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2/2017

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In questo numero

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Serenella Antoniazzi. È coautrice di “ROSSO - Io non voglio fallire”, pièce teatrale in atto unico che fa il suo debutto il 25 novembre 2016 (data non casuale) al teatro Russolo di Portogruaro.

 

Luca Baraldi. Storico delle religioni ed esperto di beni culturali, da oltre dieci anni lavora nel settore del patrimonio religioso e del dialogo interreligioso. Esperto di cooperazione internazionale per la cultura, è attualmente direttore scientifico della “Fundación Con-ciencia” di Ibagué (Colombia) e dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Maria di Monte Berico” di Vicenza.

 

Stefania Bozzo. Giornalista free lance specialista in conservazione dei beni culturali.

 

Simone Depietri. Free lance in giornalismo di inchiesta internazionale.

 

Luigi Fadalti. Avvocato.

 

Francesco Ippoliti. Colonnello.

 

Domenico Letizia. Scrittore e attivista per i diritti umani.

 

Giuseppe Lucafò. Tenente di Vascello. Uffico Pubblica Informazione Comunicazione Marina Militare Italiana.

 

Riccardo Palmerini. Coordinatore del Master in Tourismo in eredità religiose e di cultura presso ISSR “Santa Maria di Monte Berico” di Vicenza.  Visiting professor design e innovazione al IAE Toulouse Capitole 1. Fondatore e presidente dell’Associazione Culturale “La stanza delle idee” (Arte e Cultura per i Popoli); Membro professionale dell’Associazione Italiana Marketing e di American Marketing Association. Membro del comitato scientifico per lo sviluppo di programmi tra cultura e tecnologia per il Piano Strategico Metropolitano di Bologna.

 

Stefania Schipani. Ricercatrice Istat. Laureata in Scienze Politiche indirizzo Internazionale. Specializzata in Economia ambientale, collabora con l’Università di Tor Vergata. È presidente del Centro Studi “Rifareleuropa” e vicepresidente di “Filitalia International”.

 

 

Romano Toppan. Laureato in Filosofia e Teologia in una Università Pontificia di Roma, laureato in Psicologia dell’Educazione all’Università di Padova e Master in Economia del Turismo all’Università Bocconi di Milano. È stato Docente di Gestione e Sviluppo delle Risorse Umane all’Università di Verona.

 

 

Difesa, 9 giugno “Noi siamo la Marina”: gli uomini e donne della Marina militare

Difesa, 9 giugno “Noi siamo la Marina”: gli uomini e donne della Marina militare - ATLANTIS

Venerdì 9 giugno, in occasione della Giornata della Marina Militare, il porto di Civitavecchia è stato teatro della cerimonia annuale alla quale hanno preso parte il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano e l’Ammiraglio Valter Girardelli, Capo di Stato Maggiore della Marina.

Una data profondamente sentita, questa, che evoca la storica “battaglia di Premuda”, ardita azione su mare condotta dai MAS nel corso della Prima Guerra Mondiale. Le celebrazioni tradizionali si sono arricchite, quest’anno, della consegna delle Bandiere di Combattimento agli equipaggi delle Fregate Europee Multi Missione (FREMM). A fregiarsi del drappo, che suggella l’ingresso solenne delle navi all’interno della Flotta operativa, sono state le FREMM Alpino e Carabiniere, quest’ultima di ritorno dalla campagna in Sud Est Asiatico e Australia, promotrice dell’immagine del sistema-Paese Italia nel mondo, “in avanti, in anticipo, verso il Futuro Blu”.

Ad attendere i cittadini che hanno voluto condividere le emozioni dell’evento sono stati gli equipaggi delle navi della Marina ormeggiate in Porto. La scelta della location, infatti, tanto inusuale quanto suggestiva, ha risposto alla volontà di coinvolgere attivamente la popolazione in una delle più rappresentative celebrazioni della tradizione marinaresca italiana, intrisa dei valori di solidarietà reciproca, umanità e non ultimo di elevata professionalità

L’attività di cooperazione costante e continuo sviluppo con le altre Forze Armate, portata avanti dalla Marina Militare contestualmente alle operazioni di sicurezza marittima e benessere della collettività, sarà testimoniata per l’occasione anche dalla partecipazione di rappresentanze dell’Arma dei Carabinieri e degli Alpini.

La Marina Militare ha festeggiato simbolicamente la propria giornata insieme al Corpo delle Capitanerie di Porto - Guardia Costiera come un unico grande Equipaggio composto di uomini e donne, militari e civili, uniti da dedizione, sacrificio e passione per il mare.

La Marina Militare è impegnata quotidianamente nei mari e negli oceani per lo svolgimento di operazioni nazionali ed internazionali. Tra le più importanti è opportuno citare: l’operazione Mare Sicuro per la tutela degli interessi nazionali in Mediterraneo, le missioni europee Atalanta e Sophia, la prima per il contrasto alla pirateria marittima condotta nell’Oceano Indiano e a cui partecipa la fregata Espero mentre per la seconda, che si svolge nel Mediterraneo Centrale con lo scopo di contrastare i traffici illeciti e l’immigrazione clandestina, la Marina Militare detiene il Comando e, in ambito NATO, la partecipazione  all’operazione Sea Guardian per la sorveglianza marittima e il contrasto al terrorismo internazionale. Ma le Navi e gli equipaggi della Marina Militare sono anche impegnate quotidianamente in attività di diplomazia navale e formazione come nel caso delle campagne addestrative come quella in corso della nave scuola Amerigo Vespucci che in questo momento è in navigazione sull’Atlantico verso le coste del nord America. Il tutto, nell’ottica di svolgere un ruolo cruciale e multidimensionale in fatto di Difesa nazionale, sicurezza, politica estera, sviluppo economico del Paese e tutela del patrimonio ambientale, nell’ambito delle attività di ricerca scientifica e promozione delle eccellenze nazionali all’estero. Senza dimenticare l’importante incentivo occupazionale dell’industria di settore offerto all’Italia.

L’evento, che è stato reso possibile grazie al Supporto del Comune di Civitavecchia ed in partnership con l’Autorità di Sistema Portuale e la Direzione Marittima di Civitavecchia. 

Per chi non ha potuto essere presente a Civitavecchia, la diretta streaming della cerimonia è disponibile sul canale Youtube della Marina Militare al seguente link: https://www.youtube.com/user/ItalianNavy 

 

Turchia, Il Paese di Erdogan serve ancora all’Europa e alla NATO?

Turchia, Il Paese   di Erdogan serve ancora all’Europa e alla NATO? - ATLANTIS

 di Francesco Ippoliti

Con il voto del recente referendum, Erdogan tende a rafforzare il suo potere in una nazione rispettabile che si sta scostando da quella visione laica di Ataturk.

E quindi la domanda del titolo sorge in ogni ambiente politico militare europeo ed oltre oceano.

Con la Guerra Fredda la Turchia, nonostante le turbolenze con la Grecia, era la spina nel fianco del Patto di Varsavia, era il ponte sull’Asia che tanto si auspicava, era il binocolo che guardava da posizione privilegiata l’evolversi del Medio Oriente. La laicità dello Stato, garantito dalla Costituzione dalle Forze Armate era segnale di affidabilità della nazione.

Il sistema militare turco era guardato con riguardo dalla NATO che lo considerava una necessità ed un partner affidabile. Lo si è visto in molte campagne, in particolare quella balcanica, con un supporto significativo soprattutto verso l’etnia musulmana.

Con l’avvento di Erdogan le mire e gli obiettivi sono cominciati ad essere diversi, ma soprattutto la religione è divenuta primaria verso nella guida dei valori del paese.

Lo scandalo Ergenekon, con i suoi dubbi di complotto e con le fantasiose prove successivamente considerate false, ha portato alla vera prima epurazione dei vertici militari ed al loro ridimensionamento nel sistema politico turco. Con 275 condanne verso gli Ufficiali nel gradi di apice e 17 ergastoli, le Forze Armate sono state relegate a mero strumento dell’apparato politico, decapitate e poste sotto la guida di vertici più fedeli alla corrente nazionalista emergente.

Ma non bastava, l’epurazione avrebbe dovuto essere totale, occorreva un ulteriore passo verso l’eliminazione di tutti coloro che non si riconoscevano nella visione di stato islamico del presidente, bisognava agire sulla magistratura, sugli organi esecutivi e giudiziari in senso più generale, bisognava bloccare la nascita del pensiero libero, quindi andavano colpiti anche i centri di pensiero e del loro diffondersi, cioè le università ed i media. Se si nota, nei paesi con una forte connotazione totalitaria, il controllo avviene sugli organi di sicurezza, di culto (se vi sono), di cultura e sui media, con questi fattori in mano ogni regime ha la possibilità di bloccare ogni pensiero che devia dalla corrente imposta.

Il fallito golpe del 2016 è stato considerato da molti esperti il decisivo passo verso il referendum presidenzialista e l’apertura della nascita di un vero stato islamico, erede delle ceneri di quel califfato cancellato nel 1924.

Il colpo di stato “anomalo”, fatto da qualche migliaio di soldati dell’esercito, poco coordinati e non supportati dalle altre due Forze Armate e dalle Forze di Sicurezza, ha aperto le liste dei “nemici” di Erdogan, ed ha dato il via alle peggiori epurazioni di uno stato democratico.

Immediatamente, dopo alcune ore dal tentato golpe, è partita una caccia all’uomo senza precedenti, in poche ore si sono avuti 35 mila detenuti, 17 mila arrestati in attesa di processo, 81mila licenziamenti immediati, e la domanda che viene posta è: le lista erano già pronte? Certo che si, sotto controllo erano tutti coloro che avevano manifestato un piccolo pensiero contro il sistema, basti pensare che sono stati fermati 2.745 magistrati, 30 prefetti su 81, e Governatori, imam, docenti universitari e non, impiegati pubblici e decine di migliaia di militari. Una epurazione degna di un regime totalitario ove il controllo sulla macchina pubblica, religiosa e privata è risultato capillare, meticoloso e costante nel tempo.

Ora, dopo le epurazioni, gli arresti e gli esili forzati, sono ripartiti i bandi di concorso, in particolare nelle Forze Armate (pare un mega bando di 30mila unità, in tutte le categorie, volontari, sottufficiali ed ufficiali), nell’apparato giudiziario, negli enti pubblici e nelle docenze, con particolare riguardo nelle università ed alle scuole coraniche. 

Quindi ora la Turchia sta dirigendo la prua sempre più verso uno stato totalitario, di forte connotazione religiosa, con l’islam che è entrato in ogni angolo del sistema turco imponendosi per giustificare ogni decisione presa.

Erdogan è alle prese con un paese che sta attraversando una grave crisi economica, con la lira turca che, nonostante un lieve miglioramento in questi giorni, cerca di resistere ai mercati mediante un enorme sforzo della banca centrale che rende più vulnerabile il sistema economico.

The Economist ha rilevato che la Turchia ha avuto un significativo deprezzamento che ha reso il mercato turco il peggiore dei mercati emergenti, non attira gli investitori ma solo gli speculatori che incrementeranno il rischio economico del mercato. Le Agenzie di Rating hanno definito il mercato turco fragile la pari di Venezuela e Etiopia, e ipotizzano in questo 2017 un inevitabile collasso finanziario o al massimo una pesantissima crisi economica, solo una sistematica ed energica manovra economica potrebbe aiutare il governo turco a porre rimedio a scure nubi all’orizzonte.

E l’Europa? Ha dato oltre 10 miliardi di aiuti economici, pari a due manovre finanziare correttive di Ankara, ovviamente per poi ricevere come grazie minacce ed insulti, vedasi l’appellativo di nazisti ai tedeschi e di fascisti ai belgi, per non parlare di velate minacce a tutti i paesi europei. Non da ultimo le dichiarazioni post vittoria di Erdogan che ha definito ancora una volta gli europei come i vecchi crociati contro i musulmani turchi. E non ne usciremo fuori tanto presto. 

UNCHR, in rapporto del febbraio 2017, si dichiara preoccupato della situazione interna in Turchia, per il “significante deterioramento della situazione dei diritti umani” specie nel Sud Est del Paese, con migliaia di morti, distruzioni estese di proprietà private e significativi spostamenti di locale popolazione”, parlando senza mezzi termini di “serie violazioni dei diritti alla vita”.

E la “Venice Commission” del Consiglio d’Europa dello scorso marzo che alla fine emana un documento ove afferma che le modifiche costituzionali volute da Erdogan sono un pericoloso passo indietro nella tradizione democratica turca, sottolineando i pericoli di degenerazione del sistema proposto dal leader turco, degenerazione che potrebbe avviarsi verso un inesorabile regime autoritario e personale. 

Quindi, un regime così diventa ora una minaccia per l’Europa, diventa una spina nel fianco, e potrebbe diventare quel riferimento sunnita che manca, che necessita dopo la crisi dell’Irak ed i problemi interni in Egitto. 

Erdogan sta sviluppando le scuole coraniche, le università religiose, sta incrementando l’importanza della moschea di Istambul, che voglia soppiantare la Grande Moschea di Al Azhar e la sua relativa e prestigiosa università? Che voglia importare i Fratelli Musulmani e diventarne il leader? Tutto ciò giova all’Europa?

E alla NATO? Fino a quando la Turchia sarà un alleato affidabile per l’Alleanza? E in caso di intervento in aree di preminenza musulmane, come si comporterà Ankara? Sarà sempre un alleato oppure sarà il referente religioso con compiti di proselitismo?

Proviamo a orientare l’analisi su quanto è successo nelle aree ove sono state schierate le unità turche sotto l’egida NATO e come supporto alle forze EUFOR, presumibilmente verrebbero fuori dati di significativo valore.

Per ora Erdogan ha chiesto scusa a Putin dell’errore nell’abbattimento del suo aereo in territorio siriano, scuse che Putin ha accettato dettando chiare condizioni cui Ankara si dovrà attenere, sempre Erdogan sta cercando di avere un rapporto previlegiato con Tehran ma con i persiani non si scherza, e cercherà di riaprire i canali con Israele per evitare un determinato nemico, mai farsi nemici gli ebrei.

Intanto fa un doppio gioco con i curdi, con quelli siriani e quelli iracheni, ma non ne uscirà vittorioso e presumibilmente sarà costretto a scendere ad ingloriosi patti per non rimanere impantanato in una palude senza scampo e non essere abbandonato alla propria sorte sia dagli europei che dalla NATO.

E gli USA? Per ora alla finestra, e sapranno entrare al momento giusto per difendere i propri interessi sia in Irak che in tutto il Medio Oriente, giocando con il sistema economico mondiale per gettarlo eventualmente in pasto ai lupi.

Erdogan, sei sicuro di poter giocare questa partita internazionale?

 

Un’analisi sulle prospettive geopolitiche dell’Artico

Un’analisi sulle prospettive geopolitiche dell’Artico - ATLANTIS

di Domenico Letizia

Le scienze geopolitiche iniziano a dedicare la dovuta attenzione alle prospettive dell’immediato futuro dell’Artico. Sono numerosi gli interessi in ballo: dalle immense risorse di cobalto, rame, zinco, oro al gas naturale e agli idrocarburi. Inoltre, non vanno sottovalutate, le prospettive logistiche, commerciali e trasportali dovute allo scioglimento dei ghiacci e all’apertura di nuove rotte commerciali e portuali. Canada, Danimarca, Norvegia, Russia, Stati Uniti e Cina sono tra gli attori principali delle politiche e strategie dell’Artico. La Cina guarda con interesse a Groenlandia e Islanda come hub commerciale e marittimo locale, e numerosi sono gli investimenti cinesi in Islanda per la costruzione di un Centro di Ricerca, oltre, l’idea di costruire un porto d’altura per il Nord del Paese. Il Regno di Norvegia, invece, gioca un ruolo molto importante in tale scenario, essendo uno dei massimi investitori nel campo della sperimentazione di tecnologie per la minimizzazione dei rischi ambientali. Fino a qualche decennio fa, il Nord della Norvegia era il “Sud” del Regno, l’emigrazione si spostava verso Sud, molti cittadini emigravano alla ricerca di nuove prospettive di vita. 

Attualmente si stanno invertendo i flussi, poiché sono in continua crescita i servizi, le strutture, in vari campi, utili allo sviluppo delle potenzialità dell’Artico. Anche l’Italia non fa mancare il proprio contributo. Recentemente si è svolta a Roma una conferenza organizzata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dall’Ambasciata del Regno di Norvegia in Italia, nella quale si è discusso delle prospettive politiche ed economiche della zona Artica. Durante i lavori, l’Ambasciatore di Norvegia in Italia Bjørn Grydeland ha dichiarato: “l’Artico costituisce l’area di interesse più importante per la politica estera norvegese e per noi è particolarmente importante lavorare per garantirne la stabilità, la gestione sostenibile, la cooperazione internazionale e per rafforzarne la crescita economica. Apprezziamo il contributo dell’Italia in termini di avanguardia tecnologica e il concentrarsi sulla conservazione dei beni culturali e ambientali della zona. L’Italia è stata tra le prime nazioni a rendersi conto che ci sono sia opportunità, sia sfide nella regione artica di enorme interesse globale, con più di 100 anni d’impegno per la regione. Anche la partecipazione dell’Italia nel Consiglio Artico è importante, preziosa e continueremo con piacere la buona collaborazione nella ricerca sul clima e sull’ambiente”. 

La collaborazione tra Italia e Norvegia, inoltre, si è rafforzata nel campo della produzione e ricerca energetica. La Eni Norge è attiva nella piattaforma continentale norvegese fin dall’inizio dello sfruttamento dei giacimenti. Nel 2001 sono iniziati i primi rifornimenti di gas all’Italia e considerevole attenzione è stata dedicata al giacimento di “Goliat” ad 80 chilometri al largo di Hammerfest. Per lo sfruttamento di tale giacimento, Eni e Statoil hanno creato un’innovativa piattaforma cilindrica per immagazzinare il greggio da travasare direttamente nelle navi cisterne dirette agli impianti di raffineria. L’impianto è definito come un’opera stupefacente di ingegneria contemporanea, che dimostra le potenzialità della collaborazione tra Norvegia e Italia. 

In un’audizione di febbraio presso la Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati, l’Ambasciatore italiano nel Regno di Norvegia Giorgio Novello ha soffermato attenzione su numerosi punti fondamentali nella collaborazione tra Italia e Norvegia, in rapporto alle politiche internazionali sull’Artico. Novello ha ricordato di come la Norvegia sia un paese squisitamente Artico e l’approccio politico del Regno di Norvegia è estremamente inclusivo nei confronti di paesi non legati direttamente a tale zona, ma interessanti comunque a partecipare ai lavori del Consiglio Artico. Strategico è il ruolo del Consiglio Artico, un forum internazionale di alto livello istituito nel 1996 per promuovere cooperazione, coordinamento e interazione tra i paesi artici, le comunità indigene e gli altri popoli artici. Gli attuali otto Stati membri del Consiglio artico sono Canada (che rappresenta i Territori del Nord-Ovest, il Nunavut e lo Yukon), Danimarca (che rappresenta la Groenlandia e le Isole Fær Øer), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti (che rappresentano l’Alaska) e Svezia. I “membri osservatori permanenti” sono seiː Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Italia e Singapore. Altri Paesi osservatori, non membri, sono: Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna e Unione europea. L’obiettivo del Consiglio è garantire alla regione artica “uno sviluppo sostenibile ambientale, sociale ed economico”. Nel maggio 2013, l’Italia è stata ammessa formalmente al Consiglio Artico come paese osservatore, ottenendo così la possibilità di partecipare ai lavori scientifici che fanno capo al Consiglio, ovvero ai sei Gruppi di Lavoro che si occupano del programma di monitoraggio e valutazione artica (AMAP), di sviluppo sostenibile (SDWG), del programma d’azione su contaminanti artici (ACAP), della conservazione di flora e fauna artica (CAFF), della prevenzione delle emergenze, preparazione e risposta (EPPR), della protezione ambiente marino artico (PAME). 

Non dimentichiamo che ci sono anche altre forme di approccio alla questione artica. Anche il Canada ha avviato una serie di procedure finalizzate alla tutela e al controllo dell’Artico. Il Canada ha optato per una politica di riarmo che gli consenta di sorvegliare e perlustrare con estrema efficienza il territorio artico, avvalendosi anche della collaborazione con gli Stati Uniti d’America per una strategia pianificata di controllo dello spazio aereo. 

In un Artico in continua metamorfosi ed evoluzione, osserviamo una vera e propria rivoluzione sia per il futuro delle fonti di approvvigionamento energetico che nelle rotte di collegamento marittimo; nuove rotte commerciali per i passaggi a Nord-Ovest e Nord-Est, lungo la costiera siberiana. Una geopolitica in continua evoluzione che merita la dovuta attenzione per quello che potrebbe divenire una questione spinosa per numerosi paesi nell’ immeditato futuro.

Dossier: Terra, Stato, Sovranità

Dossier: Terra, Stato, Sovranità - ATLANTIS

 Territorio in geografia

Nell’uso proprio del linguaggio geografico e di varie scienze umane, il concetto di territorio va distinto da quelli di ambiente, spazio e regione, in quanto implica una precisa delimitazione areale, derivante da una ben determinabile pertinenza a un soggetto; questo, tramite il proprio agire, informa in maniera tipica e riconoscibile una porzione di spazio geografico, rendendola territorio Negli ultimi decenni del 20° sec. il concetto di territorializzazione è andato precisandosi, divenendo, nel contempo, più complesso. Partendo dalla definizione di territorializzazione come processo, occorre distinguere, in primo luogo, i concetti di spazio geografico e di territorio. Il primo è piuttosto l’ambito dato e preesistente in cui si inserisce l’azione umana, in sé e per sé caratterizzato dalle fattezze naturali, dalla diffusione di determinate specie animali e vegetali spontanee, da certi assetti meteoclimatici e così via, ma sostanzialmente indifferenziato dal punto di vista antropico e, per così dire, ‘nullo’ o ‘equivalente’ in termini di valori. La territorializzazione, che la presenza dell’uomo innesca in un qualsiasi ambito spaziale, porta a caricare di valori le singole componenti e l’insieme di quell’ambito spaziale: valori affettivi, economici, giuridici, politici, linguistici (con i toponimi, tipiche espressioni della territorializzazione), ideologici, religiosi e via dicendo. Il processo di territorializzazione si presenta costantemente in fieri, senza alcuna possibilità teorica di precisarne a priori una conclusione e senza la possibilità operativa di stabilirne un inizio, salvo i pochi casi in cui uno spazio geografico dato sia stato occupato dalla specie umana in un’epoca storicamente documentata.

In ogni momento del processo di territorializzazione è possibile individuare le caratteristiche di uno specifico territorio, vale a dire l’esito puntuale, storicamente circoscritto e contestualizzato del processo, che per una larga parte si riverbera in uno specifico paesaggio. Nel suo insieme, il processo di territorializzazione va considerato cumulativo, nel senso che i diversi significati e valori che nel corso del tempo vengono attribuiti al medesimo territorio ben difficilmente obliterano del tutto i numerosi apporti precedenti: nella generalità dei casi avviene una sostituzione solo parziale, più marcata per quanto riguarda le significazioni immateriali, maggiormente sensibili alle variazioni culturali, meno marcata per le significazioni materiali. In particolare, risalta la capacità di alcuni elementi territoriali (ancora una volta buon esempio ne sono i toponimi, ma anche la struttura delle vie di comunicazione, la localizzazione degli insediamenti come dei luoghi sacri ecc.) di resistere all’iterazione dei processi di attribuzione di senso che siano operati da gruppi umani portatori di valori differenti, e quindi di permanere evidenti nel territorio, sia pure attraverso una risignificazione anche sostanziale: caso classico può essere considerata la sovrapposizione di luoghi di culto cristiani a quelli pagani in tutta Europa, dove il valore religioso rimane in sé apprezzabile, nonostante la pressoché totale ‘ridefinizione’ del contesto cultuale. È invalso, del resto, l’uso di distinguere per quanto possibile momenti di deterritorializzazione e di riterritorializzazione, nell’ambito del continuum rappresentato dal processo di territorializzazione, per evidenziare quelle fasi in cui una qualche spinta culturale produce la progressiva perdita dei valori territoriali pregressi e la sostituzione o sovrimposizione di nuovi valori; fenomeni che possono essere esaminati solo per periodi di tempo relativamente estesi, generalmente contemporanei e con riferimento a evidenze macroscopiche. Esempio tipico appare quello dei t. oggetto di colonizzazione, deterritorializzati attraverso lo svilimento dei valori indigeni e riterritorializzati mediante l’attribuzione di valori esogeni; altro caso frequentemente invocato è quello che si ritiene consegua dalla globalizzazione dell’economia contemporanea, che comporterebbe una deterritorializzazione e una riterritorializzazione ordinata al conseguimento della massima efficienza in termini di sistema globale, in entrambi i momenti a detrimento dell’organizzazione di valori pregressa dei t. investiti dalla globalizzazione.

 

Territorio in diritto

Parte della superficie terrestre rispetto alla quale lo Stato esercita in modo esclusivo la propria sovranità. Attualmente non esiste alcun territorio che non appartenga a uno Stato, a eccezione dell’Antartide, che è sottoposta a regime internazionale convenzionale. Insieme al popolo e alla sovranità, il territorio costituisce uno degli elementi essenziali dello Stato. Secondo la dottrina, quando un’organizzazione di governo esercita in maniera effettiva e indipendente la propria sovranità su un popolo insediato in un territorio si è in presenza di uno Stato.

Si definisce territorio di uno Stato non solo la terra, comprensiva dei laghi, fiumi e golfi che vi si trovano (acque interne), ma anche il mare territoriale e lo spazio sovrastante il territorio terrestre e quello marittimo.

Nel diritto internazionale consuetudinario, i principali modi di acquisto del territorio erano l’occupazione di una porzione di terra non appartenente ad alcun altro Stato; la cessione per mezzo di trattato, seguita dal trasferimento effettivo e pacifico del territorio; la conquista di un territorio a seguito del ricorso alla forza armata; l’accessione, attraverso cui una nuova porzione di terraferma viene a formarsi accanto a un territorio già esistente a seguito di un processo fisico, come l’alluvione. Data l’inesistenza di territori liberi, l’occupazione ha ormai perduto importanza, mentre la conquista non è più legittima, in quanto l’affermarsi del divieto dell’uso della forza nelle relazioni tra Stati quale principio internazionale di natura consuetudinaria e imperativa comporta che non possa riconoscersi come situazione giuridica l’acquisizione territoriale ottenuta mediante il ricorso all’uso, o alla minaccia dell’uso della forza militare.

 

Sovranità dello Stato

Intesa come qualità giuridica esclusivamente pertinente all’imperium dello Stato, la sovranità è concetto moderno e che solo allo Stato moderno, inteso come persona giuridica, può applicarsi. Ma questo è il punto d’arrivo di un’evoluzione complessa, che ha le sue radici nel Medioevo. Fu allora, e precisamente tra il 12° e il 13° sec., mentre si andava affermando in Europa la realtà nuova degli Stati nazionali e l’idea dell’Impero universale cominciava ad avvicinarsi alla sua crisi, che il principio si affacciò alle coscienze, espresso con una formula ch’era destinata a divenire celebre nei secoli e a concentrare sopra di sé il pensiero della scienza giuridica intorno a questo problema: rex in regno suo est imperator. Il vero passaggio obbligato, che contribuirà a consolidare, staccandoli dal paradigma medievale, gli elementi intrinseci al concetto di sovranità, vale a dire la pienezza dei poteri e l’indipendenza da ogni altro potere, sarà l’epoca del principe assoluto. In relazione allo Stato contemporaneo, il termine sovranità viene ad assumere un duplice significato. Da un lato, se riferito all’ordinamento giuridico statale nel suo complesso, sta a indicare l’originarietà dell’ordinamento medesimo, nel senso che esso non deriva la sua validità da alcun altro ordinamento superiore. Dall’altro lato, quando lo Stato viene preso in considerazione sotto il suo aspetto di persona giuridica (Stato-persona), il termine sovranità sta a indicare la posizione di indipendenza nei riguardi di ogni altra persona giuridica esistente al suo esterno (cosiddetta sovranità esterna); e, per altro verso, l’assoluta supremazia di fronte a tutte le altre persone, fisiche e giuridiche, che si muovono nel suo ambito territoriale (cosiddetta s. interna) e, di conseguenza, la stessa potestà di governo assoluta della persona giuridica statale. Inoltre, il termine sovranità viene in rilievo nell’espressione s. territoriale, con la quale si intende indicare la competenza esclusiva dello Stato in rapporto al proprio territorio e alle risorse naturali ivi contenute (cosiddetto principio della sovranità permanente dello Stato sulle proprie risorse naturali, uno dei cardini del nuovo ordine economico internazionale propugnato dai paesi in via di sviluppo a partire dagli anni 1970), nonché il potere di imperio dello Stato su tutte le persone fisiche e giuridiche che si trovino in tale ambito territoriale; si parla invece di sovranità personale per indicare il potere di imperio dello Stato sugli individui che gli appartengono per cittadinanza ovunque essi siano, anche all’estero o su spazi sottratti alla giurisdizione statale (un esempio di sovranità personale è quella esercitata dallo Stato sull’equipaggio di una nave in alto mare).

La sovranità dello Stato, entrando in contatto con ordinamenti più vasti (quale in primo luogo quello internazionale), incontra dei limiti al proprio esclusivo esercizio. Lo Stato può inoltre acconsentire a delle limitazioni della propria sovranità per effetto dell’adesione a organizzazioni internazionali dotate di poteri e funzioni tali da configurare una interferenza esterna, talora assai penetrante, nella potestà dello Stato stesso. A questo riguardo, occorre sottolineare che, nella Costituzione italiana, tale ipotesi è espressamente contemplata nella norma dell’art. 11: «L’Italia ... consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». 

 

Sovranità popolare

Il principio della sovranità popolare, che rinviene nel popolo la fonte e la giustificazione della potestà politica, trova i suoi inizi nel concetto romano della lex come «ciò che il popolo ordina», e lo stesso potere imperiale è frutto di delega da parte del popolo (pactum subiectionis: il popolo pattuisce di sottomettersi al sovrano). Problema medievale, connesso con la lotta per le investiture e con la generale questione del primato del potere papale o imperiale, fu di stabilire se il pactum subiectionis implicasse la rinuncia da parte del popolo ai suoi diritti (alienatio) ovvero soltanto una concessione (cessio) revocabile ove, per esempio, il monarca non assolvesse più i suoi compiti e si trasformasse in tiranno, o, nel caso di conflitto con la Chiesa, in nemico della fede e dei canoni. Il rapporto tra popolo e re si analizzò in un complesso di diritti e doveri regolati dal patto intervenuto e dall’obbligazione reciproca di attuare la giustizia e di osservare la legge. L’Umanesimo e la Riforma determinarono un movimento per cui si giunse a una specificazione delle clausole del pactum attraverso la loro interpretazione alla luce del diritto privato; forte era ancora l’influenza delle teorie medievali. Subito dopo il concetto di popolo cominciò a trasformarsi; poi gli elementi elaborati da Calvino e dai monarcomachi confluirono nelle grandi crisi politiche inglesi dei sec. 16° e 17°, nelle quali il principio della sovranità popolare si affermò in modo nuovo (dopo la dissoluzione dei concetti giuridici medievali), sotto l’influenza delle dottrine del diritto naturale allora rinnovate da U. Grozio: nacque l’idea atomistica del popolo come composto dagli individui, liberi e sovrani prima ancora dell’ordinamento politico; la sovranità popolare era perciò concepita come garanzia dei diritti individuali dei singoli. Le nuove idee sulla sovranità popolare, depurate e ulteriormente elaborate da J. Milton, A. Sidney, J. Harrington, J. Locke, ebbero grande diffusione nelle colonie della Nuova Inghilterra (R. Williams, T. Hooker, W. Penn, J. Wise) e su di esse si fondarono poi i principi della Dichiarazione dei diritti e della Costituzione degli Stati Uniti d’America. La rivoluzione americana ebbe grande ripercussione in Francia, dove la filosofia politica del 18° sec. si era ispirata a questi stessi principi, collegandoli, attraverso il ginevrino J.-J. Rousseau, con quelli provenienti dal pensiero politico inglese; l’idea della sovranità popolare era alla base della ideologia rivoluzionaria. Nell’ambito del costituzionalismo moderno, la teoria della sovranità poplare si collegò strettamente al suffragio universale come emerge in particolare nella Costituzione giacobina dell’anno I, là dove afferma che la sovranità risiede nel popolo (art. 25 Déclaration des droits de l’homme et du citoyen del 1793) e che il popolo sovrano è costituito dall’universalità dei cittadini (art. 7 Cost. francese del 1793). Di contro, la Costituzione francese del 1791, che prevedeva un suffragio di tipo censitario (esplicitato nella distinzione tra citoyens actifs e citoyens passifs) parlava, non a caso, di sovranità della nazione.

Nel corso del 19° sec., proprio per negare il fondamento filosofico-giuridico del voto universale e attenuarne la carica dirompente, alcuni studiosi non esitarono a parlare di una sovranità della Ragione (F. Guizot), o, addirittura di sovranità dello Stato (è il caso, per es. dei massimi esponenti del positivismo giuridico tedesco, come C.F. Gerber, P. Laband e G. Jellinek). Di sovranità popolare parlò, invece, il massimo esponente dei radical whigs inglesi, J. Bentham, nel suo testamento politico-spirituale, il Constitutional Code (1830). Dal punto di vista dei testi costituzionali, anche se non mancano eccezioni già nel corso del 19° sec. (cfr. art. 1 Cost. francese del 1848), il principio della sovranità popolare trovò la sua definitiva consacrazione nelle carte costituzionali successive al primo dopoguerra.

Nella Costituzione italiana la sovranità popolare è accolta e proclamata nell’art. 1, nel quale si afferma che la s. appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, cioè con un sistema di democrazia indiretta.

 

Malattie nel Mondo: il Cancro

Malattie nel Mondo: il Cancro - ATLANTIS

 Come nasce un tumore

Che cos’è il cancro? 

A una domanda del genere gli studiosi fanno ancora fatica a dare una risposta precisa e convincente. E replicano che la domanda è mal posta. Che non bisogna parlare di cancro, ma di cancri. 

 

La cellula “impazzisce”

In effetti non si può parlare di un’unica malattia chiamata cancro, ma di diversi tipi di malattie, che hanno cause diverse e distinte, che colpiscono organi e tessuti differenti, che richiedono quindi esami diagnostici e soluzioni terapeutiche particolari. Esistono però alcune proprietà e caratteristiche che accomunano tutti i tumori, e che consentono di tentare una risposta valida - almeno in linea generale - per tutte le forme della malattia. Per usare una metafora, si può dire che ad un certo punto, una cellula dell’organismo “impazzisce” - perde alcune sue proprietà, ne acquisisce altre - e comincia a moltiplicarsi al di fuori di ogni regola.

 

Metastatizzazione

All’interno di ogni cellula esistono in realtà dei “geni controllori” destinati a impedire che una cellula “sbagliata” possa sopravvivere dando magari origine a un tumore. Perché il processo tumorale si inneschi bisogna che anche questi geni di controllo  siano fuori uso. A causa di questo “guasto” nel meccanismo che ne controlla la replicazione, le cellule si dividono quando non dovrebbero e generano un numero enorme di altre cellule con lo stesso difetto di regolazione. Le cellule sane finiscono quindi per essere soppiantate dalle più esuberanti cellule neoplastiche.

Sia le cellule di un tumore benigno sia quelle di un tumore maligno tendono a proliferare in maniera abnorme ma, e questa è la differenza fondamentale, solo le cellule di un tumore maligno - in seguito ad ulteriori modificazioni a carico dei geni - tendono a staccarsi, a invadere i tessuti vicini, a migrare dall’organo di appartenenza per andare a colonizzare altre zone dell’organismo. Il tumore benigno rimane dunque limitato all’organo in cui si è sviluppato, mentre il tumore maligno - nel corso di un processo che può avere una lunghezza estremamente variabile e che dura in genere anni - estende la malattia ad altri organi, fino a colpire e compromettere organi vitali quali il polmone, il fegato, il cervello. Questo processo prende il nome di metastatizzazione e le metastasi rappresentano la fase più avanzata della progressione tumorale, oltre che la causa reale dei decessi per cancro.

 

Le mutazioni genetiche

Sappiamo ormai con buona certezza che il cancro origina da un accumulo di mutazioni, cioè di alterazioni dei geni che regolano la proliferazione e la sopravvivenza delle cellule, la loro adesione e la loro mobilità. Le mutazioni possono svilupparsi in tempi molto differenti, anche sotto l’influenza di stimoli esterni. Il tumore benigno può essere considerato la prima tappa di queste alterazioni. Tuttavia, molto di frequente, questa tappa viene saltata e si arriva alla malignità senza evidenti segni precursori.

Quali sono, però, le cause della mutazione genetica? Oggi gli scienziati sanno che solo in rari casi le cause necessarie e sufficienti per lo sviluppo del tumore sono già “scritte” all’origine nei geni, cioè sono ereditarie.

 

Altre cause

Nella stragrande maggioranza dei tumori, invece, le alterazioni dei geni che sono responsabili della malattia sono determinate da cause ambientali. Sono provocate dall’esposizione prolungata ad agenti cancerogeni, di origine chimica, fisica o virale. Tuttavia il fumo di sigaretta, l’amianto, alcune sostanze sviluppate dalla combustione del petrolio o del carbone, l’alcol, una dieta squilibrata, i raggi ultravioletti del sole, le sostanze chimiche a cui possono essere sottoposti i lavoratori in certi processi industriali o in agricoltura, possono sommarsi ad una “fragilità” genetica predeterminata e arrivare a provocare delle mutazioni che - alle stesse dosi e durate di esposizioni - non si riscontrano in altri individui. In alcuni casi poi, le mutazioni si generano per errori nel meccanismo di replicazione delle cellule, indipendentemente dall’ambiente esterno.

 

La risposta della scienza

Per affrontare questo tipo di problematica si è sviluppata un’enorme quantità di lavoro di laboratorio per studiare il DNA e le componenti genetiche che condizionano l’aumentata suscettibilità allo sviluppo tumorale.

Ma c’è anche una scienza specifica - l’epidemiologia - il cui obiettivo è identificare le cause dei tumori e i fattori di rischio associati. Grazie agli studi epidemiologici è stato possibile, per esempio, dimostrare con certezza che il fumo di sigaretta aumenta il rischio di tumore del polmone o che l’alimentazione scorretta contribuisce ad aumentare il rischio di molte neoplasie come quelle dell’apparato digerente e del seno. Attraverso la loro identificazione che è possibile mettere in pratica quella prevenzione che rappresenta uno degli obiettivi più importanti per arrivare alla sconfitta del cancro. O, meglio, dei diversi tipi di cancro.

 

Staminali, la benzina del tumore

Le cellule staminali sono diverse dalle altre essenzialmente per due proprietà: da un lato sono in grado di replicarsi infinitamente o quasi, mentre le cellule di tutti i tessuti, dopo un certo numero di divisioni, si esauriscono; dall’altro hanno la capacità di assumere le caratteristiche di altre cellule dell’organismo deputate a funzioni specifiche, attraverso il processo detto di “differenziamento”.

Per queste peculiarità le cellule staminali sono state candidate da anni a diventare i “pezzi di ricambio” ideali per riparare gli organi danneggiati dall’una o dall’altra malattia. Tranne poche eccezioni, la maggior parte degli studi a questo riguardo sono però ancora in fase del tutto sperimentale, e occorre guardarsi dalle offerte di cure miracolose veicolate per lo più da siti web e spesso praticate in Paesi asiatici o in via di sviluppo. Negli ultimi anni in Italia il gruppo coordinato da Michele De Luca all’Università di Modena e Reggio Emilia ha però ottenuto risultati all’avanguardia nel mondo per la riparazione della cute e delle cornee danneggiate per le quali non è applicabile il trapianto. È invece già una realtà da diversi anni l’uso del trapianto di cellule staminali per curare linfomi, leucemie o altri tumori.

Le prospettive di ricerca sul ruolo delle cellule staminali nel cancro sono ampie: tra i progetti del Programma di oncologia clinica molecolare finanziato con i fondi del 5 per mille tre su 10 vedono protagoniste le staminali del cancro.

In molti tipi di tumore è stato dimostrato che il loro numero determina l’aggressività della malattia: con questa informazione si potranno quindi indirizzare meglio la diagnosi e la terapia. Altri ricercatori le utilizzano per riprodurre in laboratorio il tumore e sperimentare l’efficacia delle diverse cure. Altri ancora sperano di modificarle geneticamenteper distruggere il tumore dall’interno. Inoltre sembra ormai chiaro che siano le staminali a dare origine, spesso a distanza di anni, alle recidive che possono colpire un paziente in cui il cancro , in un primo momento, sembrava del tutto estirpato.

Questo fenomeno sembra comune a quasi tutti i tumori. I ricercatori stanno quindi studiando i meccanismi cellulari che distinguono le staminali del cancro da quelle che sostengono il normale ricambio di tessuti dell’organismo per colpirle in maniera mirata. In questo modo si potrebbe in futuro, almeno in teoria, curare tutti i tipi di tumori, indipendentemente dalle loro caratteristiche specifiche. Sulla base di questo principio alcune categorie di farmaci sono già in fase di sperimentazione.

Altre linee di ricerca stanno cercando di rendere le staminali del cancro più suscettibili alle terapie, alle quali di solito esse resistono. Altri studiosi pensano di sfruttare le staminali come testimoni della lunga storia naturale del cancro, che spesso dura anni o decenni prima che la malattia si manifesti: in questo modo intendono ricavare indizi sul ruolo degli stili di vita nella genesi della malattia e trovare il modo di arrivare a una diagnosi più precoce. (a cura di AIRC)

 

Focus Paese: Bosnia Erzegovina

Focus Paese: Bosnia Erzegovina - ATLANTIS

di Simone De Pietri

Boznia Erzegovina, l’economia di un Paese in “vendita”

A più di vent’anni dal conflitto civile, e dopo aver realizzato importanti progressi verso la stabilizzazione, la Bosnia Erzegovina oggi vive un’intricata situazione politico-istituzionale, anche a seguito delle più recenti elezioni. Le Federazioni (croato-musulmane) di BiH, e per certi versi la stessa sfera dello Stato, continuano a registrare delicati equilibri politici. Lo stesso può dirsi per la Repubblica Sprska (serba) dove, tuttavia, la struttura istituzionale si presenta molto meno problematica. Tutto ciò condiziona negativamente la capacità di Sarajevo di condurre a buon fine i suoi obiettivi prioritari di avvicinamento all’UE e alla NATO.

La necessità di porre mano a riforme costituzionali che permettano di semplificare la complessa struttura amministrativa del Paese, è riconosciuta dall’intero spettro istituzionale di governo, sebbene con sfumature e sensibilità diverse, a seconda dei partiti e del gruppo etnico di riferimento (bosniaci, croati, serbi), dove emergono forti divergenze radicalizzate nel corso degli ultimi anni. 

Un traguardo importante è stato raggiunto nel dicembre 2010 con la liberalizzazione dei visti Schengen. Tale sviluppo era molto atteso anche da parte degli operatori economici, in ragione dei suoi evidenti benefici nel facilitare gli scambi commerciali e i contatti d’affari con i partner comunitari.

Alcuni progressi nel percorso di avvicinamento all’Europa, si sono registrati nella prima metà del 2015. Un rinnovato impegno a tutti i livelli di governo nell’ambito delle riforme. Impegno necessario a far uscire il Paese da un prolungato impasse socio-economico ed allinearlo progressivamente alle normative europee. Dal 1 giugno 2015, è entrato in vigore l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA) con l’UE. L’attivazione dell’accordo, significa lo sblocco verso la candidatura all’Unione Europea, che dipenderà da concreti progressi nella realizzazione delle riforme più urgenti quali, il settore del lavoro, della sanità, dell’educazione e sociale, oltre alla formazione di un’economia di mercato funzionale, al rafforzamento dello stato di diritto, e delle capacità amministrative.

La formazione di un meccanismo di coordinamento efficace resta fondamentale per un’interazione di successo per la futura adesione all’UE.

Quanto alla NATO, la BiH partecipa dal 2006 al programma Partnership for Peace (PfP). Inoltre, nel vertice di Tallinn, dell’aprile 2010, la BiH è stata invitata a partecipare al Membership Action Plan (MAP), anticamera dell’adesione all’Alleanza. L’avvio operativo del MAP è peraltro rimasto in sospeso, condizionato da alcuni adempimenti relativi allo status del patrimonio immobiliare della Difesa.

La politica economica della Bosnia Erzegovina è improntata al conseguimento di progressi nel processo di avvicinamento alle istituzioni euro-atlantiche.

Con l’adozione dell’accordo (ASA), Stato ed Entità - si sono impegnati ad allineare il Paese ad uno standard economico di livello europeo.

Questo impegno, costituisce per la BiH la cornice del dialogo strutturato con Bruxelles in vista della presentazione di una candidatura credibile all’accesso in UE. Inoltre, il negoziato tra Fondo Monetario Internazionale ed autorità bosniache, sarà condizionato, in linea con l’azione dell’Unione Europea, al conseguimento di progressi concreti nell’ambito del mercato del lavoro, del sistema bancario e fiscale, oltre alla gestione della spesa pubblica per il miglioramento del clima relativo agli investimenti, nelle privatizzazioni e nella sicurezza sociale.

Nel primo trimestre 2016, le esportazioni della Bosnia Erzegovina verso l’Italia hanno raggiunto un valore di 144 milioni di euro, registrando una diminuzione del 5,1% rispetto allo stesso periodo del 2015. Sempre nel primo trimestre 2016, le importazioni della Bosnia Erzegovina dall’Italia hanno raggiunto un valore di 210 milioni di euro, registrando un aumento del 9,6% rispetto allo stesso periodo del 2015.

I prodotti di maggior interesse per quanto riguarda lo scambio bilaterale tra i due Paesi risultano essere gli articoli in pelle (escluso l’abbigliamento), i prodotti del settore metallurgico e chimico, i macchinari e le apparecchiature, i prodotti alimentari, gli articoli di abbigliamento (anche in pelle e pelliccia), gli articoli in gomma e materie plastiche, il coke e i prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio e i prodotti dell’agricoltura, pesca e silvicoltura.

In relazione all’accesso al credito, con l’ingresso nel mercato di banche straniere, il settore finanziario bosniaco ha conosciuto un processo di stabilizzazione e consolidamento dipeso soprattutto dal flusso di investimenti diretti esteri attraverso l’acquisizione di banche private o già privatizzate ed investimenti greenfield di rilievo. Su 29 banche commerciali, 21 banche sono di proprietà straniera e hanno raggiunto il 95% degli asset totali nel settore bancario.

L’economia della Bosnia Erzegovina accusa però dal dopoguerra una forte instabilità e sistematica corruzione. Un fenomeno emerso di recente che si somma a quanto fin qui registrato è la proliferazione di investimenti esteri su larga scala, che causano più preoccupazioni che prospettive di sviluppo per il Paese.

La crescita economica registrata nel paese a partire dal 2011 (con un aumento del Pil del 3,2% nel 2015, secondo quanto registrato dalla Banca Mondiale ), è segnata da massicce acquisizioni immobiliari da parte di capitali stranieri e investimenti esteri nelle aziende del Paese. Questi fenomeni sono stati accompagnati dalla presenza crescente di abbienti cittadini stranieri provenienti dal Medio Oriente e dalla Turchia, che si concentrano soprattutto nella capitale Sarajevo, nei suoi dintorni e in Bosnia centrale.

Le speculazioni dei magnati stranieri in Bosnia Erzegovina trovano un valido alleato nelle ambizioni dei partiti politici locali, nei loro leader e nei potentati locali, che il più delle volte danno priorità al proprio profitto personale rispetto ai doveri connessi all’esercizio della loro carica pubblica.

L’ipertrofico e inefficiente apparato burocratico, sommato ai ritardi nelle riforme, costituisce infatti uno spazio favorevole per i politici locali affinché possano beneficiare personalmente degli investimenti provenienti dall’estero attraverso pratiche corruttive.

Benestanti cittadini turchi, sauditi e medio orientali stanno comprando immobili in BiH ad un ritmo allarmante. Arrivano come investitori o turisti per lunghi periodi, in cerca di rifugio dalle secche estati del Golfo - secondo quanto affermano - ma finiscono per acquistare immobili e investire in aziende che hanno per unico scopo fare da copertura per ulteriori acquisti di terreni e immobili.

Finora gli investimenti esteri in BiH, in particolare dal Medio Oriente e dalla Turchia, si sono concentrati nel settore immobiliare nell’area della capitale Sarajevo, dove un numero significativo di edifici (tra i quali l’Hotel Bristol), sono stati ristrutturati con fondi di investitori arabi. Il Sarajevo City Mall – che include un albergo a cinque stelle, un centro commerciale e spazi per uffici - è stato costruito dalla compagnia saudita Al Shiddi Trading Establishment.

I sindaci di tre diverse municipalità di Sarajevo - Trnovo, Hadžići e Ilidža - del Partito bosniaco di Azione Democratica (SDA), si definiscono entusiasti del potenziale derivante dagli investimenti esteri.

“Il nostro introito dal progetto non sarà del 10%, ma del 30%... Ci aspettiamo che la municipalità di Trnovo incassi dai 500 ai 600 milioni nel giro di 10 anni; per non parlare del potenziale di creazione di posti di lavoro”, ha commentato ad esempio il sindaco Ibro Barilo in merito al progetto della costruzione del complesso turistico Buroi Ozone a Trnovo, a 20 chilometri da Sarajevo. La posa della prima pietra del complesso è stata salutata positivamente da numerosi personaggi pubblici in una cerimonia ufficiale tenutasi a settembre dello scorso anno.

La società Buroj, con sede negli UAE, starebbe investendo 2,3 miliardi di euro (secondo la stessa azienda il più grande investimento straniero mai realizzato in un’unica tranche nel sud-est Europa), per la costruzione di questo complesso. Quest’ultimo dovrebbe offrire migliaia di unità abitative, diversi alberghi e centri commerciali disseminati nella zona fra i monti Igman e Bjelasnica. Ad Hadžići, la compagnia kuwaitiana Gulf Real Estate ha inaugurato ad ottobre 2016, il Sarajevo Resort Osenik, resort di lusso del valore stimato di oltre 200 milioni di euro, che include piscine interne e all’aperto, campi sportivi, un lago artificiale e un hotel.

Il sindaco di Ilidža, Senaid Memić, è a sua volta un entusiasta rispetto agli investimenti dei filantropi arabi. Ha infatti premiato gli investitori con sconti per l’acquisto di infrastrutture, concordato l’affitto di terreni demaniali a tariffe minime, e preso parte alla vendita di un terreno che dovrebbe servire da base operativa per nuovi progetti di sviluppo di infrastrutture turistiche. Il villaggio di Pazarić, nei pressi di Sarajevo, è oggi una comunità di lusso. Prezzi altissimi sono stati pagati per le piccole case del villaggio che ricchi investitori di Dubai hanno trasformato in ville. Incaricati locali e intermediari ben pagati, rmediatori per gli acquisti, si assicurano che gli accordi vengano raggiunti in silenzio e con discrezione.

Di recente, la vendita di una porzione di terreno situata nelle vicinanze del monumento naturale “Vrelo Bosne”, nel comune Ilidža, ha provocato proteste pubbliche diffuse che si sono unite attorno allo slogan “Ne Damo Vrelo Bosne” (Non cediamo Vrelo Bosne). La vicenda riguarda in particolare tre particelle catastali, che rientrano in un’area protetta in quanto collocata in prossimità di una delle sorgenti del fiume Bosna. Ad inizio agosto, l’area è stata ceduta dalla municipalità alla Kuwait Investment Company ad un prezzo (38 euro al metro quadro secondo quanto riporta Al Jazeera Balkans) da molti ritenuto troppo basso.

Secondo l’Agenzia per la Promozione degli Investimenti Esteri, gli investitori stranieri godono dello stesso status, diritti e doveri delle società bosniache. Eppure dall’estero si ricorre spesso ad aziende e agenzie immobiliari registrate ma di fatto inesistenti. Secondo il Ministero della Sicurezza, i cittadini kuwaitiani finora possiedono oltre 200 società registrate nel Paese, ma tra queste molte risultano inattive, destando il sospetto che si tratti di coperture per acquisti immobiliari non del tutto lineari.

Il magazine bosniaco Start, mette in guardia circa l’andamento della presenza di risorse provenienti da investitori arabi nel mercato immobiliare. In particolare si richiama l’attenzione sulle difficoltà oggettive per ottenere informazioni precise sulla quantità esatta di acquisizioni effettuate da questi investitori immobiliari.

Commentando il fenomeno e l’attenzione crescente che negli ultimi mesi vi è stata dedicata dai media bosniaci, Esad Duraković, docente di letteratura e filologia araba, esprime preoccupazione: “Il processo in corso va inquadrato come una strategia deliberata i cui effetti finali si vedranno nel lungo periodo, e c’è il rischio che si vedano quando sarà troppo tardi… Non si tratta di investimenti produttivi, né di turismo, bensì della cessione a lungo termine, a beneficio di cittadini stranieri, delle risorse migliori di questo Paes… Il tornaconto a breve termine, derivante dai flussi di turismo, non può oscurare le conseguenze del lungo periodo: non si tratta solo di turisti che visitano il Paese per pochi giorni, ma di cittadini stranieri che stabiliscono una presenza permanente su terreni di loro proprietà in Bosnia Erzegovina.» 

 

 

Economia e Società: Europa: le reti in rete

Economia e Società: Europa: le reti in rete - ATLANTIS

 di Stefania Schipani

Sono tanti i punti di riferimento che ci sono venuti a mancare nel corso degli ultimi anni. L’Europa in primis. L’Europa, che ha rappresentato l’ala protettrice per un paese come il nostro con una politica interna spesso confusionaria, ha cominciato a traballare, anzi, peggio, ha cominciato ad essere descritta come una presenza ingombrante. Così, dopo anni di prosperità, di speranza, di pace e di sviluppo, è arrivata la crisi, la disoccupazione, l’insicurezza.  

Siamo tutti consapevoli di attraversare una fase difficile, ma anche una fase di cambiamento. Un fase che ci può portare molto oltre. Forze estremiste, populiste, energie negative che credevamo sopite si sono risvegliate. 

C’è una grande fascia della popolazione che in modo quasi scioccante ha subito un blocco. Con la crisi esplosa nel 2007 le certezze di vita di noi italiani, noi occidentali, hanno cominciato a vacillare, sempre più impetuosamente. 

Accusiamo le classi dirigenti, la politica, i pubblici decisori di non essere stati in grado tempestivamente di percepire il profondo malessere che si insinuava nella nostra società. E forse è anche vero. Non sono state in grado di rispondere alla mutata realtà sociale e alle nuove forze emergenti, di costruire nuovi equilibri. Si è creata una spaccatura sempre più ampia fra i cittadini, la gente che lavora, gli intellettuali, i professionisti, gli imprenditori, i giovani, i meno giovani e coloro che dovevano rappresentarli, tutelarne gli interessi, difenderli.

Abbiamo così trovato un nuovo grande nemico cui addossare tutte le colpe: l’Europa. Con senso critico, ma forse con troppa ingratitudine, abbiamo trasformato quello che è stato il mantello protettivo più importante delle nostre esistenze quotidiane negli ultimi decenni, l’Europa, nella causa di tutti i mali. 

Si è costruito un progressivo disfacimento del consenso verso l’Ue, in parte giustificato in parte fomentato. Ma il populismo non è e non può essere un’alternativa. Abbiamo dimenticato in un baleno ciò che davvero l’Europa rappresenta per noi e che può essere sintetizzato con sole quattro parole, più che sufficienti per andare avanti e cercare di rimediare agli errori che pur ci sono, trovando però delle soluzioni: libertà, pace, diritti, benessere. Questo ha significato a lungo l’Europa e questo deve tornare ad essere. 

Ma dove cercare l’Europa? Sicuramente più nelle persone che lavorano tutti i giorni che nella moneta, più nel progetto originale che nel Fiscal Compact, più nelle aspirazioni dei giovani europei che negli ingranaggi macchinosi delle burocrazie.

Esiste infatti un’ampia fetta della popolazione attiva e operosa che, nonostante le difficoltà, nonostante la crisi, nonostante la farraginosità di certi meccanismi, va avanti, è attiva, lavora, opera nel sociale, non si arrende, produce benessere e ricchezza, innova. Questa fascia è proprio quella che deve riuscire a ritrovare l’impulso più forte per imprimere una svolta, ridare energia, spingere verso la modernità, reagire al caos e ricostruire un kosmos, una nuova possibile armonia. È un enorme patrimonio di competenze, di professionalità, che esistono e operano nella società italiana e hanno bisogno di esprimersi attraverso nuove forme di collaborazione. È davvero una terra di mezzo, costretta tra due fuochi ad intraprendere e intraprendersi, tra una élite autoreferenziata e una fascia della popolazione colpita dall’impoverimento.

Ma forse questa classe sociale, per le troppe difficoltà ha smesso di pensare europeo. 

Che cosa può significare pensare europeo? Significa osservare dai nostri vicini cugini ed imitare quello che sanno fare meglio di noi, per diventare a nostra volta più bravi. Significa ricordarsi che l’Ue è il più grande mercato unificato del mondo, ma soprattutto significa porsi alcune domande. 

In attesa che qualcuno ci venga a salvare, siamo sicuri di aver fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità? C’è tanto che possiamo fare senza aspettare ma non possiamo riuscirci da soli. 

 

Ecco che qui nasce l’idea della Rete Europa: le Reti in Rete, una Rete costruita attraverso l’unione di realtà già esistenti ma che si ispiri a quanto di meglio l’Europa può significare in termini di best practices da prendere come riferimento e di opportunità finanziarie.

L’obiettivo è unico: aggregare realtà associative e soggetti preesistenti che operano già a vari livelli, imprenditoriale, culturale, sociale, internazionale e amplificare le capacità operative di ogni soggetto aderente attraverso un coordinamento di riferimento radicalizzato sul territorio nazionale ed europeo. 

Questo tipo di struttura non sorge in modo casuale ma alla base ci sono dei presupposti sia fattuali sia ideali ben precisi. 

Dal punto di vista fattuale, l’input principale proviene dalla consapevolezza che esiste una esigenza fortemente diffusa su tutto il territorio nazionale e soprattutto nei territori più deboli e fragili strutturalmente come il Mezzogiorno, quella di avere moltissime competenze professionali diffuse a vari livelli, spesso costituite in forma associativa, ma che restano isolate e non sono in grado di sviluppare sinergie con altre professionalità, dunque di esprimere la propria attività con maggiore efficacia. Questo “isolamento” delle realtà associative si traduce in una minore efficacia ed efficienza nel perseguimento dei loro obiettivi.

Tuttavia unendo sotto specifici obiettivi comuni queste realtà è possibile costruire una struttura a maglie, costituita da tutti gli organismi partecipanti che conservano la propria autonomia senza una organizzazione gerarchica e utilizzano il forum di coordinamento della Rete attraverso referenti tematici e territoriali che si aggregano in funzione dei progetti da realizzare. 

 

Europa: le Reti in Rete è come una ragnatela i cui punti di riferimento operativi sono rappresentati da tutti gli aderenti che preesistono alla Rete, ma che viene rafforzata attraverso la rete stessa con un meccanismo di moltiplicatore spontaneo.

 

Ci si può chiedere perché l’Europa? 

Questo è il punto cruciale del funzionamento della Rete. Nessun progetto, nessuna iniziativa può svilupparsi senza una chiave di lettura, senza una interpretazione filosofico politica che la ispiri. 

E  la chiave di lettura deve avere respiro sovranazionale: l’Europa. 

Cosa può significare per una rete di associazioni prendere come riferimento l’Europa? Sicuramente significa fare riferimento alle best practices europee in tutti i settori di attività. In molti campi forse possiamo insegnare noi italiani, ma in molti altri ci possiamo sicuramente avvalere degli esempi e delle buon pratiche in uso in altri paesi europei. 

Inoltre essere europei significa anche avere accesso alla conoscenza delle opportunità offerte dall’appartenenza all’Ue. Molti soggetti non hanno accesso all’informazione delle opportunità di finanziamento offerte dall’Europa o non conoscono le modalità di partecipazione ai bandi europei, perdendo risorse finanziarie importantissime, oppure non hanno possibilità di individuare i partner adeguati alla realizzazione dei progetti. 

In questi ambiti le opportunità di collaborazione offerte dalla Rete sono moltissime. La Rete favorisce la realizzazione di progetti imprenditoriali e culturali, anche tramite l’utilizzo dei fondi europei, attraverso il coinvolgimento dei soggetti italiani e stranieri che aderiscono e che possono svolgere sinergia tra le loro attività, rappresenta un incubatore per le start up innovative che non riescono ad avere adeguato supporto ed esperienza per il proprio sviluppo, svolge attività di formazione e informazione presso sedi private ma anche istituzionali e di ambasciate, realizza pubblicazioni e sviluppa strumenti mediatici web e tv. 

Europa: le Reti in Rete rappresenta quindi un serbatoio di competenze e di eccellenze che provengono dalla società, associazioni, organizzazioni sociali e di categoria, reti della società civile, associazioni imprenditoriali, singoli cittadini e tutti i soggetti interessati.

Come funziona Europa: le Reti in Rete. Attraverso l’informazione sui canali social, la partecipazione ad incontri tematici in Italia e in Europa, il passa parola spontaneo, lo sviluppo di informazione dedicata, le relazioni personali.

Primi risultati avviati in meno di due mesi dalla presentazione della Rete alla Camera de Deputati ad oggi, cioè, nel tempo di un battito d’ali: la sperimentazione di un Osservatorio delle dinamiche sociali in provincia di Caserta, e presto replicabile in Calabria, che porterà alla realizzazione di progetti finanziati da fondi europei in grado di dare lavoro a persone in difficoltà; la creazione di un polo televisivo fra tv locali; l’organizzazione di corsi di alto livello per studenti universitari di discipline internazionali presso sedi delle ambasciate, la creazione di una società incubatore di start up innovative, la preparazione di una convention con la partecipazione delle  associazioni aderenti alla Rete per l’organizzazione di coordinamenti territoriali e tematici e lo sviluppo di nuovi progetti, nonché convegni e incontri tematici. In meno di due mesi e senza risorse finanziarie iniziali sono conquiste e soprattutto al conferma che l’idea funziona.

Europa: le Reti in Rete agisce oggi per guardare lontano, ma non vuole fare come Talete che per guardare le stelle cadde nel pozzo, al contrario ha una visione molto pragmatica della modernità, guarda avanti senza dimenticare il passato, per migliorarlo e andare ancora oltre.

Immaginiamo di essere in mare aperto, naufraghi senza punti di riferimento, speriamo che appaia una nave all’orizzonte che ci venga a salvare, ma non si vede nulla. L’unica speranza è darsi da fare, inventare qualcosa. Dobbiamo pescare, perché soltanto il pesce che saremo in grado di catturare può garantire la nostra sopravvivenza. 

Immaginiamo ora di avere a disposizione soltanto un sottile e lungo filo di corda. Ci disperiamo, perché con un filo il pesce scivolerà via e non lo tratterremo. 

Guardando la pelle argentea del nostro nutrimento potenziale che sguizza nell’acqua e fugge via abbiamo paura di non farcela. Allora ci viene in mente un’idea. E tagliamo il filo in due. Ora abbiamo due fili. Ma ancora non ci bastano. Perché anche con due fili non potremo catturare il pesce. Tagliamo il filo altre due volte e cominciamo ad incrociare i quattro fili. Abbiamo la prima rete e la buttiamo in mare. Ma la maglia della rete è ancora troppo larga e il pesciolino ci nuota in mezzo scappando via. 

Tagliamo allora di nuovo il filo, finché i fili diventano tanti e cominciamo ad incrociarli. La trama della rete diventa più fitta e siamo pronti. Buttiamo la rete in mare e la preda diventa nostra, non scappa più. La nostra sopravvivenza è garantita. 

Un filo non poteva nulla. Tanti fili raggiungono l’obiettivo. Nessun filo è più importante degli altri. Non esiste tra i fili un ordine gerarchico, ma sono interconnessi tra di loro e utilizzati con lo stesso intento. 

 

 

Migrazioni: Verso una società ospitale: i paradossi

Migrazioni: Verso una società ospitale: i paradossi - ATLANTIS

 

di Romano Toppan

 La comunicazione paradossale prepara la strada alla schizofrenia.

Nei due capitoli precedenti ci siamo concentrate sui “miti” che riguardano la percezione dei flussi migratori e ho cercato di smantellare il loro impatto negativo sulle politiche di integrazione degli immigrati.

Ora cercherò di definire che cosa accade o che cosa potrebbe accadere nelle nostre società dal punto di vista dei cosiddetti “paradossi” e degli effetti di possibili situazioni paradossali che non potremmo o dovremmo trovare in Europa, se i flussi di immigrati saranno così elevati che l’equilibrio tra popolazione residente e immigrati potrebbe essere alterato in modo significativo e creare forme di comportamento aggressivo, come sta già accadendo con i  foreign fighters, che preferiscono essere membri di movimenti “contro” la società Europea e la democrazia, pur godendo di tutti i diritti di uno stato democratico (welfare, lavoro, infrastrutture, scuole, divertimento, assistenza e così via).

Nelle politiche per l’immigrazione vi sono molti “paradossi” che dobbiamo considerare attentamente e risolvere positivamente, se non vogliamo introdurre gigantesche forme di schizofrenia nella politica Europea e perdere il nostro approccio democratico.

Gli psicologi e gli antropologi conoscono molto bene le conseguenze devastanti di tutte le comunicazioni e/o relazioni tra gli esseri umani.

La Scuola di Palo Alto, in California, ha studiato la teoria del “doppio legame”: un dilemma emozionalmente scioccante e stressante nella comunicazione, nel quale un individuo (o un gruppo) riceve due o più messaggi in conflitto tra loro, e un messaggio nega l’altro e mette il soggetto (o i soggetti in condizioni di tremendo stress. Alcuni psichiatri danno come esempio le comunicazioni dei Nazisti nei lager.

Essi adottavano intenzionalmente forme di comunicazione paradossale, ossia comunicavano ai prigionieri dei lager due ordini in conflitto tra loro: con uno li obbligavano, per qualsiasi richiesta, di usare carta, penna e inchiostro, con un altro proibivano, con pene severe, di usare carta, penna e inchiostro.

Il meccanismo del doppio legame avviene dunque quando la persona non riesce a far fronte al dilemma intrinseco e pertanto non può né risolverlo né ritrarsi dalla situazione. 

 

La teoria del doppio legame applicata alle politiche per gli immigrati

Con i flussi di immigrati aumenta la loro domanda di protezione e di integrazione, specialmente nel caso dei gruppi di immigrati che provengono da società o culture o religioni prive della esperienza democratica.

Poiché la democrazia è la base e il perno della civiltà Europea, le situazioni paradossali sono generate dalle forme di comunicazione e dalle aspettative di popoli non democratici che chiedono di essere ospitati e integrati nelle società dell’Europa.

In altre parole, i paradossi sono già operanti nelle nostre città, territori e persino nei paesini dove le nostre comunità accolgono, accettano e ospitano le crescenti ondate di immigrati. Fino a quanto questo fenomeno era piuttosto limitato, con un basso numero di immigrati, l’ospitalità e l’integrazione erano fattibili, nonostante i problemi e le difficoltà che si incontravano.

Tuttavia, negli ultimi anni, il numero delle ondate di immigrati è già così alto, che sembra impossibile trovare rapidamente una via di uscita.

Inoltre, gli immigrati che stanno arrivando sempre più, sia come rifugiati che come migranti economici, chiedono di essere ospitati, protetti e trattati secondo i principi democratici che sono in vigore e sono applicati nei nostri stati o nelle nostre società.

Ma in questa richiesta noi troviamo qualcosa di simile al paradosso del doppio legame: essi chiedono di essere accolti e trattati allo stesso modo con il quale siamo trattati noi nei nostri paesi e democrazie e allo stesso tempo essi esigono normalmente di conservare le loro tradizioni, costumi e leggi (per esempio nella relazione uomo-donna, nelle strategie di matrimonio, nei comportamenti religiosi, anche se questi modi o stili di vita sono in aperto contrasto con i principi della democrazia).

Dovremmo considerare che la democrazia è alquanto nuova anche nei nostri paesi e non ancora definitiva, ma sempre precaria, con molti movimenti mossi da nostalgie profondamente antidemocratiche a un feeling spiccato con approcci autoritari sia religiosi che politici.

Il paradosso consiste in questo: essi esigono tutti i vantaggi del rispetto democratico dei diritti umani, senza modificare i loro stili di vita. Questo paradosso non si riferisce solamente ai flussi migratori, ma anche ai vecchi immigrati, che vivono nei nostri paesi e nelle nostre società da molte decine di anni, come la Francia con gli Algerini, i Marocchini, i Tunisini, i Vietnamiti ecc., il Regno Unito con i Pachistani, gli Indiani, gli Africani etc., la Germania con i Turchi e molte altre minoranze di immigrati.

E allora, le nostre società Europee corrono il rischio di essere paralizzate da due scelte in conflitto tra loro: accoglierli secondo gli statuti e le regole dei diritti umani, come dovuto, oppure rifiutare i loro comportamenti non conformi a stili di vita democraticamente equivalenti e reciproci.

La situazione paradossale non si riferisce alle “differenti culture e identità”, entro una visione cosmopolita, perché nel nostro continente e nei nostri paesi abbiamo minoranze culturali e religiose che noi consideriamo una ricchezza.

Il vero paradosso scaturisce quando queste differenze eccedono la fertilizzazione cross-cultural e diventano appunto uno scontro di civiltà o di religioni, fino alla negazione delle differenti civiltà e religioni, con una imposizione oppressiva o repressiva.

Il classico esempio che si dà di un double-bind negativo è quello di una madre che dice al suo bambino che lo (o la) ama, mentre allo stesso tempo si volta indietro con disgusto.

Noi rischiamo di avere un crescente sottosopra dei nostri statuti fondamentali, una diffusione di forme di ansietà e di nevrosi, fino a pesanti forme di inquietudine e schizofrenia.

 

Submission?

Lo scrittore Francese Michel Houellebecq ha scritto un romanzo nel quale tenta di fare delle previsioni di quanto potrebbe accadere in meno di dieci anni: immagina una situazione nella quale un partito di ispirazione islamica, sostenitore di valori tradizionali e patriarcali, va in testa alle votazioni del 2022 in Francia e riesce a formare un governo con il supporto del Partito Socialista Islamico di Sinistra. Il libro ha attirato un’enorme quantità di attenzione perché, per una macabra coincidenza, venne pubblicato nel giorno dell’attentato a Charlie Hebdo.

Secondo questo scenario (se plausibile), fra trenta o quarant’anni la condizione delle nostre società sarà messa invertita: la tipica situazione di one-up e on-down sarà a favore di un grande numero di immigrati provenienti dalla Cina, dai paesi islamici, dall’Africa e così via.

In altre parole, lo scenario presuppone più o meno quello che è accaduto dopo la caduta dell’Impero Romano. Solo per citare uno solo dei tanti flussi migratori avvenuti allora, in Italia i Longobardi migrarono e si impadronirono di quasi tutto il territorio. Tutti questi barbari erano senza alcuna competenza nell’economia e nella governance, sfruttarono tutte le risorse e le ricchezze esistenti, crearono una devastante decadenza di ogni settore produttivo, lasciarono che il territorio degradasse e si deteriorasse, non fecero alcuna manutenzione delle infrastrutture (strade, ponti, gestione dei fiumi e delle acque, acquedotti) non introdussero alcun know how e il livello di benessere durante il loro governo, in meno di duecento anni, fu ridotto a un sesto di quello che vigeva ai tempi dell’Impero Romano. 

Durante le invasioni barbariche, non funzionava niente e la violenza era l’unica legge in vigore. Lo stesso era accaduto con i Vandali, i Goti, gli Unni ecc. Essi non furono capaci di costruire qualcosa, ma solo di distruggere e saccheggiare.

Gli esperti di storia economica calcolarono che anche le altre popolazioni Europee riuscirono a ritornare allo stesso livello di qualità della vita e di ricchezza che esisteva al tempo di Costantino nel 4° secolo dopo Cristo, solo ottocento anni più tardi, nel 12° secolo, con la prima rinascita delle città e dei liberi comuni, che si resero finalmente in parte indipendenti dal dominio parassitario di nobili, vescovi e abati.

Una delle prime città libere fu il Comune (e più tardi Repubblica) di Venezia, chiamata La Serenissima: questa città fu creata da gruppi di rifugiati che provenivano dalle città romane dell’entroterra vicine alla laguna, dove furono protetti dagli invasori barbari, specialmente Unni e Longobardi, grazie al fatto che la loro incompetenza in quasi tutte le tecnologie non permetteva neppure di saper costruire navi o barche, non avendone le abilità. 

Venezia fu una delle rarissime comunità rimaste che vivevano ancora lo stile di vita e possedevano le competenze di Roma. In effetti, Venezia fu capace di creare una delle civiltà più brillanti d’Europa e fu a lungo l’unica forma di governo elettivo e di governo condiviso (il celebre “governo di molti” di Lisia, l’oratore politico più famoso, insieme a Demostene, dell’antica democrazia greca, contro il governo dei pochi). In effetti, tutti gli altri stati europei furono governati dall’assolutismo e dalla monocrazia, con una sola eccezione, Venezia, stimata per questo da uno dei padri della democrazia Americana, Thomas Jefferson.

La lotta di questi comuni o città libere mirava a stabilire le loro libertà, per assicurare protezione fisica dai nobili senza legge (molti dei quali erano discendenti di barbari occupanti) e da banditi: la libertà di gestire e regolare i loro affari, la sicurezza da tassazioni arbitrarie e dalle vessazioni di vescovi, abati o conti.  

Tutto questo implicò un lungo processo, ma le città libere raggiunsero finalmente una produzione di ricchezza, che era comparabile a quella dell’Impero Romano, specialmente nel Rinascimento.

Trovarono una via di uscita dal malessere. 

 

Dilemma: essere o non essere?

L’Europa è ora in un dilemma simile o nella situazione del “doppio legame”: sulla base del nostro livello di civiltà e di democrazia, noi consideriamo un dovere accogliere i flussi degli immigrati, specialmente quelli che provengono da territori nei quali la gente soffre terribili condizioni di guerra, carestia, povertà, perfino miseria, oppressioni dittatoriali ecc.

D’altro canto, siamo ben consci che una grande parte degli immigrati portano con sé anche il loro livello di civiltà, spesso senza una reale esperienza di democrazia, le loro religioni, le loro culture, il loro tipo di relazioni in famiglia o in coppia, rifiuto della nostra libertà sessuale e della parità delle donne.

Nondimeno, siamo certi che la loro attuale mentalità, i loro costumi, il loro stile di vita, perfino i comportamenti che noi, in Europa, percepiamo come negativi, siano poi assolutamente sconosciuti o estranei alle nostre società?

Con un po’ di umore nero, potremmo completare la frase che troviamo nelle tombe: essi sono quello che noi eravamo, non molto tempo fa.

Sperando di essere capaci in Europa, gradualmente, passo dopo passo, di aggiungere la frase: gli immigrati saranno quello che siamo (ovviamente al meglio dell’attuale livello di stile di vita e di democrazia).

Anche in Europa, vi sono differenti livelli o gradi di raggiungimento degli indicatori di democrazia. 

I paesi e le democrazie del Nord Europa sono molto più avanti di molti altri paesi: in democrazia, in trasparenza, nei diritti umani ecc. Al contrario, in alcune regioni Europee, nelle quali la corruzione, la manipolazione del consenso, la presenza di mafie e di criminalità organizzata, la situazione non è tanto diversa da quella di alcuni orribili casi di dittatoriale crudeltà in Africa o altrove.

Penso che un’accurata considerazione circa i “paradossi” o doppio-legame che stiamo affrontando con tutti questi flussi d’immigrati, potrebbe farci trovare un “punto di pareggio” tra una società dell’accoglienza e la cosiddetta “submission”. 

Non possiamo rinviare questo approccio.

Non ha importanza se questo sarà reale o no. Dobbiamo comunque riflettere sulla possibile percezione e sul possibile “sentimento” dei cittadini Europei residenti che stanno affrontando il fenomeno di questo incessante e crescente flusso di stranieri, secondo il celebre assioma di W.I. Thomas: “If men define situations as real, they are real in their consequences” (se la gente percepisce le cose come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze, nei loro effetti). 

E in effetti, vi sono in Europa molti segnali di questa percezione.

 

Primo paradosso: i flussi migratori tra sviluppo e declino

L’aspetto paradossale consiste nel fatto che più i flussi aumentano, più noi vediamo segni di declino demografico ed economico di parecchi paesi Europei.

Da una parte questi paesi hanno bisogno degli immigrati, dall’altra alcuni paesi stanno affrontando un declino economico con tutte le conseguenze del caso.

Molto eloquente è quanto ha scritto il grande sociologo Ralph Dahrendorf:

“E fuorviante pensare che una quota di immigrazione aspiri a coprire i posti di lavoro vuoti nell’ high-tech o in altri simili settori. Prendere una coppia di scienziati IT dall’India non è un valido motivo per un permesso permanente di residenza, perché (se non altro) questo tipo di immigrati è destinato a essere una piccola minoranza. I paesi ricchi ora hanno bisogno di immigrati per fare i lavori che Adais Turner, nel suo saggio  “Just Capital“  definisce  “high touch”. La gente nei paesi ricchi non ha voglia di sporcarsi le mani. Dalle cucine dei ristoranti alla cura degli anziani, dal raccogliere cotone al lavoro nei cantieri edili, i cittadini dei paesi ricchi vogliono godere di questi servizi senza dovervi provvedere essi stessi. Non è un comportamento dignitoso aspettarsi che gli immigrati facciano questi “lavori sporchi”, e tuttavia questi lavori rappresentano per un individuo che emigra una opportunità di salire la scala della speranza, e così contribuire al funzionamento delle economie e delle società avanzate”. 

Per esempio, i “Latinos” sono oggi negli USA il 20% della popolazione, ma hanno il 50% dei bambini e sostengono la maggior parte delle economie di certi settori, specialmente in agricoltura e nei servizi alla persona e alle famiglie.

Siamo in una tipica sindrome paradossale: vorremmo i benefici della loro presenza e allo stesso tempo impedire loro di raggiungere troppo peso demografico ed economico nella nostra società. In psicologia questo potrebbe implicare l’insorgere delle reazioni della cosiddetta “contro-dipendenza” e dell’ostilità. 

E un caso molto più problematico là dove un massiccio arrivo di nuovi immigrati non corrisponde ad una vitalità economica sufficiente che possa legittimare la loro presenza come necessaria.

Tuttavia, quando l’economia è fiacca possono verificarsi conflitti di competizione non solo  nel mercato del lavoro. Ma anche nella fruizione del welfare, dei servizi sanitari, dei sussidi, nella assegnazione delle case popolari e in altri servizi.  

Pertanto, il paradosso si ribalta e non è più elaborato (come nei casi citati) lungo un profilo di “necessità” degli immigrati, ma piuttosto lungo un profilo di surplus dell’offerta e aumento della spesa pubblica. 

Trovare un buon equilibrio tra questi “frattali” è tutto fuorché facile. Per fortuna vi sono alcuni stili di governo che sono stati e sono capaci di applicare forme interessanti e intelligenti di “sostenibilità”.

 

Secondo paradosso: I flussi migratori e la loro relazione con gli scambi commerciali della globalizzazione 

L’aspetto paradossale è il seguente: le migrazioni sono l’effetto degli scambi commerciali della globalizzazione che stiamo portando avanti nella relazione tra paesi sviluppati e sottosviluppati, specialmente dopo il fallimento del Development Round o del Doha round del WTO, tanto più con la crisi globale attuale.

Vi sono molti rapporti, forniti da economisti come Stiglitz, Amartya Sen, Dahrendorf e altri, che affermano chiaramente che la ragione principale di questo fenomeno sta nella relazione tra la crescita dei flussi e lo squilibrio degli scambi commerciali tra le diverse aree del mondo.

I paesi ricchi si lamentano dell’ormai incoercibile flusso di immigrati e allo stesso tempo continuano a portare Avanti politiche che sono la causa principale del fenomeno che rifiutano.

Joseph Stiglitz, Premio Nobel 2001, scriveva:

“I paesi del Nord distribuiscono sussidi alla loro produzione Agricola con un miliardo di dollari al giorno…Le Organizzazioni Internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale impongono ai paesi in via di sviluppo certi obblighi in termini di aggiustamenti strutturali, in pratica sui conti pubblici: per far fronte a questi obblighi o vincoli, i governi interessati spingono all’estremo l’esportazione dei loro prodotti di base, come cotone, caffè e cacao. Piuttosto che impegnarsi nella crescita e nella differenziazione delle loro economie locali. E’ necessario promuovere la consapevolezza del fatto che questi flussi migratori sono stati e sono provocati prevalentemente da noi, I benestanti del Nord”.

In un’altra intervista, Joseph Stiglitz ha aggiunto alcune annotazioni molto caustiche:

“La speranza di un efficace progresso nel commercio mondiale – creando opportunità di crescita per i paesi in via di sviluppo e riduzione della povertà – sembra ormai andata in frantumi. Anche se sembra che in qualche modo tutti spargano lacrime di coccodrillo, dobbiamo valutare con molta attenzione la dimensione di questo fallimento… Le Nazioni Unite e l’Europa rimosso da lungo tempo gli impegni presi nel 2001 a Doha, proprio per rimediare agli squilibri dell’ultimo round sui negoziati commerciali“.

E Stiglitz conclude: “Il più grande esempio scandaloso è probabilmente la tassazione Americana di 0,54 dollari al gallone sull’importazione di etanolo, mentre non c’è alcuna tassazione per il petrolio grezzo a solo 0,5 dollari per gallone per la benzina. Questo è in netto contrasto con la sovvenzione di 0,51 dollari per gallone che le industrie Americane ricevono per l’etanolo (la maggior parte di questa sovvenzione va ad una singola impresa). Perciò, i produttori di altri paesi non possono in alcun modo essere competitivi in paragone con i produttori Americani”.

Inoltre, Stiglitz attira l’attenzione sul fatto che i produttori Americani di etanolo lo ottengono dal mais, mentre i produttori Brasiliani lo producono dallo zucchero, e questo ha un impatto molto più basso sul mercato alimentare.

Il Sistema Americano è una fonte di corruzione, perché I produttori Americani di etanolo pagano i politici per ottenere questi benefici, quando invece sarebbe molto più profittevole comprare l’etanolo dal Brasile: ovviamente, gli Stati Uniti preferiscono comprare petrolio a caro prezzo dal Medio Oriente piuttosto che comprare etanolo dai paesi Latino Americani.

Questa politica fu portata Avanti soprattutto della Amministrazione Bush Jr., senza menzionare gli effetti di tale politica delle guerre aggressive in Iraq a il sostegno offerto ai governi indecenti e indegni di quasi tutti i paesi in via di sviluppo.

Un ministro di un paese in via di sviluppo fece questa battuta: “I nostri contadini possono sicuramente competere con i contadini Americani, ma non con il loro Ministero del Tesoro”.

Se vogliamo fermare i flussi migratori, dobbiamo cambiare in modo radicale il nostro approccio a queste relazioni squilibrate nel commercio.

Secondo gli studi sul rapporto tra il guadagno degli immigrati nei loro paesi in paragone con il guadagno nei paesi di destinazione (con il criterio del Purchasing Parity Power ossia a parità di potere di acquisto), i flussi migratori si fermano quando il rapporto arriva almeno al livello di uno a cinque (o al massimo di uno a quattro). 

In altre parole: sarebbe sufficiente che un immigrato guadagni nel suo paese di origine un quinto (o al massimo un quarto) di quello che prenderebbe nei paesi dove emigra, per fermare quasi d’incanto i flussi. 

 

 

Integrazione: missione impossibile

Integrazione: missione impossibile - ATLANTIS

“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”

 (Tito Livio, Storie, XXI, 7, 1)

di Luigi Fadalti

L’Occidente è sotto assedio. La nostra storia e la nostra cultura sono minacciate da forze esterne in parte divenute anche interne.

L’affermazione è semplice, ma non semplicistica. La pressione migratoria non è più (e forse non è mai stata) sostenibile. La compassione umana, pertanto, deve essere necessariamente temperata da un inevitabile realismo.

Si impongono decisioni, anche dolorose, non eludibili, per evitare uno “scontro di civiltà”, che rischierebbe di travolgerci.

Vanno operate scelte di campo nitide distinguendo gli amici dai nemici e individuando anche i falsi amici. Il primo inevitabile confronto è con l’Islam, un vicino numeroso e invadente, con il quale la tensione, più o meno latente, è secolare.

Finita l’era del colonialismo (un epilogo probabilmente privo di alternative, ma che porta ad interrogarsi se sia stato un bene, poiché ha liberato forze selvagge, creando regimi dispotici e corrotti) le tensioni si sono fatte sempre più accentuate, sino a sfociare in un terrorismo globalizzato.

La dinamica in atto è evidente. Il problema è come si comporterà l’Europa, che è ormai in fase di collasso dopo più di mille anni di esistenza, di fronte alla guerra che le è stata dichiarata in nome di valori diversi dai suoi. Non si tratta di islamofobia, a meno che non si porti la questione sul piano etimologico: il terrorismo punta a fare paura di perdere la vita in un attentato, sui treni metropolitani oppure su un aereo, per strada oppure in una manifestazione, passando davanti a una sinagoga oppure trovandosi per caso sul luogo di un attacco. Questo è il terrore che ci viene esplicitamente promesso, e che viene poi messo in atto nella realtà.

Taluno sostiene che gli attentati e le persecuzioni delle Chiese cristiane d’oriente l’intifada dei coltelli, Daesh e le varie milizie islamiche sarebbero una aberrazione dell’Islam: ricorrente è l’affermazione che l’Islam è una religione di pace.

È questo un assunto corretto?

La risposta a tale domanda è nel Corano, negli “hadit” del Profeta, nella “Sirah” e in altre biografie di Maometto:

Sui miscredenti: “Invece Allah voleva che si dimostrano la verità (delle Sue parole) e (volevano) sbaragliare  i miscredenti fino all’ultimo” (Corano, VIII, 7); “Colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi!” (Corano, VIII, 12); “Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi” (Corano, VIII, 17); “Combatteteli finché non ci sia più politeismo e la religione sia tutta per Allah” (Corano, VIII, 39). Sull’antisemitismo: “(Gli ebrei) gareggiano nel seminare disordine sulla terra” (Corano V, 64); “(Gli ebrei) rimasero un popolo di perversi” (Corano, VII, 133); “Tutti gli ebrei che vi capitano tra le mani, uccideteli” (Sirah, II, 58-60); “Li annienta Allah” (Corano, IX, 30)…Sui politeisti: “Uccidete i politeisti, ovunque li incontriate” (Sirah, XVII, 58). Sulla giustificazione della gogna: “Sì, porremo ai loro colli gioghi che saliranno fino al mento: saranno irrigiditi. E metteremo una barriera davanti a loro e una barriera dietro di loro, poi li avvilupperemo affinché non vedano niente” (Corano, XXXVI, 8-9). Sull’annegamento:  “Annegammo gli altri” (Corano, XXXVI, 82). Sulla mutilazione: “Lo marchieremo sul grugno”, come a dire: gli taglieremo il naso (Corano, LXVIII, 15). Sullo sgozzamento: “E quindi gli avremmo reciso l’aorta” (Corano, LXIX, 46). Sulla crocifissione: “che siano uccisi o crocifissi” (Corano, V, 33); “Provate allora il Mio castigo” (Corano, LIV, 37), ripetuto più volte. Sulla misoginia: “(Le donne) hanno diritti equivalenti ai loro doveri, in base alle buone consuetudini, ma gli uomini hanno maggiore responsabilità. Allah è potente, è saggio” (sic!) (Corano, II, 228); “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre” (Corano, IV, 34); “Quando si annuncia ad uno di loro la nascita di una figlia, il suo volto si adombra e soffoca (in sé la sua ira). Sfugge alla gente, per via della disgrazia che gli è stata annunciata: deve tenerla nonostante la vergogna o seppellirla nella polvere?” (Corano, XVI, 58 – 59); “Quest’essere allevato tra i fronzoli, illogico nella discussione?” (Corano, XLIII, 18); “Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele” (Corano, IV, 34); “E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ad essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri…” (Corano, XXIV, 31). Sul ripudio, un’intera sura, la LXV. Sulla poligamia, si veda la sura IV nella sua totalità, Le donne: “Ecco quello che Allah vi ordina a proposito dei vostri figli: al maschio la parte di due femmine” (Corano, IV, 11)…Sui matrimoni combinati,  è la famiglia che decide per la donna (Corano, IV, 25). Sull’omofobia: l’omosessuale è la figura del “trasgressore” (Corano, VII, 81).

Altre sure sono chiaramente misogine e fallocratiche. Una semplice scorsa del testo dovrebbe essere sufficiente a impedire che un o una femminista possa aderire all’Islam: superiorità degli uomini sulle donne per decisione di Dio (Corano, II, 228, IV, 34), semplicità dell’atto del ripudio (Corano, LXV), maledizione della nascita di una bambini in una famiglia (Corano, XVI, 58), legittimazione della poligamia per gli uomini (Corano, IV, 3), matrimoni combinati (Corano, IV, 25), legittimazione del velo (Corano, XXXIV, 31), giustificazione della violenza domestica su semplici presunzioni d’infedeltà (Corano, IV, 34).

L’Islam è una religione totalizzante e in forte espansione.

Nel Corano non vi è una sura che dissoci il registro spirituale da quello temporale. Contemporaneamente al suo essere una spiritualità intima e personale, una religione privata, l’Islam possiede anche un aspetto politico e, in quanto religione di Stato, è intrinsecamente teocratica. La democrazia non fa parte dell’ideale islamico.

Non ci si può sbagliare se si fa riferimento a ciò che dice il Corano. E il Corano non separa mai l’Islam dalla politica, la religione dallo Stato. In ogni caso, secondo logica, la legge coranica che si impone quando si vuole vivere integralmente in base al Corano è la sharia.

In conclusione: la parentela tra Islam e Cristianesimo (più esattamente, con l’Occidente, nelle sue diverse componenti storiche) è impossibile.

Può esistere solo un rapporto di coesistenza, che presuppone, però, da parte nostra, la fissazione di chiari confini culturali e una adeguata preparazione ad affrontare il conflitto.

“Ergo qui desiderat pacem, praeparet bellum” (Vegezio, Epitoma rei militaris, libro III): le armi devono essere conoscenza del nostro passato e consapevole dignità del nostro presente, senza cedere alla “cultura del piagnisteo” (Robert Hughes).

Diritti Umani

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di Serenella Antoniazzi

Gossip popolare

Quante volte ci è capitato di sfogliare un giornale di gossip dalla parrucchiera, dal dentista, nella sala di attesa del medico e leggere con morboso interesse le vicende amorose e turbolente dei vip e non provare niente più che curiosità accompagnata da invidia per non avere la stessa libertà ? Tante, eppure quando succede ad un nostro famigliare, ad un amico o a noi stessi, chi ci sta vicino deve assolutamente trovare, all’interno di una decisione altrui sofferta e dolorosa, il perverso e il torbido di un vissuto di coppia che arriva semplicemente al capolinea. Quando due persone legate dal matrimonio religioso o civile decidono di separarsi, significa che uno per l’altro non sono più sostegno, condivisione, complicità, amore, ma peso, sofferenza, intolleranza che rende la propria vita e quella verso i figli una farsa. Se piccoli, il gioco va avanti per anni nella speranza che crescano con l’illusione di pace e armonia. Se grandi, si decide più velocemente anche se il dolore è forte in egual misura. 

Nessuno vorrebbe veder sgretolare la propria famiglia. Ogni figlio desidera ardentemente che la famiglia resti unita e le figure di papà e mamma presenti e insieme sempre. Non si estrapola la parte di uomo e donna dalla figura genitoriale ed in maniera egoistica non si concede loro una seconda possibilità per essere felici se questo dissesta la propria di vita. Per i figli si resiste, per loro ad un certo punto però si sceglie cercando di fargli comprendere che l’amore non è mai scontato e non è mai abitudine. L’amore è una piantina che va innaffiata con il rispetto, la crescita individuale e di coppia, l’accettare critiche e consigli su cui riflettere, non da eseguire tacitamente. Non basta l’acqua per restare in vita, serve anche il sole. Se non vi è il vincolo legale del matrimonio, sembra quasi che la separazione sia meno pesante perché non vincolata. Anche l’amore per avere peso e valore deve essere sottoscritto e avallato da un contratto? Solo se “il contratto di amore” è scritto e avvallato possiamo assistere la persona che amiamo nella malattia. Solo se, chi ci circonda accetta la separazione senza umiliare, emarginare e ricattare ci è concesso di viverlo serenamente. Solo se restiamo nell’ombra come clandestini fino a quando nessuno si ricorderà dello scandalo, potremo farci vedere in pubblico senza essere additati. 

Fino a quando l’ignoranza, l’invidia e la chiusura mentale della società media non le impedirà di capire che è inutile pensare ad un mondo diverso fatto di rispetto verso le persone, le religioni, i popoli, questo atteggiamento di intolleranza non cambierà, non cresceremo mai come società e tutto questo sarà solo un proclama fatto di belle parole che si spengono quando si tratta del proprio clan. 

Negli ultimi decenni le relazioni sentimentali sono mutate: vi sono coppie eterosessuali che vivono separati in casa perché a causa della crisi non è sostenibile non solo la separazione, ma la sopravvivenza legata a cibo, bollette, mantenimento dei figli, mutuo o affitto. Coppie che cercano di alimentare il proprio rapporto con incontri programmati con altre coppie e dove si “gioca” di comune accordo. Ci sono coppie dello stesso sesso che si amano apertamente e cercano di trasmettere ai figli la purezza di un rapporto fra persone senza limiti ne false diversità. Famiglie che con il tempo si cercano perché in comune vengono ad avere una delle due figure genitoriali e con grande sforzo, ma con estremo bisogno di integrazione si concedono una chance. Si è passati dalla famiglia patriarcale dove l’ultima parola era del padre spesso padrone, ad una famiglia più aperta con rapporto uomo donna alla pari. Il lavoro dell’uno e dell’altra completa e sostiene la “società famiglia” ed insieme si provvede ai fabbisogni affettivi ed economici di questa. 

Capita sempre più frequentemente che grazie o a causa del lavoro, si possano avere possibilità diverse che ci cambiano dentro, che ci mettono alla prova e da qui la necessità di trovare spazio. Se abbiamo la fortuna di vivere con una persona che lo capisce e ci aiuta ad andare avanti mantenendoci legati a sé dal filo rosso della vita a due bene; se cerca di degradare e rendere tutto riduttivo perché non vuole, non riesce, non desidera starci accanto cambiando, è meglio per entrambi che le strade si dividano. In quel momento esce dall’anima il rancore e l’odio covato nel tempo e di cui non ci eravamo mai resi conto. Sentimenti che travolgono e spesso cancellano i momenti belli trascorsi insieme. Con il tempo tutto passa e si cerca di riservare un angolino di cuore per quel vissuto che tanto ci ha dato tanto e oggi ci fa soffrire. 

Queste righe così personali per dire che oggi mi spaventa l’odio che ho visto e sentito anche dentro me. Quanto ci cambiano gli atteggiamenti irrispettosi di chi ci sta vicino. Come ci si difende dalle tante cattiverie. E’ giusto subire in silenzio o è doveroso difendersi? Se ho deciso di scegliere io per la mia vita, dimostrando a mio figlio che si può cambiare perché il “per sempre” sia uno stile di vita legato ai valori dell’amore e non un obbligo, devo avere anche il coraggio di far scivolare via la cattiveria altrui e tenere stretta quella parte di buono che mi rende una persona migliore. Dovremmo partire da qui, un esame di coscienza personale e sociale su cui ammettere i propri errori e tenerli ben a mente per non ripeterli più.

Comunicazione

Comunicazione - ATLANTIS

  di Riccardo Palemerini

La «buona politica» 

del cittadino «Antonio»

« Vota Antonio! Vota Antonio! » diceva il compianto Totò. 

Cari amici, questa volta parliamo apertamente di politica. Non ci occupiamo però di « partiti » ma di politica vera, quella che nasce (e troppo spesso muore) dalla società civile, cioè dai cittadini, cioè noi.

La parola « politica » deriva, etimologicamente, dal greco POLI-TIKÉ: che attiene alla POLIS, ovvero la città (sottinteso TECHNÉ, arte). Significato è quindi: Arte di governare la cosa pubblica. Dalla stessa radice (polis) derivano anche il sostantivo polítēs (cittadino) e l’aggettivo polītikós (politico).

Una breve digressione la dedico a questo ultimo, apparentemente insignificante, aspetto: politico, in origine, è un aggettivo, un attributo che definisce un cittadino che si impegna in una attività che attiene la cosa di tutti.

Ai giorni nostri la politica è sempre meno partecipativa, sempre meno generata dal cittadino mentre sempre più ricade su questo. La responsabilità, in un Paese democratico, non è di chi governa attraverso l’attività politica; non è nemmeno di chi si consocia in Partiti e Movimenti per organizzare orientamenti di opinione. Questi hanno certamente precise responsabilità nello svolgimento della loro attività di gestione della cosa pubblica, ma non determinano, in verità, un orientamento. Purtroppo, sempre più spesso, non lo interpretano nemmeno, lo cavalcano.

Il cittadino, scontento, disilluso e demotivato, ormai consapevole che le ideologie cadono sempre più spesso in virtù di una sempre meno sostenibile causa d’opinione, delega con disinteresse. Non si vuole qui mancare di rispetto a nessuno ma riflettere, in modo che credo lucido e consapevole, su fatti che coinvolgono non un singolo Paese, ma gran parte delle società civili di Paesi democratici.

La delega è il sintomo della democrazia anti democratica quando viene attribuita senza valutazione. Ne sono purtroppo la dimostrazione da un lato le percentuali elevate di astenuti, ovvero di coloro che non esercitano il diritto-dovere di esprimere un’indicazione, una scelta, quindi coloro che non fanno politica, non la orientano; dall’altro coloro che prontamente disconoscono i risultati elettorali.

Crescono le urla e le attività diffamatorie, ciò che è l’anti politica. Le persone, spesso non più educate alla politica in senso stretto (e perso il senso etimologico che la definisce), non rispettano i valori che emergono dalle elezioni. Nel piccolo quotidiano come nell’espressione di valutazioni sulle governance istituzionali si denigra, si attacca, si offende; questa forma di atteggiamento è, notoriamente, una mera espressione di insicurezza, di incapacità costruttiva (nella gestione di una società non esiste la logica della distruzione e/o dell’abbattimento, esiste quella della costruzione di un contesto migliore o comunque differente, anche quando in antitesi). Questa forma espressiva che ormai, con l’avvento dei social, è assolutamente pubblica e globale nel momento stesso in cui espressa, è la più chiara rappresentazione dell’anti politica. Faccio mia la cosa pubblica; non mi interessa cosa pensano gli altri, non mi interessa proporre, sottoporre a valutazione e difendere i miei propositi se mi trovo in minoranza. Distruggo, denigro, contrasto. Qui verrebbe a volte da ricordare alcuni vecchi e saggi modi di dire popolari: « la prima gallina che canta »… oppure: « chi non si fida »… Mera propaganda ove, che si tratti di una società civile, politica o industriale, ci si ritrova davanti ad un numero quasi indefinibile di leader maximi.

Chi poi sale un gradino, magari spinto da veri ideali e con il proposito di portare un proprio contributo, molto spesso dimentica. Dimentica il punto di partenza, dimentica le motivazioni e si veste di medaglie. Se poi si trova a dover difendere il posto conquistato, peggio ancora se perduto, l’atteggiamento diviene guerrafondaio. Assistiamo quotidianamente alla scomparsa delle ideologie ed all’emergere di « individualismologie » (l’autoreferenziale e l’autoappagante sono i propulsori delle azioni individuali, l’io sostituisce l’idea).

Siamo tutti profeti, tutti leader, tutti allenatori. Pochi più osservano cosa accade attorno nemmeno nei piccoli contesti locali, pochi supportano ed orientano chi pratica il governo della cosa pubblica. Si critica a prescindere, chiamandosi però fuori persino dalle scelte esercitate all’interno delle urne, come se nessuno avesse partecipato, con il proprio voto, alla determinazione di una maggioranza.

Intanto la crisi avanza (colpa della Politica)… Anche qui crescono i mestieri da imprenditori di se stessi, imprenditori improvvisati aprono aziende più sulla base di prestigio (« non vorrai mica fare l’operaio? ») che di concrete idee e capacità. In questo modo i mulini saranno anche meravigliosi, moderni e tecnologici ma non arriva più acqua al mulino. Nessuno fa il portatore d’acqua perché pare non sia considerato dignitoso.

Colletti e collettività, due sostantivi assonanti ma molto differenti e, ai giorni nostri, direi addirittura divergenti. Il primo deriva da collo, la parte del corpo che « adorna »: contraddistingue i mestieri cosiddetti di concetto, non tipicamente manuali (si noti bene: comunque faticosi e complessi, che se presi seriamente non hanno orario perché alla mente non si stacca la spina). La seconda deriva invece dal latino COLLECTIVUS e questo da COLLECTUS, participio passato di COLLIGERE che significa raccogliere. Propriamente significa « che raccoglie più elementi cogeneri »; per uso comune, si intende fatto da più persone raccolte assieme attorno ad un fine comune.

Lavoriamo quindi per una POLITICA PER LA COLLETTIVITÀ. Meno colletti e più collettività, per smettere di prendersi per il… collo. 

 

 

 

 

Arte nel Mondo: In principio era Ebreo

Arte nel Mondo: In principio era Ebreo - ATLANTIS

 

di Stefania Bozzo 

 Gesù nell’arte ebraico israeliana in mostra a Gerusalemme.

 In principio era ebreo, l’ebreo era presso Israele e l’ebreo era (ed è) Israele. La forza di una tribù stabile, un’entità accerchiata da ostilità che nella sua profonda democrazia detta la genesi dell’integrazione e della convivenza pacifica. Un costante rapporto di apertura nei confronti del diverso, uno stato sempre in fieri, sempre aperto a sviluppi di aggregazione nel rigore dei diritti. L’“Agorà del Medioriente”, delimitato dai portici di un reticolato che non limita lo scambio. L’assimilazione. Anche iconografica. L’incursione di Gesù Cristo nell’arte ebraico israeliana è un esempio di integrazione artistico concettuale che sfida l’intromissione, sorpassandola. Un simbolismo che non necessita di colmare vuoti ma rinvigorisce la fluidità di una forte identità disposta anche ad inglobare l’”altro”. In principio era ebreo. E la cristianità accarezza il paesaggio d’Israele. Mentre l’arte ebraico israeliana sente il tocco di Gesù, che diventa fonte risorgimentale, simbolo di un martirio che avvicina, sublimazione. Le frontiere vengono abbattute e la forza creativa dell’arte riesce ad essere al tempo stesso partecipe (nel simbolismo del Cristo) e distaccata (nella non riconoscenza della sua divinità). Gesù, ebraismo e arte formano un triangolo che crea cultura, spunti di riflessione e dialogo. “Ecco l’uomo. Gesù nell’arte ebraica e israeliana”, mostra curata da Amitai Mendelsohn esposta all’Israel Museum di Gerusalemme fino a Pasqua di quest’anno, ha perimetrato questo triangolo attraverso 100 opere di 40 diversi artisti;  dal 1870 fino ad oggi. Pitture, sculture, fotografie e video dell’arte ebraica israeliana in cui compaiono temi cristiani.  Gesù è rappresentato o come ebreo che soffre, simbolo della sofferenza del popolo ebraico; o come Gesù bambino, simbolo di rinascita accostato alla creazione dello Stato d’Israele; o come simbolo degli oppressi. “Per me Cristo ha sempre simboleggiato il vero tipo di martirio ebraico” sono le parole di Chagall che riassumano l’angolazione concettuale predominante. E Chagall, con il peso delle discriminazioni subite a causa delle sue origini ebraico russe, è stato uno dei protagonisti del percorso espositivo. Nella sua “Crocifissione in giallo” Gesù, rappresentato con acconto il rotolo della Torah, diventa simbolo della sofferenza degli ebrei che lasciano le loro città in fiamme. Nella “Madonna dei Vagabondi” di Reuven Rubin (primo artista sionista ad arrivare in Israele nel 1923) è rappresentata Maria con Gesù Bambino seduta sulla Terra degli Ebrei; un chiaro richiamo alla rinascita del popolo ebraico in un’ottica di legittimazione statale.  Di Motti Mizrachi, artista israeliano con disabilità fisica, è stata proposta la documentazione di una delle sue più famose performance. Affrontando la Via Dolorosa della passione di Cristo, la croce trasportata è il suo stesso volto; un’identificazione con la sua sofferenza. Esempi di un mondo giudeo-israeliano in cui la rappresentazione della figura del Cristo acquista il senso di un dialogo nel dolore. Un codice comune. Non tralasciando mai che in principio era ebreo. Egli era in principio presso Israele. 

 

Cultura e Impresa

Cultura e Impresa - ATLANTIS

 

Una scultura veneziana 

per New York in nome dell’acqua, dell’arte e della cultura

 

Una splendida serata di solidarietà, musica, arte e cultura al Vegapark di Venezia, lo scorso 10 giugno. Un foltissimo pubblico ha applaudito il concerto dell’orchestra Casanova Venice Ensemble, diretta dal maestro Costantino Carollo che si è esibita in occasione della posa presso il Parco Scientifico e Tecnologico di Marghera - Venezia, della scultura del maestro veneziano Giorgio Bertoli, dedicata a Venezia e New York. L’archiscultura - come è stata definita dall›ex rettore dello Iuav di Venezia, Marino Folin - è una struttura, alta 12 metri che rappresenta il campanile di San Marco e il grattacielo del Metropolitan Life Tower. In acciaio e vetro, la scultura, realizzata nel 1999 e collocata nel tempo in vari punti di Venezia (in particolare l’aeroporto Marco Polo) intende evocare il gemellaggio tra le due città caratterizzate dall’acqua, dall’arte e dalla cultura. L’orchestra ha dato un saggio della propria bravura. I fondi raccolti sono stati devoluti alla Città della Speranza, fondazione che ha per finalità la cura oncologica pediatrica. Patrocinio della Regione Veneto. Un ringraziamento particolare all’ing. Tommaso Santini ad del Vegapark veneziano e al suo staff per avere reso possibile l’evento e la collocazione della scultura che starà bene in vista al parco scientifico per almeno un anno, in una posizione dalla quale sarà osservata dai circa 14.000 automobilisti che percorrono quotidianamente viale Libertà (unica strada per il centro storico di Venezia) e da tutti i passeggeri dei treni che passano per la stazione di Marghera. Breve intervento del direttore responsabile della rivista di affari internazionali Atlantis Carlo Mazzanti che, avendo sede a Venezia e New York ricopre il ruolo di media-partner, ha spiegato che la destinazione finale dell’archiscultura sarà proprio la città della grande mela, essendo già state prese alcune intese con la New York University e il sindaco (di origine italiana) De Blasio. “All’iniziativa - ha sottolineato Mazzanti - prenderanno parte alcuni sponsor privati e soggetti legati alla cultura e all’arte, magari con un occhio rivolto alla solidarietà”. Nell’occasione, hanno esposto le loro opere le fotografe Milena Masini e Marina Carlini e il pittore Alessandro Piras, autore di un quadro raffigurante la scultura. Scultura ancora senza un nome: NYCVE? 

 

 

 

Turismo italiano all'estero: Viaggiare sicuri

Turismo italiano all'estero: Viaggiare sicuri - ATLANTIS

Consigli agli italiani in viaggio

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

 

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Casa di Cura Giovanni XXIII Monastier - Treviso centralino telefonico +39 0422 8961

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Asolo Art Film Festival

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Azienda Agricola Podere del Gaio via Lovadina 31025 S.Lucia di Piave (Tv) +39 0438 27445

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