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3/2017

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In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

 

Serenella Antoniazzi. È coautrice di “ROSSO - Io non voglio fallire”, pièce teatrale in atto unico che fa il suo debutto il 25 novembre 2016 (data non casuale) al teatro Russolo di Portogruaro.

 

Luca Baraldi. Storico delle religioni ed esperto di beni culturali, da oltre dieci anni lavora nel settore del patrimonio religioso e del dialogo interreligioso. Esperto di cooperazione internazionale per la cultura, è attualmente direttore scientifico della “Fundación Con-ciencia” di Ibagué (Colombia) e dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Maria di Monte Berico” di Vicenza.

 

Stefania Bozzo. Giornalista free lance specialista in conservazione dei beni culturali.

 

Simone De Pietri. Free lance in giornalismo di inchiesta internazionale.

 

Luigi Fadalti. Avvocato.

 

Sebastiano Giorgi. Giornalista.

 

Francesco Ippoliti. Generale (ausiliario), già Addetto Militare presso l’Ambasciata Italiana in Tehran, IRAN e Vice Comandante della Brigata RISTA.

 

Domenico Letizia. Scrittore e attivista per i diritti umani.

 

Giuseppe Lucafò. Tenente di Vascello. Uffico Pubblica Informazione Comunicazione Marina Militare Italiana.

 

Riccardo Palmerini. Coordinatore del Master in Tourismo in eredità religiose e di cultura presso ISSR “Santa Maria di Monte Berico” di Vicenza. Visiting professor design e innovazione al IAE Toulouse Capitole 1. Fondatore e presidente dell’Associazione Culturale “La stanza delle idee” (Arte e Cultura per i Popoli); Membro professionale dell’Associazione Italiana Marketing e di American Marketing Association. Membro del comitato scientifico per lo sviluppo di programmi tra cultura e tecnologia per il Piano Strategico Metropolitano di Bologna.

 

Enrico Pino. Generale.

 

Stefania Schipani. Ricercatrice Istat. Laureata in Scienze Politiche indirizzo Internazionale. Specializzata in Economia ambientale, collabora con l’Università di Tor Vergata. È presidente del Centro Studi “Rifareleuropa” e vicepresidente di “Filitalia International”.

 

Giulio Terzi di Sant’Agata. Ambasciatore ed ex Ministro degli Affari Esteri.

 

Romano Toppan. Laureato in Filosofia e Teologia in una Università Pontificia di Roma, laureato in Psicologia dell’Educazione all’Università di Padova e Master in Economia del Turismo all’Università Bocconi di Milano. È stato Docente di Gestione e Sviluppo delle Risorse Umane all’Università di Verona.

 

 

Appuntamenti nel Mondo

Appuntamenti nel Mondo - ATLANTIS

 

 

Corso sulle minacce informatiche per i professionisti dell’informazione

6-7 novembre 2017 

Campus UN di Torino

Le nuove tecnologie informatiche hanno generato enormi possibilità e nuovi servizi a livello mondiale, ma l’indubbia dipendenza della società moderna dalle infrastrutture digitali la espone a nuove e crescenti minacce.

 

Settimana Internazionale della Scienza e della Pace (A/RES/43/61)

9-15 Novembre

 

Giornata Internazionale per la Tolleranza (A/RES/51/95) 

16 Novembre

 

 Giornata dei Diritti Umani

(A/RES/423 (V)

10 Dicembre

 

 Giornata Internazionale dei Migranti 

(A/RES/55/93)

18 Dicembre

 

 

 

 

Il pensiero di Enrico Barone, militare ed economista dell’Ottocento Idee

Il pensiero di Enrico Barone, militare ed economista dell’Ottocento        Idee - ATLANTIS

 di Enrico Pino

Se facciamo un punto di situazione sull’interesse che rivestono, in Italia, gli studi connessi a problematiche di tipo militare, sia di tipo storico sia quelli che più in generale analizzano il mondo militare, ne esce un quadro abbastanza desolante. 

Dal punto di vista metodologico, questo tipo di studi li possiamo considerare articolati su tre livelli: il primo è quello che esamina lo scontro fra nazioni  nei suoi aspetti politico-diplomatici, senza necessità di particolari competenze militari; il secondo è più tecnico, l’histoire bataille, e generalmente viene lasciato ai militari; il terzo è lo studio delle istituzioni militari, dei loro rapporti con il Paese in pace ed in guerra e delle loro dinamiche interne, di cui generalmente si occupano sociologi e ricercatori di vario genere. 

Se i primi due hanno un loro “mercato”, l’ultimo invece è sempre più un argomento di “nicchia” per pochi addetti ai lavori, che produce studi anche di grande pregio, ma che riscuotono scarso interesse presso la stampa e l’opinione pubblica, non abituata a dibattere di questioni legate alla difesa, alla preparazione militare della nazione, all’economia di guerra. Sono argomenti, invece, sui quali una nazione che si posiziona fra le più importanti economicamente ed anche militarmente nel mondo, dovrebbe dibattere, proprio come accade nei Paesi anglosassoni, dove sui maggiori quotidiani nazionali si possono trovare articoli che esaminano la politica militare del Paese, oppure si dibatte sulla dottrina militare che cambia con il variare della minaccia, senza aver timore di essere politicamente “uncorrect”.

In Italia, invece, abbiamo autori che approfondiscono lo studio delle istituzioni militari, dei suoi uomini di “pensiero”, dei legami fra la realtà militare e la società civile, i quali rischiano di passare inosservati e così idee ed intuizioni che potrebbero essere utili alla nazione, non vengono portate all’attenzione del decisore politico, sempre più indirizzato a privilegiare orizzonti di breve respiro anziché politiche strategiche di ampio respiro.

Questo è il caso di un saggio prodotto da Catia Eliana Gentilucci, ricercatore di Storia del pensiero economico presso l’Università di Camerino, dal titolo “Difesa, sicurezza ed economia - Enrico Barone e la guerra tra razionalità e sentimento” (Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane 2017), che contiene un’approfondita rassegna degli scritti di Enrico Barone, un Ufficiale di Stato Maggiore che si è caratterizzato per essere stato valente storico militare, ma anche economista e sociologo. Una personalità veramente eclettica, uno degli studiosi militari più interessanti di fine Ottocento ed inizio Novecento il quale, in particolare, ha evidenziato nei suoi scritti la necessità di superare quella divisione fra mondo militare e società civile di cui abbiamo accennato, auspicando invece una stretta connessione fra mondo militare, cultura e società civile nelle loro varie componenti, sopratutto quella economica di cui egli fu un valido interprete.

Enrico Barone (1859-1924), congedatosi volontariamente dall’Esercito dopo aver raggiunto il grado di colonnello, nonostante sia stato un valido insegnante presso i principali Istituti di formazione militare ed uno dei più importanti studiosi italiani di temi militari, è conosciuto dalla letteratura nazionale e internazionale quasi esclusivamente come economista neoclassico; un militare sui generis, quindi, dotato di “due anime”, quella del militare per formazione e professione e quella  dell’economista per passione. 

Come militare è fonte di idee ed approfondimenti sui temi della guerra, di cui espone teorie all’avanguardia per il suo tempo, che si rifanno al pensiero di von Clausewitz che egli conosce senza che il Vom Kriege sia ancora tradotto in italiano (La versione in lingua italiana verrà pubblicata solo nel 1942). Quando Barone, infatti, nel 1887 diviene docente di Arte Militare presso la Scuola di Applicazione d’Arma di Torino, pubblica le sue “Lezioni di Arte Militare” che si ispirano proprio al Della Guerra del Clausewitz, di cui condivide i postulati, dando prova di essere stato fortemente influenzato dalla tradizione militare prussiana, sia nelle sue teorie militari sulla guerra sia, successivamente, in quelle economiche e sociali che lo appassioneranno.

Nelle sue analisi militari emerge l’idea di una Prussia che ha vinto le sue sfide militari non perchè in possesso di più avanzate tecnologie belliche e neppure per la maggior combattività dei suoi soldati, ma per la capacità intellettuale dello strumento militare di assecondare un chiaro mandato politico, in un sistema di comando basato sull’autonomia e sulla responsabilizzazione del corpo degli ufficiali, nonché sulla capacità di adattarsi rapidamente al mutare imprevedibile delle situazioni sul campo di battaglia.

Sono considerazioni che nel tempo hanno trovato scarsa attenzione da parte del mondo politico italiano, che non sempre ha considerato lo strumento militare come un “attrezzo” da usare responsabilmente nella politica estera. Questo ci può far comprendere come mai nell’ultimo secolo la nostra storia militare sia stata così travagliata sin dalla prima campagna militare, quella di Libia, della cui decisione ne venne informato il Capo di SM dell’Esercito solo un mese prima della data di avvio decisa dal governo. 

Giolitti, infatti, ritenne una pura formalità quella di attivare nel mese di agosto il generale Pollio affinché procedesse all’avvio della campagna entro settembre, in quanto sapeva che l’esercito aveva già studiato dei piani per operazioni oltremare, e questo la dice lunga sulla considerazione che la politica ha delle difficoltà che devono essere  affrontate in una campagna militare.

A ciò è seguito, qualche anno dopo, la totale esclusione di Cadorna da ogni decisione su modalità e tempi di intervento dell’Italia nella guerra europea. Egli, infatti, allo scoppio delle ostilità in Europa, si affrettò a presentare al re il piano per il concorso italiano alla guerra della triplice Alleanza, di cui il nostro Paese faceva parte, e che prevedeva l’invio  di alcune divisioni in rinforzo alle armate tedesche, ma qualche giorno dopo fu colto completamente di sorpresa dalla dichiarazione di neutralità. Nell’incontro con il Presidente del Consiglio da lui immediatamente chiesto, Cadorna intuì, senza però ricevere comunicazione formale, di doversi orientare a preparare la guerra contro l’Austria, il nemico di sempre, e questo episodio denota la totale mancanza di sintonia fra Governo ed autorità militari in un momento così delicato per il Paese. Mancanza di sintonia che perdurò nel tempo, con il governo che portava avanti segretamente i contatti con le parti in guerra lasciandone all’oscuro i vertici militari, quelli che la guerra avrebbero dovuto condurla. Condotta politica e condotta militare, quindi, anzichè due vasi comunicanti, quali avrebbero dovuto essere, si dimostrarono compartimenti stagni, come se fossero indipendenti l’uno dall’altro.

Anche nel secondo conflitto mondiale questo “scollamento” fra politica e strumento militare è stato deleterio sin dalla scelta del momento in cui entrare in guerra. Mussolini, infatti, dichiarò la guerra a Francia e Gran Bretagna il 10 giugno 1940 nonostante qualche mese prima, in aprile, il Generale Graziani gli avesse confermato ciò che già egli conosceva, cioè che la preparazione delle nostre Forze Armate era al 40%. Il politico, quindi,  decideva di prendere rischi in un campo, quello militare, in cui le valutazioni tecniche avrebbero dovuto avere preminenza, soprattutto nel caso di un così basso livello di preparazione.

Il pensiero di Barone sulla necessità di una migliore integrazione fra mondo politico e mondo militare ha trovato, quindi, puntuali riscontri negli avvenimenti militari nazionali del passato, con le conseguenze che bene conosciamo. 

Ancora oggi, però, la necessità di questa integrazione dovrebbe essere tenuta presente dalla politica che spesso invia missioni militari in aree di crisi senza che il mandato emesso dal Parlamento sia ben chiaro; questo perchè le forze politiche si dividono in funzione della convenienza elettorale e così il comandante sul terreno si trova in difficoltà nel momento delle decisioni più difficili, perchè non sente alle sue spalle il consenso unanime del parlamento e quindi della nazione.  

Certamente alcune colpe sono dovute anche ad inefficienze ed incapacità dei comandanti militari di adattarsi rapidamente al mutare delle situazioni, ma ciò che spesso è mancato in passato e manca ancora oggi sono quell'autonomia e quella responsabilizzazione richiamate dal Barone.  Un caso emblematico sono i famosi «caveat», che nel corso delle missioni pongono limitazioni alle regole d’ingaggio e costringono il comandante ad un «visto» politico preventivo in caso di azioni ritenute necessarie ma «rischiose», in una subalternanza favorevole al mondo politico ma controproducente per il miglior esito dell'azione militare. 

E' questo legame fra politica e mondo militare che viene, quindi, richiamato molto spesso nelle riflessioni di Barone, il quale è convinto che gli eventi storici, economici e militari debbano essere analizzati nell'ottica di comprenderne il legame, allo scopo di individuare i migliori processi decisionali della politica.

Queste idee di Barone sono assolutamente lungimiranti ed attuali, come quelle che egli esprime quando prende in considerazione la natura della guerra, per la quale propone il seguente sillogismo: 

1. La guerra è una cosa tremenda; 

2. la guerra è fatale, immanente; 

3. dunque bisogna apparecchiarsi con ogni cura per poterla e saperla fare bene

Tra gli studiosi del Novecento italiano il Barone è quello che anticipa una visione della guerra come immagine immanente dell'evoluzione della storia dei popoli ed in questa sua interpretazione la guerra diviene anche scuola morale, nella quale vengono esaltate le virtù dei popoli, cioè le facoltà dell'anima quali il coraggio, l'audacia e il sacrificio, mentre non vi è certezza che la pace sia foriera di equilibrio economico e di benessere sociale. Egli dice, però, che se si vuole la pace è necessario anche armarla con la deterrenza delle armi, sostenendola cioè con uno sforzo economico volto a definire un equipaggiamento militare che svolga azione di deterrenza e dissuasione. Una nazione, pertanto, non potrà intraprendere disarmata un percorso destinato ad assicurarle una pace perpetua e la preparazione alla guerra è una questione che non può essere demandata o risolta al momento in cui il conflitto sta deflagrando, ma deve coinvolgere le forze e le risorse economiche già dal tempo di pace.

Di conseguenza, se per il Barone «militare» l'evoluzione sociale è segnata o da situazioni di conflitto o da periodi di pace armata, per il Barone «economista» esistono due distinti tipi di economia: l'economia di guerra, nella quale lo stato sottopone i settori produttivi ad un sistema organizzato e pianificato per soddisfare i bisogni della guerra,  e l'economia militare, intesa come quella politica economica che un Paese deve attuare in tempo di pace per assicurarsi la difesa e la sicurezza interna. 

In sostanza per Barone i costi della guerra e del mantenimento degli eserciti sono necessari, per cui le spese militari e le guerre non pongono alla società una questione di legittimità, ma di come impiegare al meglio l’esercito e le istituzioni militari nella ordinaria politica nazionale e internazionale di un Paese, ed anche in quest’aspetto egli è quanto mai moderno.

I suoi studi in campo economico, però, offrono anche un'altra importante ed attuale considerazione, evidenziata molto bene dalla Gentilucci. 

Per Barone “un fatto accade spesso di trovare nella storia del pensiero: teorie nordiche, figlie della neve, che discendono trionfalmente in Italia per poi dissolversi ai raggi ardenti della logica nostra”.

Ciò sta a significare la difficoltà di applicare modelli economici e sociali in territori che non hanno la stessa cultura che li hanno generati. L’ipotesi che un modello economico nato in un determinato contesto storico non possa essere impiegato allo stesso modo in un altro ambiente culturale è assolutamente attuale, visto che una delle principali critiche mosse alla costruzione dell’Europa è proprio l’applicazione incondizionata della logica economica tedesca a tutte le economie nazionali, indipendentemente dalla loro tradizione storica. Il problema di fondo dell’Europa di oggi, infatti, è che il modello sociale mediterraneo (italo-spagnolo) è tutt’altra cosa rispetto a quello tedesco, cosa di cui la politica dovrebbe prendere atto ed operare di conseguenza. 

L’autrice si sofferma molto sulla concezione del mondo di Barone, che è interdisciplinare e fuori da paradigmi economicistici a quel tempo condivisi dall’ortodossia accademica, ed in modo corretto  l’autrice conclude che per Barone «la guerra è parte del sistema sociale, è un aspetto della vita relazionale degli uomini sempre presente e attivo, è l’estremizzazione delle relazioni tra Stati e tra individui, è la lotta per l’esistenza e la conquista economica, è ragione e sentimento, è impulsività, è un evento immanente naturalmente presente nell’evoluzione dei popoli, è scontro di ideologie, è lotta per il potere. E’ in sostanza un problema complesso che deve essere analizzato con tutti gli strumenti analitici economici, sociologici, storici e militari utilizzati nel tempo di pace». In sostanza, chiudere la guerra negli stretti ambiti militari o dell’economia è limitativo e la Gentilucci, spiegando il pensiero di Barone, ce ne fornisce prova. 

 

 

 

 

 

 

 

I lavori del Summit Nazionale delle Diaspore

I lavori del Summit Nazionale delle Diaspore - ATLANTIS

di Domenico Letizia

 

Il Summit Nazionale delle Diaspore vuole essere un momento in cui le associazioni e comunità di migranti, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, le Ambasciate, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, il Consiglio Nazionale Cooperazione allo Sviluppo, le istituzioni locali (regioni e comuni) e gli organismi della società civile, possano creare uno spazio dove confrontarsi sugli obiettivi e programmi di cooperazione con i paesi di origine delle migrazioni e avviare momenti, percorsi di formazione e sensibilizzazione sulle tematiche legate alla relazione complessa tra Migrazioni e Sviluppo, instaurare collaborazioni e partenariati per il raggiungimento degli obiettivi di Sviluppo Sostenibile attraverso la valorizzazione delle diaspore. Gli incontri territoriali hanno lo scopo di condividere obiettivi e opportunità di azione delle associazioni dei migranti nella Cooperazione Italiana. Il progetto è in corso di sviluppo attraverso sette incontri territoriali a Firenze, Napoli, Padova, Roma, Cagliari, Milano e Torino per giungere al momento finale stabilito per il 18 Novembre a Roma, dove si condivideranno le istanze fatte emergere dalle diverse associazioni. Il binomio “Migrazione e Sviluppo”, rappresenta una delle più impegnative sfide per il governo e la società civile della nostra penisola e solo un attenta analisi e un approccio non demagogico alla problematica può far emergere opportunità e sensibilità di conoscenza completamente ignorate dalla nostra società. In Italia esistono più di 2100 associazioni di immigrati, espressioni delle diaspore, che svolgono un ruolo di rappresentanza nei confronti delle istituzioni e di mediazione tra i singoli migranti e la società di accoglienza, con le istituzioni, nonché di dialogo interculturale e multiculturale. Molte di queste associazioni svolgono anche attività di solidarietà internazionale e cooperazione allo sviluppo, promuovendo le relazioni tra l’Italia e i Paesi di origine dei migranti, un lavoro enorme e davvero impegnativo. “E’ la prima volta in assoluto che le diaspore, assieme alle istituzioni e alle organizzazioni della società civile, uniscono le loro forze per un Summit che mira a definire nuove modalità di lavoro e una strategia comune sul ruolo delle diaspore nella cooperazione allo sviluppo”, ha recentemente dichiarato, per la Rivista “Vita”, Cleophas Dioma, coordinatore del Gruppo di lavoro “Migrazione e sviluppo” del CNCS. “L’obiettivo è di rendere effettiva la legge 125 e implicare in modo strutturale le diaspore d’Italia nella cooperazione internazionale”. Il Summit, organizzato dal gruppo di lavoro “4” del CNCS, con il contributo dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), delle Fondazioni For Africa Burkina Faso e della Fondazione Charlemagne, nonché con il supporto di Enti Locali e organizzazioni della società civile, sarà un’occasione per un confronto tra associazioni di migranti, istituzioni e organismi della società civile, e uno strumento di scambio permanente di informazioni e obiettivi con la cooperazione Italiana. Altro aspetto importante, da non sottovalutare, è la presenza di imprenditori stranieri che avviano un attività e producono ricchezza in Italia. La percentuale di imprenditori non italiani negli ultimi cinque anni è cresciuta di oltre venti punti, attestandosi a quota 656mila, di cui 491mila extra-Ue. I dati relativi all’anno 2015 riferiscono che un titolare di un’azienda su dieci proviene da uno Stato diverso dall’altro e contemporaneamente i migranti presenti in Italia hanno inviato nel 2015 rimesse in madrepatria per un valore complessivo che supera i cinque miliardi di euro, con una media di circa mille euro per ogni immigrato. Come recentemente dichiarato dal Viceministro degli Affari Esteri con delega alla Cooperazione Internazionale, Mario Giro “le finalità politiche dell’iniziativa riconoscono nelle diaspore un’importante risorsa strategica che può rappresentare un ponte tra i Paesi e le società, rivestendo un ruolo chiave nello scambio di risorse economiche, culturali e di conoscenze sociali e riconoscendo che le identità in Europa si estendono sempre più al di là dei confini nazionali”. 

 

Intervista ad Aurica Danalachi dell’Associazione 

Giovani Moldavi in Italia

Tra le relatrici alla conferenza svoltasi a Firenze abbiamo intervistato Aurica Danalachi, membro fondatore dell’Associazione Giovani Moldavi in Italia “O3M”. L’Associazione rappresenta gli interessi dei giovani di fronte alle istituzioni dello Stato, sia nella Repubblica di Moldova sia in Italia. Grazie agli sforzi congiunti e all’entusiasmo, l’associazione gode di un grande successo e il numero dei membri è in continua crescita. Il crescente interesse dei giovani per le attività svolte dall’associazione “O3M” risveglia un nuovo progetto: la coesione dei giovani moldavi in Itala attraverso la ramificazione dell’associazione in tutta Italia, tramite filiali.

 

L’evento è stato definito come il più grande e importante momento dedicato alle comunità straniere in Italia. Può spiegarci il motivo e gli obiettivi? 

Non solo il più grande e importante evento dedicato agli stranieri in Italia, ma direi anche il più audace, considerando il momento storico in cui ci troviamo. Assistiamo per la prima volta al coinvolgimento diretto delle comunità straniere in un organismo istituzionale (CNCS). E’ nata l’idea di dare vita ad un percorso progettuale di comunicazione, sensibilizzazione e di accompagnamento alla formazione di una rappresentanza allargata delle diaspore mediante alcune importanti attività, tra cui l’organizzazione del primo Summit Nazionale delle Diaspore e successivamente la creazione del Forum italiano delle diaspore.

Il Summit sarà l’occasione in cui le diaspore incontrano le Istituzioni alla Cooperazione, la società civile e il settore privato per un diretto confronto, e per definire insieme una road map che porti al raggiungimento degli obiettivi del documento programmatico di Cooperazione Internazionale del governo italiano e quindi delineare gli obiettivi di sviluppo sostenibile attraverso la valorizzazione delle diaspore

 

Quali sono gli obiettivi per il 18 Novembre, quando si svolgerà l’incontro finale del Summit Nazionale delle Diaspore? 

Gli obiettivi sono diversi, vediamone alcuni: 

• Comunicare alle diaspore presenti in Italia la nuova legge della Cooperazione Italiana, il ruolo della DGCS, dell’AICS, del CNCS e della programmazione della Cooperazione Italiana nel quadro dei nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile e della politica europea; 

• Migliorare la conoscenza delle diaspore in Italia e delle esperienze virtuose di migrazione e sviluppo; 

•  Far conoscere, riconoscere e promuovere l’apporto delle diaspore all’arricchimento della società d’accoglienza e allo sviluppo dei loro paesi di provenienza; 

• Contribuire alla creazione di reti locali e nazionali di associazioni delle diaspore.

 

Può spiegarci l’attualità e il lavoro svolto dall’ Associazione Giovani Moldavi in Italia “O3M”? 

Mi è dispiaciuto molto dare le dimissioni a febbraio scorso dal ruolo di Presidente, infatti sono stata costretta a tale scelta dal nuovo ruolo di import manager che mi porta via molto tempo ed energie. Tuttavia, proprio pochi giorni fa, abbiamo eletto il nuovo Consiglio direttivo composto da Efim Olan (Presidente), Ion Tataru (Vicepresidente) e la sottoscritta (Segretario). Dopo una leggera interruzione delle attività stiamo ripristinando i lavori per il lancio del sito ed alcune iniziative che vedono protagonisti i giovani.

 

Che obiettivi si pone l’Associazione nell’immediato futuro? 

Verrà portato a termine il programma iniziato l’anno scorso, saranno promosse nuove iniziative che diano visibilità all’associazione tramite collaborazioni con altre associazioni, partecipazione ed organizzazione di eventi, corsi di formazione, seminari e verranno incentivate nuove modalità operative che implichino la partecipazione attiva dei membri O3M in un clima collaborativo.

 

Che bilancio tracciare sull’integrazione dei giovani moldavi in Italia, quali sono le loro preoccupazioni e quali sono le speranze?

Mediamente, i giovani moldavi sono ben integrati nella società italiana. Tuttavia non dimentichiamo un numero considerevoli di giovani non integrati che hanno difficoltà a trovare lavoro e spesso sono sottoposti alle più assurde discriminazioni. Le preoccupazioni dei giovani moldavi sono le stesse dei giovani italiani, forse qualcuna in più come ad esempio il rinnovo del permesso di soggiorno ed altri adempimenti burocratici. La preoccupazione principale è trovare un buon lavoro che ci permetta di vivere dignitosamente. 

Le speranze sono tante, siamo immigrati per seguire i nostri genitori nella ricerca di una vita migliore, ma abbiamo anche noi sogni e tanti desideri. Con occhi nostalgici guardiamo alla situazione politica, economica e sociale della Repubblica di Moldova che ci preoccupa molto, e ci auguriamo di poter contribuire in qualche modo, prima che sia troppo tardi. 

 

 

Spazio, Cielo e Territorio

Spazio, Cielo   e Territorio - ATLANTIS

 

Spazio extra-atmosferico

Non esiste una precisa linea di delimitazione tra spazio atmosferico e spazio extra-atmosferico. Si assume tuttavia che essa si collochi al più basso perigeo raggiungibile da un satellite terrestre, che, a seconda delle diverse opinioni degli Stati, è compreso tra 84 e 110 km al di sopra del livello del mare. 
Il lancio del primo satellite russo Sputnik il 4 ottobre 1957 e la corsa allo spazio a scopi di difesa militare ha determinato una rapida evoluzione della disciplina giuridica dello spazio extra-atmosferico. Il regime giuridico è costituito da un nucleo di principi generali, consolidatosi nel diritto internazionale tra il 1961 e il 1967, e da un insieme di norme contenute nei cinque trattati spaziali elaborati nell’ambito delle Nazioni Unite: il Trattato sullo spazio esterno del 1967, che regola le attività degli Stati nell’esplorazione e l’uso dello spazio extra-atmosferico; l’Accordo sul salvataggio degli astronauti del 1968; la Convenzione sulla responsabilità per danni causati da oggetti spaziali del 1972; la Convenzione sulla registrazione degli oggetti lanciati nello spazio del 1975; l’Accordo relativo alle attività degli Stati sulla Luna e gli altri corpi celesti del 1979. 

Regime dello spazio extra-atmosferico

Il regime giuridico si fonda essenzialmente sul principio in base al quale lo spazio e i corpi celesti non sono soggetti a occupazione o appropriazione statale. L’esplorazione e l’utilizzazione dello spazio costituiscono appannaggio dell’umanità intera e gli Stati devono cooperare nelle attività spaziali. 
Nello spazio gli Stati sono responsabili per tutte le attività, proprie e svolte dai privati con la loro autorizzazione e sotto il loro controllo; essi sono tenuti alla registrazione degli oggetti spaziali lanciati in orbita. 
Le attività spaziali per considerarsi lecite devono essere pacifiche. L’attività militare non è vietata, purché sia un’attività non aggressiva e conforme al principio di denuclearizzazione dello spazio.

 

Spazio atmosferico 

Spazio in cui si svolge la navigazione aerea. In base all’art.1 della Convenzione di Chicago sull’aviazione 

civile internazionale del 7 dicembre 1944, la sovranità dello Stato si estende allo spazio atmosferico sovrastante il suo territorio, compreso il mare territoriale. Tali diritti sovrani non si estendono invece allo spazio sovrastante l’alto mare e gli spazi inappropriabili.

 Non vi sono modalità concordate tra gli Stati sulla delimitazione dello spazio atmosferico; mentre in senso orizzontale la sovranità dello Stato trova un limite nello spazio sottoposto alla sovranità di un altro Stato territoriale confinante, in senso verticale, non esiste una precisa delimitazione. Per ragioni pratiche, si assume tuttavia che il limite estremo dello spazio atmosferico è rappresentato dall’altezza massima che può essere raggiunta da un aeromobile in volo. 
Regime dello spazio atmosferico

L’attraversamento dello spazio di uno Stato è soggetto al consenso e all’autorizzazione di quest’ultimo. 

Lo Stato territoriale può regolare, mediante la conclusione di specifici accordi internazionali, il passaggio nel proprio spazio, consentendo o impedendo l’ingresso ad aerei di altri Stati.

 Nello spazio sovrastante l’alto mare e altri spazi internazionalizzati vige invece libertà di sorvolo, sebbene sia invalsa la prassi da parte degli Stati costieri di definire delle ‘zone di identificazione’. Gli aerei che entrano in dette zone e che sono diretti verso le coste hanno l’obbligo di sottoporsi all’identificazione, alla localizzazione e ad altre misure di controllo. In tale spazio aereo, la libertà di sorvolo può subire delle limitazioni dettate da esigenze di difesa dello Stato territoriale.

 

Spazio Aereo

Spazio in cui si svolge la navigazione aerea e spaziale, con specifico riferimento alle norme di diritto nazionale e internazionale che la regolano. 

Tali norme distinguono uno spazio atmosferico, sovrastante il territorio di uno Stato e compreso nella sua sfera di sovranità, e uno spazio extra-atmosferico, non soggetto a giurisdizione statale, che si trova al di là dell’atmosfera e in cui è possibile il volo orbitale tramite lo sfruttamento della meccanica celeste. 

 

Territorio. Diritto internazionale

Parte della superficie terrestre rispetto alla quale lo Stato esercita in modo esclusivo la propria sovranità. Attualmente non esiste alcun territorio che non appartenga a uno Stato, a eccezione dell’Antartide, che è sottoposta a un regime internazionale convenzionale. 
Insieme con il popolo e la sovranità, il territorio è uno degli elementi costitutivi dello Stato (Stato. Diritto internazionale). Secondo la dottrina, infatti, quando un’organizzazione di governo esercita in maniera effettiva e indipendente la propria sovranità su un popolo insediato in un territorio, si è in presenza di uno Stato.

 
Il territorio statale

Si definisce territorio di uno Stato non solo la terra, comprensiva dei laghi, fiumi e golfi che vi si trovano (acque interne), ma anche il mare territoriale e lo spazio aereo sovrastante il territorio terrestre e quello marittimo (Spazio atmosferico).


Modi di acquisto del territorio

Nel diritto internazionale consuetudinario, i principali modi di acquisto del territorio erano l’occupazione di una porzione di terra non appartenente ad alcun altro Stato; la cessione per mezzo di trattato, seguita dal trasferimento effettivo e pacifico del territorio; la conquista di un territorio a seguito del ricorso alla forza armata; l’accessione, attraverso cui una nuova porzione di terraferma viene a formarsi accanto a un territorio già esistente a seguito di un processo fisico, come l’alluvione. 
Data l’inesistenza di territori liberi, l’occupazione ha ormai perduto importanza, mentre la conquista non è più legittima, in quanto l’affermarsi del divieto dell’uso della forza nelle relazioni tra Stati quale principio internazionale di natura consuetudinaria e imperativa (Uso della forza. Diritto internazionale) comporta che non possa riconoscersi come situazione giuridica l’acquisizione territoriale ottenuta mediante il ricorso all’uso, o alla minaccia dell’uso della forza militare.

 

Uso della forza. Diritto internazionale

Nel diritto internazionale, l’uso della forza, inteso come il ricorso da parte di uno Stato a operazioni militari contro un altro Stato, è stato legittimo – sia pure a determinate condizioni e nel rispetto di eventuali obblighi assunti a livello pattizio – fino alla nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel secondo dopoguerra. 

Più in particolare, il regime della guerra si distingueva da quelli previsti per i procedimenti di autotutela (intervento, rappresaglia, legittima difesa, necessità), per i quali era necessario dimostrare l’esistenza di uno specifico titolo giuridico. Quanto alla guerra, almeno fino al Patto della Società delle Nazioni, gli Stati godevano di un illimitato ius ad bellum. La guerra era, infatti, uno strumento ammesso nel diritto internazionale per risolvere le controversie internazionali, in specie quelle politiche, facendo prevalere il proprio sull’altrui interesse, anche in assenza di un titolo giuridico idoneo a fondarlo. Proprio in quell’epoca, peraltro, ha iniziato a svilupparsi il cosiddetto diritto bellico, vale a dire il diritto applicabile alla condotta delle ostilità, che disciplina la violenza bellica e la protezione delle vittime dei conflitti armati e della popolazione civile (Diritto umanitario). 

 

L’uso della forza 

nella Carta delle Nazioni Unite

Il regime giuridico internazionale relativo all’uso della forza è radicalmente mutato con l’entrata in vigore, il 24 ottobre 1945, della Carta delle Nazioni Unite che ha portato a compimento il processo finalizzato a limitare e bandire il ricorso alla guerra iniziato con il Patto della Società delle Nazioni del 1919 (che condizionava tale ricorso a una serie di vincoli procedurali, senza peraltro disciplinare i procedimenti di autotutela violenta diversi dalla guerra) e proseguito con la conclusione del Patto Kellogg-Briand del 27 agosto 1928 (che, pur prevedendo che le controversie dovessero essere risolte in modo pacifico, non bandiva espressamente le misure non implicanti l’uso della forza). 

Il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite è imperniato su un divieto generale dell’uso della forza armata (esteso anche alla sua minaccia) stabilito dall’art. 2, par. 4 della Carta (che si riflette nell’obbligo di soluzione pacifica delle controversie tra Stati membri: Controversia internazionale) e che prevede come un’unica eccezione quella della legittima difesa individuale e collettiva (Legittima difesa. Diritto internazionale). Nell’ambito di questo sistema il monopolio dell’uso della forza è attribuito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Sicurezza collettiva), che, a partire dall’ultimo decennio del 20° secolo, ha autorizzato gli Stati membri, in vari casi, a ricorrere all’uso della forza uti singuli o nell’ambito di organizzazioni internazionali regionali. 

Il funzionamento, per vari aspetti imperfetto, del sistema di sicurezza collettiva non ha peraltro impedito che il divieto dell’uso della forza assurgesse a norma di diritto internazionale consuetudinario, come riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia nella celebre sentenza del 27 giugno 1986 relativa al caso Nicaragua-USA. Si può anzi affermare che il nucleo duro della proibizione dell’uso della forza, costituito dal divieto di aggressione (cfr. risoluzione 3314-XXIX dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla definizione di “aggressione”), appartenga ormai al novero delle norme imperative del diritto internazionale (Ius cogens. Diritto internazionale). 

Il quadro giuridico delineato non è certo al riparo da continue sollecitazioni da parte delle grandi potenze, specie dopo gli attacchi terroristici contro gli USA dell’11 settembre 2001, che tendono a giustificare i loro interventi militari invocando un’interpretazione estensiva della nozione di legittima difesa (la dottrina sulla “azione preventiva” del presidente statunitense G.W. Bush) o delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza ex capitolo VII della Carta (nel senso di contenere autorizzazioni “implicite”) o addirittura la nascita di nuove eccezioni alla proibizione generale dell’uso della forza (per esempio, l’intervento umanitario). Ciononostante, tale prassi “interventista”, in tutte le sue ramificazioni, ha una portata giuridica inferiore al suo significato politico, perché poco omogenea, a volte contraddittoria e soprattutto contestata dalla stragrande maggioranza degli Stati. 

 

 

Malattie nel Mondo: Morbillo

Malattie nel Mondo: Morbillo - ATLANTIS

 

Informazioni generali

Il morbillo è una malattia infettiva causata da un virus del genere morbillivirus (famiglia deiParamixovidae). È una malattia molto contagiosa che colpisce spesso i bambini tra 1 e 3 anni, per cui viene detta infantile, come la rosolia, la varicella, la pertosse e la parotite. Si trasmette solo nell’uomo. I malati vengono isolati nel periodo di contagio.

Una volta contratto, il morbillo dà un’immunizzazione teoricamente definitiva, quindi non ci si ammalerà più per l’intera durata della vita. 

Il morbillo è diffuso in tutto il mondo. È una delle più frequenti febbri eruttive, sebbene sia molto meno comune da quando è in uso la vaccinazione con richiamo.

Nei Paesi a clima temperato, colpisce i bambini verso la fine dell’inverno e a primavera.

 In Italia la malattia deve essere obbligatoriamente notificata alle autorità sanitarie.

 

Sintomi

Il morbillo non ha sintomi gravi, provoca principalmente un’eruzione cutanea, simile a quelle della rosolia o della scarlattina. Dura tra i 10 e i 20 giorni.

I primi sintomi sono simili a quelli di un raffreddore (tosse secca, naso che cola, congiuntivite) con una febbre che diventa sempre più alta. Successivamente appaiono dei puntini bianchi all’interno della bocca. Dopo 3-4 giorni, appare l’eruzione cutanea caratteristica (esantema), composta di piccoli punti rosso vivo, prima dietro le orecchie e sul viso, e poi su tutto il resto del corpo. L’eruzione dura da 4 a 7 giorni, l’esantema scompare a cominciare dal collo. A volte, rimane una desquamazione della pelle per qualche giorno.

Le complicazioni sono relativamente rare, ma il morbillo è pur sempre responsabile di un numero compreso tra le 30 e le 100 morti ogni 100.000 persone colpite. Le complicazioni sono dovute principalmente a superinfezioni batteriche: otite media, laringite, diarrea, polmonite o encefaliti (infiammazioni del cervello). Si riscontrano più spesso nei neonati, nei bambini malnutriti o nelle persone immunocompromesse.

Di solito la diagnosi si fa solo per osservazione clinica. Eventualmente si possono ricercare nel siero degli anticorpi specifici diretti contro il virus del morbillo, dopo 3 o 4 giorni dall’eruzione.

Incubazione e terapia

Il periodo di incubazione è di circa 10 giorni: inizia all’entrata del virus nell’organismo e finisce all’insorgenza della febbre. La contagiosità si protrae fino a 5 giorni dopo l’eruzione cutanea, ed è massima tre giorni prima, quando si ha la febbre. 

Il morbillo è una delle malattie più trasmissibili. Il contagio avviene tramite le secrezioni nasali e faringee, probabilmente per via aerea tramite le goccioline respiratorie che si diffondono nell’aria quando il malato tossisce o starnutisce.

 Non esiste una cura specifica. Si possono trattare i sintomi (terapia sintomatica) ma non la causa: paracetamolo per abbassare la febbre, sciroppi per calmare la tosse, gocce per gli occhi. Esiste un rischio di prematurità per i bambini che hanno la madre infetta durante la gestazione.

 

Vaccinazione

Il vaccino del morbillo appartiene ai vaccini vivi attenuati. In Italia non è obbligatorio, tranne per le reclute all’atto dell’arruolamento, ma viene raccomandato dalle autorità sanitarie. Il vaccino esiste sotto forma di un complesso vaccinale contro il morbillo, la parotite e la rosolia (Mpr).

Si consiglia una prima dose del Mpr prima del 24° mese di vita, preferibilmente al 12-15° mese, con un richiamo verso 5-6 anni o 11-12 anni. Fino al 6°-9° mese, il neonato può essere protetto dagli anticorpi che gli vengono dalla madre se questa è immunizzata. La durata di immunizzazione del neonato è inferiore se la madre è stata immunizzata da un vaccino e non dal morbillo stesso.

Come per tutti i vaccini vivi attenuati, la vaccinazione non viene effettuata negli individui con deficit immunitario o sotto terapia immunosoppressiva (corticoidi, antineoplastici, antirigetto), né, per precauzione, nelle donne gravide o che desiderano esserlo nel mese successivo. Invece, è consigliato alle persone infette da Hiv che non hanno ancora sviluppato l’Aids.

 

Focus Paese: Polonia

Focus Paese: Polonia - ATLANTIS

Un successo non solo economico

di Sebastiano Giorgi 

Da meta per la delocalizzazione industriale a paese in cui andare a vivere. La Polonia negli ultimi vent’anni di strada ne ha fatta molta scrollandosi di dosso l’etichetta di remoto stato ai margini orientali d’Europa per mostrarsi al mondo come paese dinamico e attrattivo di investimenti - che offrono anche tanti posti di lavoro qualificati - con città in grande sviluppo, un crescente livello degli standard della qualità di vita ed un interessante fermento culturale. Certo nel bilancio pesano ancora le enormi differenze tra le maggiori città e le aree rurali - che rappresentano la gran parte del paese - una burocrazia lenta e complicata, dei diritti dei lavoratori necessariamente da espandere a cominciare dal salario base, e una classe politica a volte poco sensibile verso il contesto internazionale. Problemi che però finiscono in secondo piano rispetto al complessivo quadro socio-economico. 

Dall’entrata in Europa il Pil polacco è raddoppiato, le esportazioni triplicate, gli investimenti diretti dall’estero sono passati da 45 miliardi a quasi 200 miliardi di euro. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 20% al 6,8% e sono stati creati oltre due milioni di posti di lavoro. Il tutto naturalmente spinto dai fondi europei (nel programma di finanziamento 2007-2013 la Polonia ha ricevuto 74 miliardi di euro) contributi che nella terra di Chopin hanno dimostrato di saper sfruttare fino all’ultimo centesimo tanto che il paese è stato premiato dall’Europa che ne ha fatto il principale destinatario di Fondi Strutturali Europei per il periodo 2014-2020, con 82,4 miliardi di Euro, ai quali vanno aggiunti i fondi per lo sviluppo rurale e altri finanziamenti comunitari per un totale di oltre 100 miliardi di euro, stimano al ministero dell’Economia. 

Una tale performance non sarebbe però stata possibile se i copiosi fondi europei non avessero trovato il terreno fertile di un territorio che, a differenza di altri paesi orientali del vecchio continente, ha dimostrato un profondo radicamento culturale europeo unito ad una sufficiente stabilità istituzionale e ad un alto livello d’istruzione della forza lavoro. Fattori che insieme al relativamente basso costo del lavoro e alle opportunità offerte dalle 14 Zone Economiche Speciali hanno fatto della Polonia una delle locomotive economiche dell’Europa, con punte di eccellenza industriali nei settori meccanico, aereo, automobilistico, cui vanno aggiunti numerosi centri di ricerca e servizi, soprattutto di società multinazionali, che danno lavoro a personale con un’alta formazione. 

Una rappresentazione chiara delle capacità di questo Paese l’hanno data l’organizzazione e la gestione di alcuni grandi eventi tra cui i Campionati Europei di Calcio del 2012 e la Giornata Mondiale della Gioventù nel 2016. In particolare la Polonia ha colto l’occasione di Euro 2012 non solo per modernizzare o costruire stadi e dare una accelerazione allo sviluppo infrastrutturale, ma ha mostrato al contempo la volontà di investire sul capitale umano realizzando strutture sportive di base in tutto il paese tra cui mille campi da calcio. Stridente, a distanza di qualche anno, constatare la diversa evoluzione avuta da Polonia e Ucraina paesi co-organizzatori di Euro 2012. E oggi la difficile situazione sui confini orientali fa sì che la Polonia sia la principale meta per lavoro e vita degli emigranti ucraini, diventati in questi anni i maggiori acquirenti di immobili in Polonia. 

E se l’immigrazione ucraina era abbastanza prevedibile, colpisce l’attrattiva crescente della Polonia come meta di vita, magari anche solo per qualche anno, per tanti europei. Anche la presenza italiana, storicamente forte a livello di investimenti e interscambi – le aziende italiane danno lavoro a decine di migliaia di persone - è da tempo in crescita anche tra chi decide di risiedere in Polonia. Ufficialmente gli italiani iscritti all’AIRE in Polonia sono cresciuti da 3 mila a 5 mila in pochi anni, numeri piccoli che non raccontano quella che è la vera presenza italiana, stimata in circa 15 mila persone, fatta sia di tanti neolaureati che accettano un primo impiego nelle multinazionali di servizi, che hanno le loro sedi soprattutto tra Varsavia, Breslavia e Cracovia, sia di professionisti e imprenditori che frequentando la Polonia per alcuni mesi l’anno per ragioni lavorative – l’interscambio tra i due paesi supera i 19 miliardi di euro – decidono poi spesso di prolungare la loro permanenza per godere della buona qualità della vita delle maggiori città polacche. 

A questo si aggiunga che sta crescendo anche il turismo verso la Polonia. Il paese ha molto da offrire sia in campo storico e artistico, basti pensare a Cracovia, Danzica e Breslavia, senza contare i viaggi della memoria ai campi di concentramento nazisti, sia agli amanti della natura con innumerevoli percorsi montani a sud, i grandi laghi della Mazuria a nord-est e le spettacolari spiagge sabbiose sul Mar Baltico. Perfino Varsavia, considerata a lungo una città grigia e poco interessante, è oggi una meta apprezzatissima sia perché è il posto migliore dove respirare lo sviluppo della Polonia, con una offerta incredibile di locali, ristoranti ed eventi culturali, sia per apprezzare la città vecchia, i parchi e i tanti modernissimi musei nati in questi ultimi tempi. 

Lavoro, sviluppo, cultura, turismo, qualità della vita mi fanno concludere - forte anche dell’esperienza personale maturata in questo paese - che oggi la Polonia è sicuramente uno dei paesi più interessanti d’Europa. 

 

 

Eccellenze Italiane nel Mondo: l'Amerigo Vespucci

Eccellenze  Italiane nel Mondo: l'Amerigo Vespucci - ATLANTIS

 

La Nave Scuola Amerigo Vespucci a Montreal  in occasione del Canada Day

 

 

La Nave Scuola Amerigo Vespucci della Marina Militare è arrivata nel porto di Montreal per la quinta tappa della Campagna d’Istruzione 2017.

La sosta a Montreal è legata ad un evento di grande rilievo, le celebrazioni per il 150° anniversario della Confederazione Canadese. Il 1 luglio 1867 infatti, le 4 colonie del Nord America Britannico Ontario, Quebec, Nova Scotia e New Brunswick costituirono le prime province della Confederazione. La sosta a Montreal rappresenta inoltre l’occasione per incontrare la numerosa comunità italiana, che qui risiede e lavora.

Partita dall’Arsenale Militare di La Spezia il 19 aprile scorso per la Campagna d’Istruzione 2017, la “nave più bella del Mondo” ha, fino ad oggi, addestrato i 79 allievi del 24° corso Volontari in Ferma Prefissata Quadriennale, che proprio a Montreal saranno avvicendati da oltre 100 allievi della 1^ classe dell’Accademia Navale di Livorno. Tutti loro hanno finora portato l’eccellenza italiana ed il prestigio delle nostre Forze Armate all’estero, attraverso la partecipazione ad eventi culturali e promozionali, in collaborazione con le rappresentanze diplomatiche nazionali dei Paesi ospitanti.

La campagna d’istruzione a bordo di Nave Vespucci rappresenta un elemento cardine nella formazione del personale della Marina Militare e contribuisce a trasferire quei valori fondanti che li contraddistinguono uomini e donne della forza armata:  l’amore per il mare, l’etica, la fedeltà, la disciplina e l’onore.

Dopo Montreal, l’Unità ha raggiunto Quebec City, terza ed ultima tappa dello stato nord americano, prima di dirigere verso gli Stati Uniti  (Boston, New York) continuando a rappresentare il Paese ed il suo “made in Italy”, in un’area di non usuale gravitazione per la Marina Militare.

La nave fu progettata, al pari della «gemella» Cristoforo Colombo, da Francesco Rotundi, ingegnere e tenente colonnello del Genio Navale, nonché direttore dei cantieri navali di Castellammare di Stabia. 

Il 22 Febbraio 1931 (86 anni fa) a Castellammare di Stabia fu varata la nave Amerigo Vespucci, tutt`oggi in servizio per l`addestramento degli allievi ufficiali dell`Accademia di Livorno.

Il Vespucci ha effettuato dal 2014 al 2016 l’ammodernamento delle capacità operative di bordo e soprattutto l’adeguamento delle sistemazioni logistiche agli standard moderni. L’apparato propulsivo e quello di generazione dell’energia elettrica sono stati completamente sostituiti con prodotti tecnologicamente avanzati; l’Unità è stata dotata di una nuova elica e nuovi sistemi di piattaforma, più efficienti e rigorosamente orientati alla tutela dell’ambiente.

L’importante attività di “ringiovanimento” e “re-styling” del Vespucci è stata coordinata dalla Direzione Lavori e Servizi, ed in particolare della Sezione Studi dell’Arsenale M.M. di La Spezia, con un importante contributo della manodopera “in house” costituita dalle maestranze arsenalizie,  e dal personale di bordo. 

Dalla sua entrata in servizio, la Nave ha svolto ogni anno attività addestrativa (ad eccezione del 1940, a causa degli eventi bellici, e degli anni 1964, 1973 e 1997, per lavori straordinari), principalmente a favore degli allievi dell›Accademia Navale, ma anche degli allievi Volontari in Ferma prefissata e degli allievi del Collegio Navale, ora Scuola Navale Militare «Francesco Morosini».

Dal punto di vista tecnico-costruttivo l›Amerigo Vespucci è una Nave a Vela con motore; dal punto di vista dell›attrezzatura velica è «armata a Nave», quindi con tre alberi verticali, trinchetto, maestra e mezzana, dotati di pennoni e vele quadre, più il bompresso a prora, a tutti gli effetti un quarto albero. L›Unità è inoltre fornita di vele di taglio: i fiocchi, a prora, fra il bompresso e il trinchetto, gli stralli, fra trinchetto e maestra e fra maestra e mezzana, e la randa, dotata di boma e picco, sulla mezzana.

L’equipaggio è composto da circa 270 militari tra uomini e donne. Nel periodo estivo, la nave imbarca gli allievi volontari in ferma prefissata prima, e successivamente i cadetti dell`Accademia Navale per la consueta Campagna di Istruzione, aumentando l’equipaggio di altre circa 100 unità arrivando così a pieno regime ad oltre 400 persone a bordo.La Nave scuola Amerigo Vespucci è Ambasciatrice dell’UNICEF da settembre 2007. 

 

 

Eccellenze Italiane nel Mondo: Luigino Rossi

Eccellenze Italiane nel Mondo: Luigino Rossi - ATLANTIS

La storia di un gigante iniziata a New York.

 

Da Vigonza (Padova) a Venezia, passando per New York. Sessant’anni di successi di un uomo che non ha alcuna voglia di fermarsi.

 

Come sta Commendatore?

Benissimo, infatti stiamo per andare a pranzo, no? Ma chiamami Luigino. Io mi sento ancora quel ragazzo che a 22 anni, dopo, gli studi tecnici al Pacinotti, e richiamato dal padre ad occuparsi del calzaturificio di famiglia, salì su un quadrimotore inglese Vickers Viscount destinazione New York.

 

E come andò?

Beh, dopo uno scalo a Londra ed uno a Montreal, finalmente giunsi a New York. All’aeroporto mi venne a prendere Ralph Ambrahms. Ancora non sapevo che sarebbe stata la svolta decisiva della mia vita (e dell’azienda di famiglia).

 

Cioè?

Mi caricò in auto e mi portò per la Broadway dove vidi le insegne sfavillanti dei teatri. Poi arrivammo alla sua fabbrica. Le scarpe che faceva erano veramente brutte mentre le nostre… Quindi mi disse: ne voglio mille paia nere e mille marron. Mi misi a ridere: ci sarebbero voluti mesi e mesi per fabbricare 2000 paia di scarpe nel nostro laboratorio di Vigonza. Trattammo e alla fine tornai a casa con una commessa di 200 paia di scarpe e… pagate in anticipo! Sarebbe diventato il nostro importatore e distributore per l’America.

 

Era una svolta?

Altroché, considera che mio padre Narciso aveva due soci. Si chiamava Creta. Ovvero, lavoravano in tre persone a banchetto. I due soci si erano staccati dalla storica Voltan di Luigi. Uno era appassionato di politica e finì poi per farsi liquidare e divenne sindaco del paese mentre l’altro, persona dalla dirittura morale eccellente, era comunista. 

 

Storia affascinante.

Mi convinse ad andare, avevo sedici anni, all’assemblea nazionale del PCI che si sarebbe svolta a Milano. 

 

Non credo che fosse convinto.

Invece ci andai di corsa, in treno e fui ospitato in una famiglia nella quale mi sentii a disagio. La mia provenienza era contadina e a tavola avevo poca dimestichezza con posate ed etichetta. Poi continua a frequentare i circoli comunisti finché non andai in America e tutta la propaganda filosovietica e antiamericana mi convinse che era meglio lasciare perdere. Tuttavia, nella mia carriera di imprenditore ho conosciuto tanti sindacalisti della CGIL con i quali sono andato d’accordo.

 

A cosa attribuirlo?

Alla buona fede. Se una persona crede in un ideale ed è in buona fede, è sempre rispettabile. Anche la mia origine contadina credo che conti. La nonna Luigia (devo a lei il mio nome) era originaria della Carnia e ci ha fatto crescere in un ambiente molto solidale.

 

Torniamo alla fabbrica di scarpe.

Dopo gli inizi eroici, ci fu l’intuizione di collaborare con alcuni calzaturieri di Bologna. Così vennero le esportazioni in Usa con il marchio Pallizio. Nel 1956, sono diventato l’amministratore unico quando l’azienda ha cominciato a sviluppare un piano di produzione da media industria per calzature di lusso da donna. Dal 1960, primi in Italia, abbiamo la grande intuizione di produrre e distribuire su licenza calzature firmate dai grandi stilisti francesi Christian Dior, Yves Saint Laurent e Givenchy. Da lì in poi è stato tutto un crescendo.

 

Ma divertirsi, mai?

Certo, mi piaceva giocare a calcio. Ero una mezz’ala di talento, un numero 10 naturale. Ma l’abitudine di allora era lavorare anche la domenica mattina (si riposava il lunedì), la qual cosa rendeva impossibile tenere il piede… in due scarpe. E la scelta fu l’azienda.

 

Questo lo diciamo noi.

Tra gli incarichi e i riconoscimenti, Luigino Rossi è stato Fondatore dell’Acrib (calzaturieri della Riviera del Brenta); Presidente della Confederazione Europea dell’Industria Calzaturiera; Componente della Giunta nazionale di Confindustria; Consigliere nazionale della Federazione Italiana Editori di Giornali in qualità di Presidente de Il Gazzettino; Consigliere di Amministrazione della Fondazione Gran Teatro La Fenice di Venezia; Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia; Commendatore al Merito della Repubblica; Presidente del Comitato per la Salvaguardia di Venezia (Unesco). Ma questo solo in sintesi.

 

Il Gazzettino.

La vicenda più esaltante e complessa che mi è capitato di vivere – come ricorda nel libro La Filosofia della Scarpa autore Francesco Jori (2007) – perché il giornale, di proprietà della Democrazia Cristiana, è sull’orlo del fallimento. I notabili veneti  dorotei, hanno ceduto il pacchetto azionario a Roberto Calvi a garanzia del passivo aziendale. Il Banco Ambrosiano aveva già perso 64 miliardi di lire in sei anni. Riesco a raccogliere 48 soci in una specie di multiproprietà veneta. L’accordo di acquisizione avviene il 2 giugno 1982. Siamo arrivati a un venduto di 142.000 copie, record storico del giornale. Sono rimasto molto amareggiato quando persone vicine a me hanno deciso di spaccare il consiglio di amministrazione. La conclusione è che il giornale non è più in mani venete ed è nelle disastrose condizioni in cui era quando lo abbiamo rilevato.

 

L’amore per l’arte.

Nato sempre a New York. Metà febbraio anni ’60. Neve da non credere e gente che pattina al ring del Rockfeller Centre. Vedo un modellino dipinto e firmato da un tale Andy Warroll. Chiedo al mio importatore se lo conosce. Certo che sì, è un giovanotto che si adatta a disegnare modelli per la moda ma che sicuramente farà strada nel mondo dell’arte. E’ così che compero (a prezzo stracciato) tredici disegni originali di Warroll che conoscerò in seguito e che mi appellerà come Mister Golden Schoes (i modelli disegnati erano dorati).

 

In una giornata settembrina assolata ma non troppo, il piano nobile di Casa Rossi, a Venezia, è illuminato da una luce soffusa. Giustamente soffusa per non rovinare il quadri alle pareti.

 

Quello è un Fontana, ma con quei tagli della tela cosa potrebbe essere? 

Quello un Novati, quello un Boccioni, quello un Balla. Charles Hill è tra i miei preferiti. Sto cercando di fare una stanza dedicata alla Cina.

 

Sorseggiamo uno Chateaneuf du Pape veramente buono, nella stanza dedicata quasi interamente a Warroll.

 

Quando ho ceduto Rossi Moda al Gruppo francese Vuitton, il direttore generale (scomparso un paio di anni fa) mi ha proposto di entrare come piccolo azionista nel consorzio dei produttori. È un buon affare che rende il cinque per cento del capitale investito ogni anno ma io lo converto in bottiglie che fanno felici soprattutto i miei amici quando lo porto alle cene alle quali mi invitano.

 

È ora di fermarsi?

Scherziamo? Mio padre mi ha trasmesso il motto: primo paga gli operai e io quello di Seneca: io sono quello che ho donato.

 

E cosa vuoi donare?

Un amico mi ha presentato un bel progetto. Una specie di gemellaggio tra cultura, arte e impresa che coinvolge le città che amo di più: Venezia e New York. Una cosa intrigante. Mi sembra un segno del destino. 

 

 

 

Eccellenze Italiane nel Mondo: Marzia Pendini e i Gioielli Salvadori Venezia

Eccellenze Italiane nel Mondo: Marzia Pendini e i Gioielli Salvadori Venezia - ATLANTIS

I Gioielli Salvadori 

 Una vetrina veneziana che guarda al mondo.

 

Piazza San Marco non è solo un luogo. È un sogno e un simbolo di bellezza. Of course.

Al civico 67, ecco Salvadori Diamond Atelier.

 

Marzia Pendini è la Direttrice artistica e non si perde in preamboli quando è il momento di svelare il suo mondo.

Dietro al gesto d’indossare un gioiello, non c’è il bisogno di apparire, o di ostentare ricchezza, ma, nonostante i materiali preziosi utilizzati, un simbolo. Un simbolo d’amore, di fedeltà, di affetto. Un traguardo raggiunto. Un ricordo. Il gioiello è un oggetto da tramandare nel tempo.

 

Come è iniziata la sua passione?

Sono nata in questo mondo, per certi versi incantato. Ho sempre sentito in me una vena creativa. Ho fatto il Liceo Artistico e poi ho studiato Gemmologia e Fashion Design. E pensare che da piccola dicevo che non volevo fare il lavoro dei miei genitori… Poi a diciannove anni sono arrivati i primi disegni di gioielli. Oggi ci dividiamo i compiti con mia sorella Monica.

 

Da dove nasce una collezione?

Creare gioielli, non è un lavoro. È una passione. In gioiello nasce da un’idea che viene da un luogo, da un’emozione, da una sensazione. E poi deve trasmetterla. Ecco perché è attraente, è sensuale, ha eleganza... perché è creato unicamente per il suo scopo; trasmettere un valore regalando fascino a chi lo indossa...

 

Come nasce un gioiello?

Dall’idea si passa al disegno che poi viene computerizzato per ottenere una misurazione esatta. Si realizza un prototipo in resina che è modificabile manualmente. Quindi si passa alla produzione che avviene nel nostro laboratorio Salvadori VE370 nostro marchio. Inizialmente si realizzano pochi pezzi. Anzi, se le pietre sono importanti, il gioiello si modella sulla pietra.

 

Cosa significa fare il gioielliere?

Siamo figlie del nostro passato e la storia di questa azienda familiare, passa per la vita di nostro padre Gabriele Pendini, Presidente per tanti anni della società, Salvadori. L’esperienza e la singolarità del suo lavoro derivavano dal fatto che si è sempre recato nei luoghi d’origine per l’acquisto delle pietre preziose: in Colombia per gli smeraldi, precisamente a Muzo, Chivor e Cosquez, dove vi sono le miniere più importanti del mondo, e in Thailandia per gli zaffiri e rubini di alta qualità.Nostro padre Gabriele Pendini è stato socio delle più importanti Borse di Diamanti mondiali, Anversa e Tel Aviv e questo gli ha permesso di viaggiare liberamente per acquistare o vendere diamanti. Nelle Borse dei Diamanti le contrattazioni avvengono “a vista” a causa della non omogeneità della merce trattata. Infatti i diamanti sono sempre presenti fisicamente al fine di essere esaminati durante la contrattazione che si conclude anche per cifre molto elevate, con una semplice stretta di mano e la parola “Mazal”. Questa parola, dall’ ebraico “buona fortuna”, è la formula usata da tutti, indipendentemente dalla religione di appartenenza. Le norme per essere ammessi come membri delle Borse variano le une dalle altre, ma tutte hanno come base comune una grande rigorosità per i requisiti di integrità commerciale e conoscenza professionale. Si scambiano diamanti solo sulla fiducia; chi non rispetta la parola data è fuori per sempre in tutto il mondo.

Oggi?

Oggi l’intera produzione dei gioielli è seguita da me che dal 2000 ho iniziato ad arricchire la collezione con nuove ed originali Collezioni, come la Collezione Metamorfosi i cui gioielli racchiudono la possibilità di trasformarsi e permettere così al cliente di avere più oggetti in uno solo. Nel tempo si è passati dall’oro giallo all’oro bianco della miglior qualità in lega con il palladio, all’oro rosa, ma la maggior parte della produzione viene ora realizzata in platino, l’unico materiale degno di ospitare pietre importanti perché puro. 

 

Nell’insegna è chiaramente sottolineato il diamante.

Salvadori si è sempre più specializzato nel diamante, diventando proprio un Atelier del Diamante in cui i gioielli partendo dal disegno vengono realizzati artigianalmente per ‘vestire’ perfettamente la donna attuale. Una donna dinamica, indipendente e passionale. Il negozio storico si è poi trasferito nella piazza più bella del mondo, Piazza San Marco, ampliandosi nel tempo con tre negozi vicini tra loro a San Marco e uno a Vicenza.


Qual è il rapporto con Monica?

I valori dell’azienda sono stati trasmessi di generazione, ed io e Monica ci completiamo a vicenda. Da un lato la creatività, dall’altro la competenza e la professionalità di mia sorella Monica, laureata in lingue e civiltà orientali. Grazie ai suoi studi e alla sua gentilezza riesce ad abbattere le distanze e far sentire a casa, clienti che vivono dall’altra parte del mondo, coltivando rapporti e legami con la parte più preziosa di Salvadori: i suoi clienti.

 

Il ricordo del padre Gabriele?

Tutto in una poesia:

 

Il Sogno

È notte.

È buio.

Sto dormendo.

La mia mente vola, a volte leggera altre irrequieta

Tra momenti passati, aspirazioni future

Desideri nascosti e passioni profonde.

Sto sognando.

Un momento intimo, tra me e tutto ciò che può ancora accadere.

È forse il Sogno un desiderio?

O è un tranquillo rifugio dal freddo che c’è fuori?

Nel Sogno è racchiusa la vita.

La vita di un uomo, fatta di amore, generosità, onestà

Fatta di traguardi raggiunti, fatiche superate

Momenti difficili, attimi vissuti.

Questo gioiello rappresenta per me la Vita

Per ricordarmi di viverla pienamente ogni giorno

Con la stessa intensità dei sogni

Perché in fondo, non è forse la vita un bellissimo, fugace sogno dal quale

Non vorremmo mai svegliarci?

La Collezione “Il Sogno” è dedicata ad un grande uomo

Che ho avuto la fortuna di avere come padre

In un bellissimo, fugace Sogno.

 

È dedicata a mio padre Gabriele.

 

Il futuro?

Non mi dispiacerebbe che le mie figlie fossero attratte dal mio lavoro e dalla mia passione.

Trasformare il lavoro in passione è la massima espressione di libertà. 

 

Eccellenze Italiane nel Mondo: un progetto di riqualificazione italiano

Eccellenze Italiane nel Mondo: un progetto di riqualificazione italiano - ATLANTIS

Call of beauty, un progetto 

di riqualificazione a tre firme italiane in Repubblica Ceca

 

di Simone Depietri 

 

Siamo nel Nord della Repubblica Ceca, nella civile Europa, alla confluenza tra i fiumi Elba e Bìlina, dove un tempo vi era un importante polo industriale. “Oggi non c’è più niente, la crisi ha spazzato via tutto”, racconta Miroslav Broz, poco più che trentenne, alto, il viso scavato dalla fatica e dalla passione, volontario dell’associazione per i diritti umani Konexe. Il ghetto rom è nei pressi di una fabbrica chimica che ha quasi cessato le attività. I rom, con gli anni, hanno progressivamente occupato le vecchie case abbandonate dagli operai. “Sono migliaia, non si conosce il numero esatto, qui nessuno ha mai fatto un censimento”, replica Miroslav.

Entriamo nel ghetto verso le undici del mattino.

I ragazzi stanno già uscendo da scuola. I bambini rom studiano in una scuola segregata, i loro curricula sono diversi dai cechi bianchi. Il programma scolastico prevede poche ore di lezione al giorno. Molta musica e danza, pochissima scienza, matematica e letteratura. Alle undici le strade del ghetto sono affollate di gente. La disoccupazione è al 90 per cento e gran parte dei giovani usa il crystal meth. L’aspettativa di vita nel ghetto è vent’anni meno della media ceca. Scorie chimiche sotterrate e amianto abbandonato per le strade, hanno moltiplicato i decessi per cancro. Disperazione e malnutrizione hanno fatto il resto. 

“Tutti i tentativi di migliorare la situazione sono falliti”, continua Miroslav. Unione Europea e governo ceco hanno speso milioni di euro, ma i soldi sono stati destinati prevalentemente alle strutture delle ONG e a programmi assistenzialistici che non hanno di fatto, cambiato le cose. Ciò che resta, appunto, è la disperazione. Il ghetto è un ammasso di macerie, rifiuti, case sventrate, auto bruciate. I bambini giocano in mezzo alla spazzatura e da quell’incrocio di povere strade, ai margini della città, non entra e non esce nessuno. Un ghetto è differente da un campo rom. Non ci sono baracche, non ci sono roulotte né tende. Non c’è un’impressione di segregazione temporanea. La segregazione è fissata, definitiva; passata, presente e futura.

Nel 1999 proprio qui, a Ustì, le autorità cittadine costruirono un muro alto due metri, lungo 65, che doveva tenere ben separati i rom dal resto della popolazione. Molti si erano lamentati per il “rumore e l’odore” che veniva dal ghetto. Il comune spiegò che il muro doveva servire non soltanto per ragioni igieniche, ma anche per impedire ai bambini rom di avventurarsi tra i pericoli della città. Ci furono polemiche, ci furono tentativi di blocco dei lavori, ma il muro fu comunque eretto. Qualche mese dopo, per le proteste della comunità internazionale, il sindaco decise di abbatterlo. Ma non serve erigere un muro, il ghetto è già un luogo di per sé chiuso al mondo.

Dal concetto di degrado ed emarginazione, nasce l’idea di “Call of Beauty”. Gli architetti Davide Cerini e Joseph di Pasquale, affiancati dal “Maestro” Ferruccio Mariani, presenteranno a Praga, nel gennaio 2018, un progetto di riqualificazione urbana, partendo proprio dalla realtà di Ustì nad Labem. Il ghetto ha una sua identità. La gente che vi abita ha una storia, una cultura che non esclude una coesione sociale con la “città”. Pensare solo ad un intervento strutturale è riduttivo. La riqualificazione interessa aspetti sociali, culturali, sanitari, educativi. Dalla bonifica dell’area all’inclusione sociale, dal diritto all’istruzione qualificata, alla comprensione delle memorie culturali attraverso la creazione di luoghi di condivisione. Il paesaggio è in ogni luogo un elemento importante della qualità della vita dei popoli.

L’architetto Cerini, negli ultimi anni, ha sviluppato particolari competenze; nei settori relativi al vetro strutturale, all’illuminazione, e nello sviluppo integrato dei processi di costruzione. Sviluppo finalizzato all’ottimizzazione delle fasi di lavoro e alla definizione dei dettagli costruttivi. Inoltre è coordinatore per la sicurezza nelle costruzioni.

Architetto, project manager ha ideato sezioni di edifici, interiors e mobili in ambiente residenziale, commerciale e dell’hospitality. Opera sia in Italia che all’estero (Europa, USA, Turchia, Russia, Ucraina, Qatar, Svizzera, Paesi Bassi, India, Israele, Kuwait). 

L’amico e collega Joseph di Pasquale, il quale si definisce un “architectural storyteller”, è un cercatore di nuove chiavi di lettura per la città contemporanea. Una ricerca che approfondisce il concetto di architettura ibrida modulare, e le innovazioni del processo edilizio, in relazione ai profondi cambiamenti negli stili di vita e nelle abitudini abitative della contemporaneità. Tra i suoi progetti più celebri spicca il Guangzhou Circle, a Canton in Cina. Sede della Hong Da Xing Ye Group, la borsa di interscambio di materiale plastico più grande del mondo, è attualmente uno degli edifici più importanti di Canton.

Il terzo “Moschettiere, è il Maestro; Ferruccio Mariani. Il suo tocco nell’arte della decorazione viaggia attraverso i meandri di Ville Padronali, Ambasciate, Grand Hotel, Castelli e interventi a salvaguardia di Beni Artistici. Il Maestro è richiesto in tutto il mondo, confermando, con la sua opera di ingegno, il grande Valore dell’Arte Italiana.

Lo studio e la realizzazione del progetto Call of Beauty, nasce da un “concept” già studiato ed interpretato dai “Fantastici 3”.  Cito Henri Focillon, storico dell’arte, incisore e poeta francese: “La cieca agitazione sepolta dell’intelletto, è la migliore descrizione del tormento del mestiere di creare”. “La vita delle forme”, il lavoro realizzato ed esposto in anteprima all’Asolo Art Film Festival nel mese di settembre. Un’installazione interattiva dove lo spettatore, muovendosi davanti ad un immagine, può vederne l’istantanea trasformazione. La realizzazione dell’impianto e la successiva partecipazione all’evento, è diventata realtà anche grazie al supporto di sponsor quali: Chateau d’Ax, Moret, Mosaico Group, Insula delle rose, Tou Patou, Civicoquattro, Sericart. 

La vita delle forme coincide quindi con la forma di vita. L’unica forma di vita di cui tutti gli esseri viventi non sono che le molteplici combinazioni artistiche dei medesimi principi.

Ciò che è vita è quindi anche movimento e soprattutto mutazione. Non senza una profonda sofferenza interiore la larva diventa farfalla. Così la “cieca agitazione sepolta dell’intelletto” non può essere placata fino a quando la mutazione, non passa dallo stato di caos, in cui versa la fase iniziale della trasformazione, ad un nuovo equilibrio costituito quando l’architettura assume una nuova forma. Una quiete solo temporanea, ma sufficiente per goderne nell’unico momento di gioia intensa che è concessa al creativo, ovvero la contemplazione dell’opera una volta concepita. 

 

 

EccellenzeItaliane nel Mondo: Carmix Metalgalante

EccellenzeItaliane nel Mondo: Carmix Metalgalante - ATLANTIS

Carmix Metalgalante, quando il Made in Italy è qualità vincente

Si esce dalla Autostrada A4 Venezia Trieste al casello di Noventa di Piave (Venezia) e lì nella Zona Industriale, c’è un piccolo grande miracolo della metalmeccanica italiana firmato Nord Est: La Carmix Metalgalante.

 

Lasciamo che sia l’Amministratore Delegato, Massimiliano Galante a descriverla.

La storia dell’azienda ha inizio oltre 40 anni fa e affonda le radici nella grande carica innovatrice della fine anni ’60. Nel 1969, infatti, nasce Carman che inventa e produce i primi dumper e mixer, assemblando parti e componenti di veicoli militari e agricoli. Da questo bagaglio di competenze, nasce nel 1976 Metalgalante, che da subito si pone un obiettivo chiaro ed efficace: proporre macchine che producono calcestruzzo di alta qualità in qualsiasi cantiere, anche dove le condizioni di lavoro sono estreme.

 

Oggi.

Oggi, Carmix è l’autobetoniera autocaricante fuoristrada numero uno al mondo. Una macchina di facile impiego, ideale per produrre e distribuire calcestruzzo nei cantieri più difficili, nel traffico più congestionato o nelle isole più sperdute.

 

Metalgalante è attenta all’innovazione.

Il nostro impegno è quello di offrire un prodotto sempre all’avanguardia: per questo ci avvaliamo di un ufficio di progettazione altamente qualificato, selezioniamo attentamente i nostri fornitori, costruiamo secondo gli standard più elevati, testiamo i prodotti e serviamo i nostri clienti e dealer con la massima cura. Ci poniamo come realtà altamente specializzata, proponendo una qualità imbattibile. Con una produzione completamente italiana, che permette un attento controllo di tutta la filiera, e una componentistica di provenienza esclusivamente europea, offriamo massimi standard per garantire affidabilità e performance. 

 

Quali sono i dati di export?

Grazie a tutte queste caratteristiche, oggi, Carmix è all’opera in più di 159 paesi distribuiti fra Europa, Asia, Oceania, Sudamerica e Africa. Industrie private, istituzioni governative e militari, società di contracting, grandi e piccole imprese di costruzioni sono oggi i testimoni di una soluzione, che da oltre quarant’anni non ha mai smesso di innovarsi. Oggi la nostra produzione va per il 95% in Paesi Extra Ue e per il resto quasi interamente in Europa.

 

Il segreto di una tale performance?

La produzione italiana e il massimo controllo di tutta la filiera sono elementi di garanzia e affidabilità per il settore dell’edilizia mondiale, che trova in Carmix la giusta soluzione per ogni tipo di esigenza. La qualità paga. E’ un dato significativo, raggiunto grazie alle caratteristiche tecniche di queste macchine che riescono a produrre e distribuire calcestruzzo di altissima qualità sia nei cantieri più difficili e sperduti sia in condizioni di lavoro estreme

 

Massimiliano è naturalmente un innamorato della creatura di famiglia.

La famiglia paterna proviene dalla provincia di Caltanissetta. Per metà dedita all’agricoltura e per metà al commercio e alla gestione del cinema del paese.

 

Un motivo di attaccamento al territorio?

Certamente, ma con grande fatica. Il sistema Paese non esiste: banche, istituto per il commercio estero, etc. sono deboli nella loro azione di affiancamento e supporto dell’impresa.

 

Quindi?

Ci arrangiamo. Mia sorella è partita alla conquista dell’India (sorride) ed è tornata con grandi risultati. Anche Filippine ed Indonesia sono grandi mercati di sbocco.

 

Mostra il modello di punta.

E’ dotato di Promix, il dispositivo di ultima generazione che misura in tempo reale le proprietà del calcestruzzo fresco, e trasforma ogni mezzo in una piccola centrale di calcestruzzo mobile. Ma non basta ci sono altre innovazioni tecnologiche che fanno la differenza e che rendono il prodotto Made in Italy di grande versatilità e strumentazione all’avanguardia: queste le qualità che fanno di Carmix un prezioso alleato per affrontare qualunque tipo di cantiere e le situazioni operative più estreme.

 

Le scarpe da calcetto sono definitivamente appese al chiodo?

Da quando le ginocchia hanno fatto crack. Ora mi dedico alla corsa che prende meno tempo libero ed è più flessibile. La mia passione è la Maratona di New York e spero di esserci anche quest’anno ma non sono tanto ottimista…

 

Galante si è impegnato anche con i Giovani di Confindustria e continua a credere nell’associazionismo industriale.

Ho votato per il nuovo Presidente Vincenzo Marinese e ho molte aspettative, essendo sicuro che ha una sua strategia e non ci porterà alla navigazione a vista.

Eccellenze Italiane nel Mondo: quando il procuratore è giovanissimo

Eccellenze Italiane nel Mondo: quando il procuratore è giovanissimo - ATLANTIS

Alessandro Praia, il procuratore sportivo oltre “cortina”

 di Simone Depietri

Essere annoverati tra le categorie più odiate al mondo non è semplice. E’ necessario mettere insieme la possibilità di fare molti soldi, e di guadagnarli con modalità che le persone “comuni” ritengono eccessivamente facile e immeritato. Andare in giro in occhiali scuri e smartphone all’orecchio e di operare in uno dei settori che ossessiona e appassiona maggiormente la gente. In poche parole, è molto difficile essere odiati più di un procuratore di calcio.

Comprendere le ragioni di tanta avversità per questa categoria, è molto semplice: sono loro che assicurano ingaggi fuori da ogni logica congiunturale ai propri clienti, spostano cifre a sei zeri, e sono spesso loro a spingere i calciatori a chiedere sempre più denaro alle società, oppure a “tradire” le squadre di appartenenza. E per rendere possibile tutto ciò — ossia per un’attività che qualsiasi lettore della Gazzetta dello Sport ritiene di essere in grado di svolgere — rischiano anche di guadagnare una montagna di quattrini e di sistemarsi a vita.

Proprio per questo, malgrado l’insofferenza generale, la posizione resta molto ambita soprattutto tra i giovani, che affollano periodicamente le sedi dei concorsi per l’iscrizione all’albo, affascinati da ciò che immaginano presumibilmente come un paradiso terrestre fatto di calcio, denaro, alberghi di lusso e biglietti omaggio per le tribune numerate.

Malgrado questo mercato aspirazionale abbia generato un business nel business, fatto di corsi di preparazione e master a pagamento, test e titoli di sorta non sono stati comunque necessari per alcuni dei maggiori procuratori al mondo, che rappresentano una specie di icona per chi ambisce a questo tipo di vita per metodi e rapidità d’accesso alla professione. Jorge Mendes e Mino Raiola per esempio, incarnano perfettamente lo stereotipo del procuratore di successo. “Pesi massimi” della categoria, nel giro di pochi anni gestiscono la “stanza dei bottoni” del mercato internazionale.

Un mondo apparentemente “fatato”, perfetto per abbagliare giovani ambiziosi e rampanti. Per la maggior parte di loro, oggi tutto sembra facile. Tecnologia e Social Network fungono da catalizzatori nella concezione distorta di realtà. Pensano di vincere alla lotteria della vita, quando invece la vita vera è un’altra. Lavorano in pochi, però illusoriamente, credono di vedere nel mondo dei procuratori la soluzione ai loro introiti economici; perché le regole adesso lo permettono. Ti permettono di sognare in grande stile e senza alcun requisito, nel contempo però l’ambiente, viene contaminato da assenza di professionalità e la qualità che prima era certificata, ora non esiste più.

Nulla può interrompere però l’aura dorata che aleggia intorno al mondo del pallone. Calciopoli, Dirty Soccer, passaporti falsi, aspetti questi meno apprezzabili, che riescono talvolta a sovvertire il gradimento dei tifosi, ribaltando i giudizi dell’opinione pubblica, ma senza modificarne enfasi e passione.

Cito Pier Paolo Pasolini: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”. Quel teatro che per Alessandro Praia, si chiama “Juventus Stadium”.

Ventiquattro anni ancora da compiere, studi classici, titolare a Cuneo di un’attività nel settore “food & drink”, e il cuore che batte per il calcio. Alessandro decide così di mettersi in gioco, entrando nel meraviglioso mondo della procura sportiva. Trasportato dal tipico entusiasmo che caratterizza un giovane, si fa’ ben presto catturare dall’enfasi del potenziale business. Impersonifica la figura classica dell’osservatore, ma per arrivare al calcio importante, oggi purtroppo, non basta più. Bazzicare campi e campetti con la speranza di incappare in un giovane Maradona è diventata una “Mission Impossible”. L’ambiente brulica di procuratori e pseudo-tali che, negli ultimi anni, hanno abbassato sempre di più l’asticella del recruiting per bruciare la concorrenza nella corsa ai giovani talenti. Molto presto si accorge di nuotare in una vasca piena di barracuda. Lui, un pesce rosso dai candidi occhioni azzurri e pieno d’ideali, inizia a non intravvedere nessuno spazio di “manovra” nella nostra amata Patria. La qualità e il talento di un giovane calciatore, troppo spesso è penalizzata da fattori esterni. Interessi economici paralleli al mondo del calcio, trattative non sempre trasparenti, false illusioni e scarsa professionalità, stanno demolendo la vera anima dello sport. Il grande Pelè ha sempre sostenuto che un calciatore completo deve possedere tre requisiti fondamentali: i piedi, il cuore e la testa.

Oggi in campo si vedono troppi “modelli” sfilare saltellando con i calzettoni sopra il ginocchio, il gel nei capelli per mantenere in piega una perfetta acconciatura di Aldo Coppola, e troppi soldi sul conto corrente. Fattori questi, che non adducono a scuse per un bravo procuratore che vuole tutelare gli interessi dei suoi “players”. E’ necessario allora spostare l’attenzione su altri mercati, preferibilmente stranieri; Spagna, Francia, Inghilterra e Germania, universalmente i più interessanti ma ahimè, condividono lo stesso “leitmotiv” del Bel Paese. C’è però un campione nella memoria di Alessandro: Pavel Nedved! Icona incontrastata della sua Juve, Nedved è un calciatore che indossa su misura la teoria della “trinità” di O’Rei, nonché uno dei più forti giocatori cechi della storia. Ispirandosi al fuoriclasse di Cheb, fa’ sì che la sua attenzione si sposti verso est, nella fredda Ceska Republika. Un Paese con un’economia emergente, ricco di football club blasonati tra cui: Sparta Praha, Slavia Praha, Viktoria Plzen e Mlada Boleslav. “Atterra” a Praga lo scorso settembre e prende contatti con Lukáš Jarolím, ex stella dello Slavia Praha, successivamente ceduto al Siena. Fratello di David, che ha militato nell’Amburgo, Lukáš è il C.T. di un club di serie C nella capitale boema; l’FK Slavoj Vyšehrad. L’incontro si trasforma in opportunità, un’occasione “controcorrente” dove giovani e non più giovani giocatori italiani trovano la possibilità di mettersi in gioco in una realtà differente che trova le sue basi in validi principi, ormai dimenticati, come la meritocrazia.

“Qui è tutto diverso, racconta Alessandro, il calcio ceco è soprattutto improntato sulla fisicità, sulla resistenza. Un calciatore italiano ha una tecnica superiore e, se ben contestualizzato, in una squadra può fare la differenza. Se sei bravo, umile e serio, in Repubblica Ceca hai la possibilità di farti vedere, anche se giochi in 4° divisione. Questo Paese, calcisticamente, è una via di transito, prevalentemente verso il mercato tedesco”. Gli ingaggi sono lontani “galassie” rispetto ai nostri. In terza divisione e in alcuni casi, anche in seconda, molti calciatori hanno un “secondo lavoro”. Una condizione normale in un Paese dove, per anni, lo sport è stato considerato attività post-lavorativa.

Una sfida dunque, caparbiamente vinta da una nuova generazione di ragazzi che non rientra nella tanto chiacchierata categoria dei “bamboccioni”. Giovani che non aspettano che qualcosa accada, lo fanno accadere. Creano situazioni ed eventi per raggiungere il risultato. Il primo successo per Alessandro Praia (ormai diventato Praiola), è Francesco, ventiduenne di Genova, precursore di questa rotta migratoria inversa, il primo calciatore italiano tesserato in Repubblica Ceca. 

 

 

 

Teologia e antropologia dello sport

Teologia e antropologia dello sport - ATLANTIS

 di Romano Toppan

 

Le olimpiadi, il calcio e i vescovi

Nella storia delle Olimpiadi c’è un fatto curioso, che prova l’interesse della teologia per lo sport. La frase con la quale Pierre de Coubertin definì il senso dei giochi olimpici, che devono a lui la loro nuova edizione moderna, fu copiata di sana pianta da un sermone di un vescovo e teologo anglicano, Mons. Ethelbert Talbot: «L’importante non è vincere ma partecipare. La cosa essenziale non è la vittoria, ma la certezza di essersi battuti bene ». 

A sua volta il vescovo ha tratto questa sua interpretazione dello sport (e degli sport) addirittura da San Paolo.

La storia degli sport più famosi del mondo attuale ha stranamente origine nel medioevo, sempre con la presenza di vescovi. Chi l’ avrebbe immaginata una così prepotente (e inaudita) interferenza della chiesa e della teologia nello sport? 

Intorno al decimo secolo, durante le feste religiose, al termine di una processione, era il Vescovo che lanciava una palla in mezzo a due squadre formate da numerosi giocatori, che se la contendevano. Pare che la prima manifestazione simile fu svolta a Vienna durante le celebrazioni pasquali. Questa pratica, rapidamente, dilagò nel resto d’Europa e diede vita a due tipi di discipline: una prevedeva l’uso dei piedi per muovere la palla, e nel corso dei secoli, sfociò nel calcio e nel rugby, l’altra utilizzava un bastone per colpire la palla e da essa si svilupparono il tennis, il golf, il baseball. Solo in seguito si formarono le tecniche della palla giocata con le mani, forse perché considerate più facili o forse vietate, in precedenza, per motivi religiosi.

Proviamo a verificare questo fondamento teologico e religioso nelle attività sportive, sia nel loro manifestarsi come metafora della vita umana (e cristiana), che nella loro evidenza di “gioco” formativo legato allo sviluppo delle culture, dell’intelligenza, della creatività, del problem solving e perfino del pensiero strategico. 

 

Verso la meta

La teologia di Paolo ha plasmato di sé tutta la storia del cristianesimo. Egli paragona spesso la vita del cristiano (dell’uomo) ad una gara, ad una corsa, ad un cammino coraggioso ed atletico. 

Il suo legame con il mondo greco (con le comunità di Corinto, Tessalonica, Colossi, Filippi ed Efeso) lo ha portato in modo spontaneo verso questa similitudine tra sport e impegno di fede, proponendo ai greci, appassionati di gare atletiche e inventori dei giochi olimpici, un ideale di vita e di “eroismo”, di eccellenza antropologica paragonabile all’ideale più profondo dell’animo e della cultura greca: quel kaloV kai agaqoV che si manifestava in modo plastico e perfetto proprio nei giochi.

L’espressione più significativa Paolo la offre nella Lettera ai Filippesi, 3,12-14: “Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione… Al contrario proseguo la mia corsa, mi sforzo di correre per conquistarlo. Dimentico il livello conseguito, lo lascio alle spalle e cerco di raggiungere quello che mi sta davanti, corro alla “meta“, al premio di qualità secondo la chiamata (stimolo) di Dio in Cristo. Per quanto siamo perfetti, dobbiamo tuttavia avere questo pensiero: a qualunque livello siamo arrivati, dobbiamo continuare ad avanzare mirando alla stessa linea“.

È il testo nel quale Paolo esplicita in modo evidente la analogia tra la vita del cristiano e il “percorso“, il cammino, anzi la “corsa“. 

Alcune parole greche ci danno una chiave interpretativa sul significato di questo cammino: 

1. skopoV: che vuol dire meta, benchmark. Deriva dallo stesso verbo che significa “vedere”, osservare, dal quale proviene a sua volta il termine di 

2. episkopoV: come se il vescovo o successore degli apostoli sia una specie di “osservatore” della gara, di allenatore, di trainer, di stratega e forse anche di arbitro in caso di bisogno;

3. anw  klhsewoV : La gara o la corsa verso la perfezione sulla via di Gesù o, meglio su Gesù-via, avviene per “chiamata”, per “convocazione in squadra“, e la squadra con cui si fa questa corsa per la strada di Gesù è appunto la  ekklhzia: la chiesa…la comunità di riferimento. Anche nello sport si adotta il termine “i convocati”;

4. brabeion: il termine indica il “premio” di qualità, il premio di eccellenza ottenuto in una gara, in una competizione. In questo caso in una corsa di strada, nella maratona. La parola greca ha la stessa radice delle terminologie del latino bravium;

Un altro accenno al tema della gara atletica lo troviamo nella Prima Lettera ai Corinzi: 

“Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo…Io dunque corro, ma non come chi è senza meta”. 

Lo spunto gli viene dato, in questo caso, dai Giochi Istmici, che si svolgevano ogni due anni proprio a Corinto. “Però ogni atleta è disciplinato in tutto…essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre”.

Se il vescovo Ethelbert Talbot ha ispirato De Coubertin, appare evidente quale fosse la sua fonte di ispirazione: la bellezza del paragone tra atletica, sport e perfezione cristiana (e umana) ricava da Paolo un fondamento teologico efficace e icastico. 

 

La corona del vincitore

Il cenno di Paolo alla “corona” è chiaramente legato al significato del “premio” che ha indicato nella Lettera agli Efesini con il termine brabeion: siamo di fronte ad un linguaggio tratto chiaramente dallo sport, con la premiazione delle medaglie o delle coppe, che ai tempi dei greci erano corone di ulivo, che a sua volta è simbolo di pace, di armonia, non solo per il benessere dei singoli (l’olio d’oliva veniva sparso sugli atleti come corroborante), ma per il benessere e la felicità dei popoli: infatti le città-stato greche, costantemente in conflitto fra loro, in occasione dei giochi olimpici stabilivano una tregua, un trattato di pace.

L’attività sportiva era paragonata, in ambito sociale, a quella religiosa e culturale. Gli atleti erano considerati “ierofanti” (ἱεροϕάντης) , ossia coloro che celebrano un rito, praticando, al meglio delle loro capacità fisiche e tecniche, l’esercizio delle virtù tipiche della razza ellenica e una relazione speciale con gli dei, con il sacro.

Ecco quindi che la “teologia dello sport” si integra ad una “antropologia culturale” che determina un mondo simbolico, nel quale l’atleta esprime al massimo livello le “potenzialità” umane, non solo sul piano fisico e tangibile, ma anche sul piano del “sapere”, della conoscenza, della eccellenza, con un impegno costante, mettendo tutta la energia e l’intuito di cui uno è dotato. 

Le punte di diamante dei giochi olimpici erano anche filosofi, matematici, musici. L’esempio più clamoroso è Platone, uno dei più grandi e influenti filosofi e uomini di cultura dell’umanità: il suo nome significa “dalle larghe spalle”, perché era  dotato di una prestanza fisica tale da permettergli di partecipare con successo ai giochi di Delfi e Corinto dove fu campione nella specialità del pugilato e, allo stesso tempo, uno dei più grandi filosofi, al quale un numero considerevole di teologi e padri della Chiesa si è ispirato: Agostino fra tutti, ma anche Giustino, Clemente, Basilio, Gregorio Nisseno, Gregorio di Nazianzo.

Benedetto XVI, in occasione della 26° Giornata mondiale della gioventù a Madrid citò proprio Platone: «Cerca la verità mentre sei giovane, perché se non lo farai, poi ti scapperà dalle mani». 

 

Origine dello sport è il cammino

Lo sport, anche etimologicamente, nasce dal cammino, dall’irresistibile bisogno dell’altrove per vivere altrimenti. Se osserviamo la sua derivazione linguistica. Vediamo che il termine sport è l’abbreviazione della parola inglese disport che significa divertimento. 

E  deriva in realtà dal verbo latino divertere – che significa allontanarsi, intraprendere un’altra strada, “deviare”, andare per vie non conosciute. Il cammino diventa “metafora“ del cambiamento e dell’esperienza 

Le società più dinamiche e creative sono le società che si muovono, che rischiano il cambiamento, che sanno andare “oltre” l’orizzonte del già noto, del sicuro, per affrontare anche i pericoli della novità e della innovazione.

Tutte le forme di cammino, dal nordic walking alla semplice passeggiata in montagna, dall’alpinismo allo sci di fondo, dalla marcialonga al pellegrinaggio nel “camino de Santiago”, contengono in modo esplicito questo incontro specifico e illuminante con se stessi. 

Inoltre l’identità della persona, attraverso l’esperienza del cammino, tende a ridursi ai suoi elementi essenziali: chi è nomade, non può portarsi dietro tutti i suoi orpelli. Tende perciò ad apprezzare maggiormente gli elementi irriducibili e originali della propria personalità. Andare per il mondo in tenda o con uno zainetto e il sacco a pelo riduce al minimo il superfluo e accentua quello che percepiamo come centro della nostra persona e i linguaggi profondi del silenzio e del contatto con uno spazio non definito.   

“Il cammino è come una scienza più grande e grave, ci riporta a noi stessi“, diceva Albert Camus nei suoi Carnets 1935-42. 

Sport e la perfezione antropologica

Una concezione, largamente diffusa soprattutto nei paesi con maggiori tradizioni sportive, è che lo sport debba essere considerato un mezzo di trasmissione di valori universali e una scuola di vita che insegna a lottare per ottenere una giusta ricompensa e che aiuta alla socializzazione ed al rispetto tra compagni ed avversari. Per questo motivo l’educazione fisica ha una parte fondamentale nella educazione dell’individuo già all’interno della scuola.

Ma questo legame tra lo sport e le attività atletiche e la formazione completa della personalità, si manifesta sotto molti punti di vista: per il fisico e la salute, ma anche per lo sviluppo delle abilità sociali, dello spirito di collaborazione e della coscienza civica.

Ma la cosa ancora più intrigante in questo spazio dello sport nell’antropologia culturale e nella formazione della civiltà umana, è proprio la sua somiglianza profonda con il gioco.

“Cosa succederebbe – si chiede il teologo Jürgen Moltmann – se la liberazione dell’uomo cominciasse dal gioco?”. Johan Huizinga insisteva su questa funzione del gioco: esso è pratica di libertà. Tommaso d’Aquino: «Coloro che non giocano mai e che non dicono mai qualcosa di gradevole peccano contro la verità».

Per cambiare la vita – scriveva alla fine degli anni ’60 il teologo protestante Harvey Cox nell’ormai classico “La festa dei folli”– bisogna far rinascere lo spirito festivo e la fantasia. Allora la festa sarà di nuovo comunione, la liturgia un mosaico di canti, di luci e di danze, e la politica sarà restituita all’immaginazione”. 

“Anzi, l’orizzonte messianico sarà descritto proprio come un tempo in cui il bambino potrà tornare a giocare con tutti gli animali senza nessuna paura, introducendo persino la sua manina nella buca delle vipere” e le piazze di Gerusalemme «formicoleranno di ragazzi e ragazze che giocheranno» felici”. Sembra quasi che Zaccaria intravedesse, con molti secoli in anticipo, i giochi di piazza, i campi di calcio, di basket, i giochi dei bambini e dei giovani.

Lutero descriverà il paradiso così: «Allora l’uomo giocherà con il cielo e con la terra, giocherà col sole e con tutte le creature. Tutte le creature proveranno anche un piacere immenso, un amore e una gioia lirica e rideranno con te, o Signore». 

Già nel Medioevo il monaco Notker dell’abbazia di San Gallo dipingeva la Chiesa immersa in una specie di gioco paradisiaco ed eterno:” Ecce sub vite amoena, Christe, / ludet in pace omnis Ecclesia / tute in horto” («Ecco, o Cristo, tutta la Chiesa giocare in pace e in sicurezza nel giardino sotto un’amena vite»).      

E ai giovani potremmo, invece, ricordare il consiglio di un altro sapiente, il Qohelet: «Divertiti, o giovane, nella tua giovinezza, si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. Sappi però che su tutto questo, Dio ti convocherà in giudizio».

 

Sport e mistica

Anche se appare inverosimile, c’è un rapporto segreto anche tra sport e mistica o, meglio ancora, tra alcuni “geni” dello sport e l’esperienza mistica. Questa esperienza si chiama “flow”, letteralmente flusso, ma nel linguaggio sportivo è definita trance agonistica. Questa condizione è caratterizzata da un totale coinvolgimento dell’individuo: focalizzazione sull’obiettivo, motivazione intrinseca, positività e gratificazione nello svolgimento di un particolare compito. Oltre che allo sport, questa esperienza è registrata anche in  molti altri campi, compresa la spiritualità e la mistica.

L’estasi di Teresa d’Avila di Gianlorenzo Bernini è un flow scolpito nel marmo.  

“Mihaly Csikszentmihalyi è uno degli psicologi che i padri della felicità citano frequentemente, come ispiratore di molti aspetti relativi alla “psicologia della felicità”. Uno di essi riguarda proprio il rapporto tra felicità e tempo. Egli ha rilevato l’esistenza del concetto di ‘flow’ per descrivere esperienze nelle quali noi siamo completamente “assorbiti” in quello che stiamo facendo e nella quali il tempo è percepito come un lampo. Egli sostiene che noi sperimentiamo esistenzialmente il “flow” quando siamo impegnati in attività che costituiscono una sfida per noi, ma per le quali noi abbiamo le abilità per far fronte alla sfida. Persone diverse riscontrano il flow in attività diverse, ma lo stato è lo stesso: tra le attività nelle quali l’effetto “flow” viene studiato con molta accuratezza, è l’attività sportiva, nella quale le “performances” migliori e assolute avvengono sempre (stando ai protocolli degli atleti) in una condizione di “flow” totalizzante, quasi una sospensione del rapporto con lo spazio e il corpo. Sono condizioni psicologiche che segnano profondamente la felicità e fanno dire al Faust: “Attimo, sei bello, férmati per sempre!”. 

Tra i tanti esempi portati a riprova della “esperienza mistica o flow” negli sport, gli autori accennano a due in particolare.

Il famoso calciatore Pelé, che ha descritto la sua esperienza di flow come “se provassi una strana calma... una specie di euforia. Sentivo che potevo correre per tutto il giorno senza stancarmi e che potevo dribblare qualunque giocatore della squadra avversaria e quasi passare fisicamente attraverso loro” .

Il pilota di Formula 1 Ayrton Senna: raccontò la sua esperienza durante il Gran Premio di Monaco del 1988: “Ero già in pole e continuavo ad andare sempre più forte... Improvvisamente ero quasi due secondi più veloce di chiunque altro, compreso il mio compagno di squadra con la stessa macchina. E improvvisamente ho realizzato che non stavo più guidando la macchina coscientemente. La stavo guidando attraverso una specie di istinto, solo che ero in una dimensione differente. Era come se fossi in un tunnel”. 

 

Perché la Spagna

Perché la Spagna - ATLANTIS

di Luigi Fadalti

 

Nell’analizzare i recenti fatti di Barcellona molti commentatori hanno correttamente posto l’attenzione su una certa debolezza del sistema spagnolo, costituita da un lato da una eccessiva benevolenza nell’ospitare musulmani in particolare di origine marocchina e, dall’altro, in una concreta deficienza di “intelligence” dovuta forse anche ad uno scarso coordinamento tra la Catalogna (e, quindi, i “Mossos d'Esquadra”) ed i servizi centrali dello stato spagnolo. Meno attenzione è stata, invece, posta sul valore simbolico degli attentati realizzati.

A me, che sono veneto, la memoria va a Napoleone Bonaparte il quale, dopo il 12 maggio 1797, che decretò la fine della millenaria Repubblica di Venezia, diede disposizione di scalpellare i leoni di San Marco e di bruciare il Bucintoro: di colpire, quindi, i due più significativi simboli dello stato marciano e del potere dogale. Nella sola città di Venezia furono, a martellate, distrutti quasi 1000 leoni di San Marco e il Bucintoro, il 9 gennaio 1798 (1797 “more veneto”), venne dato alle fiamme.

Napoleone fu, a seconda delle tesi, un feroce criminale ovvero un genio universale.

È certo che egli manifestò grande attenzione, come si è visto, ai valori simbolici e non esitò a colpirli.

Nei mesi immediatamente precedenti i fatti di Barcellona lo Stato islamico e altri gruppi jihadisti hanno prodotto video e documenti che esortano i musulmani a riconquistare “al Andalus”.Al Andalus è il nome che gli arabi hanno dato a quei territori della Spagna e del Portogallo occupati dai conquistatori musulmani (conosciuti anche come Mori) dal 711 al 1492: è, quindi, il paradiso perduto, ma anche il luogo di una sconfitta da cui non si sono mai ripresi. Molti musulmani credono che i territori islamici perduti durante la riconquista cristiana della Spagna appartengano ancora al regno dell’Islam. Essi sostengono che la legge islamica dia loro diritto di ristabilirvi la dominazione musulmana.

Nell’opuscolo diffuso dallo Stato islamico si legge testualmente quanto segue: “la Spagna è uno stato criminale che usurpa la nostra terra”.

Il testo invita gli jihadisti a “perlustrare rotte aeree e ferroviarie per compiere attentati” ed esorta anche i suoi seguaci a “avvelenare cibo e acqua” con insetticidi. Il documento conclude dicendo: “le azioni dei vostri antenati sono la causa delle nostre azioni di oggi”. Il 15 luglio 2016 lo Stato islamico ha diffuso il suo primo video di propaganda con sottotitoli in Spagnolo.

L’ottima qualità della traduzione, sia per l’ortografia, sia per la sintassi, ha indotto alcuni analisti a concludere che il traduttore era di madrelingua spagnola e che i sottotitoli erano stati realizzati in territorio spagnolo.

Il 3 giugno l’ISIS ha diffuso un video – mese del ramadan, mese di conquista – in cui al Andalus è menzionata quattro volte. La Spagna è l’unico paese non musulmano citato nel video. Il 30 maggio 2016, lo Stato islamico ha divulgato un documento di due pagine in spagnolo in cui minaccia direttamente la Spagna.

Nel testo si afferma: “uccideremo ogni infedele” innocente “spagnolo che troviamo nelle terre musulmane e arriveremo nella vostra terra”.

In un video diffuso il 31 gennaio 2016, un jihadista spagnolo dello Stato islamico ha avvisato la Spagna che “la pagherà molto cara” per aver espulso i musulmani da al Andalus. Il video di 8 minuti contiene la seguente dichiarazione: “giuro su Allah che la pagherete cara e la vostra morte sarà molto dolorosa. Riconquisteremo al Andalus, col volere di Allah. O carissimo al Andalus! Pensavi che ti avessimo dimenticato. Giuro su Allah che non ti abbiamo mai dimenticato. Quale musulmano potrebbe dimenticare Cordoba, Toledo, Granada? Ci sono molti musulmani fedeli e sinceri che giurano di ritornare a al Andalus”.

In un altro video lo Stato islamico giura di liberare al Andalus dai non musulmani. Uno jihadista con forte accento nordafricano dice in spagnolo: “Lancio al mondo libero questo avvertimento: viviamo sotto la bandiera del califfato islamico. Moriremo per lei fino a quando non libereremo queste terre occupate: da Giacarta all’Andalusia. Io vi dico: la Spagna è la terra dei nostri padri e ci accingiamo a riprenderla con la potenza di Allah”.

Una settimana dopo la strage di Barcellona lo Stato islamico ha diffuso un altro proclama video che si chiude con l’immagine di Younes Abouyaaqoub, l’assassino delle Ramblas, e la scritta: “la prima battaglia di Barcellona”.

In contemporanea sono state inviate minacce al Papa e l’invito ai “lupi solitari” a colpire l’Italia.

La Spagna che, dopo i fatti di Atocha e la sconfitta elettorale di Aznar, si è ritirata da alcun impegno militare in Medio Oriente, ha, quindi, per gli stati islamici un valore simbolico che forse è stato imprudentemente trascurato. 

 

 

 

Comunicazione: Il mistero delle pari opportunità

Comunicazione:  Il mistero   delle pari opportunità - ATLANTIS

di Riccardo Palmerini

 

Pari opportunità, ovvero garantire a ciascun individuo, a prescindere da sesso, stato sociale, credo religioso o quant’altro, le medesime condizioni per realizzare se stesso nella vita, nel contesto sociale, nel lavoro. Il tutto, per pari opportunità, senza diritti che limitino in alcun modo diritti e/o opportunità altrui.

Così enunciato, credo che nessuno discuterebbe a priori il significato di questi termini.

Pari opportunità è un concetto che viene applicato, in prevalenza, per significare la tutela delle donne nei contesti politici, sociali e lavorativi. Tra la fine del XXI secolo e l’inizio del secolo corrente il principio si è esteso anche ad altre forme di discriminazione, sia sessista che di altro genere. 

L’articolo 3 della Costituzione italiana cita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine  economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Il terzo articolo della carta fondante una moderna repubblica di tipo democratico già esclude la necessità di costituire dipartimenti o ministeri per il rispetto delle pari opportunità; sarebbe sufficiente applicare e far applicare la carta costituzionale.

Se prendiamo la Dichiarazione universale dei diritti umani, gli articoli 1 e 2 citano, rispettivamente:  “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” ; “Ad ogni individuo spettano tutti i dirittie tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.”

Fatte queste docute premesse, le vere domande sono: Cosa significa pari opportunità per tutti? ; Ha senso parlare di pari opportunità per categorie specifiche? Se sì, in quali contesti e termini?; Pari opportunità significa che tutti devono poter far tutto o che ciascuno deve èpotersi esprimere in base alle proprie doti?

Parto proprio da quest’ultimo quesito: ci sono doti che si “coltivano” e si sviluppano, ad esempio, con lo studio, con l’esercisio; altre che sono naturali, biologiche; altre che appartengono all’unicità dell’individuo. Vi sono anche abilità che derivano dal contesto familiare o sociale.

Sostenere che ciascun individuo, per appagare le proprie legittime aspirazioni, deve poter avere accesso a qualsivoglia opportunità è mutare quello stesso principio di parità che si afferma di sostenere e voler difendere. Allo stesso tempo è implicito il denigrare o anche solo privare del giusto valore altri contesti ed opportunità, definiti così come meno “gradevoli” i di livello adeguato.

Se in una corsa si parte tutti dallo stesso punto per giungere ad un medesimo traguardo, è giusto che per primo arrivi il corridore più veloce o quello con più resistenza fisica.

Tema assolutamente diverso è quello inerente i diritti fondamentali dell’individua: il diritto al lavoro, ad un’educazione scolastica di base, alla salute, all’accessibilità. Per quanto concerne questi temi che, invece, giustifivherebbero punti di partenza o traguardi differenziati per i singoli, si lavora e si dibatte molto meno, per non parlare di quanto si faccia realmente.

Sarebbe quindi auspicabile che tutti, a partire dal singolo cittadino, iniziassimo a rispettare quanto già ben indicato nelle Carte fondamentali per ciò che riguarda i diritti dell’individuo.

Tutelare le donne, i bambini e coloro che appartengono a categorie cosiddette disagiate è atto dovuto.

Dare opportunità occupazionali non è più solo un tema legato alle politiche giovanili ma anche a quei lavoratori che si ritrovano senza occupazione ad un’età che pare escluderli dal circuito produttivo.

Incentivare le imprese deve dare pari (non necessariamente proporzionali alle dimensioni) opportunità alle piccole e micro aziende, così come a quelle grandi, alle aziende con una storia così come alle startup.

Affrontando l’argomento in questo modo, però, ci addentriamo nel tema del merito, dell’intraprendenza, della capacità di cogliere le occasioni. Si punta allora ad appiattire (verso il basso), continuando a sostenere che tutti devono potere tutto e, anche dando vita a classi e categorie, dare pari opportunità si attualizza spesso in opportunità teoriche per molti, pratiche per pochi.

Si sfocia quindi nelle “opportunità per i …pari”.

Meno norme, allora, ma ben applicate.

Abbandoniamo classismi e catalogazioni spesso forzate e associate in modo fuorviante ed asociale (donne, gender, comunitari ed extra, laureati e ignoranti, atleti e portatori di handicap); parliamo di persone e assicuriamoci una sana, leale, equa competizione in ogni campo, salvaguardando invece con forza ed equilibrio ben regolamentato i diritti umani fondamentali.

Solo in questo modo e con una certa dose di coraggio (indispensabile per combattere qualunque forma di ipocrisia) risolveremo questo grande mistero contemporaneo delle pari opportunità. 

 

Diritti Umani: Figli di un Dio minore

Diritti Umani: Figli di un Dio minore - ATLANTIS

di Serenella Antoniazzi

In questi mesi mi è capitato di lavorare su un progetto che trattava la disabilità fisica e intellettiva e non mi è stato per niente facile rimanere obiettiva davanti a tanto dolore.  Lo Stato, la Politica, le Istituzioni hanno il dovere di creare e fornire gli strumenti necessari per rendere la persona affetta da disabilità, libera e autonoma (dove sia possibile) permettendole di superare tutte quelle azioni pratiche e organizzative che non sono certo volute ma giunte con la nascita, la malattia o un incidente. Posso solo immaginare che vivere una condizione di disabilità non sia certo una cosa facile soprattutto se questa è accompagnata dalla sofferenza fisica. Documentandomi e interagendo con strutture e persone che operano in questo campo mi sono chiesta se la vera disabilità  sia intesa come limite dato da una carrozzina, un bastone per ciechi, una cannula in gola, oppure sia considerato “disabile” anche colui che va contro corrente, che crede non sia giusto agire come un robot e cambia direzione rischiando di essere considerato matto e persona instabile. L’indifferenza e il contesto a volte falso in cui viviamo  ci “racconta” una realtà diversa da quella che effettivamente gravita intorno alla persone con o senza disabilità ed è la stessa che vivono coloro che, ritenuti normali, vengono ingiustamente etichettati. Si pensi al figlio di un suicida, al fratello di un ladro, di un tossicodipendente, alla figlia di una prostituta; come la  giudichiamo, come la  etichettiamo, quale stima abbiamo di lei in maniera onesta e trasparente, prima che questa sputi sangue come persona per dimostrare il contrario? Le barriere architettoniche non sono le uniche strutture da abbattere perché il mondo diventi un luogo accessibile a tutti. Non mi ero mai chiesta che cosa succeda ai ragazzi che superata  la maggiore età escono dalle strutture protette e non trovano posto dentro i centri  di accoglienza statali o convenzionati dove trascorrere il proprio tempo impegnati in attività costruite ad personam soprattutto quando i genitori non hanno la possibilità economica di sostenerne i costi da privati. Non mi ero mai posta questo problema perché davo per scontato che in ogni territorio vi fossero strutture pronte ad accogliere in continuità questi ragazzi. Immaginavo luoghi e ambienti dove gli sforzi dei genitori che girano per anni come trottole cercando di non perdere neanche una briciola del miglioramento fisico o mentale raggiunto dal proprio figlio, mantenendolo costantemente ricettivo  grazie anche ad attività ludico sportive,  fossero aperti e senza limiti dettati da finanziamenti regionali o nazionali.  Non va dimenticato che  le persone disabili dispongono di pensione destinata ai fabbisogni quotidiani così come gli invalidi e gli anziani; ma c’è una differenza molto importante da tenere a mente, ed è chi si prenderà cura di loro una volta che i genitori verranno a mancare. Questo è il terrore di tanti  Genitori di bambini speciali, che pregano ogni giorno perché il proprio Bambino, chiuda gli occhi un attimo prima dei propri. Bambini che diventano ragazzi, adolescenti, giovani, adulti e che riescono a regalare gioia e amore in maniera incondizionata. Non si aspettano nulla di più che ricevere altrettanto amore. Ho toccato con mano l’impotenza di questi genitori, ho sentito fin dentro le ossa il dolore di queste mamme, ma non posso fortunatamente comprendere che cosa significhi essere imprigionati dentro un mondo vissuto in maniera doppia e non a metà. Doppia perché si è per sempre genitore e coppia, genitore e lavoratore, genitore e badante, genitore e autista, genitore e compagno di giochi, genitore e mai nonno,  mai persona che invecchia e trova ad ogni fase della vita una maturazione personale di ruolo. Per assurdo, una grave malattia suscita pietà e  commiserazione qualche volta nascosta da una falsa condivisione del dolore, mentre la disabilità viene vissuta come una disgrazia che per fortuna non è toccata a noi.

Tutti siamo normali, tutti siamo speciali, tutti siamo giudicati, emarginati, ripudiati, abbandonati. Sappiamo anche  essere geniali, artisti, poeti, artigiani,  tutti viviamo fasi della vita più o meno fortunate; quindi che cosa limita onestamente il nostro pensiero verso coloro che per obbligo dovranno vivere una vita  diversa? Da questo ultimo pensiero mi sono resa conto che essendo mamma di un figlio di ventun anni, un domani potrei ritrovarmi nelle stesse condizioni di tanti genitori di figli disabili perché un tuffo al mare o da una roccia fatto con imprudenza e spavalderia gli/ci cambierebbe la vita per sempre e questa paura  non mi permette di girare la testa dall’altra parte aspettando che altri si adoperino anche per me. Le barriere vanno distrutte prima di tutto dentro di noi e forti della fortuna di essere genitori normali e non speciali adoperarci per migliorare lo stile di vita di tutti i nostri figli. I giudizi devono giungere dopo aver ben riflettuto e camminato per qualche chilometro, con le  scarpe di chi ci vive accanto e spesso non vediamo o per comodo, facciamo finta di non vedere. 

 

 

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