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3/2018

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In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

Serenella Antoniazzi

Coautrice di “ROSSO - Io non voglio fallire”, pièce teatrale in atto unico.

 

Alberto Gasparetto

Ricercatore.

 

Francesco Ippoliti

Generale dell’Esercito Italiano.

 

Domenico Letizia

Analista geopolitico per l’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale (IREPI).

 

Riccardo Palmerini

Coordinatore del Master in Tourismo in eredità religiose e di cultura presso ISSR “Santa Maria di Monte Berico” di Vicenza.  Visiting professor design e innovazione al IAE Toulouse Capitole 1. Fondatore e presidente dell’Associazione Culturale “La stanza delle idee” (Arte e Cultura per i Popoli); Membro professionale dell’Associazione Italiana Marketing e di American Marketing Association. Membro del comitato scientifico per lo sviluppo di programmi tra cultura e tecnologia per il Piano Strategico Metropolitano di Bologna. 

 

Gaetano Pecora

Accademico.

 

Giulia Prosperetti

Giornalista. Vice direttore Report Difesa.

 

Vincenzo Santo

Generale di Corpo d’Armata Esercito Italiano.

 

Stefania Schipani

Ricercatrice Istat. Laureata in Scienze Politiche indirizzo Internazionale. Specializzata in Economia ambientale, collabora con l’Università di Tor Vergata. È presidente del Centro Studi “Rifareleuropa” e vicepresidente di “Filitalia International”.

 

Luca Tatarelli

Giornalista.  Direttore Responsabile della rivista on line www.reportdifesa.it.

 

Annalisa Triggiano

Ricercatrice.

 

 

 

 

Appuntamenti nel Mondo

Appuntamenti nel Mondo - ATLANTIS

Rome MED – Mediterranean Dialogues” quarta edizione

Dal 22 al 24 novembre si terrà la quarta edizione di “Rome MED – Mediterranean Dialogues”, l’iniziativa promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dall’ISPI che rappresenta uno dei principali fori globali di riflessione e dialogo per la definizione di un’agenda positiva per il futuro del Mediterraneo “allargato”.

Come ogni anno, MED è preceduto da una serie di incontri tematici preparatori, chiamati “Towards MED”, che si svolgono da aprile a ottobre in Italia, Europa, Stati Uniti, Russia e in vari Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Inoltre, dal 21 novembre si terranno a Roma i pre-MED Forums, rivolti a target specifici (donne, giovani, media, business, think tank, università, policy planner e cooperazione).

 

XVII Edizione di

Insegnare i Diritti Umani

La nuova edizione del Corso “Insegnare i Diritti Umani” si svolgerà ad Assisi, da lunedì 5 novembre 2018  (alle ore 14)  a giovedì 8 (alle ore 13), presso il Palazzo dei Priori (Piazza del Comune).

 

Livestock, Environment 

And People (LEAP) Conference, Oxford

Il St.Anne’s College ospita una conferenza sponsorizzata dalla Welcome Trust Our Planet Our Health initiative sugli effetti che la carne e i latticini hanno sulla nostra salute, sull’economia e sull’ambiente, in un confronto tra ricercatori con lo scopo di creare un forum dove illustrare le più recenti ricerche dal campo e fornire ai partecipanti concreti strumenti d’azione sulla tematica.

 

Meeting of the National Focal Points for Policy Coherence

14 novembre, Parigi

OECD organizza il quindicesimo incontro al Quartier generale di Parigi. Maggiori informazioni saranno presto aperte al pubblico sul sito ufficiale.

 

Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti 2018, 17-25 novembre

La Settimana europea per la riduzione dei rifiuti (Serr), propone a tutti i soggetti interessati per il decimo anno consecutivo, di radunare nella settimana dal 17 al 25 novembre quante più azioni possibili volte alla riduzione dei rifiuti allo scopo di creare un grande momento di sensibilizzazione sul problema della produzione di rifiuti. Il tema scelto per quest’anno è la “Prevenzione dei rifiuti pericolosi”. 

 

6th Oecd world forum 

on statistics, knowledge and policy, 

27-29 novembre, 

Incheon, Korea

Il forum, coinvolgendo migliaia di leader ed esperti del settore, ha sempre volto lo sguardo a studi riguardo gli aspetti che contano per un benessere inclusivo e sostenibile tenendo conto delle leggi e delle azioni ad esso connesse. L’obiettivo di questo forum è di guardare al futuro chiedendoci quali saranno i trend che daranno forma alle vite delle persone nei prossimi decenni.

 

Europa: le reti in rete. Incontri in Ambasciata

Europa: le reti in rete. Incontri in Ambasciata - ATLANTIS

L’associazione Europa: le Reti in Rete fondata da Stefania Schipani riparte con il nuovo programma denominato “Incontri in ambasciata” la serie di meeting e workshop che si svolgono presso le sedi di ambasciate straniere a Roma con l’obiettivo di parlare di Europa ad alto livello.

Il programma in avvio dal prossimo autunno rinnova e prosegue l’impostazione del primo incontro, che si è svolto a giugno presso l’ambasciata ucraina dal titolo “Europa: Ucraina e allargamento ai nuovi paesi come opportunità di sviluppo”, con l’organizzazione di nuovi seminari di approfondimento rivolti a giovani e studenti che si interessano di tematiche geopolitiche, europee e internazionali. Ma non mancheranno occasioni di incontro per personalità del mondo imprenditoriale e associazionistico interessate a processi di internazionalizzazione. 

La presenza degli ambasciatori garantisce l’elevata levatura del dibattito grazie alla loro esperienza e alla conoscenza dei rapporti dell’Italia con il resto del mondo, ma l’interesse alla vivacità del workshop sarà mantenuta anche grazie ad un’accurata selezione di partecipanti che abbiano una seria preparazione e volontà di conoscenza e confronto sulle tematiche europee. 

Fra gli obiettivi fondativi delle attività dell’associazione Europa: le Reti in Rete rientra sicuramente quello di parlare di Europa in modo veritiero e scientifico, contrastando le banalità e la demagogia che purtroppo negli ultimi tempi stanno infestando il dibattito sulla vera natura dell’Unione europea, sulle opportunità di pace, di sviluppo e soprattutto di libertà che l’Europa ha assicurato in oltre cinquant’anni.

Per recuperare il significato di appartenenza all’Europa come cittadini occorre rilanciare un processo di conoscenza diffusa e innescare un serio dibattito propositivo sulle possibili riforme da attuare in una visione orientata ad un processo costruttivo di miglioramento delle istituzioni europee e delle relazioni fra gli Stati. 

Diritti umani, politica energetica, sviluppo commerciale, libertà di movimento e di impresa, sviluppo sostenibile, cultura, istruzione, formazione, lavoro, l’Europa offre e deve continuare ad offrire tutto questo recuperando il ruolo geopolitico che le spetta. 

Gli “Incontri in ambasciata”, di cui a breve sarà reso pubblico il programma, rappresentano un contributo al rilancio dell’Unione europea e al processo di conoscenza in cui i cittadini devono essere protagonisti. 

Per tutti gli incontri sarà disponibile la registrazione su web tv e il rilascio degli attestati di partecipazione. 

 

 

 

 

 

1948: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo

1948: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo - ATLANTIS

 I diritti dell’uomo sono i diritti che spettano alla persona in quanto essere umano, non dipendenti da una concessione dello Stato. Tali diritti possono essere riportati alla tutela della vita umana sotto ogni forma (contro l’uccisione, la tortura, la schiavitù; la privazione della libertà di coscienza, di religione, di opinioni); all’eguaglianza di tutti (contro le discriminazioni di razza, sesso, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni sociali); alla tutela dei diritti politici (partecipazione effettiva degli individui al governo del proprio paese, elezioni periodiche e libere); alla sicurezza contro il bisogno (libertà sindacali, lavoro, salario, abitazione, cure).

LE ORIGINI STORICHE

I d. dell‘u. sono riconosciuti nei testi fondamentali degli ordinamenti moderni che gli Stati si sono dati e che di questi testi costituiscono le parti più qualificanti. Inizialmente gli atti normativi (per es. il Bill of rights, cioè la dichiarazione americana dei diritti adottata dal governo statunitense nel 1781 e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino approvata in Francia dall’Assemblea nazionale nel 1789) affermavano i diritti di libertà e uguaglianza in appositi preamboli. Tale tecnica venne parzialmente abbandonata per inserire l’enunciazione di questi principi all’interno della parte direttamente precettiva, come accadde per es. nella Costituzione italiana del 1948. Le dichiarazioni americana e francese proclamavano i d. dell’u. invocando l’autorità della natura, in quanto è direttamente dalla natura che i singoli ricevono alcuni diritti fondamentali, di cui sono titolari fin dalla nascita. Poiché fanno parte della natura umana, nessun uomo può decidere di sacrificare tali diritti e, a maggior ragione, questi diritti non possono essere tolti dal sovrano: i diritti naturali costituiscono quindi un cerchio invalicabile che lo Stato è chiamato a rispettare e tutelare.

 

DIRITTO INTERNAZIONALE

Dopo la Prima guerra mondiale, ma soprattutto dopo il secondo conflitto, la tutela dei d. dell‘u. è stata affidata ad atti di diritto internazionale. Nell’ambito delle funzioni delle Nazioni Unite, il 10 dic. 1948 si giunse all’adozione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e più tardi all’approvazione del Patto sui diritti civili e politici e di quello sui diritti economici, sociali e culturali, approvati all’unanimità il 16 dic. 1966 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Importante nel campo della tutela dei d. dell’u. e delle libertà fondamentali è la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (stipulata a Roma nel 1950, entrata in vigore il 3 sett. 1953 e ratificata dall’Italia con la legge 4 ag. 1995 n. 848), sulla cui applicazione giudica la Corte europea dei diritti dell’uomo. Con la modifica del 1994, alla Corte europea possono rivolgersi non solo gli Stati membri che lamentano l’inadempimento degli obblighi contrattuali da parte di un altro Stato membro, ma gli stessi cittadini che hanno patito l’oltraggio dei loro diritti. In tal caso, la Corte può condannare lo Stato colpevole a ristabilire il diritto violato o a risarcire la vittima.

 

I diritti umani all’inizio del 21° sec.

Il tema dei diritti umani ha acquisito una considerazione sempre crescente, tanto nella giurisprudenza internazionale quanto nel dibattito pubblico, in relazione soprattutto al processo incalzante di internazionalizzazione di questi stessi diritti strettamente connesso alle dinamiche dell’era della globalizzazione. Anche le esigenze di pubblica sicurezza affermatesi con la stagione terroristica che si era aperta con gli attentati di New York e Washington del settembre 2001 e le considerazioni sulla strage della popolazione civile durante la guerra scatenata in Iraq dagli anglo-americani (2003) hanno alimentato il dibattito sul diritto alla vita, sulla condanna della tortura e più in generale sulle violazioni dei diritti umani. Diritti, però, assai poco tangibili in larghissima parte del Pianeta. Sicuramente nel primo decennio del 21° secolo si è assistito a una moltiplicazione ed esplosione di nuovi diritti, sia a carattere soggettivo, sia collettivo, rivendicati da organizzazioni e movimenti nazionali e transnazionali, da minoranze linguistiche e culturali, da particolari gruppi sociali e politici. Il diritto a un ambiente non inquinato, all’acqua, al libero accesso a Internet, all’integrità genetica della persona sono temi ormai largamente presenti nel dibattito politico e culturale anche se rappresentano senz’altro più un’aspettativa, o  addirittura  una speranza, che un diritto acquisito. Un primo riconoscimento del dibattito sui nuovi diritti umani, anche se circoscritto solo  a quelli meno controversi e che godono già in molti paesi di un riconoscimento giuridico,  viene dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea  siglata a Nizza nel dicembre 2000. Nel preambolo della Carta si sottolinea la necessità impellente di «rafforzare la tutela dei diritti fondamentali alla luce dell’evoluzione della società, del progresso sociale e degli sviluppi scientifici e tecnologici». In ambito di integrità genetica, per esempio, si sostiene all’art. 3 il diritto di ogni individuo alla propria integrità fisica e psichica, mettendo al bando le pratiche eugenetiche e la clonazione riproduttiva degli esseri umani. E tra i diritti da tutelare si ricordano anche l’ambiente e la privacy personale e familiare. Molto più difficoltoso appare il cammino del riconoscimento di quei diritti, primo fra tutti quello all’acqua, che costituiscono un ostacolo all’azione di sfruttamento commerciale dei pozzi da parte delle grandi imprese internazionali. Molto limitata appare anche l’effettività di tutti i diritti a tutela dei consumatori o il diritto di libero accesso alla rete telematica. A questo proposito basti pensare alla Cina dove la censura applicata dal governo di Pechino a Internet si è avvalsa della collaborazione delle più grandi società informatiche al mondo: le statunitensi Microsoft, Google, Yahoo. Al centro di aspre battaglie nel nostro Paese il riconoscimento delle famiglie omosessuali: se in Italia non è previsto alcun riconoscimento giuridico per le coppie gay che convivono, in Europa sono cinque i paesi dove il matrimonio è aperto a coppie dello stesso sesso (Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Norvegia, Svezia), mentre diverse forme di Unioni civili per le coppie omosessuali sono in vigore in Germania, Regno Unito, Francia, Finlandia, Svizzera e Austria. In Italia è assente anche una normativa legislativa sul testamento biologico, ossia il documento scritto con il quale un individuo asserisce le proprie volontà in materia di trattamento medico (somministrazione di farmaci, rianimazione, ecc.), valide anche quando non si è in grado di comunicarle. Nuove battaglie sono state combattute anche in nome del diritto alla salute e alle cure sanitarie. Una totale mancanza di equità nella distribuzione delle risorse per la salute si è manifestata infatti nel caso delle cure per l’HIV/AIDS: se nei paesi ricchi gli individui colpiti dal virus hanno avuto accesso gratuito, o a prezzi ragionevoli, ai farmaci per curare la malattia, tale possibilità veniva negata ai malati dei paesi poveri a causa dei prezzi altissimi praticati dalle aziende farmaceutiche. Alle soglie del 21° secolo il Sud Africa, grazie alla battaglia condotta da Nelson Mandela,  rivendicò il diritto dei paesi poveri a disporre di farmaci a basso costo efficaci nella cura della malattia e fu trascinato per questo in giudizio da alcune decine di aziende farmaceutiche con l’accusa di aver prodotto farmaci antivirali senza aver pagato i relativi brevetti.

 

Il diritto all’acqua

I Millennium Development goals (Obiettivi di sviluppo del Millennio) lanciati nel 2000 dalle Nazioni Unite sono gli otto obiettivi che gli stati membri si sono impegnati a raggiungere entro il 2015. Garantire la sostenibilità ambientale è uno di questi  obiettivi e, come si legge nella dichiarazione, uno degli indicatori di successo del progetto è ridurre della metà, entro il 2015, la percentuale di popolazione senza un accesso sostenibile all’acqua potabile e agli impianti igienici di base (Target 7.c). La centralità della questione ecologica nella riflessione sul destino del nostro Pianeta si è accompagnata tuttavia in questi ultimi anni alla consapevolezza dell’estrema difficoltà a vedere riconosciuti i diritti delle vittime delle devastazioni ambientali per la forte opposizione mostrata dai grandi centri del potere economico e dagli stessi governi nazionali impotenti, da soli, a imprimere un reale cambiamento nel sistema economico mondiale. In questo contesto la battaglia per il diritto all’acqua, intesa come bene comune universale, dono naturale e non frutto dell’ingegno umano, ha visto una grande mobilitazione a tutela delle comunità dei paesi più poveri dove i pochi pozzi potabili rischiano di essere sfruttati a beneficio esclusivo delle grandi aziende multinazionali. Non va dimenticato che sono oltre due milioni ogni anno i bambini vittime di mancanza di acqua potabile nelle regioni più povere del Pianeta. Il problema della gestione delle risorse idriche è di grande attualità, d’altronde, anche nei paesi occidentali. In Italia i due quesiti referendari del 12 e 13 giugno 2011 che si proponevano di fermare la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua hanno fatto registrare oltre il 95% dei consensi, a fronte di una partecipazione al voto superiore al 54%.

 

Il diritto alla vita

Il diritto alla vita di ogni individuo fu proclamato per la prima volta in ambito internazionale nell’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Tuttavia, più di ogni altro, questo diritto viene frequentemente violato. Infatti, nonostante tutta la giurisprudenza internazionale a tutela dei diritti umani, la pena di morte come punizione di reati è tuttora in vigore in numerosi paesi, tra cui gli Stati Uniti. Nel 2010 sono stati ventitré i paesi che hanno eseguito una condanna a morte: oltre 1000 le vittime in Cina, più di 250 in Iran, 60 nella Corea del Nord, 46 negli Stati Uniti, 27 in Arabia Saudita. Altro tema delicatissimo e tornato di drammatica attualità è quello delle uccisioni di civili in guerra, tema che solleva profondi dilemmi etici e di fronte al quale la legislazione internazionale sui diritti umani appare del tutto impotente. Gli stermini e gli omicidi di massa della fine del 20° secolo, nella regione dei Grandi laghi in Africa e in Bosnia dove centinaia di migliaia di innocenti furono assassinati, ha riaperto la riflessione sul genocidio: nel gennaio 2004, su iniziativa delle NU e del governo svedese, si riunirono a Stoccolma i rappresentanti di una cinquantina di governi per discutere di prevenzione al genocidio. È stata la prima volta, dopo la firma nel 1948 della convenzione ONU contro il genocidio, che la questione ha ottenuto un così esplicito carattere di urgenza nel dibattito internazionale.  Anche la tutela dei diritti dei reclusi nelle carceri e la condanna della tortura e delle umiliazione inflitte alla persona hanno conosciuto una crescente attenzione da parte dei media e della comunità internazionale. Nel febbraio 2006 le Nazioni Unite hanno denunciato gli Stati Uniti per gravi violazioni dei diritti umani dopo l’ispezione del carcere statunitense di Guantanamo (Cuba); nel rapporto conclusivo dell’ONU si parlava esplicitamente di torture e la stessa organizzazione ha chiesto agli Stati Uniti la chiusura del centro di detenzione, chiusura annunciata dal presidente Barack Obama nel 2009 ma poi rinviata. La stesse Nazioni Unite hanno voluto dare un segnale di maggiore attenzione e considerazione verso i diritti umani e nel marzo 2006 l’Assemblea generale  ha istituito un nuovo Consiglio per i diritti umani in sostituzione di un organismo preesistente, la Commissione dei diritti umani, che vedeva al suo interno la partecipazione di paesi come il Sudan o lo Zimbabwe, più volte denunciati per palesi violazioni dei diritti dell’uomo. In relazione a questa materia, risulta controverso anche lo scenario mediorientale, con particolare riferimento al conflitto israelo-palestinese; al riguardo, nel luglio 2006 una risoluzione dell’Assemblea generale delle NU esprimeva grave preoccupazione per i contraccolpi sulla popolazione palestinese delle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza. Molto più dure le parole della dichiarazione conclusiva presentata nel settembre 2009 dalla Commissione istituita dal Consiglio per i diritti umani per indagare sugli effetti della guerra scatenata da Israele a Gaza alla fine di dicembre 2008: si leggeva nella dichiarazione, successivamente sconfessata dal presidente, ma non dagli altri commissari, che Israele aveva reiteratamente violato i diritti umani della popolazione palestinese e forse commesso anche crimini contro l’umanità. Una vigile opera di controllo sulle violazioni dei diritti umani in tutto il Pianeta è svolta da Amnesty International, un’organizzazione che nei suoi rapporti annuali denuncia le situazioni maggiormente a rischio e opera in concreto per salvare molte vite umane. Il rapporto 2011, nel ricordare il coraggio e la determinazione di quanti dal Nord Africa al Medio Oriente hanno protestato contro la tirannia e l’oppressione, sottolinea i cambiamenti che l’era digitale ha introdotto in tutto il mondo e auspica che la nuova tecnologia possa sempre essere utilizzata al servizio della giustizia e dell’umanità. 

 

 

 

DIRITTI DELL’UOMO - APPROFONDIMENTO di Gaetano Pecora

DIRITTI DELL’UOMO - APPROFONDIMENTO di Gaetano Pecora - ATLANTIS

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) esordisce così: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Queste parole riecheggiano i documenti più solenni della Rivoluzione americana (1776) e francese (1789) e ribaltano il tradizionale rapporto fra governanti e governati, là dove si voleva che i primi fossero titolari di diritti e i secondi destinatari di doveri. Qui, invece, si stabilisce che ai governati appartengono diritti che i governanti hanno il dovere di riconoscere. Riconoscere, non creare. Si tratta di diritti, infatti, che sono scolpiti nella natura umana e che gli uomini perciò possiedono fin dalla nascita. E poiché non li ha creati nessun potere, nessun potere può distruggerli ma deve riconoscerli, come appunto recita la nostra Costituzione: “La Repubblica riconosce […] i diritti inviolabili dell’uomo” (art. 2).

Una volta proclamati nelle carte costituzionali, i diritti umani mutano natura: da semplici aspirazioni di filosofi, quali erano all’inizio, essi ascendono al rango di vere e proprie leggi positive, con tanto di sanzioni che ne assicurano l’osservanza. Questo è il fenomeno della positivizzazione delle libertà naturali.

 

La lunga marcia dei diritti umani

Oltre che positivizzati, i diritti dell’uomo si sono anche moltiplicati e arricchiti. Ed è così che agli originari diritti civili della tradizione liberale (la libertà di circolazione, l’inviolabilità del domicilio, la libertà religiosa ecc.), si sono aggiunti prima i diritti politici del pensiero democratico (il suffragio universale, innanzitutto) e poi i diritti sociali del movimento operaio (il diritto al lavoro, all’istruzione e alla salute). In tal modo si è prodotto un secondo fenomeno, conosciuto come progressione dei diritti dell’uomo.

Quando il 10 dic. 1948 l’Assemblea generale dell’ONU ha riunito tutti questi diritti sotto la bandiera della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la lunghissima e faticosissima marcia dei diritti ha conquistato una nuova tappa: l’universalizzazione dei diritti umani. Dove per universalizzazione è da intendere l’allargamento della protezione giuridica dal sistema interno dello Stato al sistema esterno della comunità internazionale.

Con la conseguenza che, almeno teoricamente, gli individui potrebbero chiedere la tutela dei loro diritti non solo dentro lo Stato, ma anche contro lo Stato di appartenenza; non solo cioè fidando sugli organi statali, ma anche ricorrendo contro di essi quando proprio essi calpestino o disattendano i diritti umani. In questo caso, scatterebbe negli individui il diritto di appellarsi a istanze sovrastatali, le quali dovrebbero forzare lo Stato colpevole a recedere dalla sua illegalità. Tutto ciò, però, solo teoricamente.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo

A seguito della Dichiarazione del 1948, infatti, non è stato organizzato alcun potere capace di sopraffare le politiche liberticide delle comunità statali. Né poteva essere diversamente, perché gli articoli della Dichiarazione - che peraltro nessuno ebbe l’obbligo di firmare e ratificare - si presentano nelle vesti di “ideali da raggiungere” (come si legge nel preambolo): ideali, dunque, e non norme giuridiche che producano qui e ora doveri per gli Stati e quindi diritti per gli individui.

Ispirati ai principi della Dichiarazione, in seguito sono stati conclusi due patti, il Patto internazionale sui diritti politici e civili e il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, i quali - approvati dall’Assemblea generale dell’ONU nel 1966 - hanno predisposto veri diritti e veri obblighi giuridici: innanzitutto l’obbligo per gli Stati firmatari di inviare a speciali comitati un rapporto periodico dove, di volta in volta, essi certificano quel che hanno realizzato per onorare le clausole dei patti; in secondo luogo, il diritto di ricorrere con una comunicazione scritta al Comitato dei diritti dell’uomo, dinanzi al quale ogni cittadino può denunciare l’offesa delle sue prerogative. In questo caso, il Comitato ne valuta l’ammissibilità e quindi, dopo un iter alquanto laborioso, conclude il procedimento con una propria veduta; tali vedute, comunque, dal punto di vista giuridico hanno valore di semplici raccomandazioni.

 

La Corte europea dei diritti dell’uomo

Non raccomandazioni, invece, ma vere e proprie pronunce giurisdizionali sono le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che è stata prevista dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

La Convenzione fu stipulata nel 1950 fra gli Stati membri del Consiglio d’Europa ed entrò in vigore nel 1955. Da allora è stata più volte integrata e corretta.

È solo con la modifica del 1994, tuttavia, che la Corte europea ha raggiunto la frontiera più avanzata nella tutela dei diritti umani.  A partire da quella data, infatti, possono rivolgersi a essa non solo gli Stati membri che lamentano l’inadempimento degli obblighi contrattuali da parte di un altro Stato membro, ma anche - ed è la novità più significativa - gli stessi cittadini che hanno patito l’oltraggio dei loro diritti. In tal caso, la Corte può condannare lo Stato colpevole a ristabilire il diritto violato o a risarcire la vittima con un “equo soddisfacimento” in denaro. In tal modo, a partire dalla Dichiarazione del 1948, pur tra incertezze, ripieghi ed errori, è stata rafforzata la tutela effettiva dei diritti dell’uomo. 

 

 

Focus Paese: Malta

Focus Paese: Malta - ATLANTIS

La piccola ma grande ricchezza di Malta

L’isola di Malta è stato membro dell’Unione Europea dal 2004 e ha adottato l’euro nel 2008. Dal 1 gennaio al 30 giugno 2017 Malta ha detenuto per la prima volta la Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea.  La politica estera del Governo maltese non si limita ai rapporti con gli altri Stati membri dell’UE e con i vicini del Mediterraneo. Le autorità, nel corso dei decenni, hanno guardato sempre più ai mercati emergenti dell’Asia, in particolare alla Cina, ed ai Paesi del Golfo, con lo scopo di avviare partnership strategiche ed attrarre investimenti. Tra i principali dossier dell’attualità della politica internazionale particolare rilievo assumono la questione migratoria e la situazione in Libia, la cui instabilità continua a generare preoccupazione per i possibili risvolti di sicurezza nel Mediterraneo. L’Italia è senz’altro il Paese con il quale Malta intrattiene i rapporti più intensi, sia nel settore politico che economico, commerciale e culturale. L’intensa cooperazione bilaterale si estende anche al campo della Difesa: da oltre quarant’anni è presente a Malta una Missione Italiana di Collaborazione nel Campo della Difesa che fornisce un’attenta attività di formazione e addestramento alle Forze Armate maltesi, soprattutto nel settore della ricerca e del soccorso in mare. Malta, pur con le sue ridotte dimensioni, si conferma come una delle economie più dinamiche dell’Unione Europea, continuando a registrare un andamento positivo dei principali indicatori macroeconomici. Il PIL maltese è cresciuto del 9% rispetto al 2016. L’economia maltese è altamente terziarizzata. Oltre un quarto del PIL è legato al turismo, seguito da servizi finanziari (circa il 15%) e gioco online (12%). Altri settori di attività prevalenti sono i servizi marittimi e di navigazione, il comparto del trasporto aereo, quello medico-sanitario e farmaceutico. Da evidenziare inoltre l’espansione del settore tecnologico (ICT) e digitale. Nel 2016 il rapporto deficit/PIL è migliorato registrando un surplus e attestandosi al +1.1%, contro il -1,1% del 2015. Nel 2017 si è registrato un tasso di inflazione medio annuo del 1,3%, in aumento rispetto al 2016 (0,9%) ma sempre inferiore alla media europea di 1,5%. Le ultime previsioni UE indicano un tasso di inflazione dell’1,5% nel 2018. Nel 2017 Malta si è classificata terza in Europa per tasso di disoccupazione più basso, pari al 4%, rispetto ad una media dell’Eurozona pari al 9,1%. Positivo anche il dato sulla disoccupazione giovanile, registrata al 10,3% tra i giovani con meno di 25 anni contro una media europea del 18,9%. L’Italia continua a mantenere il ruolo di primo partner commerciale considerando il valore delle importazioni pari a 1,4 miliardi di euro. Le voci principali delle nostre esportazioni sono: prodotti petroliferi raffinati, navi e imbarcazioni, apparecchiature per le telecomunicazioni, prodotti chimici ed energia elettrica. Prodotti tessili e medicinali costituiscono le prime voci delle nostre importazioni. Seguono tra i Paesi che importano maggiormente: il Regno Unito, la Germania e gli Stati Uniti. Per quanto riguarda le importazioni da Malta, l’Italia si colloca al terzo posto con 377 milioni di euro, preceduta dalla Germania e dalla Francia, seguita dalla Libia, gli Stati Uniti ed il Regno Unito. Gli IDE diretti a Malta in termini di stock sono da riferirsi per il 97% ad attività finanziarie ed assicurative. Secondo i dati forniti dall’Ufficio di statistica nazionale, gli Investimenti Diretti Esteri a Malta in termini di stock risultano circa 165,5 miliardi di euro a giugno 2017, con un aumento di circa 9 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2016. Da evidenziare che di IDE italiani a Malta in termini di stock ammontavano a 472 milioni di euro a giugno 2017.  Nel primo semestre 2017, il flusso di investimenti esteri diretti a Malta ha invece registrato un leggero calo di 0,5 miliardi rispetto al 2016, attestandosi a 1,2 miliardi di euro. Anche gli IDE maltesi, sia in termini di stock sia in termini di flussi, sono da riferirsi per il 99% ad attività finanziarie ed assicurative. Nei primi 6 mesi del 2017 gli IDE maltesi all’estero in termini di stock sono aumentati di 0,5 miliardi rispetto al 2016, attestandosi a 62,2 miliardi di euro. Anche i flussi d’investimento all’estero hanno registrato un aumento, passando da 2,4 miliardi di euro nel primo semestre del 2016 a 3,1 miliardi nel 2017, di cui 63 milioni diretti in Italia.

 

Dove investire a Malta?

Grazie agli incentivi offerti dal Governo e all’interpretazione delle “disposizioni di Bolar” adottate in ambito UE, Malta ha accolto un gruppo di imprese che operano a livello mondiale nella produzione di farmaci generici, dispositivi medici, nonché prodotti e servizi sanitari. Altro settore interessante è quello legato alla strategia mercantile dell’isola. La lunga tradizione marittima di Malta, la sua posizione strategica nel Mediterraneo e i suoi porti naturali hanno favorito principalmente lo sviluppo del settore marittimo grazie all’allargamento del registro navale maltese, il più grande d’Europa e uno dei maggiori a livello mondiale. Anche il settore delle riparazioni navali offre una vasta offerta di servizi. L’ultimo settore in ordine di tempo è quello delle tecnologie DTL e Blockchain che con l’approvazione del nuovo quadro normativo proiettano Malta tra i primi 5 paesi al mondo nei quali sarà possibile avere tutele e certezze dell’investimento.

 

Il Malta Freeport Terminals

Fondato nel 1988, il Malta Freeport Terminals ha registrato una notevole crescita negli ultimi 25 anni e attualmente è uno dei più grandi centri di trasbordo e logistica nella regione del Mediterraneo centrale. Il successo generato ha dato avvio ad una serie di investimenti che hanno significativamente aumentato le capacità di trasbordo del porto. Il Malta Freeport Terminals è rinomato per la sua cultura aziendale, per la relativa assenza di burocrazia e per la capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti commerciali. La gestione logistica del porto, per essere al passo con i cambiamenti della globalizzazione commerciale, ha avviato una massiccia campagna di investimenti che oltre a rappresentare un concreto miglioramento per il potenziale di espansione, consente ai clienti di allargare gli orizzonti del business e concretizzare le proprie potenzialità all’interno dell’arena globale commerciale. Le istituzioni di Malta hanno avviato un programma di investimenti che prevede un aumento delle funzionalità del porto. Dalla privatizzazione dell’ottobre 2004, il Freeport ha gestito 3,06 milioni di TEU nel 2015. Alcune delle linee di trasporto delle principali compagnie marittime hanno scelto il Malta Freeport Terminals come hub di trasbordo per il Mediterraneo centrale, tra cui le imponenti compagnie 2M: Maersk Line, MSC, CMA CGM, UASC e China Shipping. Tali colossi sono stati attratti dall’invidiabile posizione geografica del Malta Freeport, nel campo delle operazioni di trasbordo, negli avanguardistici impianti dedicati al trasbordo e per le operazioni a basso costo. Poiché Malta è strategicamente situata sulle principali rotte commerciali del Mediterraneo, le navi possono fermarsi al Malta Freeport con una deviazione minima di appena sei miglia nautiche tra Gibilterra e il Canale di Suez. Ciò si traduce in drastiche riduzioni della durata della consegna delle merci, risparmi sui costi nel sistema di distribuzione e una migliore soddisfazione del cliente. Inoltre, le linee marittime che fanno scalo a Malta sono in grado di servire sia i mercati del Mediterraneo orientale che quello occidentale con un’unica fermata principale. I clienti del Freeport beneficiano anche dell’elevata tecnologia dell’azienda nel ricorso ai sistemi informatici e la capacità di mantenere elevati gli standard qualitativi. L’attualità logistica del Porto potrebbe divenire un’importante opportunità per le imprese italiane. Chi ha approfondito a fondo le opportunità del Freeport di Malta è Sergio Passariello, Ceo e fondatore del Consorzio Euromed e del brand europeo Malta Business nonché presidente della Mediterranean Academy of Culture, Tourism and Trade di Malta, che ha confermato la presenza di aziende italiane che stanno partecipando ai lavori di ampliamento del Porto. Il Terminali Freeport di Malta ha due terminal container, ovvero Terminal One e Terminal Two. Il Terminal One ha una lunghezza del molo principale di mille metri con una profondità d’acqua di 17 metri, un’area totale di 539.643 metri quadrati, 10.499 slot di terra del container e 689 punti di riferimento. Malta Freeport Terminals ha anche sviluppato Terminal One West Quay che ha una lunghezza di 290 metri e una profondità d’acqua di 9,5 metri. Il North Quay del Terminal One è dotato di 10 gru Quayside, 3 in grado di raggiungere 25 container, 4 in grado di raggiungere 24 container e 3 in grado di raggiungere 18 container. Il Terminal Two ha una lunghezza operativa totale della banchina, per operazioni principali, di 1.173 metri, 4.791 piazzole di terra, 400 punti di guardiamarina e un’area totale di 231.357 metri quadrati. È servito da undici gru Super Quayside Panamax. Una di queste gru è in grado di raggiungere 25 container e di movimentare container 2 x 20 a doppia elevazione, quattro in grado di raggiungere 23 container e di gestire container 4 x 20 o 2 container da 40 in tandem. Riguardo i collegamenti portuali con altri centri vitali dell’isola, a 6,4 Km abbiamo l’aeroporto più vicino: il Malta International Airport. I Servizi aeroportuali sono disponibili per più di 40 destinazioni dirette verso Africa, Europa, Medio Oriente e USA. Una realtà portuale che merita la doverosa attenzione. Non solo benefici logistici e tecnologici ma anche fiscali, sono alla base del successo del Malta Freeport. Il Malta Freeports Act ed il Business Freeport Act sono le leggi che regolano tutte le attività all’interno del Freeport in cui Malta Freeport Corporation Ltd è l’unica autorità e agisce come un’agenzia one-stop.

 

Energia a Malta

Malta dipende totalmente dall’importazione di prodotti petroliferi per la produzione di energia elettrica. La produzione di energia da fonti rinnovabili ed il risparmio energetico rivestono un ruolo prioritario sia sul piano economico sia per il rispetto degli impegni presi da Malta a livello comunitario in tema di energie rinnovabili entro il 2020. Nell’aprile 2015 è stato inaugurato l’interconnettere elettrico Malta-Sicilia per allacciare l’arcipelago maltese alla rete elettrica europea. Malta ha inoltre ottenuto l’approvazione da parte del comitato “Connecting Europe Facility - CEF” dell’Unione Europea di un finanziamento pari a 3,7 milioni di euro per gli studi di fattibilità della messa in opera, delle indagini marine e la preparazione delle gare relative al gasdotto Italia-Malta.

 

Servizi di consulenza

Tra le progettualità che hanno generato la nascita di un grande legame tra Malta e Italia vi è il progetto “Malta Business” che ha ideato un programma d’informazione e consulenza, per i propri clienti, finalizzato all’erogazione di specifici servizi. L’intera struttura mira a fornire ai clienti le competenze per seguire un progetto imprenditoriale, esprimendo al meglio esperienze e competenze. Tra i servizi molta attenzione è dedicata alle opportunità finanziarie dell’isola. Grazie ai numerosi analisti economici di “Malta Business” possiamo affermare le potenzialità dell’isola in campo finanziario. Il settore dei servizi finanziari ha realizzato una rapida crescita a partire dal 2004, dopo l’adesione all’Unione europea, e l’isola ha strutturato un sofisticato e flessibile sistema finanziario. Questa visione ha fatto in modo che molte aziende hanno scelto Malta come propria sede, compresi gli hedge fund, insurance captives, gestori di fondi, fornitori di servizi di investimento, istituti di credito, intermediari assicurativi e operatori del forex di vario tipo. Malta in qualità di membro dell’UE assicura alti standard normativi che concedono reputazione aggiunta a Malta come un hub europeo dei servizi finanziari. Contestualmente, Malta vanta procedure di set-up, costi operativi e tax rate bassi, pur mantenendo la conformità agli standard europei. Malta risulta essere un importante centro finanziario europeo che coniuga elevati standard di regolamentazione e l’applicazione rigorosa delle norme con una vocazione commerciale. Tra i prossimi progetti c’è la distribuzione di prodotti e servizi di moneta elettronica con il Marchio “Malta Business Cards”, in collaborazione con uno degli istituti di moneta elettronica autorizzati da MFSA.

 

Il particolare rapporto di Malta tra Regno Unito ed Unione Europea 

Non vi è dubbio che, nell’ambito della Comunità Europea, solo due Stati possono vantare un radicato rapporto storico-politico con il Regno Unito e questi sono Cipro e Malta, che per diversi anni hanno subito la dominazione Inglese, per poi ottenere l’indipendenza rispettivamente nel 1960 e nel 1964.  Malta, in particolare, sebbene oggi indipendente, ha sempre mantenuto ottimi rapporti con il Regno Unito, sia per le affinità legislative e giuridiche (Common Law) sia per la lingua, oltre che per l’impostazione commerciale e finanziaria del paese. Malta e Regno Unito continuano a scambiare ad avere anche ottimi rapporti, nei settori della salute, della sicurezza sociale, nella cooperazione finanziaria e nel sostegno reciproco dei diritti umani. Questo rapporto, si amplifica e produce riflessi positivi in ambito commerciale se consideriamo che entrambi gli Stati sono parte del Commonwealth. Il Commonwealth è un’associazione volontaria di 53 stati indipendenti e sovrani, che collaborano nell’interesse comune dei loro popoli per promuovere la tolleranza e la pace nel mondo e che hanno conservato un rapporto economico e culturale con il Regno Unito. L’espressione “The Commonwealth of Nations” fu impiegata ufficialmente alla conferenza del 1926, in riferimento al “gruppo di comunità che si autogovernano, composto dalla Gran Bretagna e dai Dominions”. Lo Statuto di Westminster stabilì la piena eguaglianza tra Regno Unito e dominions con la fondazione del Commonwealth. Il Commonwealth attuale è altro rispetto al piccolo gruppo di ex colonie britanniche che al principio lo costituivano. Oggi, esso si fonda sulla valorizzazione e l’avanzamento della democrazia, dei diritti umani e di uno sviluppo economico e sociale, sostenibile all’interno dei stati aderenti e anche altrove. E’ dotato di una lingua ufficiale comune (l’Inglese) e schemi sociali nonché legislativi simili. Vi è un notevole potenziale commerciale non sfruttato nei mercati in via di sviluppo del Commonwealth, in particolare quelli in Africa e Asia. I Paesi del Commonwealth, sono giovani e dinamici. La popolazione è prevista in aumento del 29,4 per cento nel periodo 2015-2050, mentre la popolazione della zona euro dovrebbe scendere dell’1,4 per cento. Come sottolineato e approfondito da Sergio Passariello, Ceo e fondatore del Consorzio Euromed e del brand europeo Malta Business, grazie alle pagine del “Corriere di Malta”, un recente studio della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale evidenzia che i mercati emergenti in Africa stanno godendo di tassi di crescita senza precedenti. L’entusiasmo non è più limitato al Sud Africa. Un flusso costante di investimenti sia pubblici che privati in tutto il continente sta aumentando, in paesi come il Kenya, la Tanzania, il Camerun e il Botswana. Come ciò amplifica il rapporto con Malta? Malta è anche membro dell’Unione Europea dal 2004, con un processo di negoziazione partito nel 1999. Le sue riforme legislative in campo economico ed attrazione degli investimenti, in rapporto anche con i paesi africani, si rivelano subito vincenti, facendola diventare in poco tempo un hub finanziario molto apprezzato in campo internazionale. Proprio la sia dinamicità e la sua propensione alla concretezza, la portano ad essere tra gli Stati della Comunità Europea con il più alto tasso di crescita e con un ratig AAA (Moody). I fondi Europei, sono ben spesi in infrastrutture tecnologiche, in opere pubbliche ed in formazione tanto da immaginare la nascita, nei prossimi anni, di una smart island al centro del Mediterraneo. Storici anche i suoi rapporti con i paesi nord africani, ed in particolare con la Libia, che sono annualmente rinvigoriti da numerose missioni politiche e commerciali.  Come dichiarato da Passariello possiamo considerare Malta come un “laboratorio d’innovazione, centro finanziario, hud educativo, che grazie alla sua storia, ad i sui rapporti commerciali, alla sua piccola e dinamica struttura burocratica potrebbe diventare la naturale cerniera di collegamento, tra il progetto “Empire” del Regno Unito post Brexit, le comunità nord africane ed il sogno degli Stati Uniti d’Europa”. 

 

I punti di forza del sistema fiscale Maltese e i trattati con l’Italia

Il sistema fiscale è stato concepito in maniera tale da favorire gli investimenti provenienti da paesi stranieri grazie anche ad una vasta rete locale di servizi finanziari, concepiti allo scopo di garantire un consistente sviluppo economico, la sua efficienza e la sua semplicità sono il punto di forza che ogni anno attrae tantissimi nuovi investitori ed imprenditori da ogni parte d’Europa.

Aliquota d’imposta progressiva per le persone fisiche, fino a un massimo del 35%

Aliquota d’imposta per le società del 35% con refund dei 6/7 delle tasse pagate agli investitori esteri.

Procedure amministrative semplici e pratiche

Nessuna trattenuta fiscale, tassa patrimoniale o imposta di proprietà

Imposta sul valore aggiunto (VAT, corrispondente alla nostra IVA) pari al 18%

Refund delle tasse dei 5/7 su proventi da Royalties

Un sistema previdenziale equo

Tassazione delle persone fisiche

Tra i punti di forza con l’Italia evidenziamo che tra Malta e la nostra penisola è applicata una Convenzione per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio, firmata a La Valletta il 16 luglio 1981, ratificata con legge n. 304 del 2 maggio 1983, ed entrata in vigore dall’8 maggio 1985. Il sistema fiscale maltese rimane fortemente influenzato dal sistema britannico, soprattutto in relazione alla definizione della residenza fiscale, elemento di fondamentale importanza nell’individuare la potestà impositiva del Fisco.

Nel sistema fiscale Maltese, le persone fisiche si dividono fiscalmente in due tipologie:

Lavoratori dipendenti

Lavoratori autonomi 

Entrambe le categorie sono soggette al pagamento della rispettiva aliquota di imposta e sono tenute a versare la Social Security Contribution, ovvero la Previdenza Sociale. Per il lavoratore dipendente, la Social Security verrà pagata regolarmente dal datore di lavoro che verserà i contributi (10% del salario), più un ulteriore 10% da versare singolarmente. Per il lavoratore autonomo si versa provvisoriamente le tasse (secondo l’aliquota corrispondente al reddito) durante il corso dell’anno, e il totale sarà suddiviso in 3 rate (una ad aprile, una ad agosto e l’ultima parte a dicembre) e si effettua il saldo finale entro il 30 giugno dell’anno successivo, versando il 15% per la Social Security. L’ammontare delle tasse dipende dalla fascia di aliquota associata al reddito totale maturato, e dipende anche dalla residenza del soggetto tassabile. Secondo i principi della “World-wide income taxation” a tutti coloro che sono residenti e hanno domicilio a Malta verranno tassati tutti i redditi, a prescindere dalla provenienza. Ai non residenti invece saranno tassati solo i redditi maturati sul territorio Maltese, oppure quelli maturati all’estero, ma regolamentati dalla giurisdizione Maltese, mentre il reddito prodotto da partecipazioni e royalties non è soggetto a imposizioni. Tutti coloro che risiedono temporaneamente a Malta sono tassati esclusivamente per il reddito maturato sul territorio Maltese durante il periodo di soggiorno.

 

Il turismo a Malta 

La storia di Malta è lunghissima, e i reperti archeologici più antichi tuttora visitabili sul posto risalgono a oltre 4mila anni fa: è il caso dei resti degli insediamenti neolitici della caverna di Għar Dalam e di autentici gioielli del passato come il tempio megalitico di Menaidra. Spaziando tra le testimonianze fenicie, arabe e anche inglesi tuttora presenti, che rendono l’isola una destinazione particolare dal punto di vista storico – artistico per la ristretta vicinanza di vestigia di tante epoche diverse, possiamo soffermarci in particolare su alcuni luoghi che sono significativi anche in rapporto all’Italia. Il primo, ma solo in ordine cronologico, è quello della Domus Romana nella cittadina di Mdina, risalente al I secolo a.C. I mosaici rimasti risultano stupendi, in cui l’abilità tecnica nell’uso di tessere di piccola dimensione si fonde con una sapienza pittorica capace di notevole stile coloristico. Notissima per la bellezza delle sue spiagge e la limpidezza dell’acqua di mare, che nei punti panoramici come quello della Grotta Azzura nei pressi di Hagar Qim risultano ancora più incantevoli, Malta è però una destinazione da scoprire anche dal punto di vista gastronomico. Tra le sue pietanze tipiche non mancano le tracce di un passato intessuto con mille influenze, dall’agrodolce della vicinissima Sicilia alla pasta di sesamo per i dolci proveniente dal Maghreb, dal gusto delicato della zuppa di pesce parallelo a quello della bouillabaisse francese fino al ricorso alla salsa di mostarda presa in prestito dagli inglesi. Sull’isola è arrivato anche il trend “from farm to table”, cioè la predilezione per il cibo prodotto sul posto, preferibilmente acquistato senza intermediari. Tra i locali che lo propongono c’è Diar Il Bniet: in tavola serve le verdure coltivate in proprio e le mette in vendita sotto vetro anche nel negozio attiguo al ristorante. Altra piacevolissima scoperta è quella dei vini localo, come: Mark Cassar, a una decina di chilometri da Valletta, vinifica con il metodo georgiano “qvevri”, in cui la fermentazione avviene in anfore, di argilla o vetro, poste sotto terra. Il risultato non è solo gradevolissimo ma esalta anche la genuinità della materia prima. Nel gennaio 2018, il direttore dell’Ente per il turismo di Malta, Gozo e Comino in Italia, Claude Zammit-Trevisan, dichiarò che la Fondazione Valletta 2018, ente governativo maltese incaricato di mostrare al meglio lo sviluppo locale e celebrare la città isolana come Capitale europea della cultura del 2018, ha elaborato un calendario di oltre 400 eventi nel corso di tutto il 2018, stagione estiva e stagione invernale. 

 

Malta, blockchain island

Tre distinti disegni sulla blockchain sono stati approvati dal Parlamento maltese al termine di un periodo di consultazione di tre settimane, con l’obiettivo di far diventare malta “leader mondiale nell’innovazione economica”. Questo primo passo consentirà a Malta di diventare leader mondiale nell’innovazione economica. La tecnologia, che è ancora nelle sue fasi iniziali di sviluppo, opera attualmente in un mercato non regolamentato. I sistemi basati su questa tecnologia potrebbero essere utilizzati per i pagamenti transfrontalieri, ad esempio nel settore del petrolio e del gas, nei quali gli operatori cercano e desiderano avere “transazioni immediate e trasparenti”. Il campo di applicazione è molto vasto: dall’industria musicale, legate al riconoscimento di royalties e diritti d’autore, nonché ai contratti intelligenti, che permetterebbero alle persone di un paese di acquistare proprietà in un altro, senza la necessità di intermediari. Lo scopo di queste leggi sarà quello di fornire certezza giuridica in un contesto che attualmente non è regolamentato, otre che fornire un ambiente protetto a questa tecnologia che renderà Malta la destinazione naturale ed ottimale per le imprese che lavorano in questo settore. 

Nel dettaglio le leggi proposte saranno le seguenti:

La prima legge, prevede la creazione del Malta Digital Innovation Authority (Autorità per l’innovazione digitale di Malta), al quale saranno delegati poteri di regolatore centrale per promuove la politica del governo al fine di favorire lo sviluppo di Malta come centro per tecnologie nuove e innovative. L’autorità avrà il compito di promuovere un corretto ecosistema che trasformerà Malta in un centro tecnologico, promuovendo l’implementazione di nuove tecnologie e incentivando gli operatori a scegliere Malta come base per operare nel settore. Attualmente, se una società volesse utilizzare una piattaforma DLT per effettuare pagamenti transfrontalieri al fine di evitare le autorità centrali e rendere il processo meno costoso e più efficiente, dovrebbe utilizzare una piattaforma comunque non certificata, con tutte le conseguenze del caso. L’Agenzia governativa certificherebbe una particolare piattaforma, ad esempio blockchain, e l’attività ispettiva certificata all’interno dell’autorità verificherà che le informazioni siano registrate effettivamente sulla piattaforma. Le aziende potranno operare in tranquillità avendo la garanzia che la piattaforma DLT, in cui sono state coinvolte, sia autentica, avendo la certezza legale dell’operazione e rendendo al tempo stesso più efficienti le proprie operazioni, oltre che evitare gli intermediari come le banche. 

Il secondo disegno di legge, denominato TAS, determinerà le norme per la registrazione di fornitori di servizi tecnologici oltre che istituire la certificazione “technology arrangements”. Questo quadro giuridico consentirà la registrazione di auditor e amministratori di piattaforme DLT e la loro certificazione. Infine, il disegno di legge denominato VC stabilirà un quadro giuridico chiaro per le offerte di monete elettroniche o criptovalute iniziali (ICO) nonché il regime normativo sulla fornitura di servizi relativi alle valute virtuali. Gli intermediari che saranno oggetto di regolamentazione nel disegno di legge VC comprenderanno broker, operatori di borsa, gestori di portafogli, gestori patrimoniali, consulenti per gli investimenti e market maker che operano nel settore.

In base alla nuova legislazione, saranno regolamentate tre diverse piattaforme DLT:

Piattaforme private progettate per il consumo privato, ad esempio istituzioni finanziarie interessate a creare piattaforme DLT per pagare i propri dipendenti;

Piattaforme private, che saranno estese a terze parti, comprese le imprese che desiderano creare piattaforme per i loro clienti;

Piattaforme totalmente pubbliche con un “meccanismo di consenso condiviso”, come Ethereum e Bitcoin.

Come ribadito da Sergio Passariello di “Malta Business”: “Siamo convinti che le nuove opportunità legislative messe in campo dalla piccola isola del mediterraneo, potranno portare benefici anche alle nostre imprese italiane ed è per questo motivo che abbiamo deciso di realizzare una partnership concreta con professionisti locali, con la nascita di un gruppo di lavoro sulla Blockchain tra Italia e Malta, nella quale coinvolgere istituzioni pubbliche e private, oltre che professionisti ed imprenditori del settore”. 

 

 

 

 

 

 

Malattie nel Mondo: la Pertosse

Malattie nel Mondo: la Pertosse - ATLANTIS

La pertosse, o tosse convulsa, è una malattia infettiva che si trasmette per via aerea attraverso le goccioline di saliva o di muco espulse con la tosse. È causata da un batterio (Bordetella pertussis) che aderisce alle vie respiratorie e causa una serie di sintomi, il più caratteristico dei quali è la tosse.

La tosse è generalmente violenta, si presenta ad accessi che spesso lasciano senza fiato, associandosi frequentemente al vomito. I sintomi possono durare anche alcuni mesi e ripresentarsi periodicamente. Il periodo di incubazione va dai 5 ai 21 giorni, dura alcune settimane e assume aspetti differenti durante la sua evoluzione: all’inizio sembra un brutto raffreddore e si manifesta con starnuti, scolo dal naso, febbre lieve, tosse con catarro. In seguito la tosse si accentua per intensità e frequenza diventando sempre più secca e stizzosa e si manifesta, soprattutto di notte, con “raffiche” di colpi di tosse (seguite dal caratteristico “urlo”, per catturare più aria possibile), dall’emissione di catarro denso e dal vomito. La malattia termina con la fase di convalescenza, che si protrae per circa 2 settimane, durante la quale gli attacchi di tosse si attenuano. La malattia è molto contagiosa e la persona non vaccinata, o che non ha avuto la malattia naturale, che viene esposta ad un caso di malattia ha una probabilità di circa il 90 per cento di essere contagiata.

 

Complicazioni

La malattia si associa spesso a complicazioni come le otiti, le bronchiti e le polmoniti; nel bambino piccolo sono più frequenti (anche se rare) le complicazioni cerebrali che possono causare danni permanenti e nei casi più gravi anche la morte. La tosse può provocare anche emorragia dal naso, mentre il vomito può causare disidratazione e difficoltà di alimentazione. Sebbene raramente la malattia sia causa di morte, almeno in Italia, essa rappresenta un rischio discreto per il lattante, perché frequentemente si complica con crisi di soffocamento e difficoltà respiratorie che costringono anche al ricovero ospedaliero.

 

Cura

Trattandosi di una malattia di origine batterica, la pertosse può essere trattata con gli antibiotici. La classe dei macrolidi (un tipo di antibiotici) è quella più adatta per un uso pediatrico, visto che le altre classi di farmaci potenzialmente efficaci si rivelano o meno attive o accompagnate da maggiori effetti collaterali negativi. Va tuttavia osservato che la terapia, anche se è utile per evitare la trasmissione dell’infezione da un bambino malato a uno sano, ha relativamente poca efficacia nel modificare il decorso della malattia, per questo la terapia antibiotica riduce solo di poco il rischio delle complicanze maggiori, soprattutto di quelle encefalitiche. Ciò spiega perché da molti anni gli esperti hanno cercato di intervenire sulla pertosse con metodi preventivi, con un vaccino cioè capace di impedire lo sviluppo della malattia, eliminando in partenza ogni forma di rischio.

 

Prevenzione

Un grande numero di casi di pertosse e circa 350.000 decessi si verificano ogni anno nel mondo, e la malattia è ben lontana dall’essere controllata efficacemente. In Italia, dove la vaccinazione è stata scarsamente praticata negli anni passati, la malattia si presenta con cicli epidemici ogni 3-4 anni. Negli anni epidemici si registrano decine di migliaia di casi di malattia. Solo recentemente il numero di bambini vaccinati è aumentato considerevolmente, ma è ancora troppo presto per apprezzare un effetto della vaccinazione sul numero dei malati.

I vaccini contro la pertosse sono stati al centro della più importante attività scientifica degli ultimi decenni per quanto riguarda i vaccini. Per lungo tempo sono stati utilizzati in Italia vaccini contro la pertosse cosiddetti “a cellule intere”, cioè preparati con germi interi uccisi. Questi vaccini, peraltro efficaci, erano frequentemente associati ad eventi come la febbre o le reazioni locali dopo la somministrazione. Alcuni studi scientifici, poi dimostratisi infondati, avevano suggerito che questo tipo di vaccino potesse essere associato in rari casi a gravi malattie del sistema nervoso. Questo dubbio è bastato a demolire la fiducia della popolazione e dei medici in questo vaccino. Alcuni paesi, come la Gran Bretagna, la Svezia ed il Giappone, che fino ad allora avevano controllato efficacemente la malattia, hanno diminuito drasticamente il numero di persone vaccinate. Come conseguenza si sono verificate in questi paesi epidemie di notevoli dimensioni con numerosi decessi, prima di ritornare ad un’adeguata strategia nella somministrazione di questi vaccini.

La ricerca scientifica, nel frattempo, ha messo a punto nuovi vaccini contro la pertosse che, invece di comprendere l’intero germe, sono costituiti solo da alcuni frammenti di esso, sufficienti a proteggere dalla malattia. Questi vaccini, detti acellulari, sono stati sperimentati negli ultimi 10 anni con ottimi risultati ed hanno rimpiazzato in molti paesi i vaccini a cellule intere. Il vantaggio principale di questi preparati è la drastica diminuzione degli effetti collaterali come febbre e reazioni locali, frequenti con i vaccini a cellule intere, a fronte di un’efficacia simile a quella osservata con questi ultimi. Il vaccino acellulare contro la pertosse può essere effettuato singolarmente oppure nella forma combinata (per esempio con difterite e tetano).

La vaccinazione contro la pertosse è raccomandata; anche se il numero di bambini vaccinati contro la pertosse è stato scarso fino a qualche anno fa, recentemente è cresciuto fino a livelli discreti: circa il 90 per cento dei bambini è infatti vaccinato contro questa malattia entro i 2 anni di vita (stima sui nati nel 1996).

Economia Mondiale: la lira turca

Economia Mondiale: la lira turca - ATLANTIS

Crisi della Lira turca: nuove equazioni geopolitiche in Medio Oriente?

La crisi che in queste settimane ha colpito la lira turca, colata a picco nei confronti del dollaro, ha natura squisitamente geopolitica. Negli scorsi giorni, la valuta di Ankara è piombata nel tasso di cambio rispetto al biglietto verde fino a registrare un rapporto di uno a sette. La svalutazione della moneta nazionale si accompagna a elementi di crisi economica strutturale di cui la Turchia è vittima almeno dall’anno scorso. Tale crisi avviene malgrado un tasso di crescita economica che si è assestato al 7,4% nel 2017 confermando, a parte qualche annata di rara eccezione, performance analoghe da oltre tre lustri, cioè da quando l’AK Parti di Recep Tayyip Erdogan ha vinto per la prima volta le elezioni politiche, il 3 novembre 2002. Tuttavia, a creare i presupposti eminentemente economico-finanziari della crisi, vi è un’inflazione che ha toccato il 16%, rendendo vane le performance di crescita del pil.

Da un lato, il modello economico seguito dalla Turchia ha arricchito la classe media imprenditoriale anatolica, consentendo all’AK Parti di disporre di un bacino elettorale di riferimento che gli ha permesso di vincere le elezioni politiche in serie, spingendo il caso turco in direzione di un sistema a partito predominante; dall’altro, tale modello si è fondato sull’afflusso di ingenti investimenti dall’estero, che servivano a finanziare grandi opere e progetti di sviluppo soprattutto nel settore delle costruzioni[1], creando una dipendenza divenuta presto una spada di Damocle sulla testa del Paese.

Tecnicamente, quindi, l’ingente indebitamento estero di banche e imprese turche crea un problema di esposizione alle speculazioni sui mercati finanziari e una conseguente necessità di disporre di una valuta nazionale forte. Per anni, le imprese turche hanno preso in prestito dollari per beneficiare di tassi di interesse più bassi, ma la liquidazione improvvisa ha aumentato il costo del rifinanziamento del debito contratto[2]. Gli investitori sono spaventati anche dal deficit delle partite correnti, al 6% del pil; una situazione che richiederebbe un ingente afflusso di capitali stranieri[3]. Al netto della sua proverbiale retorica, Erdogan – che soffia sul rinato nazionalismo turco a sfondo religioso, contrapponendo simbolicamente al potere del dollaro quello di Allah e dell’orgoglio del popolo turco – è realmente convinto che la più efficace risposta alla crisi della lira consista nella decisione di mantenere bassi i tassi interesse, una politica avversata dalla stessa banca centrale turca oltre che da istituzioni internazionali quali l’FMI. Tale scelta dovrebbe servire, nelle sue intenzioni, non soltanto a stabilizzare la valuta nazionale, ma anche ad aiutare famiglie e imprese turche ad avere accesso al credito in maniera più agevolata[4]. Per questo motivo, le decisioni in politica interna da parte del Presidente hanno prefigurato l’attuazione di un più serrato controllo esecutivo sull’economia, confermato dalla nomina a ministro dell’economia e delle finanze di Berat Albayrak, suo genero. Una scelta cui, di fatto, corrisponde la compressione del potere di un organo indipendente quale la banca centrale turca e che rappresenta uno dei corollari del crescente personalismo che sta caratterizzando sempre di più la figura di Erdogan. In sintesi, si sono profilate esattamente le circostanze che i mercati internazionali attendevano per speculare sul crollo della valuta nazionale[5].

La goccia che ha fatto traboccare il vaso viene da oltreoceano. Un tweet del presidente americano Donald Trump, in cui ha annunciato l’aumento delle tariffe su alluminio e acciaio[6] – prodotti che la Turchia importa – ha fatto precipitare in poche ore la lira turca. Le sanzioni seguono la precedente decisione di congelare i beni dei due ministri turchi della giustizia e dell’interno, cui Erdogan ha risposto stabilendo una misura speculare a danno degli omologhi americani. Il casus belli è rappresentato dalla detenzione del pastore evangelico Andrew Brunson, giudicata illegittima da Washington. Il governo turco ritiene che Brunson sia legato alla rete di Fetullah Gulen, il potente predicatore un tempo alleato di Erdogan, emigrato in Pennsylvania nel 1999 e ritenuto l’architetto del fallito colpo di stato nella notte fra il 15 e 16 luglio 2016. Ecco giunti al nodo cruciale della questione: se l’affaire Brunson viene sfruttata da Erdogan come (improbabile) moneta di scambio per ottenere indietro Gulen, Trump e i “falchi” della sua amministrazione, a loro volta, lo strumentalizzano per fare pressione sulla Turchia, in relazione al nuovo corso di politica estera intrapreso negli ultimi anni.

Insomma, alle origini dell’attuale crisi economica e finanziaria turca vi sono ragioni di natura squisitamente geopolitica. Agli Stati Uniti sta sempre più stretta l’aumentata libertà di manovra che la Turchia ha acquisito da quando l’AK Parti ha vinto per la prima volta le elezioni, il 3 novembre 2002. Per la verità, un tale incremento della libertà di manovra è anche effetto della ristrutturazione dei rapporti a livello internazionale in seguito alla fine della Guerra fredda, prima, e al progressivo sganciamento degli Stati Uniti dai destini della regione mediorientale, poi. Dopo il sostanziale fallimento della cosiddetta “dottrina Davutoglu”, annunciata dalla crisi dei rapporti con Israele nel 2010 e confermata l’anno successivo dallo stravolgimento della bilancia di potenza regionale in seguito allo scoppio delle rivolte arabe, la Turchia è riuscita a partire dal 2016 a recuperare una funzione essenziale per gli equilibri mediorientali, grazie alle abilità diplomatiche e alle capriole geopolitiche del suo uomo forte. Gli Stati Uniti soffrono particolarmente l’intesa sulla Siria fra la Turchia e il nuovo asse costituito da Russia e Iran, rispettivamente il suo arcirivale geopolitico globale e la potenza regionale che è percepita quale principale minaccia per i suoi due maggiori alleati in Medio oriente, Israele e Arabia Saudita. Ecco, lo sguardo a Oriente, già preconizzato dall’ex Ministro degli esteri (e Primo ministro) Davutoglu, fondato sull’assunzione di un ruolo più centrale per la Turchia negli scenari geopolitici del futuro, sfruttando la privilegiata posizione geografica a cavallo fra regioni geografiche contigue, viene oggi portato alle estreme conseguenze da Erdogan. Il Presidente turco non è più disposto a tollerare che il proprio Paese resti ancora a subire passivamente le dinamiche internazionali, ma intende assurgere ad attore di livello globale. Tuttavia Washington non digerisce che Ankara guardi ormai verso altri teatri, come confermato dal suo Erdogan in diverse occasioni[7]. La Turchia ha in previsione l’acquisto del sistema missilistico di difesa S-400, una tecnologia diversa da quella in dotazione della Nato che indispettisce il suo (ex?) principale partner strategico, il quale è messo in difficoltà in relazione alla vendita degli F-35, che il Senato americano ha comunque congelato finché le cose non cambiano[8]. Ma un mutamento di tendenza appare, al momento, qualcosa di là da venire.

La Turchia non ha operato ancora quel chiaro e netto cambio di alleanze strategiche che in molti le imputano[9] ma è certamente alla ricerca di nuovi partner per fronteggiare le principali sfide militari e in campo economico ed energetico. Abbandonare un’organizzazione quale la NATO, con tutte le conseguenze che derivano in termini di perdita di dividendi e interessi acquisiti nel corso di due terzi di secolo, è, per parafrasare un’icastica formula coniata da Raymond Aron durante la Guerra fredda, un’opzione possibile ma assai improbabile. Se il regime di Ankara è sotto pressione, le sue mosse sono a loro volta un segnale con cui esso tenta di comunicare a Washington che è ora di cambiare registro riguardo alla conduzione della guerra in Siria e smetterla di foraggiare le forze curdo-siriane dello YPG, il principale bersaglio militare dei turchi a partire dall’operazione Scudo dell’Eufrate. D’altra parte, l’evoluzione dalla “profondità strategica” di Davutoglu ad uno scaltro e tattico ”erdoganismo” in politica estera ha quale sintomo più evidente l’acquisita consapevolezza da parte turca di non voler più incaponirsi acriticamente nella salvaguardia delle alleanze storiche, ma aprirsi alla possibilità di trovare nuovi partner e “amici” (come li ha retoricamente tratteggiati Erdogan) che possano meglio incontrare e soddisfare gli interessi strategici militari, economici ed energetici di Ankara.

Quando Erdogan afferma in maniera recisa che la partnership strategica con gli Stati Uniti è a rischio, che gli euro e i dollari sono equiparabili a proiettili, palle da cannone e missili della “guerra economica” che gli americani starebbero conducendo contro il suo Paese[10], si assiste a poco più che un’infuocata retorica; la quale, emotivamente, spaventa gli alleati ma, realisticamente, non nega la grande interdipendenza economica che, ad esempio, lega Ankara ai paesi europei e a cui l’UE stessa è cautamente consapevole di non volere rinunciare[11]. Molto più prosaicamente, occorre allontanarsi con l’obiettivo e guardare all’insieme delle relazioni globali attraverso un framework più sistemico che tenga conto del carattere ormai fluido delle relazioni di potenza a livello internazionale. E’ in tale ottica che vanno letti non solamente i recenti propositi franco-turchi di incrementare i legami commerciali[12], ma anche la gestione da parte europea di una delle questioni più spinose che segnano una profonda divaricazione fra Turchia e UE da una parte e Stati Uniti dall’altra: le sanzioni all’Iran. Il Presidente turco intende volgere tale situazione a proprio vantaggio e ha già approntato tutti gli strumenti per soddisfare con successo gli interessi nazionali: approfondire, come visto, i legami commerciali con l’Europa; cercare nuovi affidabili partner commerciali quali, in primis, la Russia, la Cina, con cui stabilire lo scambio in valuta nazionale e non in dollari[13]; stringere ancor più i legami con un Paese che risulta sempre più strategico nella delicata equazione degli equilibri mediorientali quale il Qatar, col cui emiro, Tamim Bin Hamad al Thani, Erdogan ha siglato un accordo fondato su aiuti in investimenti diretti pari a 15 miliardi di dollari[14].

In questa fase della politica internazionale, ad apparire sempre più isolati sono gli Stati Uniti, non certo la Turchia. L’asse strategico costruito da Washington in Medio oriente, puntellato dagli alleati Israele e Arabia Saudita, soffre pesantemente il rinsaldato legame multidimensionale fra Russia e Iran, nel quale si innesta tatticamente una Turchia sempre più libera di perseguire all’occorrenza i propri interessi strategici di lungo periodo. 

 

 

 

Report Difesa: Una strategia nascosta per l’Afghanistan: l’instabilità

Report Difesa: Una strategia nascosta per l’Afghanistan: l’instabilità - ATLANTIS

Una strategia nascosta per l’Afghanistan: l’instabilità

Kabul. Il prossimo ottobre, giorno più giorno meno, l’avventura occidentale in Afghanistan avrà compiuto ben 17 anni. Numero infausto, direbbe un superstizioso. Ma non si tratta di esserlo, basta riconoscere con obiettività, senza farsi trascinare né dal pessimismo né dall’ottimismo delle note di linguaggio dei vari ministeri, l’insuccesso del tutto. I costi sono alti, soprattutto per gli Stati Uniti. 

Dobbiamo riconoscerlo. Gli altri sono solo comparse più o meno di primo piano. Una non secondaria causa, di cui ho già scritto nel passato su ReportDifesa, è la mancanza di una strategia internazionale per lo sviluppo economico.

Ma oggi vediamo di esplorare altri aspetti. 

Un fatto nuovo esiste. La recente iniziativa dell’Amministrazione Trump di ricercare colloqui diretti con I Talebani - a quanto pare seriamente per la prima volta dal 2001 - potrebbe indicare la loro volontà di chiudere la faccenda.

Ma perché?

Finiamo di prenderci in giro. Semplicemente perché la guerra in Afghanistan noi occidentali, con gli amici a stelle e strisce, l’abbiamo persa da tempo e, con questa sconfitta sul campo, anche la presunzione di esportare libertà e democrazia. E l’ex Presidente statunitense, Barack Obama ha dato il colpo di grazia, quando volle fissare una deadline per il ritiro, dimostrando ai Talebani che eravamo in soggezione di tempo. Grave errore strategico. 

E questa è una prima ipotesi. Del resto, quando i mezzi non sono commisurati alle aspirazioni oppure, peggio, si confondono gli uni con le altre, il pasticcio è fatto. Se l’end-state è quello che vorrebbe vedere l’Afghanistan non più terra di ricovero per terroristi quale condizione per considerare il successo dell’operazione, si sarebbe dovuto disporre di almeno 700 mila operativi, facendo riferimento ai “suggerimenti numerici” di un grande Generale americano, Eric Shinseki, solo per iniziare la stabilizzazione a seguito dell’immediata sconfitta dei Talebani. I quali, infatti, tornarono e, più o meno dal 2007 hanno sottoposto le Forze della coalizione ad una tremenda guerra di attrito, sotto l’aspetto materiale e psicologico. 

Nonostante i surge di Obama e le speranze riposte nelle Forze di sicurezza afgane. Queste, nella realtà dei fatti, messe su solo per poter addebitare a loro la sconfitta. Come a me pare stia avvenendo.

“With great powers comes great responsibility but also the danger of doing dumb things …”.Quale fu il successive deprecabile intervento in Iraq. 

La Grand Strategy consiste nell’allineare le potenzialmente illimitate aspirazioni con le necessariamente limitate capacità. Ogni asimmetria in tale formula porta a strategie soffocate, anche oscure. In Afghanistan, gli Stati Uniti, rabbiosi per il grave colpo subito, hanno solo inteso intimidire l’avversario, senza considerare che una ritirata può rappresentare il primo passo verso una più lunga resistenza. Ed i Talebani, evidentemente, non si sono mostrati paurosi. Per di più, con un potente alleato dalla loro parte, il tempo. E dei nostri filosofici end-state se ne infischiano. 

L’obiettivo politico rappresenta lo scopo finale e la guerra è il mezzo per conseguirlo ma i mezzi non possono mai essere disgiunti dal fine per cui sono impiegati. Grazie a questa confusione, abbiamo garantito ai Talebani la possibilità di gestire non solo il tempo (time) ma anche l’ampiezza del conflitto (scale) e lo spazio (space). La loro interdipendenza riflette scelte e necessità. Tutto nelle loro mani.

Tuttavia, se non vincere una guerra soddisfa l’esigenza strategica di alimentare una sorta di endemica instabilità, allo scopo di imporre il mantenimento della propria presenza, allora siamo dinanzi a un’altra ipotesi.

Magari dinanzi a una strategia nascosta ma vincente, invece. Ipotesi più suggestiva.

In realtà, che interessi avrebbero gli americani a chiudere quel conflitto che, come detto, ormai sta per approcciare i 17 anni pieni? Perché e per che cosa dovrebbero farci il piacere di terminare quella partita? Per fare un favore alla Cina e alla sua faraonica impresa delle nuove vie della seta?

La verità probabilmente sta nel mezzo. In poche parole, visto che non si riesce di vincerla, almeno se ne sfrutti l’insuccesso, in attesa di tempi migliori. Ecco, una cosa nuova che farebbe irrigidire il più manovriero dei militari, “lo sfruttamento dell’insuccesso”. Roba da far riscrivere i libri di strategia.

Nel suo rapporto del 2017, l’HIIK (Heidelberger Institut für Internationale Konfliktforschung) elenca 402 conflitti in atto nelle varie zone del globo, di varia intensità. Se si ha voglia, ma sarebbe necessario, si faccia un raffronto con gli ipotetici tracciati della Belt and Road Initiative (BRI) cinese. Ci si accorgerà che, quasi per caso, laddove la Cina intende investire c’è quasi sempre un ostacolo da superare, cioè un’instabilità di vario tenore. Si guardi l’Asia Centrale, l’Africa, l’Europa ex sovietica, la Russia. Un caso? No, un’opera di alta ingegneria strategica.

Ma attenzione! Le mappe che circolano sulla nuova “via della seta”, illustrano il passato non il futuro che è quello che veramente ha in mente Pechino. Mappe come quella in figura 2 sono fuorvianti. Perché, per esempio, per andare in Europa, da Istanbul occorrerà mai passare prima da Mosca? Illogico.

In parallelo con la BRI viaggia ora un altro importante progetto per i cinesi, il “Made in China 2025”. In soldoni, il piano mira a elevare le qualità dell’industria cinese, renderla più efficiente e integrata nella produzione mondiale, innalzando il livello dei componenti nazionali al 40% per il 2020 e al 70% per il 2025. Una sfida globale che postula la necessaria acquisizione di know-how estero. Come? Investendo all’estero.

Se a questo si aggiunge la maggiore flessibilità e capacità di investimento da parte del Dragone, grazie ai quasi 3 mila miliardi di dollari di riserve in mano alla sua SAFE (State Administration of Foreign Exchange), rispetto a Washington, si potrà comprendere il frenetico e aggressivo approccio commerciale americano volto a sostenere questa strategia. Lo sharp power cinese fa paura.

Conseguentemente, dove va la Cina nel mondo, là si proietta la potenza americana. L’Afghanistan fa parte di questo gioco, una piccola parte, s’intende, ma importante.

Stare in Afghanistan significa soffiare sul collo della Cina e contrastare l’influenza russa sull’Asia centrale. L’instabilità di Kabul, infatti, si traduce non solo in un problema per i progetti cinesi verso l’esterno ma anche, come accenneremo, in una minaccia incombente per la sua parte nord-occidentale, lo Xinjang, regione ricchissima di petrolio.

L’Afghanistan ha la sfortuna/fortuna di rappresentare il cuore del continente asiatico. Chi lo controlla ha il privilegio geostrategico di controllare per vie interne le maggiori potenze nucleari dell’area: Pakistan, India, Russia, Cina e, chissà, magari anche l’Iran che, in caso di conflitto con gli Stati Uniti (e con Israele, molto probabilmente allo stesso tempo) si troverebbe gli americani anche in Iraq, oltre che in Siria. Almeno per ora.

Ma escludendo Pakistan e India, i potenziali maggiori avversari, e non è una sorpresa, sono gli altri tre. Il possesso delle principali basi aeroportuali del Paese garantisce a Washington la possibilità di rischierare Forze aeree, e non solo, con quella rapidità operativa che occorre riconoscere agli americani. 

Certo, a Kabul, a Baghram o a Kandahar bisogna arrivarci, e questo si può fare solo sorvolando spazi aerei, e spazi aerei non necessariamente amici. 

L’Afghanistan non ha sbocchi sul mare. Ecco il motivo di fondo delle offensive diplomatiche americane nei confronti dei Paesi dell’Asia centrale e dell’India, perché questa sieda con maggiore convinzione nel QUAD. Certo, occorre sottolineare, i tira e molla con Pakistan e Turchia in realtà sembra stiano giocando a favore di Russia e Cina. Da qui una punta di nervosismo a stelle e strisce.

Un’apparente falla nella strategia americana, si dice, è la sua incapacità di realizzare un fronte unico con cui trattare la crisi afgana. Ma non è così.

L’Afghanistan viene chiamato the heart of Asia ed attori regionali vi hanno sempre giocato i propri interessi con l’aiuto di potenze esterne alla bisogna. Più recentemente, l’Unione Sovietica vi collassò solo dopo il materializzarsi della stretta collaborazione tra USA, Pakistan e Iran. Questi, lavorando per linee esterne. In prima approssimazione deduttiva, quindi, è possibile che gli americani possano temere oggi di essere come i sovietici di ieri e che principalmente Cina e Russia, con l’appoggio del Pakistan, riescano nel probabile obiettivo di metterli fuori dal gioco. Sempre per linee esterne.

Pertanto, giusto per mescolare le carte, può essere emersa ora la necessità di avvicinare un comune nemico. I Talebani, appunto. Per linee interne. Del resto, una cosa è dire cosa si vuole fare, altro invece è fare ciò che non si dice ma che si ritiene strumentale ai propri obiettivi. Insomma, quello che appare non è. Non a caso, come accennato, per vari altre ragioni, oggi i rapporti con Russia, Cina e Pakistan non sono idilliaci su tanti altri dossier, dalla Siria, all’Ucraina, al nucleare iraniano, alle bilance commerciali, alle paure baltiche e dei paesi dell’est europeo, al sostegno stesso dato ai Talebani.

E l’India appare restia nel mettersi a completa disposizione di Washington.

Un punto che è divenuto caldo ultimamente è il confine afgano con il Tajikistan. La provincia di Takhar, infatti, ha visto un recente innalzamento della violenza. Siamo in Afghanistan e questo non dovrebbe stupirci. 

Gli americani si preoccupano per il semplice fatto che sono i russi a loro volta a preoccuparsi che questa infiammata, incluso il recente attacco dell’ISIS contro un paio di ciclisti europei, possa tracimare e mettere radici nei vicini Paesi centro-asiatici e, quindi, da loro. Con il commercio di droga connesso. 

Perché gli USA storcono il naso? Per il semplice fatto che sanno che i russi vorrebbero non solo incrementare la presenza militare nell’area, specie in Tajikistan, dove già accasermano circa 7 mila soldati in due basi ma anche riproporre la propria presenza sul confine di Dušanbe con Kabul. 

Di preoccupazione in preoccupazione ritorniamo ai cinesi, solo per ricordare le loro nevrosi per via dei militanti uiguri. Pechino, infatti, pare abbia già iniziato la costruzione di un campo di addestramento per le Forze afgane all’interno del corridoio di Wakhan nel Nord del Paese. E si sa, parlare di un campo di addestramento è usare una definizione generica ed è suscettibile di divenire ben altro. La cosa non fa dormire sonni tranquilli alla Casa Bianca. E non è cosa nuova il più grande impegno cinese nel supportare Pakistan e lo stesso Tajikistan in attività controterrorismo.

E il lavoro di coordinamento sommerso tra Russia e Iran? Con la Russia che supporta materialmente l’addestramento militare (anche con armi a quanto pare) che l’Iran fornisce ai Talebani e l’Iran stesso interessato allo sviluppo del suo porto indiano di Chabahar che favorirebbe i commerci tra India e Afghanistan stesso, aggirando il Pakistan.

Sull’altro versante, anche il Pakistan è divenuto un cliente difficile da recuperare, almeno per il momento, dato l’interesse cinese per il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Un progetto su cui sta investendo ben più di 60 miliardi di dollari, con la prospettiva di servirsi del porto pachistano di Gwadar, in competizione con quello già menzionato indiano di Chabahar, per affacciarsi più facilmente sulla penisola arabica e sull’Africa.

É bene chiarire che, per il successo del progetto BRI, Pechino non farà prigionieri.

Insomma, un ginepraio che potrebbe minare l’attuale vantaggio geostrategico americano. Ma Trump, secondo me, starà ora pensando: perché lasciare alla Cina (e alla Russia, probabilmente) gli importanti tesori che quella terra racchiude? L’Afghanistan è una miniera. 

Quelle ricchezze minerarie potrebbero costituire una risorsa funzionale a coprire tutti i miliardi di dollari complessivi spesi (forse più di mille) sotto la voce “Afghanistan”, con più di 2.300 morti tra i soldati americani. 

I quali hanno confermato pochi anni fa. Dopo aver condotto numerose ricerche sul campo per analizzare i giacimenti minerari del paese sulla base di documenti lasciati dai russi e trascurati per molto tempo. Grandi quantità di ferro, rame, cobalto, oro, litio, terre rare ed altro. 

Ripeto, litio e cobalto. Chi sa come si sta muovendo l’industria “dell’elettrico” ne avrà compresa l’importanza strategica. Che poi possano anche risollevare l’economia dell’Afghanistan, rendendolo uno dei più importanti centri minerari su scala globale è un altro discorso. Ovvio che per aprire le prime miniere occorreranno naturalmente anni ma l’interesse da parte degli investitori potrebbe portare in breve tempo a nuove opportunità di lavoro per gli afgani e a un rilancio/trasformazione del sistema economico. Qualcosa di ben differente dall’economia del melograno o dei lapislazzuli. 

Nell’ottobre del 2017, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump e quello dell’Afghanistan Ashraf Ghani si sono incontrati a New York, dove hanno discusso di possibili interventi da parte di aziende statunitensi per sviluppare piani per una rapida estrazione delle risorse minerarie afgane. 

La Casa Bianca affermò nella circostanza che i due Presidenti “concordano sul fatto che queste iniziative aiuteranno le imprese statunitensi nella produzione di materiali essenziali per la sicurezza nazionale, faranno crescere l’economia di Kabul, creeranno nuovi posti di lavoro in entrambi i paesi, e in ultimo contribuiranno ad autofinanziare i costi sostenuti dagli Usa per l’assistenza fornita negli anni di conflitto e post conflitto”.

Pertanto, davvero pensiamo che Washington voglia mollare l’osso così facilmente, entrando in trattative con una controparte che tra l’altro chiede come precondizione l’uscita di tutte le truppe straniere dall’Afghanistan?

No, infatti. È importante restarci. A tutti i costi. Magari anche con un po’ di contractors. E se Trump cede alle insidie di affaristi come il signor Prince, fondatore di Blackwater (ora Academy) e, a quanto pare, fratello della Segretaria all’Istruzione, Betsy Devos, non si può ragionevolmente pensare che gli Stati Uniti vogliano veramente al più presto lasciare l’Afghanistan. Più si rimane, per una compagnia di mercenari, più si guadagna. Semplice.

Sembra che tutti abbiano riscoperto una grande volontà di parlare con i Talebani. Ed i media esaltano questa narrativa, facendo credere all’opinione pubblica che il tutto può concludersi nella stessa maniera con cui una riconciliazione è già avvenuta nel 2016 tra il Governo e Gulbuddin Hekmatyar, capo del partito Hezb-i-Islami. Magari facendo leva sulla romantica idea dei Talebani moderati. Niente di più lontano dalla realtà. 

Per Trump, parlare con “dei” Talebani è un falso scopo. E, in questo, gli americani hanno un vantaggio.

Infatti, di quali Talebani stiamo parlando? I Talebani si presentano con almeno 4 principali ramificazioni, i cui approcci variano da una cooperazione pragmatica all’ostilità più aperta. 

Da quella di Quetta (che fa capo alla rete Haqqani) a quella del Nord in Badakhshan (essenzialmente non Pashtun, in prossimità del confine con Cina, Tajikistan e Pakistan) alla Mashhad Shura (dal nome della città iraniana nel Nord del Paese) e alla Rasool Shura (attiva nell’Ovest), la realtà è una frammentazione che da sola dovrebbe far comprendere come possa essere complicato qualsiasi tentativo di negoziazione.

Pertanto, quando si sente dire che gli Stati Uniti, ma anche la Cina o la Russia, stanno negoziando o stanno per indire un tavolo negoziale con i Talebani, la prima domanda che ci si dovrebbe porre è: sì, ma con quali?

Ma c’è probabilmente anche un altro elemento da tenere in debito conto. Uno studio pubblicato lo scorso giugno da parte dell’Overseas Development Institute mette in luce come i Talebani, nelle aree dove esercitano di fatto il controllo del territorio, avrebbero messo da parte le tecniche coercitive verso la popolazione, applicando invece una politica sociale più aggressiva e remunerativa, attraverso la fornitura di servizi nella salute, nella giustizia e persino nell’istruzione. Una vera e propria alternativa al Governo centrale, sentito sempre di più come corrotto e inefficace. 

Basta questo oppure questi Talebani vorranno avere di più? Io ritengo che vorranno prendere di più, prima di sedersi seriamente a un tavolo. In questa bolgia di interessi e di percezioni, raggiungere una pace non è cosa facile. Volendola veramente.

Questa potrà essere conseguita solo quando una sola delle grandi potenze avrà il sopravvento e le altre si accontenteranno di obiettivi più limitati. La chiave di volta sono i Talebani, questo è vero. Una volta individuati tra di essi quelli che contano di più. E su questo piano non si possono avere dubbi che il tutto sia ancora nelle mani di Quetta. L’unica, secondo me, che possa far fronte seriamente ad altre reti di insurgents presenti in zona. Ma con grandi timori, sia chiaro, tra le comunità non-pashtun.

Quindi, gli USA sono apparentemente avvantaggiati da questa divisione “interna” ma sanno che è un vantaggio molto debole, per il semplice fatto che, probabilmente per il tramite del Pakistan, anche la Cina può vantarne altrettanto. 

Conseguentemente, la strategia dell’instabilità è quella che al momento può garantire un minimo di superiorità. Nell’attesa che gli avversari non solo inizino a soffrire le politiche commerciali statunitensi ma che, a causa di queste, possano allentare la presa sul Pakistan, sempre alla ricerca di finanziamenti, e la smettano di allettare l’India, per quanto attiene alla Russia, o di riavvicinarsi a questa, in riferimento alla Cina.

Credo che dovremo preparaci ad altri cambi di linee operative da parte americana, volte queste di volta in volta a incrementare o meno la propria presenza sul terreno, in funzione di ciò che vi accade. Come controllare una reazione nucleare. Del resto, i contenuti concettuali di Resolute Support consentono loro di poter contare sui facili scodinzolamenti da parte degli alleati della NATO e no.

La Casa Bianca infatti è consapevole che il conflitto, data la situazione attuale sul campo e le incertezze dell’apparato di sicurezza afgano, potrebbe evolvere in modo tale da vedere le forze governative rintanarsi nelle province e nei centri abitati più importanti e popolati, perdendo di fatto il controllo della restante parte del territorio. Così facendo, nulla impedirebbe ai Talebani di pretendere vantaggi politici che, a quel punto, sarà difficile non riconoscere loro, soprattutto da parte di larga parte della popolazione ormai esausta dopo decenni di guerra. Ma tutto questo non può accadere senza il controllo americano, costi quel che costi.

Il convincimento americano che supporta questa strategia è quello di portare i Talebani ad accettare il fatto che anche la vittoria ha dei limiti. Pertanto, andrà pur bene la restaurazione di un nuovo emirato islamico, ma che sia con patrocinio a stelle e strisce. E con un Pakistan tornato all’ovile.

Tutto sommato, è un notevole punto di forza quello di fingere di non avere una strategia e di andare avanti per approssimazioni su cui poco si è riflettuto. E convincere gli altri di cose non vere è uno strumento di potere.

Report Difesa: Verso un ripensamento delle strategie militari del Giappone

Report Difesa: Verso un ripensamento delle strategie militari   del Giappone - ATLANTIS

Verso un ripensamento delle strategie militari del Giappone

Tokyo. Il Giappone, almeno dalla fine II Guerra mondiale, da un punto di vista militare è sempre stato un Paese pacifico, caratterizzato dalle limitate strategie militari votate esclusivamente alla difesa interna, anche grazie a una Costituzione - imposta dagli Stati Uniti - ispirata ad un principio pacifista tra i cui aspetti peculiari vi era, e vi è tuttora, quello di mantenere un assetto basilare di Forze Armate, in grado di operare comunque esclusivamente entro i confini del Paese.

In questa direzione sono cruciali due paragrafi dell’articolo 9 della Costituzione giapponese, nella quale si fa menzione della rinuncia alla guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali e si proibisce al Paese di possedere potenziale militare, se non nei limiti della cosiddetto SDF (Self Defence Force), tendenzialmente limitata alla difesa domestica.

Ma i tempi, come nel linguaggio comune si suol dire, sono cambiati. E non poco. 

L’analisi tenterà di darne conto, dal punto di vista delle politiche di sicurezza attuate e da attuare.

Il Giappone fronteggia, attualmente, una situazione per molti aspetti delicata e  problematica per la sua sicurezza. A dispetto delle attenzioni recenti e pressoché costanti dei media sulla Corea del Nord, notoriamente pericolosa, specie dal punto di vista della minaccia nucleare, le strategie del Giappone sono chiamate a confrontarsi sul terreno di una sfida più ampia, e multidimensionale, lanciata dalla Cina e dalle sue ambizioni territoriali sul Mare Est cinese (e non solo). Ciò è tanto più vero se si considera che anche gli Analisti giapponesi attualmente prefigurano scenari di scontri altamente drammatici tra Giappone e Cina.

La Cina possiede già una portaerei, la mastodontica Liaoning, costruita originariamente sotto il Governo sovietico ed acquistata dalla Cina in Ucraina nel 1998. Lunga più di 300 metri e pesante più di 60 mila tonnellate, spesso è stata utilizzata per l’addestramento in mare dell’Esercito, a partire dal suo varo nel 2012. Stando alle opinioni degli analisti, tuttavia, la Cina necessiterebbe di costruire almeno 6 portaerei, nell’arco dei prossimi decenni, per potersi confrontare su un piano di quasi parità con gli Stati Uniti. 

Questi ultimi posseggono già 10 portaerei attive e sono in procinto di fabbricarne altre due. Questa rinnovata enfasi dello sviluppo della Marina militare cinese potrebbe essere una diretta conseguenza della nuova politica estera più attiva avviata dal presidente Xi Jinping. Proprio a partire dal suo primo mandato del 2012, la Cina ha dato il via a una serie di rivendicazioni territoriali nel Mare Cinese meridionale.

Ma se l’aggressiva attività militare cinese nel Mar Cinese Meridionale è ben documentata, avendo del resto la Cina dispute territoriali, alle quali si accennava ma sulle quali qui non è possibile indugiare, con ben cinque Nazioni, la “novità” è costituita dalla sempre più insistente presenza russa. 

Tale presenza, tuttavia, secondo gli analisti, è al momento del tutto indipendente dalle mosse di Pechino. Piuttosto, i russi da un lato sono interessati a monitorare le attività militari americane nel Paese e, dall’altro, sul versante delle dispute, sono al più interessati alle Isole Curili, storicamente territorio giapponese occupato tuttavia dai russi durante gli ultimi giorni della II Guerra Mondiale.

Il grafico, tratto dal sito del Ministero giapponese della Difesa, mostra in rosso le rotte degli aerei cinesi ed in giallo quelle dei velivoli russi. Naturalmente il Ministero della Difesa giapponese dichiara le isole Curili come parte legittima del territorio nazionale ma, di fatto, le isolette sono sovente sotto il controllo russo. 

Mosca, del resto, sta aumentando la propria presenza nella regione del Pacifico: due dei tre sottomarini russi nucleari di classe Borei, sofisticatissimi nonché dotati di missili balistici, sono stati assegnati proprio a questo quadrante.

Ma la “partita”, se così vogliamo chiamarla, tra Giappone e Cina non si gioca unicamente sul piano ”locale”. Le strategie dei due Paesi si intrecciano anche a molte miglia di distanza, a Gibuti. E’ qui, infatti, che il Giappone possiede l’unica base militare all’Estero. Il Paese nipponico è presente in Africa sin dal 2011, svolgendo operazioni di pattugliamento marittimo come contrasto alle attività di pirateria promosse dalla Comunità internazionale al largo della Somalia. E’ una base in grado di fornire un ottimo supporto alle operazioni multinazionali, tanto è vero che è stata utilizzata anche per supportare le peacekeeping operations verso il Sudan meridionale. Le dimensioni della base, tuttavia, si stanno rivelando inadeguate rispetto alla mole di operazioni da svolgere. 

Ecco perché, già dal 2016, il Governo giapponese sta trattando un’espansione dell’area da affittare anche verso Est. Ma, data la sempre più invasiva presenza di investimenti cinesi nella zona di Gibuti, come in tutta l’Africa, del resto, è ragionevole pensare, come gli analisti hanno già appurato, che la mossa di Tokyo sia una risposta efficace alle politiche cinesi. E, last but not least, Gibuti è anche base militare cinese. 

Cina e Stati Uniti, del resto, come mostra l’immagine (fonte: Bloomberg) si fronteggiano, sul mare, potenzialmente, in numerosissimi punti strategici dell’Est:

(Cina: in rosso; USA: in azzurro. In grigio vi è l’India. Le basi navali sono identificate con l’ancora e in tinta rigata vi sono zone di potenziale e confliggente interesse militare).

La potenza navale cinese appare addirittura in grado, attualmente, secondo alcuni ufficiali americani, di competere alla pari con gli Stati Uniti, quantomeno nella qui discussa Regione del Pacifico. Il dato, naturalmente, desta allarme. Di fatto, la Marina cinese è la più attrezzata – quantitativamente – al Mondo, avendo superato gli Stati Uniti.

Di fronte alle potenzialità (specie delle flotte) cinesi, non vi era, per il Giappone, molta scelta. La prima e più logica reazione politica a queste insidie è stata l’aumento, da parte del Giappone, delle spese in attrezzature militari. 

In effetti, anche le previsioni di spesa per la Difesa per il 2018, approvate lo scorso anno (cifra record: 48,1 miliardi di dollari, il 2,5% circa in più delle previsioni per l’anno fiscale 2017) sono state in larga parte influenzate, se non proprio condizionate, dalla necessità impellente di far fronte ai continui lanci missilistici coreani ed alle crescenti attività cinesi nel Sud e nell’Est del Mar cinese. 

Il bilancio comprenderebbe l’acquisto di “ulteriori sistemi di difesa missilistica Sm-3, dei nuovi sistemi radar e di un dispositivo Aegis terrestre che completerebbe quello navale già in servizio; inoltre, Tokyo si doterebbe anche di qualche ulteriore esemplare di cacciabombardiere F-35”.

Più precisamente, il sistema missilistico di fattura statunitense Aegis Ashore è stato autorizzato sul finire dello scorso anno dal primo ministro per una installazione prevista nel 2023. Inutile sottolineare che la mossa ha insospettito il Presidente russo Vladimir Putin, causando un forte disappunto russo. 

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe, alla prova dei fatti, sembra più ancora più lungimirante e spregiudicato dei suoi predecessori. Si è indirizzato, infatti, nella direzione di rinforzare a tutto tondo le capacità di difesa del Giappone, di riorganizzare le istituzioni votate alla difesa e di aumentare il budget militare dopo un lungo periodo di flessione, superando alcune criticità dovute alle restrizioni della spesa e rinforzando la capacità di intelligence anche, e specialmente, sul versante cyber. 

Va però ricordato che anche Junichiro Koizumi è stato al centro delle polemiche allorquando, per la prima volta dopo la II Guerra mondiale, il Giappone ha inviato truppe di supporto in Iraq e Afghanistan al seguito delle operazioni militari condotte dagli Stati Uniti in quei teatri.

Il grafico che segue mostra dunque la posizione del Giappone tra i top spenders  mondiali militari del 2017 secondo il SIPRI:

Queste misure, comunque, possono solo marginalmente e apparentemente tamponare la situazione di squilibrio delle forze in campo. Un ripensamento, viceversa, strutturale della strategia militare, capace di fungere da deterrente verso la Cina e sufficiente anche in assenza di minacce militari esplicite, appare, secondo gli analisti, oramai indifferibile. 

Così come appare probabile che il primo ministro si diriga verso una chiara riforma dell’articolo 9 della Costituzione, superando definitivamente i “tabù costituzionali” e l’assetto post bellico, dal momento che, de facto, questo assetto costituzionale è superato dalle politiche militari in atto.

L’attuale approccio militare del Giappone potrebbe essere etichettato come una strategia di “Difesa Avanzata-Forward Defense” ed è incentrato sul respingimento quanto più rapido possibile delle aggressioni provenienti dai confini esterni al territorio giapponese. 

Tradizionalmente, dunque, questo tipo di minacce viene fronteggiato con i normali mezzi da combattimento di manovra. Ma sebbene un assetto del genere, di difesa avanzata, potesse avere una sua giustificazione d’essere negli anni della Guerra Fredda, rischia oggi di risultare scarno e del tutto inadeguato rispetto a scenari mutevoli, nei quali la Cina godrebbe senza dubbio di vantaggi significativi nel caso di conflitto. Se non altro, per la quantità di mezzi rapidamente dispiegabili. 

Per attutire  gli effetti di questa vulnerabilità e sfruttare appieno il potenziale della sua “amicizia” storica con gli Stati Uniti, aumentando il deterrente nei confronti della Cina, il Giappone dovrebbe invece evolvere le proprie strategie verso la cosidetta “Negazione Attiva-Active Denial”, concentrata non tanto sul combattimento di battaglie campali sui confini, ma sul mantenimento di un numero di forze in grado di respingere e sopravvivere a un impatto iniziale, per poi continuare a resistere e respingere le forze nemiche rapidamente, contenendo anche i costi di una aggressione militare.

Negli ultimi vent’anni la modernizzazione dell’esercito cinese ha aumentato sia la dimensione che la natura delle sfide strategiche di Beijing a Tokyo. 

Il budget militare cinese è andato di pari passo con l’impressionante crescita economica del Paese, arrivando, nel 2017, secondo i dati ufficiali disponibili, a circa 220 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, il budget del Giappone è aumentato unicamente del 22 per cento e attualmente, con i suoi quasi 47 miliardi di dollari, è meno di un terzo di quello cinese.

Lo sviluppo delle capacità cinesi di “Anti Accesso e Negazione d’Area-A2/AD Anti Access/Area-Denial”, teso a impedire l’ingresso delle forze Americane e a limitare la loro libertà operativa, una volta giunte nel teatro delle operazioni, pone sfide del tutto peculiari. Queste capacità includono approssimativamente 40 moderni sottomarini, sistemi antisatellite e, cosa più rilevante, un ampio e sofisticato arsenale di missili convenzionali armati. 

Considerando gli approssimativamente 1.300 missili balistici della Cina convenzionalmente armati, tra 150 e 500 di essi hanno un raggio sufficiente per colpire obiettivi in Giappone, così come potrebbero farlo centinaia dei suoi missili terra-aria.

Questi sistemi missilistici ad alta precisione potrebbero distruggere obiettivi chiave nelle infrastrutture di difesa giapponesi: basi aeree, meccanismi aerei di difesa, hub di comunicazione e porti militari, mettendo conseguentemente in crisi, potenzialmente, la capacità di Tokyo di resistere ad attacchi diretti delle forze aeree e/o navali cinesi.

Più recentemente, la Cina ha anche sviluppato un formidabile schieramento di forze di manovra. Negli ultimi sette anni ha raddoppiato il suo moderno arsenale di aerei da combattimento e ora le Forze aeree ora superano la somma di quelle nipponiche e statunitensi dispiegate nella regione in un rapporto di due a uno. E, considerando il tasso di sviluppo attuale dell’industria, il vantaggio della Cina nello sviluppo di moderni aerei da combattimento probabilmente arriverà, entro il 2025, a toccare un rapporto di tre contro uno.

Certo, la qualità globale dei sistemi militari cinesi e dell’addestramento stesso, non supera gli standard statunitensi, anche se la Cina sta tentando con sforzi notevoli di ridurre i gap tecnologici e formativi. 

Attualmente, in caso di attacco ad una delle quattro isole principali cinesi, le forze statunitensi e giapponesi respingerebbero relativamente in fretta e con successo un assalto. Ma, considerando l’ottica di Pechino di volersi assicurare un controllo maggiore del Mar Cinese dell’Est e del Mare del Sud cinese, Tokyo ha fondate ragioni di preoccuparsi della sicurezza delle sue isole offshore, in direzione delle quali la Cina è in una posizione ideale per una seria escalation militare. E mentre un attacco, o una invasione deliberata, da parte della Cina, a queste isole è altamente improbabile, è al contrario sicuro che la situazione degenererebbe assai rapidamente.

La catena delle isole giapponesi Ryukyu si staglia a circa 600 miglia dall’isola meridionale giapponese di Kyushu, e le contese isole Senkaku (note in Cina come isole Diaoyu) così come il gruppetto delle isole Yaeyama all’estremo della catena delle Ryukyu, sono al doppio di distanza da Kyushu rispetto alle basi continentali cinesi.

Ci sono circa 29 basi aeree e navali del PLA cinese nel raggio di combattimento delle isole Senkaku, mentre alla stessa distanza ce ne sono soltanto 4 di Stati Uniti e Giappone. 

I carri armati statunitensi e giapponesi potrebbero supportare le operazioni aeree da basi più distanti, ma con scarse percentuali di successo e soprattutto con grande stress per i piloti e per i mezzi. 

La relativa carenza di strutture militari vicine da parte di Giappone e Stati Uniti, e, all’opposto, la prossimità a grandi basi cinesi interne, esalta la potenza delle minacce di questi ultimi, consistenti in un sistema di aerei e missili, supportati da sottomarini e navi da superficie. 

Del resto, la Cina ha inaugurato il 2018 con una incursione, l'11 gennaio, nella zona contigua delle Senkaku. Durante l’operazione sono stati utilizzati una fregata tipo 054 della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione e un sottomarino nucleare da attacco della classe Shang. La fregata era un’unità ufficiale della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione, invece di una della Guardia Costiera, più comunemente usata in questi casi. Inoltre, la Cina non aveva mai inviato prima un sottomarino nelle acque contestate.

Dati alla mano, si evidenzia che la Cina ha intensificato, dal 2012 in poi, la sua attività navale ed aerea nella zona: 

Il grafico, tratto dal sito del Ministero degli Esteri giapponese, mostra il numero di volte che la Guardia Costiera  e le Forze di Autodifesa Aerea giapponesi sono state inviate per intercettare navi cinesi. In risposta a tutto questo, il Giappone ha recentemente istituito la prima unità di Marines dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (ARDB-Amphibious Rapid Deployment Brigade). Il potenziale notevolmente offensivo del Corpo dei Marines pone, ancora una volta, problemi  e dubbi di ‘costituzionalità’.

Come, da un punto di vista teorico, sì, ma anche pratico, il Giappone potrebbe iniziare a ripensare la propria strategia militare? Si può partire dal considerare  e riepilogare i tre tipici e classici approcci strategici  di tecnica tesa alla difesa e alla deterrenza: Forward Defense, Denial, Punishment. 

Forward Defense: con questa tecnica ci si riferisce alla capacità di respingere le forze militari nemiche quanto prima e quanto più lontano possibile, preferibilmente alle frontiere dello Stato, o poco oltre.

Denial (Strategies): con questa tecnica si tende a prevenire la conquista nemica tramite una resistenza attiva prolungata, spesso guadagnando un po' di terreno e tentando di evitare uno scontro decisivo fin quando l’equilibrio delle forze non penda a favore dello Stato che si difende.

Punishment: si basa sulla capacità di infliggere perdite inaccettabili dal punto di vista degli assetti dell’invasore, come, ad esempio, colpendo obiettivi sensibili nel suo Paese.

Nei primi anni della Guerra Fredda, il Giappone ha attuato una strategia Denial basata sulla tecnica “Shield and Spear-Scudo e Lancia”. 

In pratica le forze giapponesi contenevano e allo stesso tempo minacciavano il nemico invasore (Spear), fino all’arrivo dei soccorsi degli Stati Uniti (Shield). Ma già negli anni Settanta, in verità, le strategie militari giapponesi propendevano per la tecnica della Difesa Avanzata. 

Prima della fine della Guerra Fredda, il Giappone vantava uno dei più alti budget di difesa al mondo, per lo più impiegati nel mantenimento delle forze di manovra tradizionali (come, ad esempio, grandi navi da guerra e grandi squadroni aerei) in grado di respingere qualsiasi potenziale aggressore in uno scontro diretto.

Ed a dispetto dell’adozione, nel 2010, di un “Concetto Dinamico di Difesa-Dynamic Defense Concept”, Tokyo in realtà ha continuato a puntare, concretamente, sul Forward Defense. Infatti, mettendo a punto un sistema di capacità d’assalto anfibio dai costi notevolissimi, per un immediato contrattacco nei confronti di potenziali stanziamenti offensivi al largo delle isole giapponesi, di fatto ha virato decisamente sulla strategia Forward.

Ma una strategia del genere aveva forse un suo senso nel contesto della tarda Guerra Fredda e nel primo dopoguerra Fredda, periodi nei quali certamente il Giappone riusciva a fronteggiare alla pari, se non in vantaggio, qualsiasi potenziale aggressore. 

Con l’emergere della Cina, ormai, questo assunto non regge più. Le capacità cinesi di precisione a lungo raggio possono minacciare in modo letale le infrastrutture militari giapponesi. Sottovalutare una azione controffensiva precoce, soprattutto nelle isole Senkaku e nella catena Sud delle Ryukyu avrebbe l’effetto di una sconfitta catastrofica e potrebbe potenzialmente abbattere ogni capacità di Tokyo di continuare la battaglia. Una difesa di tipo missilistico non sembra poter costituire una soluzione affidabile e sicura, specie per gli alti costi che ne derivano.

Ci sono, allo stato, migliori alternative? si potrebbe optare per una valorizzazione della Active Denial Strategy, la Negazione Attiva, incentrata sul dimostrare ai Leaders cinesi che qualsiasi attacco potrebbe facilmente degenerare in conflitto di durata, dal quale agevolmente le forze statunitensi e giapponesi trarrebbero inevitabili vantaggi. 

La priorità, in una Denial Strategy, non si sostanzierebbe in un rapido successo, ma piuttosto in una resistenza attiva, tale da impedire una vittoria veloce di Pechino e viceversa permettere l’arrivo di rinforzi statunitensi. 

Naturalmente, il concetto di Denial Strategy attuale è molto diverso da quello della prima Guerra Fredda, costruito più o meno integralmente su forze terrestri relativamente immobili e organizzate per regioni. 

L’Active Denial dovrebbe essere moderno, dinamico, mobile, comprensivo di capacità offensive tattiche.

La strategia Active Denial possiede due elementi che si rinforzano e si collegano a vicenda:

Un assetto di forze resiliente

un riordinamento delle priorità di missione

Il primo elemento, uno spiegamento di forze resiliente, si riferisce alla capacità dell’esercito giapponese di assorbire gli attacchi e di continuare a operare in maniera efficace ed effettiva. La resilienza richiederà necessariamente un sistema di infrastrutture militari ampio e rinforzato, che sicuramente avrà dei costi rilevantissimi a dispetto degli armamenti.

Gli aeroporti civili, ad esempio, andranno preparati a supportare le operazioni aeree, consentendo un rapido spiegamento di aerei giapponesi e statunitensi, riducendo in questo modo la vulnerabilità del Giappone agli attacchi missilistici. Aumentare, ancora, il numero dei porti e le stazioni per le forniture navali, similarmente, potenzierebbe la sopravvivenza e la flessibilità della flotta giapponese.

Anche la mobilità può giocare un ruolo importante nello sviluppo della resilienza. Il Giappone potrebbe utilizzare nuovi concetti di mobilità, simili a quelli testati attualmente dalle Forze Armate statunitensi per confondere il nemico sugli obiettivi da colpire. 

Questi dispositivi comprendono il cosidetto “Agile Combat Employment”, un sistema di combattimento agile basato sull’utilizzo temporaneo di un piccolo numero di aerei da combattimento (da due a quattro, di solito), supportati da un cargo dotato di carburante e munizioni per rifornire le basi aeree.

Altri tipi di tecnologie di mobilità avanzata, come lo sviluppo di una flotta civile di riserva, formata da navi veloci e gestita da riservisti della Marina, potrebbe essere centrale per mantenere una difesa adeguata nelle isole Ryukyu, dove la capacità di sostituire i sistemi danneggiati e le munizioni utilizzate presenterebbe non poche difficoltà.

Anche i sistemi di Active Defense contro attacchi aerei e missilistici avrebbero la loro importanza, per il Giappone, ma tutto questo va comunque considerato nel contesto di un più ampio sforzo, come si è detto, nella direzione della resilienza e del dual-use.  

I sistemi missilistici di difesa, in particolare, possono, in teoria, anche proteggere obiettivi civili. Ma assorbono percentuali ingenti del budget difesa. E la mobilità, viceversa, può spesso essere una strategia più efficace ed economica.

Il secondo elemento dell’Active Denial Strategy deriva naturalmente dal primo. Nel perseguire l’obiettivo della resilienza, il Giappone dovrebbe poi stabilire una chiara, precisa gerarchia delle missioni prioritarie. In primo luogo, la difesa degli assetti-chiave, quelli vitali che permettono al Governo e alle Forze Armate di esercitare le proprie rispettive funzioni. In secondo luogo, isolare e colpire le forze nemiche che invadano il territorio nazionale. Infine, contrattaccare per guadagnare il terreno perso, nell’attesa dei rinforzi americani.

La missione più importante ed immediata, la difesa di obiettivi chiave sia militari che civili, è assicurata da un sistema integrato aereo e missilistico (IAMD), sistemi anti-guerra sottomarina, dispositivi di guerra difensivi anti-superficie. Ma anche la modernizzazione del parco aereo, con l’acquisto di caccia di quarta o quinta generazione (come gli F/A-18 E/F oppure gli F15 S/E), permetterebbe alla piccola flotta di F35A di essere utilizzati come più efficace moltiplicatore delle forze aeree per il settore difesa aerea. 

A tutto questo va però aggiunto che i giapponesi già da un paio d’anni sono a lavoro per un caccia di sesta generazione, da sviluppare entro il 2030. Se il progetto di sviluppare internamente un caccia di sesta generazione riuscisse a realizzarsi, la rinascita del Giappone come colosso aerospaziale sarebbe assicurata. Ma appare più realistico che Tokyo sviluppi il suo F3 da combattimento in partnership. In questo senso, gli USA hanno offerto a Tokyo una partnership tecnologica, con Lockheed Martin che avrebbe messo in campo un nuovo fighter con un mix di tecnologie F 22 ed F35, “superior to both of them”. Nel mentre, non va poi dimenticato che i giapponesi hanno già prodotto il loro primo caccia invisibile F35.

L’acquisto di qualche esemplare di F35B, aerei capaci di decollare da piste brevi, o da navi anfibie d’assalto, contemporaneamente permetterebbe allo stato attuale di potenziare la capacità del Giappone di sostenere un conflitto aereo, anche al momento dell’attacco delle isole Ryukyu.

Ancora, ed in campo marittimo, una implementazione della flotta con fregate multifunzione, più agili ed economiche, potrebbe essere d’aiuto per migliorare la capacità giapponese di resistere a un iniziale ipotetico attacco cinese alle isole del Sud Ovest.

Chiaramente, concentrarsi su questi obiettivi richiederebbe una vera e propria inversione delle priorità attuali di spese, spese che per il momento pesano per oltre il cinquanta per cento sulle attrezzature militari terrestri, rispetto alla Marina e all’Aeronautica.

E tutto questo richiederebbe l’introduzione di Comandi di tipo Joint, in modo da migliorare il coordinamento e far funzionare in modo integrato tutti i differenti tipi di sistemi di difesa.

Venendo agli aspetti economici delle riforme, non si può far a meno di accennare alla cooperazione militare, e dunque anche economica, tra USA e Giappone. Vale la pena ricordare che il cosidetto  Mutual Defence Assistance Agreement tra i due Paesi risale al 1954 e prevede che il Giappone ospiti basi permanenti statunitensi sul suo suolo in cambio di alleanza militare e supporto operativo immediato in caso di attacco militare.

L’alleanza tra i due Paesi continua ad essere utile agli interessi critici di entrambi (sostegno economico al Giappone vs. punto di presenza militare avanzato per gli USA). 

Ma appare chiaro, anche se ciò non è avvenuto formalmente, che è negli intendimenti del Presidente Trump far pressione, come è avvenuto ultimamente anche in Europa nel meeting NATO, affinchè il Giappone da un lato incrementi le proprie spese militari, dall’altro prosegua nelle riforme del sistema Difesa. Sebbene non poche siano state le perplessità talvolta espresse in merito alla utilità effettiva della presenza americana (circa 26 mila soldati) nell’avanposto di Okinawa, il presidio non è in discussione.

Ma il solo incremento della spesa - va sottolineato - non sembra di per sé sufficiente a tamponare le minacce mutevoli poste in atto dalla Cina. Sarà necessario, si ripete, un ripensamento delle strategie dalle fondamenta. 

Con, all’orizzonte, la minaccia di incursioni cinesi nelle isole Senkaku, il Giappone trarrebbe beneficio da una Active Denial Strategy in grado di potenziare la sua capacità di difesa a lungo termine delle Isole stesse. Tramutando un conflitto breve in un conflitto di resistenza, la strategia giapponese rinforzerebbe notevolmente il potenziale di deterrenza, anche perché l’ipotesi di mantenere una supremazia incontrastata sulle aree vicine alla Cina, quantomeno a costi contenuti, è una speranza ormai vicina all’irrealtà.

Altro elemento ugualmente importante, una Denial Strategy renderebbe più stabili le aree di crisi. Se è vero che i tre Governi coinvolti dovrebbero – è auspicabile ma complesso –  lavorare sul fronte diplomatico per allentare le tensioni politiche della zona, è altrettanto vero che gli aspetti militari sono un elemento trainante. 

Un'Active Denial Strategy, insomma, avrebbe l’effetto di migliorare, da un lato, la capacità di deterrenza mitigando, al contempo, l’instabilità politica in caso di crisi.

Anche se l’opinione pubblica non sarà ostacolo facile da superare, pragmaticamente i tempi sono maturi per una più incisiva remilitarization del Giappone che passi, primariamente, attraverso una ormai inevitabile riforma costituzionale. 

 

 

 

Report Difesa: Industrie della difesa Focus mbda italia

Report Difesa: Industrie della difesa Focus mbda italia - ATLANTIS

Industrie della difesa Focus mbda italia 

 Viaggio nel centro integrato dell’eccellenza missilistica del nostro Paese.

Affonda le sue radici in quasi mezzo secolo di storia ma ha lo sguardo rivolto al futuro. Rappresentata dal  Centro integrato di La Spezia e Aulla (Massa -Carrara) la tradizione missilistica antinave italiana costituisce oggi un’eccellenza a livello internazionale. Un’eredità che a partire dal 2001 è stata raccolta e portata avanti con successo da MBDA Italia che, ogni anno, investe nel comprensorio La Spezia-Aulla circa 7 milioni di euro, alimenta la supply chain locale per circa 20 milioni e, anche grazie e a una stretta collaborazione con le Università  e le Forze Armate, realizza tecnologie all’avanguardia.

Con il 12% del Gruppo, MBDA Italia, attualmente, riesce a realizzare il 15% del fatturato totale, partecipando alla realizzazione di 21 prodotti ed assicurando la sovranità tecnologica nazionale a supporto della capacità operativa delle Forze Armate nel segmento missilistico. 

La storia del sito ha inizio negli anni ’70 quando l’Italia, prendendo una decisione politica e militare volta a dotare il Paese di una capacità sovrana nel settore del segmento missilistico tattico di superficie, ha deciso di iniziare lo sviluppo di missili antinave. In seguito a un accordo di cooperazione industriale tra Oto Melara e la francese Matra per sviluppare il sistema missilistico Otomat/Teseo vennero costruite a La Spezia le prime infrastrutture del centro missilistico e definiti gli accordi con il Ministero Difesa per effettuare presso il Centro Interforze Munizionamento Avanzato (CIMA) di Aulla, all’epoca MARIMUNI,, le attività piriche inerenti l’integrazione, il collaudo finale e lo stoccaggio delle munizioni. Ne nascerà una collaborazione fruttuosa che, attualmente, vede nel binomio La Spezia/Aulla un unicum a livello europeo.

Peculiarità del Centro è, infatti, quella di fornire una visibilità globale delle diverse fasi di produzione, offrendo la rara possibilità di seguire il missile dalla progettazione al lancio fino alla consegna al cliente.

Con 22.500 metri quadrati, di cui 10.500 coperti suddivisi in tre edifici, il sito MBDA spezzino si occupa della parte di sviluppo, test e produzione di missili e istallazioni di lancio per piattaforme aeree, navali e terrestri. Tra le attività che vengono effettuate a La Spezia vi sono la progettazione meccanica e aerodinamica, simulazioni avanzate basate sul Synthetic environment (S.E.), verifiche delle unità con il metodo Hardware in the loop (HWITL), prove d’interferenza e compatibilità elettromagnetica (EMI/EMC). Grande attenzione è, inoltre, dedicata alla revisione dei motori turbojet che vengono smontati fino all’ultima vite per verificare e mantenere la capacità propulsiva.

Centrale nella fase di test e verifica dei missili, risulta il collaudo della parte seeker, effettuato grazie all’ausilio di una camera anecoica dove sono simulate le caratteristiche dei bersagli.

Ad arricchire le potenzialità del Centro vi è un laboratorio per le tecnologie duali nel quale vengono studiati i materiali nel loro nascere con l’obiettivo di aumentare il loro livello di maturità tecnologica (TRL) in rapporto all’utilizzo successivo a cui sono destinati. La ricerca si concentra anche sullo studio di materiali reattivi che, se utilizzati per realizzare la testa in guerra del missile, ne aumentano la letalità.

L’integrazione pirica dei missili viene, poi, effettuata presso il CIMA di Aulla, una struttura unica nel panorama della forza armata che quest’anno ha aperto per la prima volta le porte alla stampa specializzata, dove MBDA ha due strutture dedicate. 

Al CIMA, che conta un’area di 130 mila ettari di superficie con 250 fabbricati, vengono lavorati i missili Aspide, Teseo e Marte. Inoltre, fiore all’occhiello della struttura, a partire dal 2016, è la checkout del missile Aster. Pur dipendendo dallo Stato Maggiore della Marina, il CIMA, come dimostra la collaborazione con l’Esercito per le attività sulle linee Aster e Aspide, punta a incrementare il suo carattere interforze. 

Nel sito spezzino, a partire dal 2006, è attiva la linea d’assemblaggio dei missili Marte di seconda generazione alla quale, nel 2009, si è aggiunto lo sviluppo della versione navale Marte Mk2/N. Attualmente, dopo la prima commessa del febbraio 2009,  presso il sito è in corso la produzione della fornitura aggiuntiva dei missili antinave Mk2/N per la Marina degli Emirati Arabi Uniti che, nell’ambito del contratto firmato all’inizio dello scorso anno, ha scelto di equipaggiare ogni sua nave veloce da combattimento multiruolo con  quattro munizioni Marte.

Caratteristica della famiglia Marte è l’aspetto multipiattaforma. MBDA ha, infatti, puntato a realizzare un frame comune all’interno del quale i prodotti possono crescere al passo con la tecnologia. Rientra in quest’ottica il programma di sviluppo del Marte ER (versione Extended Range del missile Marte), assemblato alla Spezia e selezionato dalla marina del Qatar per la difesa costiera e, più recentemente, per l’impiego sugli elicotteri NH 90. Alle versioni Naval (N/G) ed Helicopter (H/C) si aggiunge anche la versione Fastjet (F/J) che, rispetto alle prime due, presenta differenze più marcate per consentire la sua installazione su queste piattaforme.

Per quanto riguarda l’antinave pesante, a La Spezia, è attiva la linea d’assemblaggio del sistema missilistico Teseo che assicura la capacità di ingaggio missilistico Superficie/Superficie della Marina Militare italiana. In vista del termine della vita operativa dei sistemi e dei missili attualmente in dotazione, previsto per il 2022, in sinergia con l’evoluzione del missile Marte ER, Mbda Italia e la Marina Militare italiana stanno collaborando ad un piano per lo sviluppo di una nuova generazione del missile Teseo (Teseo MK2/E)

Attualmente il sito di La Spezia/Aulla si sta, inoltre, preparando ad approntare la linea di assemblaggio inerte e pirica in vista dell’attuazione del programma per il nuovo sistema di difesa aerea CAMM ER (Common Anti-air Modular Missile Extended Range) di MBDA, volto a soddisfare il requisito di difesa aerea dell’Esercito e dell’Aeronautica Militare italiana, permettendo il mantenimento della capacità operativa oggi svolta dai sistemi basati sul missile ASPIDE che, dopo 40 anni, sono ormai vicini alla fine della loro vita operativa. 

Nonostante il finanziamento sia già stato stanziato lo scorso anno, il programma, oggetto di valutazione anche da parte della Marina Militare e strategico per l’Italia sia dal punto di vista interno che per quanto concerne gli aspetti legati all’export e alla cooperazione internazionale, a causa delle resistenze del nuovo Governo è rimasto in stallo in attesa del via libera ufficiale.

Comunicazione al femminile

Comunicazione al femminile - ATLANTIS

“Chiusa dentro un guscio di noce”

“He for She” = “Lui per Lei” nel bene e nel male. In questo autunno 2018 ricarico di colori caldi ed avvolgenti, ho deciso di scrivere un racconto che valorizzi il rapporto fra Uomo e Donna nonostante le cronache nere siano cariche di delitti efferati verso mogli, madri e purtroppo, figli. Una carneficina che sembra non avere fine. Oggi il rosso del sangue si mischia al rosso acceso di aceri infiammati ed io non voglio parlare di morte, ma della rinascita di una Donna, resa possibile anche dalla vicinanza di un Uomo, compagno di vita e di speranza. 

 

“Chiusa dentro un guscio di noce”

Persa dentro un arcobaleno.

L’aria era irrespirabile, il caldo afoso toglieva le forze al punto che anche il rigirarsi nel letto era uno sforzo sovrumano per la mente e per il corpo. Il piede sinistro penzolava fuori dal materasso, il viso cercava parti del cuscino più fresche, la federa colorata, zuppa di sudore, non dava sollievo. La domenica pomeriggio era l’unico momento dedicato al riposo. Il peso delle settimane sempre più frenetiche si accumulava come si accumulano i sacchetti delle immondizie fuori dai cassonetti nei giorni di festa. Le gocce di sudore scendevano sul viso arrivando alle labbra. Quando la lingua catturava una gocciolina salata, gli angoli della bocca si inarcavano verso il basso, sale pungente che irritava gli occhi e offuscava la vista. Sembrava quasi di indossare occhiali dalle lenti inadeguate che, invece di aiutare, distorcevano la vista. Forse una doccia gelata avrebbe conciliato meglio il sonno, ma l’idea di doversi alzare rotolando giù dal letto frenava ogni iniziativa. La camera arredata con mobili stile anni 30 non era per niente comoda e funzionale. Nella vita capita spesso che vi siano altre priorità e l’arredamento, in quel momento, non era fra queste. Se solo fossi riuscita a dormire un po’, forse avrei portato via la mente dai tanti pensieri. In quel momento ero persa tra i fumi del caldo e la stanchezza. Un piccolo arcobaleno riflesso sul pavimento colse l’attenzione riportandomi alla realtà; da dove arrivava? La stanza era immersa nel buio salvo uno spiraglio di luce che riusciva ad entrare da una fessura della vecchia tapparella chiusa male; anche questa non era una priorità, capitava spesso che la mattina, mentre aspettavo il suono della sveglia, fissassi nel muro quelle due “macchie” di colore diverso. Il sole che sorgeva batteva sugli infissi; due fori nel muro che diventavano quasi bordeaux. Piccole manutenzioni non avevano risolto il problema, dava sempre noia la persiana di sinistra; sebbene calassi con cura la corda piatta che la movimentava, una delle fasce che la componevano, ribelle, si inclinava lasciando libero qualche forellino che, inevitabilmente, faceva penetrare la luce ed io romanticamente, allora, pensavo di essere una donna fortunata perché baciata dal sole.  A distanza di quasi un anno, il raggio di sole si era trasformato in una spada laser; con dispetto si era poggiato sulla parte inclinata dello specchio, un profilo di fine cesellatura che adornava l’anta centrale dell’armadio. Il bordo ovale sembrava un arcobaleno di colori riflessi al contrario. Non aveva formato l’arco come è solito fare nel cielo dopo il temporale, ma piccoli quadratini colorati dove l’azzurro prevaleva e, per uno strano gioco di luci, lo stesso spettacolo luminoso si rifletteva sullo specchio piccolo del comò. Sembrava l’ingresso di un mondo incantato. A volte capita di fissare un punto preciso e perdersi in pensieri lontani, diventare protagoniste di storie fantastiche, di scappare dalla realtà, cambiare il finale di una brutta storia, un po’ come si fa con il finale dei sogni. Qualcuno ci sveglia e il sogno si interrompe; perché sprecarlo, perché lasciarlo andare? Chiudiamo gli occhi, fingiamo di dormire e forziamo il finale. Avrei voluto cambiare anche il mio di finale ma, per quanto mi sforzassi, nulla sarebbe stato come prima. Il dolore fisico era passato da qualche mese, le terapie invasive e invalidanti mi avevano devastata; mi chiedevo per quale motivo acconsentivo l’accanimento sul mio corpo con il continuo iniettare, ingoiare, inserire, irradiare sostanze chimiche che, al pari dell’innominato, mi devastavano.  Non capivo più se il dolore fisico che provavo era causato dalla malattia o dalla chemio-terapia. Prima dell’intervento non avevo dolori; uno scherzo del destino, un banale controllo di routine, screening mammario, doveroso dopo i cinquanta. Obiettivo, quello di individuare il carcinoma della mammella o le sue prime “manifestazioni” quando ancora non provocano sintomi. Un programma di prevenzione che avrebbe dovuto confermare gli esiti dei precedenti esami. La documentazione, archiviata nell’apposita cartellina rosa shocking, era rigorosamente sistemata per data: 2012, 2014, 2016, 2018. Negli ultimi due anni dentro il mio seno si era insinuato il seme del male.  “Triplo negativo” il cancro più aggressivo, quello che non risponde né alla cura anti-ormonale né agli anticorpi monoclonali. Un numero dal prefisso del mio distretto mi cercava insistentemente al cellulare da giorni. Non avevo il coraggio di rispondere, me lo sentivo che questa volta non sarebbe andata bene. Un conto quanto lo si sente raccontare, altro quando capita a te. L’intervento, la chemio-terapia e radioterapia, la ricostruzione, il tatuaggio al capezzolo, i capelli bagnati lontani dalla testa, appoggiati in maniera disordinata sulle spalle, sulla schiena, sul fondo della doccia, sulla tazza del water. Effimera bellezza che vieni consumata non solo dal tempo che passa, ma anche dalla malattia che ti divora. Lui, subdolo e viscido, si era annidato comodamente dentro la carne morbida del mio seno sinistro. Sebbene mi avessero assicurato che fosse ancora chiuso dentro il suo uovo di gestazione, io lo sentivo scorrere nelle vene arrogante e beffardo. Volevo strapparlo via, volevo liberami di quel verme, volevo non essere io a dover mutilare il mio corpo, volevo far finta di niente sperando che se ne sarebbe andato da solo lasciandomi vivere. Riflessa nello specchio della mia camera, con il piede sinistro a penzoloni dal letto, con parte del corpo fuori dal materasso per non premere su una ferita per me non ancora guarita, guardavo l’immagine di una donna che non si sentiva completa. Le rassicurazioni e i risultati della ricostruzione e la perfetta guarigione delle cicatrici, lenivano in parte l’imbarazzo di un corpo non più perfetto. I chili di troppo non mi avevano mai permesso di fare la modella, non avrei neanche aspirato ad una carriera tanto triste, ad essere sincera. Solo l’idea di seguire una dieta perennemente mi rattristava l’intera esistenza. Tenere le spalle chiuse verso l’interno per proteggere quel “moncherino”, indossare sempre un foulard colorato per creare movimento nascondendo la disparità del decolté che viveva nella mia mente, abbinarvi turbanti in tinta durante i momenti più duri. Turbanti particolari fatti da sola dopo aver visto alcune ragazze musulmane che non indossavano il velo tradizionale ma, con fantasia e stratagemma, coprivano parte dei capelli con un intreccio di stoffa a formare quasi uno chignon. Era molto bello da vedere e adatto anche al periodo estivo. La parrucca era una tortura. A fine giornata la riga era sempre sbieca e la frangetta tre dita sopra la fronte.  Il prurito era insopportabile; avevo provato a mettere delle cuffiette di cotone sotto, ma il caldo e il sudore facevano evaporare quel poco di buon senso che mi era rimasto. La malattia aveva tirato fuori il peggio di me. Anche se ero molto arrabbiata con nostro Signore, qualche volta ringraziavo il cielo per avermi concesso di ammalarmi all’inizio della bella stagione, quanto la moda ci permette di sbizzarrire nel vestiario senza sembrare ridicole. Il problema giungeva immancabilmente prima di fare la doccia, dove i foulard e i turbanti vanno tolti. Senza questi stratagemmi si va anche a dormire e lì non solo ti senti nuda, ma anche senza pelle. La carezza sul seno che accompagnava il bacio della buonanotte si era spostata sul braccio. Il suo sguardo restava fisso nei miei occhi, quando mi spogliavo; il suo abbraccio mi avvolgeva, mi stringeva forte, ma le bocche non si toccavano. Le sue labbra poggiavano su una spalla, non eravamo più uno di fronte all’altro, non eravamo ancora pronti a guardarci. Non eravamo ancora pronti ad accettarci. Vorrei entrare dentro lo specchio, vorrei perdermi dentro i colori di quell’arcobaleno. Un artifizio di gioco e colori, se pur artificiale bello e coinvolgente; vorrei dare un lieto fine a questa storia d’amore che ha vissuto fino ad ora con passione e intensità. La vita mi aveva donato una seconda possibilità, non poteva portarmela via. Dopo tanti anni avevo riscoperto la dolcezza del sentimento, il fuoco della passione, il desiderio. Fidarsi e lasciarsi guidare scoprendo con fantasia e complicità un mondo fatto di sensazioni, di odori, di sensualità che mai avrei creduto di avere. Tornare dentro la scatolina dove avevo vissuto per anni. Da piccola mi era stato regalato un cofanetto portagioie e ogni volta che lo aprivo la ballerina piegata al suo interno danzava a comando.  Danzava solo se la molla era caricata e le si apriva il coperchio, prigioniera dentro una scatola foderata di raso fra gioielli di plastica e polvere. Io legata da fili invisibili fatti di tabù e doveri. Il sale che sentivo in quel momento sulle labbra era sudore misto a lacrime. Lacrime che solcano un viso provato ed una pelle piena di macchie. L’intensità emotiva di quel momento accentuava la sensazione di bruciore e dolore nelle mani e nei piedi. Mille aghi si divertivano a torturami a ritmi incessanti. Anche sollevare un bicchiere poteva risultare difficile, fare la pipì, pettinarsi, ah no, dimenticavo, pettinarsi non serviva più. Azioni semplici che diventavano imprese titaniche e richiedevano energie che non avevo. Chiedere aiuto per ogni singola azione quotidiana mi rendeva insofferente. “Rivoglio la mia vita!” un urlo muto riempì la stanza. Lo sentivo solo io e forse Dio, se esiste, lo aveva sentito fin lassù.   

Re-si-lièn-za 

Sostantivo femminile, capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi; in psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà (cita il vocabolario). Negli ultimi mesi la parola resilienza era tornata di moda, la si poteva incontrare ovunque. Durante la presentazione di un libro, nei testi scolastici, nei discorsi politici, in testi e documenti progettuali, nella malattia e nel supporto psicologico a questa. La mia resilienza, in quel momento, era data dal fatto che non riuscivo a morire pertanto, a malincuore, dovevo andare avanti. Immersa nel materasso in “memory”, che ormai aveva preso la forma di quella metà del mio corpo che dormiva o riposava sul bordo estremo, fra legno, rete e stoffa, non potendo andare oltre per non cadere anche dal letto così come mi sentivo cadere dalla vita, visto che subito dopo c’era il comodino, dovevo scegliere se rotolare dall’altra parte, sprofondando in una sorta di catalessi, o alzarmi. L’indomani sarei dovuta tornare al lavoro. Lavorare non significava, per me, ricominciare a vivere; no, significava per me, ultima arrivata di un gruppo di lavoro efficiente e dotato di quegli strumenti dei quali avevo sempre sentito la mancanza, sentirmi al centro dell’attenzione per una “diversità” che non volevo così evidente. Già avevo sempre vissuto i piccoli gesti di cortesia con grande senso di inadeguatezza, come se mi si volesse sostenere per una sorta di “obbligo” a tenermi in squadra. Dover chiedere per svolgere attività informatiche che non conoscevo, aspettare una traduzione, mi aveva sempre fatta sentire ignorante. A nulla valevano le parole rassicuranti e i lavori fatti; quando non ci si sente preparati o anche solo pronti ad affrontare una sfida, la si vive con grande sofferenza. Se a tutto questo si fosse aggiunta la compassione, sarebbe stato tutto veramente troppo pesante da sopportare. Quando la nuova, ennesima ferita, questa volta anche fisica, si è aperta, un senso di rabbia mi aveva preso anche per il lavoro. Stavo lavorando su un progetto che sentivo quasi mio; una sorta di esorcismo per le mie paure, come entrare in una dimensione che sentivo più vicina. Dover lasciare in mano ad altri il frutto embrionale di tutto quello che avevo studiato; quello che avevo imparato e trovato cercando con grande fatica, scalando una delle mie innumerevoli montagne, restava senza custode. Chi avesse preso in mano il mio lavoro non avrebbe avuto modo di capire dove volevo portarlo, come volevo raggiungere il risultato. L’obiettivo mi era stato chiaro fin da subito, le mie mani eseguivano in maniera autonoma quello che il cervello pensava e, senza rendermene conto, agivano in sintonia. L’entusiasmo nel descriverlo a mio marito, compagno di vita e di professione. Raccontarlo durante quella corsa in bicicletta qualche mese prima, quando la stagione non era ancora stabile e al primo sole pungente si alternavano nuvole minacciose. Le parole descrivevano in ogni particolare l’esecuzione del progetto; da fase embrionale passava, pedalata dopo pedalata, a realtà fattibile e attuabile. La scenografia fatta di sorrisi, risate, carezze. Lunghi tratti dove la mia mano stringeva il suo polso; non mi facevo trainare ma semplicemente trasportare dalla sua forza. Quando io non ce la facevo più quel contatto mi sosteneva. Le fatiche che quella piccola azienda avrebbe dovuto affrontare si mescolavano con le mie, le nostre, lungo quel tratto di strada bianca. Sapevo già come lo avrei impostato e reso sostenibile e sapevo come renderlo vivo, palpabile, umano. Quel progetto era quasi la mia missione, il mio modo per dimostrare a tutti e, soprattutto, a me stessa, il mio diritto a fare parte di quel gruppo. Dimostrare con efficacia come fosse stato possibile fare business senza devastare niente e nessuno, senza calpestare valore altrui. La mia mente era diventata una stampante 3d e, mentre lo pensavo, Lei cresceva e sviluppava. Arrivati a fine corsa, i campi gialli di colza in fiore brillavano di luce propria. Alzando gli occhi al cielo la gioia di sentirsi viva si mescolava alla leggerezza di un cielo azzurro senza nuvole, né temporali lontani. Quel sogno, come volevasi dimostrare, lo avevo dovuto abbandonare. Un dolore aggiunto al dolore. L’indomani avrei dovuto scegliere se rimanere inerte fra le lenzuola di quel letto sgualcito o affrontare gli sguardi dei miei colleghi pieni di pietismo, gli stessi sguardi che sentivo addosso al supermercato o nella sala d’attesa del medico. Davanti a quel pensiero avrei voluto chiudere per sempre gli occhi, divenuti a mandorla dalla melancolia persistente che ormai si era impossessata di me. Riflessa sullo specchio della mia camera dovetti ammettere che la solitudine che mi avvolgeva era stata creata da me. Io avevo allontanato tutto e tutti, io mi ero isolata, io non vedevo più la vita a colori, prevaleva quotidianamente il grigio. Un colore senza sentimento, né emozione. Non permettevo a nessuno di avvicinarsi; la paura di sentirmi amata perché malata e non perché ero io, la stessa di sempre. Amata perché voluta e accettata con pregi e difetti non perché morente o destinata a morte certa. La malattia era devastante, ma ancora più devastante la sensazione che i gesti affettuosi non abituali fossero sapone per chi li elargiva, pur non essendone abituato, solo per lavare la propria di coscienza. In quel momento, però, si trattava di me e di come avrei voluto io vivere quella opportunità di riscatto fornita dal mio lavoro. Toccava a me scegliere un finale diverso, soltanto a me.

 

Ultimo atto

Il finale è la parte più importante di un film, può esaltare ancora di più la trama o renderla blanda perdendo ogni emozione vissuta, rendendo scontato l’intero racconto. Non volevo inventarlo, volevo capire che cosa avevo di già scritto nel mio di copione. Come ogni mattina avrei aspettato che il profumo di caffè invadesse la casa; il rumore ritmico delle tapparelle annunciava l’arrivo del nuovo giorno; lui si sarebbe affacciato alla porta socchiusa poco prima per non disturbarmi e avrebbe detto, sedendosi sul bordo del letto: “Buon giorno amore, forza, è suonata la sveglia. Non ti rassicurerò, non ti dirò che andrà tutto bene perché non lo so, ho tanta paura. Ciò che posso dirti è che riconoscerei fra un milione di donne il tuo profumo. La tua pelle mi inebria, il tuo viso è ciò che voglio vedere quando mi sveglio, il tuo corpo mi fa vibrare ogni volta come se fosse la prima volta fra noi. Io non rinuncio a te e non voglio perderti. Lasciati prendere per mano; non voglio guidarti verso la fine di questo incubo, voglio camminare con te per farmi coraggio e sopportare questo momento senza perdermi nulla di questo viaggio. Tanta o poca che sia la strada davanti a noi la voglio fare con te anche per me, per noi. Sei la mia Sposa e la nostra vita, senza averti onorata e rispettata fino all’ultimo respiro, non sarebbe vita, non per me”. Davanti a quelle parole non avrei potuto nascondermi dentro le mie paure, avrei dovuto alzarmi e dimostrare che anche lui valeva tanto per me. Valeva lo sforzo di trovare tutta la volontà per entrare in doccia, riempire la spugna del suo bagnoschiuma aromatizzato al sandalo e portarlo con me. Impregnata del suo odore, avrei ripreso in mano il mio progetto fino a portarlo a termine. Forse non avrei mai visto i lavori ultimati, ma di certo un pezzetto del mio cuore sarebbe rimasto vivo attraverso la realizzazione di un’idea. La malattia mi aveva portato via tanto, ma non tutto ancora. Testa, cuore, sentimenti erano ancora tutti lì. Un viaggio senza ritorno, ma in quel momento avevo capito che l’unico modo per tornare a casa era di lasciarsi amare, senza se e senza ma. “Ti amo come sei”.

Shampoo, balsamo, bagno schiuma erano lì in fila sul bordo della vasca. Li aveva raccolti dalle immondizie e rimessi al loro posto. In un momento di rabbia avevo buttato via tutto e lasciato solo un sapone neutro senza profumo né schiuma. L’acqua era piacevole, niente spugna questa volta, dovevo cominciare a volermi bene e ad accarezzarmi dopo tanto dolore. Bella la sensazione di attutire tutti i rumori del mondo immergendo la testa sott’acqua, ma altrettanto bello uscire, sentire la pelle accapponarsi per lo sbalzo di temperatura, le orecchie svuotarsi dall’acqua e il cuore battere velocemente dopo l’apnea. In quel momento ero viva e non potevo fare a meno di respirare! 

 

 

 

Comunicazione tra le righe del Mondo

Comunicazione tra le righe del Mondo - ATLANTIS

Involuzione contadina; coltivare società civili 

Con il termine pianta infestante (malerba)si intende una pianta che, non rivestendo alcuna funzione ritenuta utile per la produzione agricola, va a danneggiare le piante esistenti entrando in competizione con esse o parassitizzandole. Non esiste un vero e proprio elenco di piante infestanti in quanto la definizione di “malerba” è puramente soggettiva: alcune piante utili o coltivate possono divenire malerbe nel momento in cui cessa la loro funzione di utilità per l’uomo. (fonte Wikipedia)

Seminare e coltivare piante da frutto che diano buoni risultati è assai complesso. Si tratta spesso di piante che richiedono molte cure, quotidiane, subiscono i capricci dei cambiamenti climatici ed anche l’effetto parassita di quelle infestanti; necessitano di acqua costantemente, di concime ed humus per crescere fertili. Occorre sudore della fronte e non solo, serve conoscenza, competenza, esperienza ma serve anche sapersi sporcare le mani nella nuda terra. Non è un mestiere da “signorini” e tantomeno da ignoranti in senso stretto; occorre sapere tutto delle proprie piante, del terreno su cui le si coltiva, dei cambiamenti che avvengono nella loro stessa natura. Luoghi diversi, cure diverse; piante diverse, necessità diverse.

La stessa raccolta richiede cura ed attenzione se si vuole dare un seguito alla coltura; è sempre più complicato trovare contadini esperti o giovani con la voglia di applicarsi ed imparare. Tutti vorrebbero un raccolto rapido e senza grandi fatiche, magari artificioso.

Coltivare zizzania o erbe infestanti è facile; si nutrono di tutto, soprattutto delle altre piante come parassiti, si riproducono con estrema facilità e non è difficile trovare chi la semina. Spesso non importa nemmeno il fatto che la maggior parte delle piante infestanti non producono reddito, non rendono. Il verde fitto che copre tutto ha pur sempre il suo effetto. “La natura che corre, che recupera il proprio ambiente strappandolo a ciò che non si sostiene da solo”.

Il vero problema è che le piante infestanti sono un po’ come una bomba: non si controllano, invadono anche gli spazi che non sono riservati a loro; riescono ad arrampicarsi sui muri e persino sul cemento, si insinuano tra le pietre e sfuggono al controllo fino, a volte, a soffocare ciò che si vorrebbe salvare.

C’è chi semina zizzania sul proprio terreno, per non doverlo faticosamente coltivare o anche solo per non doverlo tenere ordinato; una macchia verde con sfumature varie e l’occhio può dirsi soddisfatto. Poco importa se invade l’erba del vicino, in questo caso il verde più verde e fitto è chiaro quale sia. Un atto di debolezza, in fin dei conti. I rischi, come già anticipato, sono notevoli: le piante infestanti si espandono, strabordano in vialetti e aiuole, si arrampicano sui muri e minano la solidità del terreno e della casa stessa. Non c’è controllo o resistenza che tenga, se non il fuoco che, però, è ancor meno controllabile; o il diserbante totale che, di conseguenza, brucia tutto e mina gli spazi creati tra le pietre. Le puoi recidere ma loro troveranno il modo di crescere e risalire; una volta seminate e lasciate crescere non si eliminano più con sistemi normali.

C’è chi le semina nel terreno di altri, magari dei vicini, così da proporsi poi come abile disinfestatore ed intervenire, eroicamente, con una radicale disinfestazione. Ricordando quanto abbiamo appena detto, su quei terreni resterà poco o nulla e tutto sarà tendenzialmente instabile. Sulle macerie, il nostro contadino seminatore d’infestante arerà la terra, abbatterà le costruzioni e stabilirà nuove regole di coltivazione, rigorose per evitare che altre infestazioni, “dovute a disattenzione e troppa generosità verso le piante tutte”, possano avere a tornare, danneggiando ed infestando anche i vicini. 

Anche in questo caso serve forza, serve una moltitudine di contadini collaboratori fidati, perché le erbe infestanti, si sa, sfuggono al controllo, ricrescono, invadono e tendono ad occupare ogni spazio. Senza un rigido e rigoroso presidio dei “salvatori” le erbe, radicalmente costrette nelle aree circostanti, si infiltreranno nelle proprie. Perchè l’erba infestante è così, non si ferma, non muore mai del tutto.

In mezzo a tutto questo ci sono le piante forti, quelle ad alta resa, che non richiedono molte risorse per vivere e crescere. Non infestano, richiedono cure e duro lavoro ma, soprattutto, il contadino che le coltiva deve costantemente capirne debolezze, difetti e limiti e, senza innesti, dare loro ciò che serve perché crescano sviluppando le attitudini positive, quelle produttive e, perché no, remunerative.

Quanto al contadino, quello che piega la schiena e produce piante preziose viene facilmente criticato, ogni errore è rimarcato, paga ogni insuccesso non solo con la consapevolezza della fatica di ripartire, ma anche con il peso di critiche feroci ed a volte ingenerose. Non si controllano gli eventi naturali, non si è padroni della terrà né degli animali, così come di ogni fattore che incide sulle coltivazioni così faticosamente, e scientemente, curate.

Paradossalmente per chi coltiva piante infestanti l’insuccesso, ove mai si verificasse, sarebbe palese causa di sabotaggio e di azione esterna. D’altronde una pianta infestante cresce ovunque e comunque, se muore ci deve essere per forza una causa esterna. Questo rafforza l’ego del contadino e la sua convinzione di poter ottenere il massimo con il minimo sforzo.

In tutto il mondo esistono contadini e potenziali tali ed esistono contadini per ogni tipo di coltura. Quando anche il cosiddetto semplice contadino inizia a coltivare la terra, anche solo una porzione, dovrebbe acquisire le competenze base. Le competenze sono fatte di cultura e la cultura è determinata dallo scopo. Ogni contadino dovrebbe sapere che lo scopo del lavorare la terra è quello di vederla fiorire e crescere rigogliosa, ordinata e produttiva, definita negli spazi. Ogni contadino dovrebbe sapere che una buona coltura produce ricchezza e nuovi raccolti. Ogni contadino dovrebbe sapere che le piante vanno curate giorno dopo giorno, una ad una, prestando particolare attenzione a quelle in difficoltà e recidendo prontamente quelle parassite ed infestanti. Ogni contadino, fosse anche per un semplice orto, deve sapere che lavorare un pezzo di terra può incidere, positivamente o negativamente, su tutto l’ecosistema. Non esiste un proprio orticello fuori dal contesto universale. 

Coltura, come cultura, derivano dal latino cúltus, che tiene a cólere (coltivare): coltivazione e, moralmente, civiltà, erudizione (fonte etimo.it)

Chi semina vento, raccoglie tempesta e l’erba infestante, prima o poi, torna… 

 

 

 

Eccellenze Italiane nel Mondo: Cortina d'Ampezzo

Eccellenze Italiane nel Mondo: Cortina d'Ampezzo - ATLANTIS

Cortina d’Ampezzo una perla ancor più impreziosita dalle Olimpiadi?

Il nome “Cortina” sembra derivare dal termine “curtis” che, nell’Alto Medioevo, indicava piccole unità territoriali facenti parte di un feudo. Il paese è documentato nel 1156 come Ampicio (probabilmente derivante da “ampedin”, sterpeto); la chiesa viene menzionata per la prima volta in un documento del 1203 e doveva essere una chiesa romanica. Nel 1241 il paese viene indicato come Ampicium Cadubrii, nel 1317 come Ampitii, nel 1331 ancora Ampicio e nello stesso anno appare anche un Gidini de Curtina e Curtinam Ampicii, ma solo come villaggio o frazione dove c’era la chiesa. Il paese è stato quindi chiamato Ampicio (fino al 1200 circa), poi Ampezzo di Cadore (dal 1200 al 1511), quindi Ampezzo in Tirolo (dal 1511 al 1918) e infine Cortina d’Ampezzo (dal 1923). Nel XVIII secolo la cittadina si proclamò Magnifica Comunità (di fatto repubblica indipendente), ma ciò non piacque agli Asburgo tanto che il paese fu nuovamente sottomesso all’autorità imperiale da Giuseppe II, che fece annullare tutti gli statuti e le autonomie concessi agli ampezzani. Con la rivoluzione francese Cortina venne nuovamente unita al Cadore ma, alla caduta di Napoleone, tornò sotto l’Austria. Fu questo un ottimo periodo per Cortina che iniziò a essere oggetto di un forte interesse da parte degli amanti della montagna, specialmente tedeschi e inglesi: viaggiatori, naturalisti e scalatori come John Ball, Paul Grohmann, Emil Zsigmondy e Theodor Wundt giunsero in Ampezzo conquistando una a una tutte le vette delle montagne che circondano la valle, dando il loro nome alle vie alpinistiche. Lo sci comparve verso la fine del XIX secolo e la prima gara venne disputata nel 1911. Due soli anni dopo, nel 1913, venne anche organizzata la prima gara internazionale di sci, ma nella Prima Guerra Mondiale l’Ampezzo divenne uno dei principali teatri del conflitto. Nel 1921 entrò in funzione una ferrovia a scartamento ridotto che da Calalzo di Cadore raggiungeva Cortina e proseguiva fino a Dobbiaco, la Ferrovia delle Dolomiti, rimanendo in funzione fino al 1964. Nel 1925 fu costruita la prima funivia turistica d’Italia, inaugurata con una solenne cerimonia alla presenza di eminenti autorità, tra le quali anche il Patriarca di Venezia La Fontaine; la funivia del Faloria venne costruita nel 1936 e benedetta dal Patriarca di Venezia Piazza. Sulle cime ampezzane i fratelli Dimai negli anni Trenta si legavano in cordata con re Leopoldo del Belgio. Nel 1939 fu fondato il primo e più famoso gruppo di rocciatori, i celebri Scoiattoli, che espressero maestri di sesto grado come Ettore Costantini detto “Vècio” (il cui nome è legato alle vie tracciate sulle Cinque Torri, sulle Cime di Lavaredo, sulle Tofane) o come Lino Lacedelli, conquistatore del K2 insieme al valtellinese Achille Compagnoni, nel 1954): le loro ardite imprese ebbero negli anni successivi una simile eco che nel 1948 uno di loro, Luigi Ghedina Bibi, propose con successo l’idea di estendere l’utilizzo dello scoiattolo rosso per promuovere le attività turistiche di tutta la conca. Le Olimpiadi invernali del 1956 ha trasformato il precedente turismo d’élite in un vivace turismo di massa estivo e invernale.

 

LE DOLOMITI

Le Dolomiti 250 milioni di anni fa erano un insieme di conchiglie, coralli e alghe immerse in un mare tropicale.

Emerse 70 milioni di anni fa, lavorate dal tempo e dagli agenti atmosferici, rappresentano oggi un magnifico tesoro geologico e donano al paesaggio una bellezza incomparabile.

Queste montagne prendono il nome dal naturalista francese Déodat de Dolomieu, che nella seconda metà del 18°secolo, per primo, studiò il particolare tipo di roccia predominante in questa regione battezzandola “dolomia”. Il minerale dona alle montagne una particolare tonalità chiara – motivo per il quale le Dolomiti prendono anche il nome di “Monti pallidi”.

Al sorgere del sole e, soprattutto, al tramonto, la dolomia assume un colore dal rosato al rosso fuoco: il fenomeno, le cui variazioni di tinte sono dovute alle diverse posizioni del sole durante l’anno e alle condizioni dell’atmosfera, è detto Enrosadira ed è particolarmente visibile nelle sere d’estate.

Cortina d’Ampezzo, le cui montagne sono tutelate dall’UNESCO e dal Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, rappresenta quindi il luogo ideale per addentrarsi e scoprire un mondo unico fatto di pareti verticali, guglie e pinnacoli, verdi vallate, alpeggi d’alta quota, boschi, ruscelli, laghi, canyon e cascate.

 

GLI SPORT INVERNALI

La Regina delle Dolomiti è un vero e proprio paradiso per gli amanti degli sport sulla neve e dona alcuni dei più suggestivi scenari invernali.

L’area sciistica di Cortina d’Ampezzo 3 comprensori collegati tra loro da un servizio di skibus gratuito:

Cortina Cube che comprende Cristallo - Faloria - Mietres
Tofana
Lagazuoi - 5 Torri
per un totale di 85 km di piste con il 95% di innevamento programmato per sciare da novembre ad aprile.

Cortina d’Ampezzo fa anche parte del comprensorio Dolomitisuperski, uno dei caroselli sciistici più grandi al mondo con 450 impianti di risalita inclusi in un unico skipass per usufruire di oltre 1200 km di piste distribuite su 12 vallate diverse.

 

SKI AREA FALORIA CRISTALLO MIETRES

L’area è famosa per la varietà delle sue piste, da quelle dedicate ai principianti e bambini alle piste tecniche per esperti.

Sul monte Faloria dal 2010 la Pista Vitelli, tra le più panoramiche delle Dolomiti bellunesi, è stata dedicata allo slow ski per gli amanti del relax e della natura, con aree di sosta lungo il tracciato per godersi la vista sulle vette più belle di tutto l’arco alpino.

Per gli amanti del freeride da non perdere ad inizio aprile il Freeride Challenge Punta Nera la tre giorni di pura adrenalina, per sfidarsi tra prove di sci alpinismo, freeride e Boulder.

Dalla località di Rio Gere parte la seggiovia quadriposto che in pochi minuti vi porta a Son Forca, dove partono le piste da sci del Cristallo, famose per aver visto nascere il talento di Alberto Tomba.

L’area di Mietres è perfetta per i principianti e bambini per imparare su piste con poca pendenza attrezzate con giochi e immerse nella natura per muovere i primi passi sulla neve all’insegna del divertimento.

 

SKI AREA TOFANA

SCIARE SULLE PISTE DELLA COPPA DEL MONDO DI SCI FEMMINILE

37 piste (6 nere, 12 rosse, 13 blu e 6 verdi) per un totale di 47 Km

Sciare a Cortina sulle piste della Coppa del Mondo di Sci Alpino Femminile, piste tecniche come il Canalone e il famoso Schuss.

Nella parte più bassa dell’area si trovano le piste per principianti e lo snowpark per gli amanti del freestyle.

Ski Tour Olimpia: per gli amanti della storia da provare il tour delle Dolomiti sulle piste che hanno ospitato le Olimpiadi del ‘56. 

Salendo con la funivia Freccia nel cielo si toccano i 2.500 m dell’area Ra Valles della Tofana di Mezzo da dove ammirare uno spettacolare panorama sulla Valle di Cortina e da dove si snodano le piste più caratteristiche circondate dalle rocce rosa tipiche delle Dolomiti Patrimonio UNESCO.

Solo per sciatori esperti, la pista nera Vertigine Bianca. 

Per la sua bellezza e ripidità è una delle due piste di Cortina che non vengono battute dai gatti delle nevi, dando la possibilità a sciatori esperti di cimentarsi in discese in neve fresca, su una pista ecologica ed a impatto zero, tra gli splendidi panorami delle cime Dolomitiche.

 

SKI AREA LAGAZUOI 5 TORRI

11 piste (5 rosse, 6 blu) per un totale di 29 Km

L’area 5 Torri recentemente è stata collegata al Passo Falzarego attraverso l’impianto Averau Troi.

Con pochi minuti di funivia, dal Passo Falzarego si raggiunge il Rifugio Lagazuoi (2.500 m), da dove si possono ammirare la Marmolada, il gruppo del Sella, il Civetta, il Pelmo e le Tofane.

Lo ski tour Dolomiti della Prima Guerra Mondiale percorre il fronte dolomitico e gira attorno al Col di Lana.

 

Super 8 Ski Tour 

Lo speciale tour Dolomiti che si snoda tra le piste dell’Averau Troi e dell’Armentarola. Lungo il percorso si incrociano 8 rifugi alpini dai quali ammirare 8 fra le cime più belle del comprensorio delle Dolomiti bellunesi.

 

Armentarola: la pista più affascinante delle Dolomiti

Al cospetto dei monti di Fanes, il tracciato si dipana in una valle fatata, sovrastata da maestosi castelli di roccia e cascate di ghiaccio per circa 8 km e mezzo. La pista Armentarola è raggiungibile tramite la funivia Lagazuoi a passo Falzarego, che in soli tre minuti porta a 2.800 metri d’altitudine da dove si gode una delle più  belle viste sulle Dolomiti. E come in tutte le fiabe che si rispettino, il percorso termina trainati dai cavalli fino al luogo da cui si può ripartire per ripetere il percorso o per nuove fantastiche avventure.

 

LO SCI NORDICO

L’offerta ampezzana dedicata allo sci nordico comprende piste e servizi in grado di soddisfare gli sportivi più esigenti con la garanzia dell’innevamento programmato, oltre all’ambiente esclusivo del Parco Naturale.

Da sempre il polo di riferimento dello sci di fondo a cortina - potenziato attraverso tutta una serie di servizi specializzati - è rappresentato dal centro Fiames Sport Nordic Center.

Anche in caso di mancanza di neve naturale, si può sciare sul campo scuola e su gran parte del tracciato che corre lungo l’Ex-Ferrovia delle Dolomiti, percorso di grande attrattiva, frequentato da numerosi fondisti esperti sia in tecnica classica che in tecnica libera.

Ticket obbligatori per l’accesso e uso delle piste di fondo acquistabili al Fiames Sport Nordic Center, all’Info Point in Corso Italia e alla biglietteria presso la stazione degli autobus.

Cortina possiede alcune tra le piste nere più belle delle Dolomiti, per la pendenza che le caratterizza e per il panorama che le circonda: tra le più famose quelle di Vertigine Bianca e Labirinti, adatte a tutti gli sciatori esperti che amano il brivido.

Se poi si vuole sciare fuori pista, lungo i ripidi canalini di Creste Bianche, Bus di Tofana, il Vallon dei Comate e Sci 18, è indispensabile rivolgersi alle GUIDE ALPINE per divertirsi in tutta sicurezza.

Baite, rifugi, cime e paesaggi mozzafiato: un incanto da scoprire a piedi, in modalità slow, ascoltando il silenzio della natura, cercando le impronte degli animali sulla neve.

La bellezza delle Dolomiti innevate si svela passo dopo passo, attraverso facili camminate a piedi o sulle ciaspes, sia di giorno che dopo il tramonto, alla luce delle pile frontali.

Naturale proseguimento dell’escursionismo estivo, le camminate con racchette da neve costituiscono una semplice ma splendida attività che apre alla scoperta della montagna innevata, permettendo di addentrarsi nel cuore di ambienti incontaminati.

Accessibile a tutti, non sono infatti richieste né caratteristiche tecniche né doti fisiche particolari, questo sport sta riscuotendo grande successo. 

È necessario conoscere e sapersi destreggiare in sicurezza sui vari tipi di neve e pendii ed è utile rivolgersi ai professionisti del settore per affrontare alcuni tracciati più inusuali. 

 

PROSPETTIVA MONDIALI 2021

Il collegamento sciistico tra le aree Pocol-Tofana e 5 Torri si farà: è stato approvato dalla Giunta Regionale del Veneto e troverà posto nella nuova area “Son dei Prade-Socrepes-Bai de Dones”. L’intervento, finalizzato a realizzare quella che sarà l’area di allenamento e qualifiche degli atleti durante i Mondiali di Sci Alpino 2021, arricchirà tutta l’esperienza dei visitatori di Cortina, potenziandone l’offerta e integrandola ulteriormente nelle attività Dolomiti Superski, di cui è parte.

La Nuova pista Vertigine in Tofana sarà completata per l’estate 2018 e accoglierà le gare di discesa libera, supergigante e slalom gigante dei Campionati del mondo di sci alpino 2021. Lo spettacolare tracciato – che regalerà emozioni agli atleti, ma anche agli amanti della disciplina – scenderà dai 2.373 metri della partenza, sopra Pomedes, sino ai 1.568 metri del traguardo di Rumerlo, con un dislivello di 805 metri, una pendenza media del 31.6% e massima del 62%, su uno sviluppo complessivo di circa 3000 metri. Tre tunnel consentiranno il passaggio degli sciatori anche durante lo svolgimento delle gare, a pista chiusa.

Eccellenze Italiane nel Mondo: i 30 anni di Tower Spa

Eccellenze Italiane nel Mondo: i 30 anni di Tower Spa - ATLANTIS

1988 - 2018 Tower: una festa 

lunga trent’anni

 

Nell’ottobre 1988 nasce Tower Spa, nuova realtà di brokeraggio assicurativo, con sede a Vicenza. La festa dei trent’anni di attività , avvenuta a Villa Curti a Sovizzo (Vicenza), il 12 ottobre 2018, ha permesso di ripercorrere e celebrare le tappe storiche dell’azienda. Il desiderio di fondatore e soci è stato la condivisione con fornitori, clienti, collaboratori e amici a vario titolo, della consapevolezza di cos’è l’attuale società. Capire la strada percorsa e guardare indietro per comprendere cosa ci sarà davanti. Un futuro che Tower Spa affronterà, come sempre, con serenità e determinazione, al servizio del proprio cliente.

 

 

La serata

Nel corso della serata, oltre al momento conviviale, sono stati pronunciati alcuni brevi discorsi per ricordare l’attività aziendale e la sua nascita. 

 

“Dunque, correva l’anno 1988, l’altro ieri, quando decisi di smettere di fare l’agente per fare l’imprenditore indipendente, con la voglia di giocare fino in fondo la mia avventura professionale - ha sottolineato il fondatore di Tower Spa Guido Mocellin - oggi io posso dire con orgoglio che Tower spa è una società in salute, con una sua ben identificata personalità e fisionomia. Tower si è sviluppata in questi anni su aree diverse per avere un mix di business equilibrato, su una filosofia e valori consolidati nel tempo: il cliente al centro della nostra attenzione ed attività, con spirito di servizio, con indipendenza, rispetto e trasparenza. Lo stesso spirito governa ed ha governato in tutti questi anni le relazioni interne alla società, con il personale e gli stakeholders. - ancora il fondatore - A trenta anni di distanza e per me personalmente con il futuro alle spalle, sono orgoglioso di poter dire che è cresciuta una squadra di persone che condividono profondamente la filosofia ed i valori etici sui quali Tower è cresciuta, una squadra ricca di professionalità, di cultura tecnica ed umana, capace di evolvere nel segno dei tempi”.

 

“Sono entrato quasi per caso in Tower nel 1998, dovevo fermarmi per un mese, subito dopo la laurea, e sono passati invece 20 anni… tutta la mia vita professionale che ha accompagnato e sostenuto anche le tappe della mia vita privata - ha raccontato Fabrizio Ferrari - sono stati 30 anni di profondi cambiamenti sociali che hanno interessato ovviamente anche Tower. Davanti a noi i prossimi anni. Il mondo delle assicurazioni sembra cambiare ad una velocità mai vista prima. Le nuove norme Europee già in parte in vigore da pochi giorni aprono nuove sfide ma anche nuove opportunità. Moltissime compagnie di assicurazione non ci sono più, l’informatica è sempre più essenziale nella nostra attività e dicono addirittura che ci rimpiazzerà”.

 

“Sono entrato in Tower spa con la prospettiva di accogliere le sfide nuove che la professione ci proponeva - ha detto Diego Trestin - investire oggi sul futuro significa sapersi adattare ai grandi cambiamenti imposti da nuove regole definite dal legislatore o dai mercati o più semplicemente per fornire servizi di consulenza più utili e performanti ai propri clienti.  L’enfasi sugli obiettivi di risultato troppo spesso lascia poco spazio alla valutazione e alla quantificazione del rischio associato alle diverse scelte aziendali. Crediamo che questo sia un tema di vitale importanza per costruire e rendere solide le aziende per un futuro prospero, dinamico e di stabilità. E’ su questo terreno che Tower spa sta investendo, convinti che questa sia l’evoluzione necessaria. Saremo felici, fin dal prossimo futuro, di poter offrire ai nostri clienti questo servizio innovativo e di raccogliere il loro feed back per tutti i possibili miglioramenti”.

 

“Tower ed io abbiamo praticamente quasi la stessa età, è come una sorella maggiore che mi ha sempre accompagnato da quando ne ho memoria - concluso la rassegna degli interventi Rebecca Mocellin -  ricordo il girono in cui sono entrata in Tower, nel 2013, dopo un periodo all’estero, e la conferma che il fil rouge che avevo percepito dall’esterno non fosse appunto diverso dal percepito.  Tower spa è oggi una realtà che guarda al futuro con un respiro anche internazionale, non più solo Italia, ma con le competenze e gli strumenti necessari per poter gestire clienti che abbiano strutture all’estero. Molte delle aziende con le quali abbiamo fatto, e ci auguriamo continueremo a fare, un percorso congiunto, sono cresciute rivolgendosi all’estero e noi siamo dovuti crescere con loro, strutturandoci per poter declinare la consulenza ed il servizio secondo le culture e le normative dei paesi di riferimento”. 

 

Turismo italiano all'estero: Viaggiare sicuri

Turismo italiano all'estero: Viaggiare sicuri - ATLANTIS

Consigli agli italiani in viaggio

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

 

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Casa di Cura Giovanni XXIII Monastier - Treviso centralino telefonico +39 0422 8961

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