosi rappresentanti dell’Unione Europea, dell’Unione Africana e di vari istituti internazionali. A seguire, sono avvenuti alcuni incontri per stipulare gli accordi bilaterali volti a sancire l'inizio del partenariato che, si confida, possa essere proficuo per tutti gli attori implicati. Naturalmente, i leader africani hanno manifestato diffidenza e ribadito più volte a Giorgia Meloni la speranza di ottenere risvolti concreti. Difatti, non mancano le perplessità riguardo lo stanziamento delle risorse economiche da destinare al Piano Mattei e, in ogni caso, sulle effettive potenzialità italiane nel portare ricchezza e sviluppo nell’immenso continente al di là del Mediterraneo.

Certamente, nella prospettiva di inaugurare l’anno di presidenza italiana del G7 e di mettere in pratica quanto annunciato nel programma elettorale di FdI, la conferenza ha assunto una valenza particolarmente significativa nell’ambito delle relazioni internazionali. In ogni caso, saranno i futuri sviluppi delle dinamiche in corso a determinare se l’Italia sarà in grado o meno di diventare il cardine dei rapporti tra Africa ed Europa.

 

SCUOLA E GEOPOLITICA

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Concluso il primo ciclo del PCTO “Corso di Introduzione alla Geopolitica”

 Agata Lucchetta

Con la quarta edizione del Festival internazionale della Geopolitica Europea (Venezia Mestre, Museo M9, 9-11 maggio 2024) si conclude il primo ciclo del “Corso di introduzione alla geopolitica”, Progetto Formativo triennale iniziato a febbraio 2024 ed effetto del protocollo d’intesa (DGR. 1507/2023) tra Regione del Veneto, Ufficio Scolastico Regionale del Veneto, Fondazione M9 e con la collaborazione operativa della rivista “Atlantis” e di Mazzanti Libri. 

“Un bell’esempio di sinergia pubblico e privato” ha detto nel saluto iniziale agli studenti collegati on line, Prof. Marco Bussetti, Direttore dell’Ufficio scolastico Regionale e già Ministro dell’Istruzione e del Merito.

Il corso, che si è tenuto in modalità online sincrona su piattaforma zoom, ha visto la partecipazione di oltre quattrocento studenti delle scuole secondarie di secondo grado del Veneto e dei loro insegnanti. 

Diviso in quattro momenti formativi, il PCTO si pone l’obiettivo di fornire gli elementi di base per avvicinare gli studenti delle scuole superiori, i cittadini del futuro, ai grandi e complessi temi di geopolitica allo scopo di comprendere la situazione attuale per “sapersi muovere nel mondo”, come ha sottolineato la Prof.ssa Serena Bertolucci, Direttrice M9 - Museo del Novecento.

Nello specifico, il primo momento ha fornito agli studenti le basi minime per orientarsi e comprendere le complesse dinamiche storico-giuridiche alla base del contesto Geopolitico grazie alle due lezioni “Fondamenti di Storia delle Relazioni Internazionali e delle Organizzazioni Internazionali” tenute dall’Ambasciatore Maurizio Melani e che nelle edizioni successive del PCTO rimarranno invariate.

Il secondo ha proposto approfondimenti su vari temi di carattere generale che interessano la geopolitica grazie agli interventi di Alfonso Tardi, Capo del Dipartimento “Local and Regional Democracy and Good Governance” per il Consiglio d’Europa, focalizzandosi sulle convenzioni tra Stati e gli organi giuridici presenti nello scenario mondiale. È stata poi la volta di Mario Caligiuri, Professore Ordinario dell’Università della Calabria, Presidente  della Società Italiana di Intelligence, che ha parlato d’Intelligence ed Informazione e di Roberto Papetti, Direttore de “Il Gazzettino”, che ha parlato di giornalismo internazionale, informazione e libertà di stampa. L’Ambasciatore Piero Benassi ha, invece, approfondito il concetto dell’Interdisciplinarietà nella Geopolitica.

Tre delle tredici lezioni sono stati invece dedicati ad aree geografiche particolari come “Sviluppo e conflitti in Africa, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente”, tenuto sempre dall’Ambasciatore Maurizio Melani, “Difesa Europea ed equilibri geostrategici” dell’Ambasciatore Paolo Casardi e “La crescita dell’Asia negli equilibri globali” dell’Ambasciatore Maria Assunta Accili. 

Il terzo momento del corso è stato invece dedicato a laborati applicativi, frangente in cui gli studenti hanno fatto pratica di ufficio stampa, imparando i fondamenti giornalistici del comunicato stampa, degli articoli divulgativi e delle brevi, di comunicazione mediatica attraverso la creazione di post e stories sui social network, prendendo così parte attiva nell’organizzazione del Festival, quarto momento del progetto, che si è quindi proposto di essere anche un momento di sviluppo delle competenze trasversali, oltre che essere un  consolidato appuntamento per i cittadini di conoscenza e accessibilità. 

“Perché tutto è determinato oggi da scenari internazionali e questo corso è quanto di più utile per rafforzare la consapevolezza per i nostri studenti di essere spiriti critici”, ha affermato l’assessore all’Istruzione della Regione Veneto, Dott.ssa Elena Donazzan.

 

GEOPOLITICA E ARTE

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Il lato oscuro della bellezza: il problema dell’arte rubata

Màmata Pasin

Sono stati più di 23mila nel 2021 i furti di opere d’arte nei 71 Paesi inclusi nel report annuale dell’Interpol “Assessing Crimes Against Cultural Property”, fonte di informazione più recente sulla cosiddetta arte rubata a livello internazionale, . L’enciclopedia inglese Britannica nella sua versione online riporta poi che il Federal Bureau of Investigation americano ha stimato che il valore dei furti d’arte oscilla ogni anno tra i quattro e i sei miliardi ogni anno. Sebbene una parte della refurtiva finisca poi nel mercato nero, gran parte delle opere trafugate semplicemente spariscono dopo il colpo.

La piattaforma digitale tedesca “Statista”, ha pubblicato un report nell’agosto del 2023 dal titolo “Europe Remains Art & Cultural Theft Hotspot”.  

Fondata nel 2007 e attualmente ritenuta fonte di dati affidabile da molti quotidiani di fama internazionale, tra cui il Wall Street Journal, i dati rivelati nell’indagine di Statista rivelano come il 78% dei furti in ambito artistico segnalati provengano da Paesi europei. Oltretutto, sempre secondo i dati di Statista, ricavati da vari rapporti dell’Interpol, sembrerebbe che, contrariamente a quanto si pensi comunemente, la maggior parte della refurtiva non consista in quadri e dipinti, e anzi si componga perlopiù di oggetti di numismatica, facili da nascondere e al contempo estremamente lucrativi. Basti pensare che un singolo “Brasher Doubloon” del 1787, moneta americana del XVIII secolo, è stato venduto all’asta nel 2021 per dieci milioni di dollari.

 

In Italia, la situazione sembra in lieve miglioramento, come evidenzia il report annuale del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC).

Nel 2022 ad esempio, rispetto al 2021, risulta una leggera diminuzione dei reati contro il patrimonio culturale, passando da 346 a 333, e al contempo un aumento dei beni recuperati, anche a causa di salvataggi massivi, come nel caso dei reperti paleontologici, dove la crescita è stata notevole, da 166 nel 2021 a più di 21mila nel 2022.

Si è peraltro registrato un incremento dei singoli oggetti trafugati, passando dai 3904 del 2021 ai 4144 del 2022. Le regioni italiane maggiormente coinvolte, sempre secondo il report del TPC, nel 2022 sono risultate essere la Lombardia (47 furti), a cui seguono a poca distanza Lazio (43) e Toscana (39).

Il fenomeno dell’arte rubata rappresenta una problematica rilevante a livello sociale e culturale, che non soltanto mina la proprietà artistica dei singoli Paesi e dell’umanità, ma richiede anche un’azione congiunta delle forze dell’Ordine e del settore dell’informazione, al fine di contrastarlo e informare la popolazione, in un’ottica che includa la cooperazione internazionale.

Proprio su questi temi si è deciso di focalizzare l’attenzione del corso di formazione per l’Ordine dei Giornalisti del Veneto 2024, organizzato - come di consueto - dalla nostra rivista Atlantis. L’appuntamento di quest’anno si terrà venerdì 29 maggio 2024, presso il Museo M9 di Mestre (Venezia), col titolo “Arte rubata: tutela di un bene comune tra salvaguardia e prevenzione. Le opere all’estero e le restituzioni. Il ruolo dell’informazione”.

A dialogare sul tema nel corso della giornata si alterneranno esperti di vari settori, che forniranno spunti di riflessione su argomenti chiave per la comprensione del tema in oggetto.

Fabrizio Magani, Direttore alla Sopraintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, esperto di restauro e storico dell’arte, tratterà la questione della tutela di un bene comune, attraverso pratiche di salvaguardia e di prevenzione.

A seguire, Emanuele Meleleo, Comandante del Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Venezia dialogherà con Andrea Mazzanti, Condirettore responsabile della rivista. Il confronto verterà in particolare sugli aspetti legislativi e gli strumenti per le indagini e le collaborazioni internazionali. Il Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale svolge infatti funzioni di polo informativo e analisi, a favore anche delle altre Forze di Polizia, ed è presente sul territorio con un Reparto Operativo con sede a Roma, a cui sono attribuiti compiti di coordinamento investigativo in ambito nazionale e internazionale, nonché con sedici Nuclei su base regionale.   

Antonio Franzina, giornalista e Dirigente della Regione Veneto, affronterà l’argomento dei ruoli di istituzioni ed enti locali nella gestione del patrimonio artistico e culturale.

L’Ambasciatore Giorgio Radicati tratterà la condizione delle opere all’estero e delle restituzioni, in particolare facendo riferimento al caso di Rodolfo Siviero, dapprima agente prima e durante il secondo conflitto mondiale e in seguito,  nel dopoguerra, come diplomatico, protagonista del recupero di opere d’arte trafugate e portate  soprattutto in Germania. L’Ambasciatore Radicati è infatti autore di “Agente Segreto 1157. La vita romanzesca di Rodolfo Siviero, un formidabile cacciatore di opere d’arte trafugate”, edito da Mazzanti Libri.

Ultimo panel del corso di formazione sarà poi quello condotto da Roberto Nardi, Giornalista e autore del libro “Perché io. Il mistero del furto della Madonna con bambino di Bellini a Venezia”, edito da Mazzanti Libri, con la moderazione di Carlo Mazzanti, Direttore responsabile della rivista.

Un appuntamento, anche quello del 2024, che si prospetta occasione di un dialogo multidisciplinare sulla situazione dell’arte rubata e del ruolo dell’informazione in relazione a tale fenomeno.

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