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4/2016

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Appuntamenti nel mondo

Appuntamenti nel mondo - ATLANTIS

1) Scuola invernale 

sui crimini ambientali 

Roma, 12-16 dicembre 2016

La conoscenza e l’analisi delle dinamiche connesse ai reati contro l’ambiente sono sempre più centrali nelle politiche nazionali e internazionali in ragione della natura e dell’incidenza di queste fattispecie criminose che mettono a rischio la popolazione e gli ecosistemi.

Al fine di promuovere una maggiore conoscenza di questi fenomeni l’UNICRI,  in collaborazione con la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI), organizza la Scuola invernale sui crimini ambientali che si terrà a Roma presso la SIOI dal 12 al 16 Dicembre 2016.

Durante i 5 giorni di corso intensivo, gli studenti avranno la possibilità di esaminare nel dettaglio le caratteristiche dei reati ambientali, il coinvolgimento del crimine organizzato in tale fenomeno, il quadro giuridico globale e il sistema di prevenzione e contrasto previsto dagli organi internazionali. Il corso si incentra inoltre sul rapporto tra i crimini ambientali e violazioni dei diritti umani.

Queste tematiche saranno approfondite attraverso lezioni teoriche, esercizi pratici e tavole rotonde, che vedranno il coinvolgimento di studiosi e accademici di alto livello provenienti dai principali atenei e istituti di ricerca nonché da rappresentanti delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali.

 

2)Laboratorio Regionale Europa e America del Nord sul programma di Azione Globale per l’Educazione per lo sviluppo sostenibile (ESD) e Città

Amburgo, Germania

12-14 dicembre 2016

Il seminario regionale in Europa e Nord America, organizzata dall’UNESCO, UIL e la Libera Città Anseatica di Amburgo sarà dal 12 al 14 Dicembre 2016 ad Amburgo, in Germania.

Unesco sta promuovendo ESD attraverso il Programma di Azione Globale (GAP) sulla ESD, il follow-up ufficiale per il Decennio delle Nazioni Unite di ESD. Essa si concentra sulla generazione e scaling up azione di ESD a tutti i livelli e in tutti i settori dell’istruzione, e in tutti i settori dello sviluppo sostenibile. Le 17 SDGs forniscono un contesto più ampio per l’ulteriore upscaling e integrazione delle scariche elettrostatiche.

Uno dei cinque settori di intervento prioritari del GAP si concentra sull’integrazione della dimensione di ESD a livello locale. Garantire l’attuazione GAP efficace per migliorare e integrare ESD a livello locale significa mobilitare i comuni e le comunità locali, garantendo loro capacità sufficienti a ESD, rafforzando opportunità di apprendimento per i cittadini in varie impostazioni, e promuovendo la collaborazione tra le parti interessate locali in diversi settori.

A tal fine, l’UNESCO, come l’agenzia leader per ESD, organizza laboratori per città / comuni in tutte e cinque le regioni delle Nazioni Unite tra dicembre 2016 e dicembre 2017. I workshop regionali sono un elemento cruciale per accelerare soluzioni sostenibili e aumentare in proporzione le azioni a livello locale ESD livello, tenendo conto delle priorità regionali nell’affrontare temi della sostenibilità, e le specificità urbane in queste regioni. L’offerta di formazione ESD per le città e le autorità locali si prevede di portare a comunità che forniscono entrambe le maggiori e migliori opportunità di apprendimento per lo sviluppo sostenibile per i propri cittadini.

 

3)Incontro Mondiale 

delle storico Paesaggio urbano a Puebla

Messico 8 - 11 Febbraio 2017

L’incontro si terrà nel mese di febbraio 2017 e riunirà dal 25 al 30 esperti nazionali e internazionali, come parte delle celebrazioni della ricorrenza 485i della fondazione della città e l’Assemblea Nazionale delle Città Patrimonio.

L’incontro contribuirà a creare una rete regionale di esperti in materia di sviluppo urbano sostenibile e paesaggi urbani storici e culturali. Esso comprende anche i risultati delle indagini regionali condotte nell’ambito del Global Rapporto dell’UNESCO per la cultura e lo sviluppo urbano sostenibile, e proseguire le discussioni sulla nuova agenda urbana, che sarà adottata in occasione della terza conferenza delle Nazioni Unite per l’edilizia abitativa e di sviluppo urbano sostenibile ( Habitat III - Quito, Ecuador, ottobre 2016), sulla base dei messaggi chiave del Global Rapporto UNESCO.

 

4)Il Consiglio d’amministrazione 

del Fondo internazionale per la promozione della cultura (IFPC) 

terrà un incontro di due giorni per esaminare i progetti e decidere che sarà finanziato dal IFPC.

Presieduta da Chérif Khaznadar (Francia), il consiglio di amministrazione è composto dai seguenti membri: Mubarak Alkhaldi (Arabia Saudita), il signor Romano Belor (Repubblica Ceca), l’Ambasciatore Mary M. Khimulu (Kenya), Ambasciatore Mr Nureldin Satti (Sudan ), la signora Luisa Rebeca Sanchez Bello (Venezuela), il sig Ramezanali Vasheghani Farahani (Iran) e la sig.ra Maria Elisa Velazquez Guiterrez (Messico). Il Consiglio deciderà IFPC direttive operative, richieste di finanziamento, l’invito a presentare proposte di progetto, gli accordi finanziari e le raccomandazioni di audit, così come altre questioni relative al funzionamento operativo del fondo.

5)Il documento dal titolo “La lotta contro il traffico illecito di beni culturali in America centrale” sarà presentato alla XI riunione della Red Centroamericana de Antropología. 

San José, Costa Rica

27 FebBRAIO - 2 MarZO 2017

Questa presentazione si propone di sensibilizzare, creare consapevolezza, comunicare e creare spazi di discussione tra i giovani del Centro America su traffico illecito di beni culturali.

La riunione XI del Red Centroamericana de Antropología si svolgerà dal 27 febbraio al 2 marzo 2017 presso l’Universidad de Costa Rica. Professionisti, accademici e studenti dell’America Centrale sarà presente alla riunione. Guiselle Chang Vargas ha organizzato i “Valori e rischi in materia di beni culturali” Simposio, come parte della riunione. Questo convegno si propone di mettere in evidenza sia il valore del patrimonio culturale materiale e immateriale del Centro America, così come i problemi che essa deve affrontare.

In questo contesto, il programma Cultura presso la sede dell’UNESCO Multinazionali a San José presenterà un documento dal titolo “La lotta contro il traffico illecito di beni culturali in America Centrale”. La presentazione di questo lavoro cerca di evidenziare il problema del traffico illecito di Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica, Panama e Repubblica Dominicana. Sarà presente anche i risultati del progetto regionale nel corso dell’ultimo anno che ha permesso la progettazione di strategie per la protezione e la lotta al traffico illecito di beni culturali. Tali strategie sono progettati sulla base dell’esperienza centro americana, tenendo conto ciascuno dei paesi e della regione nel suo complesso.

 

6)Conferenza oceani giugno 2017 delle Nazioni Unite ha annunciato alla COP22

Marrakech, Marocco

17 novembre 2016

Il Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Peter Thomson, il primo ministro delle Figi, Josaia Voreqe Bainimarama, il Vice Primo Ministro e Ministro per la cooperazione internazionale allo sviluppo e clima di Svezia, Isabella Lövin, e il Sottosegretario generale per economico e sociale affari, Wu Hongbo, convocata il 15 novembre una conferenza stampa in occasione della COP 22 a Marrakech per annunciare una grande conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani, che si terrà presso la sede delle Nazioni Unite a New York dal 5 al 9 giugno 2017.

Dopo aver accolto i media e l’introduzione del pannello, Presidente Thomson ha annunciato la Conferenza delle Nazioni Unite per sostenere l’attuazione di obiettivo di sviluppo sostenibile 14: conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e delle risorse marine per lo sviluppo sostenibile.

Il signor Thomson ha detto che i governi di Svezia e Fiji sono i co-presidenti della Conferenza e che il segretario generale Ban Ki-moon aveva nominato il suo sottosegretario generale per gli affari economici e sociali Signor Wu come segretario generale della conferenza .

Ha detto che il convegno “è stato incaricato da parte degli Stati membri delle Nazioni Unite, perché hanno riconosciuto che SDG 14 - l’obiettivo oceani - necessari alcuni mezzi di sostegno per assicurarsi che era in corso di attuazione” e che sarebbe stato il “game-changer che girerà intorno al ciclo di declino in cui l’oceano e ‘colto”.

Il primo ministro Bainimarama ha detto ai media che, come uno Stato del Pacifico piccola isola in via di sviluppo le cui comunità costiere sono totalmente dipendente da risorse marine, Fiji destinato a lavorare più duramente possibile per portare l’attenzione del mondo per l’urgente necessità di invertire il degrado degli oceani e dei mari.

In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

Serenella Antoniazzi. È coautrice di “ROSSO - Io non voglio fallire”, pièce teatrale in atto unico che fa il suo debutto il 25 novembre 2016 (data non casuale) al teatro Russolo di Portogruaro.

 

Luca Baraldi. Storico delle religioni ed esperto di beni culturali, da oltre dieci anni lavora nel settore del patrimonio religioso e del dialogo interreligioso. Esperto di cooperazione internazionale per la cultura, è attualmente direttore scientifico della “Fundación Con-ciencia” di Ibagué (Colombia) e dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Maria di Monte Berico” di Vicenza.

 

Marco Bertolini. Generale di Corpo d’Armata Marco Bertolini, ultimo Comandante del Comando di vertice Interforze.

 

Stefania Bozzo. Giornalista free lance specialista in conservazione dei beni culturali.

 

Simone Depietri. Free lance in giornalismo di inchiesta internazionale.

 

Domenico Letizia. Scrittore e attivista per i diritti umani.

 

Antonio Gesualdi. Giornalista.

 

Riccardo Palmerini. Coordinatore del Master in Tourismo in eredità religiose e di cultura presso ISSR “Santa Maria di Monte Berico” di Vicenza.  Visiting professor design e innovazione al IAE Toulouse Capitole 1. Fondatore e presidente dell’Associazione Culturale “La stanza delle idee” (Arte e Cultura per i Popoli); Membro professionale dell’Associazione Italiana Marketing e di American Marketing Association. Membro del comitato scientifico per lo sviluppo di programmi tra cultura e tecnologia per il Piano Strategico Metropolitano di Bologna.

 

Prisco Piscitelli. Laureato in Medicina e Chirurgia, è dottore specialista in igiene e medicina preventiva all’Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo.

 

Ennio Savi. Laureato in Storia, si occupa di storia militare. 

 

Stefania Schipani. Ricercatrice Istat. Laureata in Scienze Politiche indirizzo Internazionale. Specializzata in Economia ambientale, collabora con l’Università di Tor Vergata. È presidente del Centro Studi “Rifareleuropa” e vicepresidente di “Filitalia International”.

 

 

Attualità

Attualità - ATLANTIS

Comunicare il territorio 

in modo innovativo

 

Un’App per portare la provincia di Treviso nel mondo e il mondo in provincia di Treviso. 

 

 

 

Comunicare un territorio complesso dotato di un’offerta turistica ampia ma molto differenziata è sempre stato un obiettivo difficile da raggiungere che ha da tempo impegnato studiosi di economia del Turismo, amministratori locali, professionisti del settore e tecnici della comunicazione. Non sempre, si è riusciti a cogliere il modo migliore per farlo ma soprattutto è difficile trovare i giusti strumenti di comunicazione ed è ancor più complicato integrarli tra loro e coordinarli con le politiche turistiche nazionali, di macro area e regionali.

Un esempio di successo è senz’altro quello che ha realizzato, in Italia, il territorio della provincia di Treviso, con l’Applicazione per smartphone “Treviso Official Mobile Guide”. 

Disponibile per le piattaforme iOS di Apple e Android, l’applicazione realizzata da Treviso Glocal e ME Publisher - Mazzanti Apps, è riuscita a coniugare le esigenze della comunicazione turistica di un’area geografica che - sebbene non dotata di eccellenze turistiche in senso assoluto (non avendo coste marine e lambendo soltanto l’arco alpino) - è compresa tra l’Adriatico e le Dolomiti e offre immense ricchezze eno-gastronomiche, artistiche, culturali e naturalistiche oltre ad essere una vera e propria isola del tesoro per quanto riguarda lo shopping ed i prodotti tipici locali, ospitando il meglio dell’imprenditoria del Nord Est italiano.

Da questa consapevolezza è partito il progetto che ha indotto Treviso Glocal a puntare sull’aggiornamento e la ristrutturazione di un’app esistente, arricchendola e trasformandola in un grande successo che sta coinvolgendo quasi 100 mila utenti che hanno scaricato la guida in oltre trenta paesi in tutto il mondo.

L’intuizione giusta, infatti, è stato capire che i tradizionali strumenti di comunicazione da soli non erano sufficienti per raggiungere il pubblico internazionale e per intercettare l’immenso flusso turistico, circa 65 milioni di persone, che ogni anno soggiornano nel Veneto, la regione della quale la provincia di Treviso fa parte.

Così, nello stesso anno dell’esposizione internazionale di Milano, si è deciso di puntare sugli strumenti di mobilità, smartphone e tablets di Apple e Android, che attraverso i loro store internazionali danno accesso ad un mercato di oltre tre miliardi di utenti.

Ma che cosa trova chi scarica l’app Treviso Official Guide? Una gigantesca quantità di contenuti suddivisi per sezioni e facilmente raggiungibili e fruibili anche da chi ha poca dimestichezza con i linguaggi dell’elettronica, grazie ad un’interfaccia accattivante ma semplice e intuitiva che accompagna l’utente in una facile navigazione tra i diversi settori: about, cultura, alloggiare, mangiare e bere, itinerari, ecoturismo, divertimento, vita notturna, sport, servizi, eventi, S.O.S..

I turisti ma anche chi è presente per business o gli stessi abitanti, possono scegliere tra centinaia e centinaia di locali dove mangiare, bere, alloggiare, divertirsi. Attraverso la sezione itinerari si può scoprire la Marca Gioiosa, in auto, in barca, a piedi o in bicicletta fin nelle sue più remote amenità. 

Nelle applicazioni, inoltre, sono presenti tantissime aziende locali di interesse turistico anche se non rientranti nelle tradizionali categorie dell’accoglienza. Con pochi semplici click si può infatti entrare nelle vetrine di aziende agricole, artigianali e commerciali, visualizzarle su mappa, contattarle telefonicamente o entrare nei loro siti internet. Treviso Glocal promuove in questo modo le aziende e il territorio trevigiano in Italia e nel mondo.

La mission di Treviso Glocal infatti consiste nel favorire l’internazionalizzazione d’impresa e sviluppare le attività. produttive e la capacità di accoglienza turistica del territorio provinciale mediante servizi di informazione, soprattutto innovativa.

L’app Treviso Official Guide, pubblicizzata anche sul magazine di bordo di Delta Air Lines, una delle più grandi compagnie aeree del mondo, oltre a valorizzare i centri storici, le attività. manifatturiere, l’artigianato artistico, le produzioni tipiche agroalimentari sta diventando uno strumento fenomenale per promuovere la crescita sostenibile dell’intera economia locale.

Intervista all'Ambasciatore Italiano a Baku, Giampaolo Cutillo

Intervista all'Ambasciatore Italiano a Baku,   Giampaolo Cutillo - ATLANTIS

 

di Domenico Letizia 

 

Le relazioni tra Italia e Azerbaijan con il trascorrere del tempo sembrano ulteriormente rafforzarsi. Un’alleanza strategica in campo economico ed energetico, nel settore culturale ed educativo, sui temi della politica estera e delle relazioni internazionali. Tentiamo di analizzare lo stato attuale delle relazioni diplomatiche tra i due paesi con l’Ambasciatore italiano a Baku Giampaolo Cutillo che dal 2013 svolge l’attività diplomatica a Baku. 

 

Lo stato dei rapporti tra Italia e Azerbaigian. Quali sono i punti di forza e cosa si proverà a migliorare nel prossimo futuro? 

Il livello dei rapporti bilaterali fra i nostri due Paesi è eccellente e ne fanno stato, tra l’altro, le visite compiute in Italia dal Presidente dell’Azerbaijan nel 2014 e 2015 e le numerose missioni realizzate a Baku da esponenti del nostro Governo. Con un interscambio prossimo ai 5 miliardi, nel 2015 l’Azerbaijan ha rappresentato negli ultimi anni la seconda fonte di approvvigionamento di idrocarburi per l’Italia (dopo la Russia), essendo nostro primo fornitore di greggio già dal triennio precedente. Nel medio-lungo termine, inoltre, le relazioni con Baku sono state cementate dalla decisione del Consorzio Shah-Deniz II di scegliere la Trans-Adriatic-Pipeline (TAP) quale tratta conclusiva di quel “Corridoio meridionale del gas”, che trasporterà il gas naturale del Caspio in Europa, con approdo finale in Italia, facendo tra l’altro del nostro Paese un hub regionale delle forniture di gas. Si tratta di un progetto di interesse strategico, UE ed italiano, che permetterà di diversificare le rotte di approvvigionamento ed aumentare la sicurezza energetica del Continente.  Siamo da nove anni il primo cliente del Paese, di cui rappresentiamo il quarto fornitore (il secondo tra i Paesi UE), con un export in costante crescita (circa 660 milioni nel 2015, valore triplicatosi nel quinquennio), sebbene in presenza di un deficit strutturale favorevole all’Azerbaijan. Nel 2016, l’interscambio bilaterale sta risentendo della crisi economica che ha caratterizzato il Paese a causa del basso corso del greggio. Gli ultimi dati disponibili, per i primi cinque mesi del 2016, evidenziano un calo dell’interscambio bilaterale di circa il 50%, sebbene sia ragionevole attendersi una graduale ripresa, a partire dalla seconda metà dell’anno. Restiamo impegnati, per i mesi a venire, a rinsaldare i rapporti bilaterali in tutti i settori, anche tramite contatti politici tra i rispettivi vertici governativi. 

 

Quali sono le prerogative del governo italiano per promuovere il Made in Italy, la cultura e l'arte italiana in Azerbaigian?

L’attrattività dell’Italia per il pubblico azerbaijano, come sinonimo e garanzia di qualità, costituisce senz’altro un punto di forza per il nostro Paese. In Azerbaijan operano da anni numerose imprese italiane, da quelle di grandi dimensioni - come Saipem, Marie Tecnimont, Technip Italia - a piccole e medie imprese in svariati settori, dalla decorazione d’interni, alla floricoltura, all’abbigliamento. I campi di possibile approfondimento sono d’altro canto molteplici, dalle costruzioni, all’ingegneria civile ed infrastrutturale, sino ai macchinari, l’agroalimentare ed il tessile. Sicuramente l’Azerbaijan è un partner strategico nel settore energetico, ma la collaborazione si sta estendendo anche ai settori “non oil”. La cooperazione culturale, ad esempio, è un ulteriore aspetto qualificante dei nostri rapporti con l’Azerbaijan, dove, a tutti i livelli e per lunga tradizione, si guarda all’Italia con spontanea simpatia e sincera ammirazione, per quanto il nostro Paese rappresenta in termini di cultura, stili di vita ed equilibrio sullo scenario internazionale. Ne è testimonianza, tra l’altro, il fatto che, nell’ambito di un’attiva politica di promozione culturale, l’Italia sia stata negli ultimi anni individuata dalle Autorità di Baku quale meta prioritaria di proiezione dell’Azerbaijan in Europa. Ne abbiamo avuto apprezzatissime testimonianze con il padiglione azerbaijano all’EXPO di Milano, nonché’ con l’allestimento di uno spazio permanente dell’Azerbaijan alla Biennale d’Arte di Venezia, o ancora con i numerosi restauri di beni culturali finanziati a Roma ed in Vaticano.

 

In Azerbaigian esiste una cospicua comunità italiana che conosce, produce, investe e spesso si confronta sui fatti che accadono in Italia e in Europa. Quali sono le principali preoccupazioni dei nostri concittadini e quali proposte avanzano? 

Credo che, anche vivendo lontani da casa, gli Italiani di Baku nutrano preoccupazioni ed attese non troppo dissimili da quelle dei nostri connazionali in Italia: la crisi economica, le difficoltà dell’UE, le riforme, il mercato del lavoro, l’allarme sicurezza, le tematiche migratorie, etc. Ciò che forse distingue, a Baku come altrove, gli Italiani che vivono all’estero è la sorpresa, e talvolta anche la sofferenza, nel vedere quanto l’Italia sia ammirata e considerata un modello nel resto del mondo, senza che tuttavia noi stessi Italiani ce ne rendiamo conto fino in fondo, traendone le conseguenze e impegnandoci a valorizzare l’enorme capitale e potenziale, anche economico, che ciò rappresenta per il nostro Paese.

Quanti sono e che occupazione svolgono gli italiani residenti a Baku? 

La comunità italiana residente a Baku è costituita da circa 300 connazionali. La maggior parte tra essi è attiva nel settore “Oil and Gas”, ma negli ultimi anni abbiamo notato una crescente attenzione verso l’Azerbaijan anche da parte di architetti, “interior designer”, consulenti ed altri professionisti in svariati settori, dalla moda, al settore alberghiero, alla ristorazione.

 

Baku ospita numerosi eventi internazionali, come il Forum Internazionale Umanitario, il Forum mondiale sul Dialogo interculturale, promosso dall’Onu e dal Consiglio d’Europa o il BakuTel, definito da molti analisti come la più grande mostra di telecomunicazione nel bacino del Caspio e nel Caucaso. Che ruolo può svolgere l’Azerbaigian nel futuro della diplomazia tra Occidente e Oriente? 

L’Azerbaijan è un Paese importante, collocato in una regione strategica come il Caucaso, un vero e proprio crocevia tra l’Europa, l’Asia centrale ed il Vicino Oriente. I grandi eventi cui Lei accenna -cui aggiungerei i Giochi Europei del 2015, la Formula 1, l’Olimpiade degli Scacchi ed altri ancora - stanno innanzitutto servendo, anche per la maestria organizzativa che li ha caratterizzati, a promuovere l’immagine di un Paese, sin qui poco o male conosciuto in Occidente. 

Aldilà di taluni giudizi sommari che vedo affiorare qui e lì, credo infatti andrebbe innanzitutto compreso che l’Azerbaijan è una sintesi affascinante di antico e moderno, oltre che di culture diverse ed opportunità economiche. È un paese che, pur gravato alla sua Indipendenza, da una pesantissima eredità storica ed economica, ha fatto negli ultimi venti anni enormi passi in avanti.

Nell’attuale fase storica mi sembra ci sia consapevolezza delle sfide da affrontare –una sorta di “crisi di crescita”, che segue uno sviluppo tumultuoso - e che tutto ciò avvenga in uno scenario regionale quanto mai complesso e delicato, all’interno del quale l’Azerbaijan rappresenta un modello di stabilità e laicità, con il quale, come Europei ed Italiani, abbiamo reciproco interesse a collaborare ed a rinsaldare i rapporti.       

 

Quali sono i prossimi traguardi politici e diplomatici tra Italia e Azerbaigian? 

L’Azerbaijan celebra quest’anno i 25 anni dalla sua Indipendenza, con comprensibile soddisfazione per i grandi progressi sin qui compiuti, ed allo stesso tempo con lo sguardo rivolto al futuro, con l’obiettivo di realizzare riforme strutturali, funzionali alla diversificazione dell’economia, concepite come premessa necessaria a traghettare il Paese nello scenario “post-petrolifero” che si profila per gli anni a venire. In tale contesto, gli intensi ed eccellenti rapporti bilaterali con l’Italia stanno sempre più definendosi attorno al concetto di “partenariato strategico” adottato dai Presidenti Renzi ed Aliyev nel luglio del 2014. Nel futuro i nostri due Paesi dovranno consolidare i differenti aspetti – politico, economico e culturale – di tale partenariato.

 

Sul piano culturale e degli scambi universitari che iniziative si stanno intraprendendo e cosa si pensa di sviluppare nel corso dei prossimi anni? 

Ci sono molte collaborazioni a livello accademico tra le nostre Università, ma esiste sempre un margine di miglioramento. L’Italia ha accolto e accoglie ogni anno molti studenti azeri che sono iscritti nelle università italiane. L’anno scorso abbiamo ricevuto più di 200 richieste di pre-iscrizione universitaria e quest’anno più di 300. Si tratta di un importante sviluppo nella nostra cooperazione nel settore della formazione. Inoltre ogni anno il Governo italiano fornisce diverse borse di studio per gli studenti azeri che desiderano studiare nel nostro Paese. Gli accordi tra le istituzioni accademiche, una cooperazione strutturata e un focus su aree prioritarie di interesse reciproco sono le linee lungo le quali si dovrebbe muovere la collaborazione culturale bilaterale per rafforzare le nostre relazioni. Questi sono d’altronde i temi discussi dal Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Stefania Giannini, in occasione della sua recente visita a Baku.

L'Osservatore

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Una grande democrazia

 

di Antonio Gesualdi

 

Vivo a Padova e lavoro a Venezia. Nella tratta pendolare sono gioiosamente circondato da studenti e studentesse. Penso, ma è solo idealismo, sia il segno di una società aperta e avanzata. Giovani uomini e donne di educazione superiore. Il 9 novembre vedo una studentessa compulsare lo smartphone sulle elezioni americane. Dico: “Ha vinto Trump, si volta pagina”. Lei mi risponde stizzita: “una disgrazia!”. “No” – replico – “è una grande democrazia. È un voto condivisibile. Finora hanno chiuso le fabbriche e, anche loro, mandato i ragazzi in guerra. E anche le ragazze, siccome sono democratici!”. “Hanno votato Trump gli operai delle ex fabbriche dei grandi laghi…”, aggiungo, cercando di sintonizzarmi più a sinistra. Lei tronca la chiacchierata, si gira, allontanandosi e scandisce: “Gli operai sono tutti ignoranti!”. 

Con questo aneddoto personale mi auguro di aver contribuito a spiegare che l’educazione superiore non è niente affatto superiore. È, invece, un indicatore dell’accentuazione delle diseguaglianze di cui e nostre società patiscono sempre di più. Si sfornano più libri, più giornali, più informazioni, ma è indubbio che la trattazione mediatica delle cose del mondo, e quindi anche delle elezioni americane, è completamente folle. Fondata sulla manipolazione sistematica di dati di realtà. Evidentemente aumentando la quantità di informazioni cresce più il rumore che il suono. Le élites che controllano la scuola, i media, le università sono mobilitate contro chi non ne fa parte. E attecchisce su chi è immerso nel flusso, che però tende a perdere capacità di critica e di riflessione. Forse, siamo invitati a riprendere Pasolini che citava Illich; è venuto il momento di cominciare a descolarizzare la società.
Una prima frattura, resa palese dalle elezioni USA 2016, è quella tra élites che credono nella globalizzazione, e in essa prosperano, e le classi medie e quelle inferiori che richiedono il ritorno alle nazioni e un’economia redistributrice meglio controllata. Per evitare equivoci ricordo che anche nel sistema liberale di mercato ci sono economisti come Friedrich List o, più facile, John Maynard Keynes. Per molti commentatori è venuto ancora più facile accusare gli americani del solito isolazionismo e protezionismo. Per chi non ne fosse convinto invito a guardare i cambi di voti dall’ultima elezioni a quella vinta da Trump: i più grandi sposamenti di voto sono tutti dalle grandi aree ex industrializzate. Dunque poco ha importato, agli americani, del confronto sottolineato dai media tra un uomo e una donna. Poco ha interessato la possibile prima donna presidente. Meno che meno i presunti o veri accenti sessuali nell’uno o l’altro campo. Superficialità da sistemi mediatici regrediti e regressivi e sessualmente ossessionati. Il vero architrave, serissimo, di queste elezioni americane è nei concetti di globalizzazione, libero scambio e libera circolazione degli uomini. Da cui la questione del muro ai confini del Messico. Da parte del neo Presidente eletto il controllo del libero scambio e il muro messicano andavano strettamente legati. Controllo delle frontiere e ridefinizione delle identità nazionali. E questo ha mandato nel pallone i finti liberali di mercato e gli economisti di sostegno delle classi dirigenti che, in questi vent’anni, hanno prosperato sulla finanza e quelle economie pseudo avanzate che ogni tre mesi aumentano di un punto: 2.0, 3.0, 4.0. Appunto, zero!
Partigiani di una società post-democratica, pregna di teatralismo militare, finanza spregiudicata con le borse che vanno su e giù a comando, produzioni dislocate e incentrate sull’intrattenimento (fuffa) ed elettorali intesi come pubblici o target.
Gli inglesi prima, con la Brexit, e i nordamericani oggi con Trump, sembrano chiaramente pronti a superare quelle visioni iper-individualiste per le quali lo spazio comunitario non esiste, le nazioni sarebbero svanite, le diverse culture morte e tutti dovrebbero mangiare, vestire, parlare allo stesso modo. È un’evidente richiesta di ristabilire le frontiere, a onore di ogni individualità e nazione, e su questo, non appaia paradossale, Trump è più vicino a Sanders di quanto quest’ultimo sia stato vicino alla Clinton. E per questo è più vicino a Putin di quanto certe classi dirigenti, dichiaratamente occidentali, nei fatti, fomentano fantasmi del passato.
Questo ai media, ai sondaggisti pagati, agli opinionisti stipendiati non era permesso di vedere. Ma il popolo e le regole democratiche degli Stati Uniti hanno dimostrato di non aver dimenticato che la cura della popolazione interna e del mercato interno, prima di tutto, ha permesso di diventare in poco tempo una terra di promesse, il sogno americano, in realtà di potenza mondiale. Nel 1934 il prelievo doganale era il 18%, nel 2007 l’1,5%. Oggi si dice che la disoccupazione negli USA è intorno al 5%, ma sono percentuali fasulle. Ci sono quasi 50 milioni di persone che vivono di voucher per il cibo, quasi 10 milioni di persone che vivono di sussidi o lavorano in modo precario per qualche ora al giorno. La vera disoccupazione è oltre il 15% come in tutte le società occidentali. E quale sarebbe il motivo per il quale le élites occidentali sono disposte ad accettare una disoccupazione così elevata? Sarebbe questo il risultato del libero mercato per le cosiddette classi medie?
E così torniamo da dove siamo partiti: l’aumento di educazione, di studi superiori – i dati lo dimostrano – stanno comportando l’aumento delle diseguaglianze. La stratificazione educativa accentua l’individualismo che, a sua volta, ingaggia la diseguaglianza come affermazione di sé nel mondo. La società iper-liberale, senza controlli, sdogana la diseguaglianza sociale prima che economica. Le società scolasticamente omogenee hanno prodotto democrazie più stabili e più senso di collettività. Nel 1940 solo il 6% della popolazione aveva compiuto studi superiori. Oggi siamo oltre il 30%. L’omogeneità educativa – pressata anche dai grandi flussi migratori – oggi viene a mancare e le democrazie occidentali, finora, hanno risolto con l’accettazione delle diseguaglianze. Anche le sinistre, europea e americana, hanno abbandonato, ad esempio, le nazionalizzazioni e tentato di redistribuire ricchezza con mercati deregolati. Ma tornare a sinistra passando da destra è un’operazione politica impossibile. Così oggi le sinistre perdono ovunque e la prima telefonata del Presidente Trump è a Teresa May.
Anche questo, per chi non volesse fermarsi alla superficie delle cose, va spiegato. Come mai gli anglo-americani, che hanno dato al mondo il libero scambio, le società più aperte e le democrazie più avanzate sono quelle che oggi rifiutano l’Unione Europea e la globalizzazione? Questo sistema di valori iper: iper-liberale, iper-individualista, iper-globalizzato, iper-scolarizzato e informato, evidentemente, distrugge chi non ha le stesse opportunità di partenza. La meritocrazia è un valore fasullo nelle società mature come le nostre. E infatti votano Trump la classe media bianca e i neri delle periferie. Ulteriore segno che le questioni razziali, poste all’attenzione da certe classi dirigenti, non sono risolutive. Non è il colore della pelle il problema. Personalmente ritengo una bellissima sintesi l’immagine della stretta di mano tra il Presidente nero e il neo Presidente biondo. Quest’ultimo non ha fatto altro che prendere atto del declino degli Stati Uniti dove la speranza di vita tra la classe media bianca è diminuita nell’ultimo decennio. E Trump non è andato bene solo tra i colletti blu del Michigan, Pennsylvania o Minnesota, ma ha incassato il consenso delle donne ed è stato votato da più latini di quanti ne aveva portati a casa Romney nella scorsa elezione. Questa è la realtà. Trump ha preso più voti tra i gruppi di educazione superiore non eccellente o di élite (egli stesso non viene da Yale o Harvard, mentre Obama, pur essendo afro-americano viene da Harvard). Quella statunitense di Trump non è una scelta “populista”, ma è un fenomeno – seppure complesso – che riguarda tutte le classi medie dei paesi occidentali e dunque riguarda i nostri valori e le nostre democrazie. Le democrazie, appunto, contro le oligarchie. E se il problema se lo pone l’America – che è indiscutibilmente la più grande Democrazia al mondo mai esistita – allora significa che siamo, sul serio, ad un punto di svolta. Nel mondo!

 

Dossier: Strategia, competizione informazione e disinformazione

Dossier: Strategia, competizione informazione   e disinformazione - ATLANTIS

 

Sulla strategia 

Cos’è la strategia? Potremmo definirla come «un metodo pragmatico e non ripetitivo che un soggetto elabora per raggiungere un obiettivo, all’interno di un ambiente complesso, gestendo un insieme finito di risorse materiali e umane e coordinando una serie di operazioni distinte, allo scopo di modificare a proprio vantaggio gli eventi futuri». In sintesi, per dirla alla Julienne, «la strategia in sintesi non sarebbe altro che la ricerca dei fattori favorevoli dai quali trarre il massimo profitto»

Lo scopo finale della strategia è di trasformare il futuro, ossia di agire sullo sviluppo dell’ambiente in modo da ridurne la complessità e la conflittualità a vantaggio del soggetto che la elabora. Questo ovviamente significa anzitutto prevedere come l’ambiente e le forze che in esso si muovono potranno evolversi nel futuro. Avere a che fare con un obiettivo incerto e spesso lontano nel tempo conduce in modo naturale a cercare di contestualizzare questo obiettivo in una realtà che certamente sarà diversa da quella di partenza. Per conseguire un successo strategico occorre quindi fare le scelte giuste per ridurre la complessità e la conflittualità dell’ambiente a nostro vantaggio. La strategia è un metodo per ottenere ciò. Ma in cosa consiste sostanzialmente questo metodo? Esso – sintetizzato in modo magistrale dall’OODA loop dell’americano John Boyd - si può definire in sei punti:

1) analisi dell’ambiente nel quale il soggetto strategico si trova ad operare;

2) valutazione dell’obiettivo (inteso come sintesi tra il fine generico da ottenere e i mezzi disponibili per ottenerlo);

3) stesura del piano operativo;

4) realizzazione del piano operativo;

5) valutazione degli esiti sul campo;

6) nuova analisi dell’ambiente, trasformato dal- l’azione strategica, e ritorno al punto per un nuovo ciclo.

Nella strategia occidentale, alla generica conflittualità data dalla competizione tra diversi soggetti che tendono ognuno per sé al raggiungimento di un obiettivo non spartibile si è sempre dato maggior risalto al conflitto vero e proprio, dove la conflittualità generica si polarizza in due schieramenti opposti, rispetto ai quali non è possibile altra soluzione che prendere posizione, con la classica triade amico – nemico – neutrale (lasciando da parte il problema se esista veramente una “neutralità” oppure solamente diversi gradi di “non-belligeranza”). La competizione può portare infatti alla polarizzazione del conflitto, come diceva Clausewitz, in un “duello”. Ciò accade perché essa permette di gestire al meglio le forze, di compattarle ed economizzarle verso un solo obiettivo, ossia un solo nemico, e di incrementarle trovando degli alleati che possano condividere, magari non lo stesso obiettivo, ma certamente lo stesso nemico. È insomma il modo di condensarsi del rapporto costi/benefici nella loro situazione di equilibrio migliore. Non è però più questo il modello principale di conflittualità all’interno dell’economia ipercompetitiva globalizzata, dove ci si trova di fronte ad un ritorno alla generica conflittualità del “tutti contro tutti” di cui si parlava all’inizio.

La complessità del mondo globalizzato, con numerosi attori in gioco di vario tipo, è tale ormai che la polarizzazione clausewitziana amico - nemico - neutrale non è più così esaustiva. Non è un caso che oggi si fa un gran parlare di “competitività”, in modo generico, senza specificare contro chi questa competitività dovrebbe essere esercitata. Tanto che, soprattutto grazie al fatto che il confronto trova anche molti altri tipi di conflittualità con cui esprimersi, si assiste a casi in cui due soggetti collaborano in un ambito ma sono conflittuali in un altro. L’unico ambito nel quale anche in Occidente si ha una logica analoga è quello dell’intelligence, dove da sempre si spiano spesso e volentieri tanto i nemici quanto gli alleati. Nella cultura occidentale il “doppio gioco” è sempre stato visto come qualcosa di riprovevole, di disonorevole. Questa nuova categoria del coopetitor, del cooperatore che è allo stesso tempo competitore, è tipicamente orientale. Non è un caso che oggi il tema dell’intelligence sia così essenziale e che Sun Tzu ci sembri così attuale.

 

Globalizzazione, 

strategia ed informazione

Durante la guerra fredda, la competizione tra gli stati e i loro eserciti era appannaggio della geopolitica. Dopo la frantumazione del blocco sovietico, alla competizione tra gli stati e i loro eserciti si è sostituita la competizione tra gli stati e le loro economie, e alla geopolitica si è sostituita la geoeconomia. Di conseguenza, alla guerra tradizionale si è sostituita la nuova “guerra economica”.

Il mezzo con cui, in una democrazia, si gestisce, e spesso si manipola, l’immagine è l’informazione mediatica. L’informazione mediatica per un’organizzazione, qualsiasi cosa produca o comunque di qualsiasi cosa si occupi, è oggi fondamentale. Qualsiasi entità economica privata o pubblica deve quindi avere una struttura deputata all’informazione, che curi sia l’intelligence informativa che la comunicazione, e che abbia una valida strategia per entrambe. 

 

Prima di tutto: una strategia 

di intelligence economica

Prima di tutto quindi occorre avere una forte struttura di intelligence informativa. L’informazione prima di tutto deve venire acquisita. Non si tratta di reclutare un esercito di James Bond o di usare sistemi sleali nei confronti della concorrenza, poiché l’intelligence informativa si fa in gran parte con fonti in chiaro, come vedremo.

L’intelligence economica è in genere definita come «l’insieme delle attività coordinate di ricerca, trattamento e distribuzione dell’informazione utile agli attori economici. Nell’interpretazione data dalla scuola anglosassone, “intelligence” sta per la ricerca di un sapere in vista di un’azione all’interno di una strategia d’influenza, cioè di una strategia tesa – come già detto qui più volte - a trasformare l’ambiente a vantaggio dell’azienda. 

Riguardo all’informazione, la competizione economica ha due scopi principali, uno difensivo e uno offensivo. Quello difensivo consiste nell’individuare le minacce esterne all’azienda e farvi fronte, e per questo è necessaria un costante ed approfondito monitoraggio dell’ambiente circostante, spesso definito “veglia”; quello offensivo invece, identificato un obiettivo, ha tre scopi principali: 1) recuperare il massimo di informazioni possibile sul target; 2) fare in modo che questo non ne abbia sul conto dell’attaccante; 3) fuorviare il target con false informazioni. Il primo punto è compito dell’intelligence economica; il secondo della difesa informatica, della controinformazione e della protezione dei dati sensibili in genere; la terza, della disinformazione. L’ineguale informazione economica è infatti una delle cause principali della stortura della libera concorrenza nei mercati, i quali richiedono, per essere sfruttati al meglio, di una adeguata situation awareness, come dicono gli americani.

La quantità di informazioni collezionabili oggi è in effetti a dir poco spropositata, e questo pone forti problemi nel decidere quali informazioni siano valide ed utilizzabili e quali no. Il problema nasce dal fatto che questa scelta è fatta inevitabilmente sulla base di preconcetti e precomprensioni che possono rivelarsi errate. Purtroppo non si può codificare un metodo per liberarsi dei preconcetti; l’unica cosa da fare è assumere l’abito mentale del dubbio metodico (cartesiano), del non dare nulla per scontato per quanto questo possa apparire a prima vista evidente. Da un punto di vista più pratico, esistono comunque delle possibili indicazioni per quanto riguarda quella che viene detta la “validazione” dell’informazione. 

Queste sono:

1) verificare la fonte originale;

2) verificare la procedura utilizzata per ottenere dati statistici;

3) cercare fonti differenti per la stessa informazione, verificando se le fonti originali sono differenti;

4) se sullo stesso soggetto sono stati trovati dati differenti, è importante sempre tenere in mente che il dato veritiero non è necessariamente quello più spesso citato;

5) verificare l’informazione con esperti esterni all’organizzazione.

L’elaborazione dell’informazione acquisita passa sostanzialmente attraverso tre fasi.

1) La prima è il controllo incrociato delle fonti, facendone emergere le contraddizioni (che sono spesso molte, soprattutto nel materiale raccolto in rete), in modo da poter dedurre informazioni il più possibile esatte.

2) La seconda è l’interpretazione vera e propria. Le informazioni vanno contestualizzate nel loro ambiente, e vanno identificati i fili conduttori che le uniscono in una descrizione strutturata delle dinamiche in corso.

3) La terza è la sintesi, che consiste nell’elaborazione, a partire dalle informazioni già interpretate, di un quadro unitario che consenta, fornendo delle alternative, di prendere una decisione. L’informazione ottenuta deve essere elaborata in forma chiara e, come si dice in gergo informatico, “user-friendly” (il che non significa che debba essere banalizzata). A questo punto, l’informazione deve essere trasformata in una strategia d’azione: questo punto è a dir poco fondamentale. Senza l’elaborazione di un’adeguata strategia operativa, tutto il lavoro svolto dall’intelligence economica finisce nel nulla.

 

In seguito: una strategia per la comunicazione

La strategia di intelligence è propedeutica alla strategia di comunicazione: si comunica sempre un’informazione, e se l’informazione non c’è la comunicazione è nulla. Una strategia di comunicazione può essere, come al solito, sia difensiva che offensiva. Possiamo distinguere tre tattiche principali in una strategia di comunicazione: una senza particolari connotati “bellici”, che si può dire di informazione; una difensiva, la controinformazione; e una spiccatamente offensiva, la disinformazione.

Partiamo con l’attività di informazione, che certamente costituirà la gran parte del lavoro di comunicazione per un’azienda o un’organizzazione.

Dice Sun Tzu: «Da ciò traggo la seguente conclusione: chi in cento battaglie riporta cento vittorie, non è il più abile in assoluto; al contrario, chi non dà nemmeno battaglia, e sottomette le truppe dell’avversario, è il più abile in assoluto» Il vero successo della strategia è anticipare e prevenire la crisi, non risolverla quando essa sia deflagrata. L’azienda deve dare al pubblico informazione su se stessa, sui suoi processi produttivi (evidentemente sul piano ambientale e sociale, non su quello tecnologico), sulle sue risorse umane. Soprattutto, deve calarsi nella vita del territorio in cui si trova, far parte della comunità che qui vi abita. Questo paziente ma importante lavoro di informazione e di tessitura di rapporti crea un capitale di immagine che permette all’azienda di lavorare meglio e soprattutto di reagire in modo molto più efficace ad eventuali imprevisti attacchi esterni, perché un danno all’azienda sarà considerato dagli abitanti del territorio un danno a loro stessi e all’economia locale.

La seconda tattica, quella offensiva, è la disinformazione. Date le ovvie e pesanti implicazioni che essa pone a livello etico e giuridico, viene qui citata soprattutto per completezza di studio e per evidenziare il pericolo che essa presenta.

Prosegue Sun Tzu: «la strategia è la via del paradosso», ossia segue «il Tao dell’inganno». Questa tattica di confondere le idee al nemico per poi attaccarlo dove meno si aspetta è stata un capolavoro dei servizi segreti inglesi durante la seconda guerra mondiale, grazie anche al talento di un grande politico e comunicatore come Winston Churchill. La disinformazione è simile a quello che nella tattica militare è un diversivo. Si tratta com’è logico di una tattica offensiva e particolarmente aggressiva, ma molto utilizzata perché efficacissima. «La strategia migliore è quella che fa fallire i piani dell’avversario; quella immediatamente successiva, fa fallire i negoziati [le alleanze]; quella ancora successiva, fa fallire le strategie rivali; e quella più infima consiste nell’attaccare le fortezze» dice Sun Tzu. L’attacco mediatico è quasi sempre indiretto, si copre sotto mentite spoglie per essere più efficace. 

 

Dossier: Comunicazione Politica

Dossier: Comunicazione Politica - ATLANTIS

 

L’emersione della comunicazione politica nelle esperienze giuridiche contemporanee si ricollega al fondamentale problema della formazione di un dibattito pubblico libero e non manipolato. Nella storia del costituzionalismo moderno, infatti, l’opinione pubblica è sempre stata considerata una delle garanzie costituzionali più importanti: se per i grandi teorici del costituzionalismo liberale, come J. Bentham e B. Constant, essa era la garanzia per eccellenza, la sua importanza non è venuta meno con l’affermarsi dello Stato democratico (basti pensare al fatto che uno dei massimi filosofi politici del XX secolo, Habermas, ha voluto dedicare la sua prima opera proprio ai mutamenti strutturali nell’ambito della sfera pubblica e alle sue potenzialità emancipative e che, in questi ultimi anni, si è parlato addirittura della discussa formazione di una «opinione pubblica mondiale». Allo stesso tempo, però, l’affermazione dello Stato democratico di massa, con l’enorme sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, ha portato alcuni studiosi, come C. Schmitt, Marcuse, Adorno e Horkheimer, a ritenere che l’opinione pubblica possa essere manipolata, laddove per Bentham, invece, il «tribunale dell’opinione pubblica» poteva esser sì fallibile, ma mai corruttibile.

 

La comunicazione politica in Italia

In Italia, la materia della comunicazione politica, a partire dagli anni novanta del Novecento, è stata interessata dalla problematica della c.d. par condicio, cioè della parità di accesso ai mezzi di comunicazione di massa da parte dei diversi soggetti politici. Una prima disciplina organica in questo senso è stata posta in essere con la l. n. 515/1993, approvata in corrispondenza del più generale processo di riforma dei sistemi elettorali. Successivamente, però, l’uso abnorme della pubblicità televisiva da parte di alcuni candidati durante la campagna elettorale del 1994 ha portato un ulteriore irrigidimento della disciplina normativa, che è stato introdotto prima tramite il d.l. n. 83/1995 (peraltro dichiarato parzialmente illegittimo dalla Corte costituzionale) e, successivamente, con una nuova legge di riforma organica della disciplina (l. n. 28/2000), – quest’ultima, invece, ritenuta non costituzionalmente illegittima – a sua volta parzialmente modificata con la l. n. 313/2003, riguardante il pluralismo nella programmazione delle emittenti radiofoniche e televisive locali.

La l. n. 28/2000 disciplina separatamente la comunicazione politica radiotelevisiva e quella attraverso sui giornali, mentre non detta alcuna disciplina per altri strumenti di comunicazione quali internet, la telefonia cellulare ecc. Per quanto riguarda la comunicazione politica televisiva, è vietata la trasmissione di messaggi pubblicitari, essendo possibile solo la trasmissione di «messaggi politici autogestiti», in condizioni di parità, da parte delle diverse forze politiche. Tali «messaggi politici autogestiti» sono gratuiti, ma questa trasmissione, mentre è obbligatoria per la concessionaria pubblica (R.A.I.), è meramente facoltativa per le emittenti private, nel senso che queste possono anche decidere di non mettere a disposizione alcuno spazio. Disposizioni particolari vengono dettate per le emittenti radiofoniche e televisive locali.

Per quanto riguarda il settore della radiotelevisione privata, sono previsti in capo all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, istituita con la l. n. 249/1997, poteri di tipo normativo e sanzionatorio, mentre, per quanto riguarda la concessionaria pubblica, è competente la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.

 

Diritto all’informazione

Il diritto all’informazione – alcuni studiosi preferiscono utilizzare la locuzione libertà di informazione – rileva sotto due o tre diversi aspetti: come libertà di informare e come diritto ad essere informati, oppure (secondo Lavagna) come diritto di informare, cioè di trasmettere notizie agli altri, come diritto di informarsi, cioè di attingere informazioni da più fonti, e come diritto di essere informati. Mentre è pacifico che il primo aspetto rientri nella più generale libertà di manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 Cost., più problematico appare il legame con il testo costituzionale nel caso del secondo e del terzo aspetto. A differenza di altri testi costituzionali (art. 5 Legge fondamentale Germania 1949; art. 20-D Cost. Spagna 1978) e di quanto previsto da dichiarazioni internazionali e/o sovranazionali dei diritti (art. 19 Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo 1948; art. 10 CEDU; art. 19 Patto internazionale sui diritti civili e politici 1966; art. 11 Carta dei diritti fondamentali dell’U.E.), la Costituzione italiana non prevede espressamente un diritto all’informazione.

Molti studiosi – è il caso, ad esempio, di C. Mortati – hanno ricondotto il diritto di essere informati (sia come diritto di ricevere informazioni che come diritto di ricercarle) all’art. 21 Cost., sulla base anche di una costante giurisprudenza costituzionale, che ha considerato questo diritto un «risvolto passivo della libertà di manifestazione del pensiero». D’altra parte, proprio in virtù del collegamento con l’art. 21 Cost. e facendo proprie le tesi espresse dalla stessa Corte costituzionale, alcuni autori (ad esempio, Paladin) hanno parlato di un mero interesse all’informazione e non di un vero e proprio diritto azionabile in sede giudiziaria. Altri studiosi – è il caso, invece, di C. Esposito – hanno negato l’automatico collegamento tra diritto all’informazione e libertà di manifestazione del pensiero. Alcuni autori, infine, hanno configurato il diritto all’informazione come una conseguenza del principio democratico, poiché un regime democratico necessita sempre di una pubblica opinione vigile e informata: questa esigenza generale di pubblicità, che si specificherebbe ulteriormente nel principio dell’accesso ai documenti delle pubbliche amministrazioni (l. n. 349/1986; l. n. 142/1990; d.lgs. 267/2000; l. n. 15/2005), trova un limite nella tutela del segreto.

Tra le varie forme di segreto, il più importante è sicuramente il c.d. segreto di Stato, recentemente ridisciplinato con la l. n. 124/2007, che ha sostituito la precedente l. n. 801/1977. L’apposizione del segreto di Stato deve avere una giustificazione costituzionale, nel senso che deve essere fondata sulla tutela di interessi costituzionalmente protetti (la l. n. 124/2007 si riferisce appunto alla diffusione di qualunque cosa che possa recare «danno all’integrità della Repubblica, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, all’indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato»). In ogni caso, l’apposizione del segreto di Stato non può riguardare «fatti di terrorismo o eversivi dell’ordine costituzionale» (l. n. 124/2007), laddove la l. n. 801/1977, riprendendo le affermazioni della giurisprudenza costituzionale, si riferiva esclusivamente ai «fatti eversivi dell’ordine costituzionale». (TRECCANI)

Dossier: Misinformation

Dossier: Misinformation - ATLANTIS

di Jacopo Iacoboni

 

«È come nella Russia di Putin, o nell’America della campagna Trump: diventa centrale la cognitive inoculation, meccanismi di inoculazione delle credenze, specialmente false credenze, o false notizie. Ma l’ingegneria ha un peso decisivo. Non mi sorprende che accada anche nel web italiano». Walter Quattrociocchi ha appena scritto un libro, «Misinformation» (assieme a Antonella Vicini. Guida alla società dell’informazione e della credulità), che studia come falsa informazione, propaganda e black propaganda, e non di rado calunnie, diffamazioni seriali e veri e propri reati, stanno inquinando pesantemente lo spazio pubblico. Anche nelle democrazie. Quattrociocchi è ricercatore all’Imt di Lucca, coordina il Laboratorio di Computational science; l’abbiamo interpellato come esperto terzo, non avendo lui avuto alcun ruolo nelle analisi che abbiamo citato ieri. 

 

Che ne pensa?  

«Lo scenario è quello. Naturalmente non parlo degli aspetti giudiziari, né identifico la centrale. Ma è evidente che è in atto in Italia, direi, una clusterizzazione fortissima della discussione in Facebook, che non si configura come casuale». 

 

Può spiegare meglio cosa significa?  

«Che, ancor più della connettività in sé, si stanno creando gruppi di discussione molto aggregati, molto densi, compatti e che si autorinforzano, molto interconnessi, che si aggregano in parte spontaneamente, per il meccanismo di confirmation bias, in parte ingegneristicamente. È un fenomeno molto pericoloso in sé, e molto studiato all’estero. Mi fanno arrabbiare quelli che dicono che in fondo i social sono piazze che potenziano ciò che è sempre esistito. No. Questa cosa, così, non è mai esistita prima». 

 

Può fare alcuni esempi di “clusterizzazione ingegneristica”? Il primo che le viene in mente.  

«Direi che queste tecniche sono usatissime da Vladimir Putin, in Russia. I maestri sono loro. Tecniche studiate, documentate. Da questo punto di vista è interessante vedere il tipo di legami col web politico italiano. Noi, come Laboratorio di Computationl Science, abbiamo quasi finito di scrivere un proposal per un progetto internazionale di analisi sistematica del web russo». 

 

E il presidente eletto Donald Trump? Ha ingegnerizzato molto la disinformazione, o si è solo giovato di una situazione in parte anche spontanea del web in lingua inglese, spesso fuori dai confini Usa, in paesi dove è più facile e redditizio monetizzare il traffico, anche dalla viralizzazone dei falsi?  

«È vero che c’è stato questo spontaneismo, mi viene in mente il piccolo paesino della Macedonia dove sono nati cento dei siti pro Trump tra i più cliccati della campagna, e totalmente virali e accettati in Facebook. Ma bisogna capire che Trump ha ingegnerizzato in modo pesante. L’hannno detto loro stessi. Il suo ingegnere Covernich è un genio, da questo punto di vista. Hanno preso una narrativa, l’hanno sostituita con un’altra senza minimamente porsi il problema della falsità, e hanno scoperchiato la pentola». 

 

Come si viralizza un falso o una calunnia?  

«Dei cluster ho detto. Fondamentali sono le echo chambers, le camere di risonanze, pagine in cui attivisti e troll rullano i tamburi, che possono essere molto manipolate, e profilate. E attrarre comunità anche in base a un engagement spontaneo, ma se non si capisce - come non capiscono molti “internettiani” - che è l’architettura che plasma, siamo fuori strada, in una situazione pericolosa».

Dossier: Informazione e Libertà

Dossier: Informazione e Libertà - ATLANTIS

 

 

L’informazione è fondamentale per definire il grado di libertà e di democrazia di una società. Alexis de Toqueville, descrivendo l’America osservò che la sua democrazia era basata su due pilastri: la libertà di associazione tra individui e la libertà di stampa. Questo spazio intende essere un luogo di difesa della libertà di informazione ed, insieme, una riflessione su come la stessa evolve. Nuovi strumenti sono ora Informazionea disposizione dei lettori e dei cittadini e la stampa tradizionale sta attraversando un momento di crisi che probabilmente si evolverà in un suo cambiamento epocale. L’informazione, dalle antiche gazzette ad oggi, ha conosciuto vari mezzi espressivi ed altrettanti linguaggi. Parlare di carta stampata quotidiana e periodica di televisione e radio, in questo momento, equivale forse a guardare più al passato che al presente e al futuro. Internet, la lettura su tablet e smartphone sono un presente e un futuro che però pone qualche interrogativo. Senza alcuna intenzione conservativa né tantomeno retriva, occorre però constatare che proprio nell’ambito informativo è tornata prepotentemente alla ribalta la questione attendibilità.

 

Malattie nel Mondo: il Diabete

Malattie nel Mondo: il Diabete - ATLANTIS

 

Il diabete è una malattia cronica caratterizzata dalla presenza di elevati livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia) e dovuta a un’alterata quantità o funzione dell’insulina. L’insulina è l’ormone, prodotto dal pancreas, che consente al glucosio l’ingresso nelle cellule e il suo conseguente utilizzo come fonte energetica. Quando questo meccanismo è alterato, il glucosio si accumula nel circolo sanguigno.

In Italia 3 milioni di persone hanno il diabete di tipo 2: il 4,9% della popolazione. Poi 1 milione di persone hanno il diabete di tipo 2 ma non sono diagnosticate: l’1,6% della popolazione. Quindi 2,6 milioni di persone hanno  difficoltà a mantenere le glicemie nella norma (allarme diabete), condizione che nella maggior parte dei casi prelude allo sviluppo del diabete di tipo 2. È il 4,3% della popolazione.

 

DIABETE NEL MONDO

Nel mondo 415 milioni di adulti hanno il diabete, e se ne stimano 640 milioni entro il 2040. Non solo: un malato su due non è diagnosticato, e lo screening è fondamentale per garantire la diagnosi precoce e un adeguato trattamento per ridurre il rischio di gravi complicazioni.

 

CRESCE IL DIABETE IN ITALIA

Il 10 % della popolazione italiana ha difficoltà a mantenere sotto controllo la glicemia, spiega Giovanni Lamenza, presidente Diabete Italia. 

 

DIABETE, ALLARME ANCHE TRA I BAMBINI

Il diabete colpisce bambini, adulti ed anziani coinvolgendo le famiglie, interessando il mondo della scuola, del lavoro e pesantemente il mondo sanitario. In circa 500 città d’Italia ci sono stati eventi organizzati da associazioni di persone con diabete, medici, infermieri, altri professionisti sanitari e istituzioni. I gazebo e i banchetti saranno attrezzati per effettuare una valutazione del rischio, effettuare screening gratuiti o semplicemente distribuire depliant e materiale informativo dedicati alla prevenzione e alla corretta gestione del diabete. La Giornata in Italia viene organizzata dal 2002 da Diabete Italia Onlus.

La campagna è nelle piazze e nelle ‘Diabetologie aperte’, grazie alla sinergia tra gli Operatori sanitari di diabetologia italiani (Osdi) e i medici dell’Associazione medici diabetologi (Amd) e della Società italiana endocrinologia e diabetologia pediatrica (Siedp), in collaborazione con le associazioni di volontariato aderenti a Diabete Italia.

 

DIABETE, IL DECALOGO PER PREVENIRE

Ecco le dieci regole per prevenire il diabete:

Un regime alimentare ricco di frutta, verdura, pesce e legumi può aiutare a scongiurare l’insorgenza della patologia.

Se sei in sovrappeso, perdere anche solo cinque chili può ridurre in maniera significativa il rischio di contrarre il diabete, migliorando il benessere generale dell’organismo.

Alimenti ricchi di fibre (frutta, verdura, legumi, cereali integrali) contribuiscono a tenere sotto controllo i livelli di zucchero nel sangue.

Numerosi studi suggeriscono che le vitamine C e K e il magnesio possono limitare la probabilità di ammalarsi di diabete di tipo 2. Particolarmente consigliati ananas, verdure a foglia verde scuro e avocado.

Trenta minuti al giorno di esercizio fisico sono sufficienti per tenere sotto controllo il peso corporeo e la glicemia.

Possono evidenziare l’esistenza di squilibri che potrebbero poi portare all’insorgenza della malattia. Una diagnosi precoce è in grado di ritardare o prevenirne lo sviluppo.

Consulta il tuo medico se hai: eccessiva sete o fame, frequente bisogno di urinare, perdita drastica di peso, vista annebbiata ed estremità intorpidite.

Check eseguiti a intervalli regolari riducono le probabilità di essere colpiti dalle complicanze più serie legate alla malattia (disfunzioni renali, cecità, danni ai nervi). Per maggiori informazioni rivolgiti al tuo medico.

Mangiare la giusta quantità di carboidrati durante i pasti o gli spuntini.

Chiamare un medico specialista per la prescrizione di una dieta personalizzata, per ricevere consigli utili sull’attività fisica o su come gestire lo stress e altri suggerimenti su ogni fattore di rischio della malattia.

 

LE RACCOMANDAZIONI DEGLI ESPERTI

Occorre educare i più piccoli a uno stile di vita sano, abituandoli a svolgere attività fisica in modo regolare, nella quotidianità. Bisogna combattere la sedentarietà. “Quindi puntare su una corretta alimentazione, preferendo i cibi semplici, a km zero, eliminando tutto ciò che è molto ricco di grassi”, evidenziano. Abitudini da mantenere anche crescendo, evitando per di più di saltare i pasti, a partire dalla prima colazione. Insieme al controllo del peso, all’attività fisica e a un’alimentazione sana, dopo i 40 anni – concludono gli specialisti – è doveroso controllare la glicemia ogni 2-3 anni in rapporto al tipo di rischio. Il diabete rappresenta un problema medico-sociale di estrema importanza, sia per l’elevato numero di persone affette, che per le conseguenze di un trattamento non adeguato, ma le cure attualmente disponibili ed i progressi della ricerca scientifica consentono di guardare al futuro con ottimismo.

Focus Paese: Brasile

Focus Paese: Brasile - ATLANTIS

L’economia brasiliana tornerà rapidamente a crescere

 

di Simone Depietri

 

 “3, 2, 1... il Brasile è pronto al decollo”. Vari segnali di ottimismo tra imprenditori e investitori indicano che la ripresa della crescita sarà forte e più rapida del previsto. Dietro agli aumenti consecutivi della borsa, alla caduta del dollaro, all’annuncio di nuovi investimenti e, all’elevazione dell’indice di fiducia nell’economia, c’è un’aspettativa di espansione sino al 6% del PIB nel 2017 e 2018.

Un ritorno della fiducia che in Brasile è percepibile in vari ambiti, tanto a livello internazionale che nazionale. Alcuni analisti, stimano che 50 Miliardi di dollari entreranno in Brasile attraverso fondi disposti a investire in progetti a lungo termine, oltre a fusioni & acquisizioni. Un esempio ne è Brookfield, gestore di fondi canadese, detentore di 225 Miliardi di dollari in attivo, che sta tenendo attentamente sott’occhio l’infrastruttura e il mercato immobiliare brasiliano.

Chiari segnali di ottimismo si stanno diffondendo anche tra i players locali. L’Indice di Fiducia dell’Industria, curato dalla  Fundação Getulio Vargas (FGV) ha avuto un’impennata di quasi il 12% negli ultimi 8 mesi, passando al livello più alto dal febbraio del 2015.

Anche gli Indici del commercio, dei servizi e dei consumatori, seguono questa tendenza e, in ogni caso, l’aspettativa futura è molto maggiore del grado di soddisfazione attuale. Ossia la percezione generale è: “sappiamo, non è facile, ma abbiamo fiducia che migliorerà”.

Se l’Indice di fiducia della FGV tornasse al livello di qualche anno fa, il PIL brasiliano potrà crescere sino al 3% già nel 2017. Mentre se il risultato fosse raggiunto solo nel 2018, la crescita economica per il prossimo anno, sarebbe contenuta all’1%.

Il bollettino Focus, del Banco Central do Brasil, che redige settimanalmente le previsioni di un centinaio di Istituti di credito, mostra che alcuni analisti pronosticano una crescita dell’1,1% del PIL nel 2017, altri, un aumento del 2%. Una previsione realista, non ottimista.

Affinché il decollo dell’economia abbia veramente successo, occorre fiducia anche sul piano finanziario. La Bovespa (la borsa brasiliana) ha vissuto un rally di acquisto azioni. Il livello di ottimismo nelle contrattazioni, ha generato una crescita del 30% annuo, raggiungendo il maggior livello degli ultimi 14 mesi. Il valore del dollaro, sceso a 3,38 reais, diminuzione inferiore di addirittura il 24% rispetto a quella registrata nel febbraio del 2015, quando la divisa USA raggiunse il valore storico di 4,19 reais, e contestualizzato nel momento di maggior sconforto col governo Dilma.

La valorizzazione del reais, è interpretata come un segnale di fiducia dell’investitore straniero in Brasile (così come per contro, la valorizzazione del dollaro, è percepita come un effetto della crisi politica ed economica).

Nonostante ciò, il settore imprenditoriale, vede con estrema cautela questo slancio. E’ prevedibile una forte concorrenza di prodotti importati. Un’invasione del mercato interno bloccherebbe una ripresa del PIB nel 2017, soprattutto in un clima di grande aspettativa verso l’export. 

Tra i fautori di una prospettiva ottimistica del mercato – o realista (termine amato dagli analisti) – c’è anche l’equipe economica della Banca Santander, Ii più grande gruppo bancario del Brasile, che prevede un’espansione del 2% del PIB nel 2017 e tra il 2% e il 3% nel 2018.

A supporto della nuova fiducia, si evidenzia l’importanza della caduta del tasso d’interesse, che riscatterebbe l’appetito di imprenditori e consumatori. Nell’ultima sessione, il Comitato della Politica Monetaria del Banco Central do Brasil, ha deciso di mantenere il Sistema Especial de Liquidação e Custodia, (Selic, tasso d’interesse ufficiale) al 14,25%, considerato tra i più alti al mondo. E’ altresì molto probabile, che un ciclo di rilassamento monetario inizierà entro fine anno. 

Come in tutte le economie, la riduzione degli interessi è un ingrediente necessario per la ripresa del credito. A fine 2016, l’offerta totale di credito, secondo le previsioni del Banco Central, sarà cresciuta solo dell’1%, ma con una previsione del 5% nel 2017 secondo la Associação Nacional das Instituições de Crédito, Financiamento e Investimento (ACREFI),

oltre ad un’espansione del 2% del PIB nel 2017 e tra il 3,5% e 4% nel 2018.

In qualsiasi scenario ipotetico, ci sono rischi da considerare che potrebbero turbarne la piena concretizzazione. Sul fronte politico, il principale è il prosieguo dell’Operazione “Lava Jato” (una sorta di alter-ego della nostra “Mani Pulite”), che potrebbe avere degli effetti sul governo Temer. Inoltre, vi è la possibilità che l’ex Presidente Lula si candidi per il 2018, resuscitando idee economiche oggi rigettate dall’attuale situazione di mercato.

Sul fronte sociale, occorre una riforma importante della previdenza sociale, che costituisce uno dei grandi motori della crescita esponenziale della spesa pubblica. Riforma difficile, dove occorrerà coinvolgere e convincere le forze sindacali.

Sul fronte socio-politico, considerando che il Brasile è un grande fornitore internazionale di materie prime, ci si affaccia ad una situazione globale tra le più incerte. Tra i grandi compratori storici spiccano, oltre alla Cina, gli Stati Uniti; questi ultimi peraltro oggi, di fronte all’incognita Trump.

Ciò nonostante, i molteplici segnali positivi,sopra menzionati, non possono essere ignorati. E non è un caso che, un organo come il Fondo Monetario Internazionale, di norma sempre piuttosto duro, nelle valutazioni verso il Brasile, preveda già nel 2017 una ripresa importante del PIL brasiliano.

Uno dei motori per dare nuovo impulso all’economia brasiliana, potrà venire dall’Oriente. Più precisamente dalla Cina. In ragione di una collaborazione ad ampio raggio, Cina e Brasile hanno firmato nel 2015 ben 35 accordi di investimento e commercio estero. Nello scorso maggio, infatti, è stato creato un fondo di 50 miliardi di dollari.

Questi accordi miliardari riguardano progetti nei settori delle infrastrutture, delle telecomunicazioni, della logistica, dell’industria mineraria ed energetica, nonché dell’agricoltura. Tra i progetti, spicca, per dimensioni faraoniche, quello relativo alla costruzione della ferrovia Bioceânica, che attraverserà il continente sudamericano. 

Un’opera di proporzioni ciclopiche, una “spina dorsale” che collegherà due oceani, l’Atlantico al Pacifico, coinvolgendo i territori di Brasile e Perù.

La Cina vede una grande opportunità in questo progetto. La filosofia di fondo, è quella di supportare il Brasile nel suo sviluppo logistico e infrastrutturale, al fine di rendere le esportazioni più efficienti e meno costose di quanto lo siano oggi. Il più grande consumatore di prodotti brasiliani infatti, è proprio la Cina. Ne deriva, di conseguenza, l’ampio interesse a ridurne i costi. 

Sul territorio brasiliano, la Bioceânica presenterebbe  un tracciato di circa 4.000 chilometri. Connetterebbe velocemente Campinorte a Lucas do Rio Verde, zona di forte espansione agricola e vero e proprio granaio per i consumatori di tutto il mondo. 

In breve il Brasile evolverà verso una visione innovativa delle ferrovie. Invece di tratti isolati, avrà luogo una pianificazione strategica che trasformerà la logistica dei trasporti in un sistema interconnesso.

Il progetto potrà essere reso fattibile mediante un nuovo modello di business, ossia una concessione che verrebbe totalmente presa in carico dalla parte cinese.

La Cina sostiene che il mero finanziamento, è una forma superata di partnership. Gli investimenti devono essere pensati strategicamente. 

In sostanza, la Cina non vuole solo mettere il denaro per finanziare l’opera, vuole essa stessa realizzarla in autonomia, con le proprie forze, con i propri mezzi.

Una sorta di caparbietà questa, che porta a riflettere su un aspetto interessante. I cinesi hanno una personale visione del tempo. Pensano in prospettiva, a lungo termine, a differenza degli occidentali, invece, più propensi nel focalizzarsi al momento contingente.

In molti, oggi, vedono con diffidenza l’attuale situazione brasiliana; a differenza dei cinesi che invece la considerano una pura fase transitoria, all’interno di un’evoluzione ben più ampia che porterà solo benefici nel medio-lungo termine.

Una linea di pensiero questa, a tratti pionieristica, condivisa da Giorgio Bonelli. Beh, non poteva che far parte del mondo dei pionieri, il figlio di Gianluigi Bonelli, scrittore e sceneggiatore di fumetti, creatore di Tex Willer.

Immobiliarista prima a Milano, fino alla fine degli anni ’80, poi a Praga dal 1991, Bonelli approda a Fortaleza nel giugno del 2010. Qui crea la Bonelli Brasil Group, società finanziaria immobiliare sulla prestigiosa Beira Mar, il famoso lungomare della capitale del Cearà, e raccoglie un gruppo di professionisti altamente qualificati che lavorano con entusiasmo e dedizione allo scopo di individuare, acquisire e quindi sviluppare progetti immobiliari di prestigio nel Nord Est Brasiliano.

Con un capitale sociale di circa 4 Milioni di Euro interamente versato, Bonelli Brasil ha già concluso l’acquisto di due importanti terreni i cui progetti sono in fase di sviluppo e che verranno completati entro 3 anni: Boneville Lagoa Esmeralda e l’Achymist Jericoaoara. La filosofia che ispira il lavoro di Bonelli Brasil è quella di portare in terra brasiliana, la qualità italiana che ci ha sempre caratterizzato. 

Così come a Praga il gruppo si è distinto non solo per la qualità degli interventi sui palazzi storici, ma anche per il rispetto del loro immenso patrimonio culturale in quanto edifici classificati protetti dall’UNESCO, Bonelli Brasil Group intende ora coniugare la qualità di realizzazione dei progetti previsti e la loro resa economica con il rispetto della natura e dei beni ambientali in genere. I terreni dove sorgeranno le realizzazioni previste sono splendidi, e dunque, giustamente protetti da severe leggi che ne obbligano l’utilizzo e lo sviluppo in modo armonico con la natura. È questa una missione che sta particolarmente a cuore a Giorgio, che dunque s’impegna a realizzare solo progetti ecosostenibili, che valorizzino, anzichè mortificare, la flora e la fauna locali. Perché costruire non significa distruggere le bellezze che la Natura ci ha regalato.

Il Brasile, pur restando un mercato complesso, nel quale i nostri imprenditori a volte incontrano ancora difficoltà - quali i numerosi dazi doganali e il loro sistema “a cascata”, la lenta burocrazia, la complessità del sistema fiscale, le regole diverse tra stato e stato - offre in ogni caso opportunità uniche a quanti vogliano accostarsi al mondo del lavoro di questo straordinario Paese. Con avvedutezza ed il giusto grado di preparazione, ovvero l’opportuna consapevolezza delle leggi e disposizioni locali al fine di intraprendere qualsivoglia investimento nella massima sicurezza, si possono raggiungere obiettivi importanti con le migliori soddisfazioni economiche.

Commercio Estero: Thailandia

Commercio Estero: Thailandia - ATLANTIS

Intervista al responsabile ufficio Agenzia ICE Thailandia - Bangkok Dr. Fabio De Cillis

 

Dal nostro Corrispondente 

 

In che settori si sta investendo e che futuro possiamo intravedere per la Thailandia?

Nel settembre del 2015 il GovernoThailandese ha approvato I sei settori proritari (The Six Clusters) allo scopo di incrementare la competitività del Paese, la produzione industriale e l’export; questi sono:

1. Settore Automotive e componentistica

2. Settore Elettronica, Elettrodomestici e Telecomunicazioni

3. Settore Petrolchimica ed altri Prodotti Chimici a basso impatto ambientale.   

4. Settore Digitale

5. Settore Tessile ed Abbigliamento

6. Settore Agroalimentare, in particolare prodotti trasformati.

Alle imprese che investono in questi settori, potranno essere concessi i seguenti incentivi:

1. Incentivi Fiscali dal BOI (Board of Investment)

Il BOI è un’organizzazione governativa, che opera direttamente sotto l’Ufficio del Primo Ministro, il cui ruolo e’ quello di fornire sostegno agli investimenti, sia interni che esteri.  

• Esenzione dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche per i primi 8 anni dall’operazione e riduzione del 50% della stessa imposta per gli ulteriori 5 anni

• Esenzione dei dazi all’importazione per i macchinari funzionali all’investimento

2. Incentivi Fiscali dal Ministero delle Finanze (da finalizzare)

• Esenzione dell’imposta sul reddito sulle societa’ per 10-15 anni

• Esenzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche per esperti internazionali sia stranieri che thailandesi che lavorano nelle provincie determinate per ogni cluster

3. Incentivi Non-Fiscali

• Autorizzazione agli investitori stranieri di possedere terreni per fare attivita’ commerciali nei settori supportati dal governo

• Possibilita’ di ricevere la residenza permanante per gli esperti internazionali

 

Come possiamo descrivere lo stato attuale dei rapporti economici tra la Thailandia e l’Italia?

Nel primo semestre del 2016, si registra un valore dell’interscambio fra Thailandia ed Italia di 1,47 miliardi USD; con un valore delle esportazioni thai verso Italia pari a  816,76 millioni USD e quello delle importazioni pari a 659,16 milioni3 USD.  

La struttura merceologica delle esportazioni thai verso il nostro Paese e’ costituita principalmente da prodotti manifatturieri, prodotti agricol ed agro-industriali .

La prima macro-voce e’ costituita da macchinari e loro parti (171,4  milioni USD in valore, con quota del 20,9%) seguita da veicoli tranne quelli per ferrovia (144,8 milioni USD in valore con quota di mercato del 17,7%) e prodotti in gomma (74,0 millioni USD con quota del 9,06 %) 

Gli altri prodotti maggiormente esportati sono stati prodotti ittici surgelati (6,4%) e macchine elettriche e loro componenti (7,4%)

Al momento, l’Italia rappresenta il 23esimo esportatore verso la Thailandia ed il quinto europeo; ciò, in particolare, grazie alla vendita di beni capitali che rappresentano il 42,19% delle nostre esportazioni in Thailandia per il 2015. Anche i beni di consumo rappresentano una buona fetta dellle nostre esportazioni nel Paese con una quota del 28,50%.

In dettaglio, la nostra principale voce di esportazioni e’ rappresentata da macchinari e loro componenti(227,4 millioni USD con una quota del 34,5 %).  Al secondo posto troviamo le macchine elettriche e loro componenti (65,1 millioni USD con 9,8% quota).  Gli apparacchi ottici e medico-chirurgici arrivano al terzo posto (32,4 million USD share 4,9%).

Seguono poi veicoli tranne quelli per ferrovia (4,3%) e prodotti farmaceutici (3,7%)

 

Quali sono i settori nei quali le imprese italiane potrebbero svolgere un ruolo interessante in Thailandia?

In Thailandia esiste un importante distretto legato all’automotive: Honda, BMW ma anche la nostra Ducati, sono solo alcuni esempi di  grandi aziende che assemblano veicoli nei propri impianti situati nella zona di Rayong. Un buon prodotto, potrebbe trovare spazi nella subfornitura per questo settore. Ci sono certamente margini di crescita per i nostri macchinari: da quelli per l’imballaggio a quelli per la lavorazione dei prodotti agroalimentari; anche la macchine utensili rappresentano una buona fetta delle nostre esportazioni nel Paese. Sempre molto apprezzati i nostri prodotti agro-alimentari, seppur penalizzati da un sistema di tassazione abbastanza esoso. Fanno un po’ fatica i beni di consumo “no brand”, laddove una penetrazione commerciale e’ certamente possibile, a condizione che sia accompagnata da un buon distributore locale ed un’adeguata campagna di promozione e marketing.  

 

Che consigli darebbe soprattutto ai giovani imprenditori italiani che vogliono investire in Thailandia?

Ai nostri imprenditori dico di rivolgersi alle strutture come gli Uffici ICE, le Ambasciate o alle Camere di Commercio prima di iniziare un business su un nuovo mercato, onde avere informazioni preliminari sul Paese, sul mercato e le potenzialità del prodotto. Ci sono nostri servizi dedicati appositamente a ciò e consentono di iniziare la nuova avventura imprenditoriale con la giusta preparazione e cogniziona di causa, anche laddove ciò voglia dire che è meglio orientarsi su mercati differenti.

Molti imprenditori spesso non sanno, ad esempio, che per aprire un attività in Thailandia è  richiesto quasi sempre un partner locale; spesso anche obbligatoria l’assunzione di un certo numero di personale locale per ogni cittadino straniero impiegato in azienda. Anche la lingua puo’ rappresentare un ostacolo.

 

Com’è visto dai thailandesi attualmente il made in italy? È un appeal sempre forte o in calo?

Il made in Italy ha sempre una forte attrattiva nei marcati esteri; anche in Thailandia e’ cosi’. Non e’ pero’ sufficiente ad avere successo in un contesto globale dove i concorrenti sono tanti, agguerriti e di qualita’. Cio’ vale sia per i beni capitali in generale – ad es. macchinari – che devono essere accompagnati da un adeguato servizio di assistenza post vendita, ma anche per i beni di consumo, laddove i prodotti che non possono vantare un brand rinomato, devono essere accompagnati da un’efficace campagna promozionale ed un valido distributore locale.  

 

Eccellenze Italiane nel Mondo

Eccellenze Italiane nel Mondo - ATLANTIS

Così il Veneto si lancia alla riconquista delle vigne!

 

 di Simone Depietri

 

Una buona annata, il 2015 per il vino, anzi ottima, soprattutto se paragonata al 2014, anno horribilis per la vitivinicoltura. In termini di quantità dai 2.240.000 hl del 2014 si è passati – con un incremento di circa il 50% – ai 3.400.000 hl del 2015. In termini di bottiglie nel 2015 si sono prodotte 355.231.691 di bottiglie pari a + 15,80% (rispetto al 2014 che ne contava 306 milioni). Ipotizzando che siano tutte da 0,75 litri. Ma considerando che nei formati più piccoli se ne imbottigliano ogni anno svariati milioni, è opportuno pensare che ogni giorno, nei 4 angoli del mondo, vengono “stappate”, 1.000.000 di bottiglie di Prosecco Doc.

La passione dei consumatori per il Prosecco non accenna a diminuire; né in Italia dove si registrano il 30% dei consumi (106 milioni di bottiglie di cui;  65% al nord; 20% centro; 15% al sud), né overseas, dove viene assorbito il 70% della produzione complessiva (circa 249 milioni di bottiglie; 74% in Europa; 20 % Nord America; e il 6% tra Asia, Africa, Australia e Sudamerica).

Il Regno Unito che ha registrato un incremento del 48,51% sul 2014 oggi vale il 35,13% della quota export%; gli USA con un incremento del 22,64 % sull’anno precedente oggi valgono 17,38% e la Germania (+ 0,84%), detiene una quota export pari a 16,73 %, a conferma un trend positivo e consolidato, con un aumento dei consumi a favore del Prosecco Spumante.

In un mercato “effervescente” caratterizzato da una crescita costante, alcuni Paesi si distinguono per una crescita decisamente sopra la media, altri per il segno negativo. Ad esempio la Francia (+51,88%); la Nuova Zelanda (+61,87); la Repubblica Dominicana con +148,90, quasi identico risultato per il Vietnam (+148,63). Una sorpresa giunge da Emirati Arabi, Nigeria, SudAfrica che superano ogni previsione. Calano Russia (-16,46); Cina (-15,48%); e Brasile (-36,50), tre Paesi dove quest’ultimo anno c’è stata una forte svalutazione della moneta o aumento dei dazi doganali.

Nel 2015 l’incremento dell’export è stato del 23,00% mentre l’incremento del valore è stato del 24,50%. Questo dato evidenzia come il Prosecco – in controtendenza rispetto agli anni precedenti – stia ottenendo un riconoscimento anche in termini economici. Il consumatore apprezza il Prosecco ed è disposto a spendere un po’ di più per assicurarsi un prodotto di qualità. Questo “giusto” prezzo che il consumatore è disposto a pagare permette un’equa remunerazione a tutti gli attori della filiera a partire dal produttore, per arrivare all’imbottigliatore.

La performance nelle esportazioni del nostro vino a Denominazione, conferma che qualità e territorio sono il vero valore aggiunto nella strategia produttiva del “vigneto Italia”. Questa la filosofia condivisa da Renzo Bronca e dal suo enologo, dott. Luigi Forlin, dell’Azienda Agricola Podere del Gaio, una cantina storica, con un potenziale di quasi 2.000.000 di bottiglie delle preziose bollicine.  “La cultura del consumatore sta cambiando e la richiesta di vino è sempre più orientata verso prodotti di qualità, con una storia alle spalle. Investire nella promozione diventa, pertanto, ancor più strategico e indispensabile”. 

 

 

Società Civile

Società Civile - ATLANTIS

Fallire: un problema serio, non una facile soluzione

 

di Riccardo Palmerini

 

“Too big to fail” (troppo grande per fallire). Una frase, un modo di dire diventato famoso in riferimento ad uno dei casi economici più eclatanti degli ultimi cento anni, contestualmente al quale è iniziata la grave crisi tuttora in atto, dal 2008; il riferimento al caso Enron.

In ambito nazionale il fallimento di un’impresa viene spesso indicato come un male necessario, quasi che il male e non già la cura fossero la soluzione.

Il fallimento non è mai una soluzione e, in verità, non lo è mai stata.

Come mia abitudine, partirò dalla etimologia del termine FALLIRE e vedremo che mai come in questo caso l’aspetto etimologico sia significativo.

Fallire viene dal latino “FÀLLERE”. Fàllere significa letteralmente “fare sdrucciolare, abbattere” ed in senso figurato “ingannare, indurre in errore”. Da questo sono poi derivati i significati correnti in molte lingue: il tedesco FALLA (cadere), il greco SPALLEIN (far cadere) dal quale PHELOS (falso) che è radice di SPHAL (vacillare) e DHVAR (offendere, nuocere). (fonte: etimo.it)

Il senso è quindi quello di mancare, venire meno, che porta al significato metaforico di “indurre in inganno”.

È nel Medioevo che, nell’ambiente dei mercanti, il significato diviene di conseguenza “cessare di pagare le somme dovute”, cioè “mancare alla promessa”.

Un ultimo importante accenno etimologico: da FÀLLERE deriva FALLÀRE (smarrire la via), dal quale deriva, a sua volta, il termine FALSO (che rientra nel significato di FALLERE “far porre il piede in fallo” che, in senso figurato, è “ingannare”.

In un’analisi di senso, quindi, il fallimento non può e non può essere inteso come una soluzione al problema. Fino a non molti anni fa, dare del fallito ad una persona era una delle offese più gravi, perché toccava nella dignità stessa l’individuo in quanto tale.

Non lo è. Peraltro, neppure da un punto di vista economico.

Nell’ambito del sistema legislativo italiano il fallimento, pur con tutte le EVENTUALI conseguenze del caso, azzera di fatto ogni debito del debitore nei confronti dei creditori.

Questo porta e comporta ingenti sforzi per salvare ch è “too big to fail”, al fine di evitare un drammatico ed immediato effetto domino (vedansi i recenti casi degli Istituti di credito e di alcune grandi compagnie industriali, peraltro non solo in Italia).

Paradossalmente, per lo stesso motivo, si pensa che il fallimento delle piccole e delle micro imprese sia una soluzione, intendendo contenuto l’impatto e considerandolo persino una sorta di azione di “bonifica”.

Il fallimento non può essere altro che un fatto ineluttabile quando un’azienda in crisi, per cause più o meno evidenti, più o meno legate a responsabilità di gestione, crolla senza via d’uscita. Per questo l’evento in sé non può essere altro che una constatazione; non può e non deve essere un percorso, tantomeno una strategia, meno che mai una soluzione.

Il fallimento – come stato delle cose – va evitato in ogni modo e lo si fa con azioni preventive, oltre che con azioni di carattere straordinario. Di più, l’evento diventi inevitabile solo ed unicamente quando l’azienda in crisi non ha una vision che possa far pensare a sviluppi di mercato futuri tali da giustificarne il sostegno. Altrimenti, adottando formule di ripianificazione finanziaria e del debito, di riorganizzazione e di ammissione a Fondi per lo sviluppo, si sostenga l’impresa con tutto il suo know how e la sua vision imprenditoriale.

L’Italia presenta un tessuto economico costituito a stragrande maggioranza da piccole e micro imprese, se non addirittura, ancora oggi, dalle cosiddette imprese familiari ed imprese individuali. In un siffatto contesto, il fallimento delle piccole e micro imprese impoverisce la parte produttiva e creativa dell’economia.

Per fare un esempio, è come se nel corso di una guerra si difendessero i soldati ed i mezzi militari, auspicando (anzi, suggerendo) la morte delle popolazioni e la distruzione delle città, identificando nella incapacità di auto difesa il problema e, quindi, la causa del male e della guerra stessa.

Il ricorso al fallimento come strumento anche per aziende che abbiano viva, al loro interno, una vision, capacità e competenze, distrugge l’economia e la indebolisce, non la rigenera. Creare ex-novo costa molto più che rigenerare, se si valutano i costi complessivi e gli impatti sul sistema economico territoriale. Gli impatti sono drammatici se si considera il tessuto sociale e si analizzano i depauperamenti della cultura industriale che ha dato origine al vero Made in Italy.

Si adotta il più grave limite di molti imprenditori in fase attiva – “faccio e penso solo ed unicamente per me e per la mia azienda” – per dare vita ad un complessivo dissesto: “chiudo e non ci penso più, il problema diventa di altri”.

Se valutiamo l’elevato numero di fallimenti degli ultimi anni e lo stato dell’economia, anche territoriale, non possiamo che rilevare una decrescita, la perdita progressiva di competenze professionali, la situazione ormai insostenibile dei sistemi di welfare, ingenti perdite di incassi da parte dello stesso Stato e l’effetto domino per il quale il fallimento del debitore e di più debitori è insostenibile per il creditore che fallisce a sua volta. Tutto questo è collegato, concatenato; è indispensabile iniziare a fare analisi “laiche” ed oggettive.

La soluzione, l’unica soluzione, è rigenerare, fare sviluppo con e attraverso l’esistente. Occorre dare – se non, addirittura, imporre – metodo alle imprese, dotarle dei servizi e delle competenze manageriali di cui non possono disporre o non sanno disporre al proprio interno. Occorre ragionare in termini di futuro attivo e sviluppo, ponendo ed imponendo interventi metodologici e strutturali quale condizione per supporti anche economici. Occorre quindi passare anche per una riforma del diritto fallimentare, dando continuità alla responsabilità economica del debitore, così che, come nel diritto anglosassone, il debito non sia totalmente estinto con il fallimento.

“TOO USEFUL TO FAIL”, troppo utile e necessaria per fallire. 

Le componenti ci sono tutte ed esistono, dobbiamo coniugarle in modo differente e fattivo. Lo dobbiamo fare riacquisendo il senso del fallimento e, quindi, pendendo tutte le nostre energie per scongiurarlo. 

Fallire non è mai una soluzione, ma un’amara presa d’atto di una tragica sconfitta, quando si sia fatto, COLLETTIVAMENTE, tutto il possibile ed anche di più per scongiurarla.

Diritti Umani

Diritti Umani - ATLANTIS

L‘Amore non è violenza

 

di Serena Antoniazzi

 

La Giornata Internazionale per l‘eliminazione della violenza contro le Donne è una ricorrenza istituita dall‘Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. L‘Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG  ad organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno.

Questa data fu scelta in memoria del brutale assassinio avvenuto nel 1960 delle tre sorelle Mirabal considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leònidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Domenicana nell’arretratezza e nel caos per oltre trent’anni. Il 25 novembre 1960, infatti, le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in carcere, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Trascinate con la forza in un luogo nascosto, vennero torturate, massacrate a bastonate e strangolate. Per simulare un incidente, gettate in un precipizio. 

In Italia si è cominciato a celebrare questa giornata solo nel 2005, grazie ad iniziative partite da alcuni Centri antiviolenza e Case delle Donne. 

Secondo lo studio WHO 2013, il 35% delle donne ha subito violenza fisica e/o sessuale e, dato più allarmante, il 70% delle donne hanno subito violenza fisica e/o sessuale dal proprio partner.

Città tappezzate da cartelloni, locandine, slogan che condannano un fenomeno sempre più in crescita. Nel mese di novembre eventi di ogni genere, convegni, nastrini puntati al petto, fiumi di parole per condannare e  informare. Scarpe rosse disseminate su marciapiedi e strade. E poi, per gli altri undici mesi successivi, ce ne dimentichiamo ?

La famiglia è il primo luogo dove educazione, rispetto, tolleranza, ribellione dovrebbero essere insegnate ai figli, maschi o femmine che siano. In questo modo, chi assiste a violenza fisica o psicologica, imparerebbe a non accettarla e comincerebbe ad allontanare e, se necessario, emarginare quelle figure, anche famigliari, che la attuano. Chi la subisce, troverebbe appoggio dentro le mura domestiche dalla madre/padre, dalla sorella/fratello, dalla nonna/nonno. 

La vergogna di sentirsi “vittima responsabile” svanirebbe togliendo al carnefice il diritto di punire. Forza non solitudine, dove la mente cerca negli angoli più nascosti giustificazioni per quanto subito.

Il coraggio di dire basta non lo deve trovare soltanto chi subisce altrimenti ci saranno sempre abusi, sempre violenze, sempre vittime. Post su Facebook portano al suicidio  adolescenti prese di mira da piccole donne diaboliche. Ragazzi  trovano pace alla fine di un volo lanciandosi dalla terrazza di un palazzo dopo che hanno cercato di cancellare per l‘ennesima volta scritte sui bagni della scuola che  li degradano semplicemente perché amano “in maniera diversa”.

Anche il troppo amore a volte soffoca, non lo lascia respirare e le troppe attenzioni sgretolano la poca autostima rimasta perché vicende al di fuori della coppia hanno minato le fondamenta della persone. La paura spinge a difendersi e più ci si sente circondai di attenzioni che prima non si avevano, più ci si perde. Le domande escono dalla mente come formiche spaventate che escono dalla terra senza neanche sapere il perché. Difficile trovare il giusto equilibrio anche dentro un rapporto dove l’amore è sincero. 

Prima di  puntare il dito verso il marito, il compagno, il padre che uccide una Donna, dovremmo chiederci perché, pur sapendo, non abbiamo fatto nulla per evitarlo. Ora che la tragedia è compiuta ne siamo complici?

Sì, passivi spettatori che fanno finta di niente e aspettano che tutto si sistemi. Il 25 novembre dovrebbe essere celebrato ogni giorno dell‘anno. La violenza può essere debellata con l‘educazione e la gentilezza reciproca. Il rispetto non è una dote, ma un insegnamento che va trasmesso da madre in figlio, da padre in figlio e per farlo in maniera corretta lo si deve applicare per primi anche nell‘ambito lavorativo. Le quote rose non devono essere un obbligo, non devono essere una concessione di genere, ma una equa ripartizione dei ruoli per rendere il confronto nella politica, nella società, nell’amministrazione, completa e applicabile perché  nata da due punti di vista ben distinti che messi a confrontano portino al miglior risultato. 

Mi rendo conto da donna, che spesso attribuiamo ad un mondo maschilista le nostre di responsabilità. Noi siamo il focolare della casa, della famiglia. Siamo le prime educatrici, il punto fermo della società dove i figli diventeranno gli uomini e le donne di domani. Questo ruolo forse lo abbiamo dimenticato pensando che fosse poco importante, ma siamo proprio noi che nella maggior parte dei casi forniamo oltre alla nutrizione, anche il cibo per la mente ed è da qui che parte la prima e vera campagna contro gli errori e l’iniquità di ciò che si “prepara” per condividerlo a tavola.

Comunicazione

Comunicazione - ATLANTIS

 Tra le righe del mondo: parole disperse

 

di Riccardo Palemerini

 

“Ne uccide più la lingua che la spada”: un detto molto antico ci spiega come le conseguenze delle parole possano essere un’arma più devastante di quelle materiali. Il detto si riferisce alle parole pronunciate, non scritte, ovvero a quelle apparentemente più volatili, quelle che pensiamo, al bisogno, possano scomparire in un attimo ed essere sconfessate anche un istante dopo averle pronunciate.

La parola… “dare la propria parola”, era in origine l’attestazione più elevata dell’onore. “Dove regna l’onore la parola data sarà sempre sacra” declamava lo scrittore latino Pubilio Siro nel I secolo a.C..

 Ci sono stati tempi in cui un contratto si chiudeva “dando la propria parola”.

 Eppure ben prima, attorno al 460 a.C., il filosofo Empedocle da Agrigento aveva dato origine alla “retorica”, la cosiddetta “arte del discorso, del dire”.

 Dopo un pesante periodo di tirannia, nella città di Siracusa, ne corso della quale i tiranni che si erano succeduti (tre fratelli) avevano attuato numerosi espropri, molti cittadini ricorsero alla parola eloquente nei processi per rientrare in possesso dei beni confiscati.

 Nasce allora il “discorso sul discorso”, con lo scopo di persuadere.

 Oltre tre secoli dopo si ribadisce quindi l’importanza del valore della parola.

D’altra parte la “lingua biforcuta” che prende origine dal serpente biblico, evidenzia da subito il rischio legato a parole suadenti e mendaci. 

Nei nostri giorni assistiamo ad un fenomeno particolarmente singolare, fenomeno che riconosciamo facilmente (su scala internazionale) nel mondo della politica, ma che anche nella vita quotidiana possiamo riconoscere con disarmante frequenza.

 Si parla danneggiando se stessi, si usano parole che creano danno a chi le pronuncia.

 Non pensare alle conseguenze della parola pronunciata è costato caro a candidati per alte cariche istituzionali (anche le più alte) in molteplici nazioni. Non pesare l’impatto delle proprie dichiarazioni ha causato ingenti perdite finanziarie sui mercati.

 Il caso Brexit, in qualche modo, è diretta conseguenza di questo fenomeno: si promuove un’azione politica di protesta senza valutare che gli animi delle persone, sollecitate a manifestare in un momento storico molto pesante per le società della gente comune, erano ben disposte ad accogliere la provocazione. Ecco quindi come l’obiettivo di una sconfitta referendaria che fosse forte di un considerevole dissenso, diviene vittoria ed i “vincitori” abbandonano il ruolo di guida, incapaci di gestire le conseguenze delle proprie parole.

 Qualcosa di molto simile è accaduto, sostanzialmente, per quanto riguarda le elezioni negli Stati Uniti. Una campagna elettorale da molti definita di basso livello e povera di contenuti programmatici (quelli sui quali si dovrebbe sviluppare il confronto), nel corso della quale molte parole si sono rivelate dannose, se non letali, per chi le ha pronunciate (già fin dalle elezioni primarie).

 Riflettere, approfondire, pesare il significato delle parole ed anche le conseguenze che queste possono avere, è passaggio fondamentale in una società, intesa in senso generale, che cresce nel segno della globalizzazione, anche in termini di diffusione delle parole pronunciate stesse.

 Un paradosso autolesionistico, in cui le parole divengono spada proprio per chi le ha pronunciate, segno di tempi troppo spesso condotti con superficialità. Ci si nasconde dietro la velocità dei ritmi di vita, la diversità delle culture, l’incomprensione delle lingue, ma ci si arma e colpisce con le proprie parole.

 A proposito di parole: per chi ancora non fosse stato colto dalla curiosità di verificare l’origine del “detto” di apertura di questo articolo, si tratta del versetto 18 del capitolo 28 del libro del Siracide, uno dei quarantasei libri che compongono l’Antico Testamento della Bibbia. Un testo che appartiene alla tradizione cristiana (e non ebraica), scritto in ebraico attorno al 180 a.C.

 Per estensione, pur sintetica, riporto: “Chi dà retta alle chiacchiere non avrà più pace nemmeno in casa sua. Se una frusta ti colpisce, ti lascia il segno sulla pelle, ma se ti colpisce la lingua, ti spezza le ossa. La spada uccide tante persone, ma ne uccide più la lingua che la spada. Fortunato chi è al riparo dei suoi colpi e chi non ha provato il suo furore, chi non ha dovuto portare il giogo della lingua e non è mai stato legato con le sue catene."

Verba volant: le parole volano; attenzione a dove ricadono!

 

 

 

Cultura: Incontro a Venezia con Philip Rylands

Cultura: Incontro a Venezia con Philip Rylands - ATLANTIS

Peggy Guggeheim Collection: “Una realtà che guarda Verso l’Alto”  

 

 di Stefania Bozzo 

 

Peggy Guggenheim era veneziana. Almeno nell’anima. E la sua collezione a Palazzo Venier del Leoni ne è la riprova. La Collezione Peggy Guggenheim di Venezia non è un semplice museo, ma una dimensione dove si respira l’universo di Peggy. Uno spazio calibrato, intimo, vibrante, persuasivo, piacevole. Uno spazio che sembra aver stretto una forte alleanza con la celebre collezionista. Uno spazio che, ispessendo il tempo, crea un volume che non si dissolve; rimane indisturbato tra gli spazi del museo. Un tempo senza fine perché Peggy Guggenheim è lì. Perché Peggy Guggenheim è anche Venezia. Una osmosi che ha tutti i numeri di un successo. La Collezione Guggenheim è infatti il museo d’arte moderna più visitato della penisola e una delle attrattive turistiche principali di Venezia. Un brand policentrico e internazionale che vanta scelte strategiche vincenti, una collezione unica al mondo e tanta comunicazione. Una fama resa tale grazie anche alla guida del suo direttore, il londinese Philip Rylands (direttore della Guggenheim dal 2000, studioso ed estremo conoscitore della cultura Italia), che pur mantenendo solida la missione museale accetta sfide che guardano sempre in alto.

 

Come si spiega il grande successo della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia (che non sembra subire il peso della crisi economica/culturale)? Presenze rilevanti a Palazzo Venier dei Leoni; dopo Palazzo Ducale la medaglia d’argento sugli ingressi annuali spetta a voi.

La strategia della Fondazione è internazionale e policentrica. Un policentrismo di cui la stessa Peggy Guggenheim è stata pioniera, a sua insaputa. Ma tutto parte dal contenuto, dalla qualità della Collezione di Peggy Guggenheim. Qualità alimentata da una strategia attiva che fa tornare i visitatori, sia per ammirare nuovamente i capolavori di Peggy, sia per le novità che proponiamo. Molte sono le iniziative: mostre temporanee, programmi di formazione, laboratori per bambini. Una dicotomia molto forte tra permanente e temporaneo. Una dualità che si respira anche negli spazi museali, che si armonizzano tra interno ed esterno. Il giardino e le aree di relax riequilibrano il pathos della visita museale, creando un ambiente piacevolmente intimo, e facendo vivere un’esperienza completa e decisamente appagante. E poi c’è Peggy. La sua figura così carismatica si respira in tutto quello che oggi il Guggenheim rappresenta. Lei amava Venezia visceralmente.

 

Parlando tecnicamente dello spazio museale, la sua personale esperienza ha reso possibile la trasformazione della casa di Peggy Guggenheim in un museo. Ci può parlare di questa esperienza.

Effettivamente è stato un passaggio complicato. Una sfida. Si dovevano creare spazi museali e quindi la necessità di crescita anche delle metrature. Peggy divideva nettamente gli ambienti privati da quelli pubblici. Quando era in vita l’unico ambiente privato aperto al pubblico era la sala da pranzo. C’era tutto da progettare: la biglietteria, l’allestimento dell’ingresso, la gestione degli spazi… A partire dagli anni ottanta sono stati eseguiti molti lavori; tra cui ad esempio la creazione di un magazzino che accogliesse le opere, una struttura di protezione contro l’acqua alta e  l’impianto di climatizzazione (è stato difficile inserirlo nel poco spazio a disposizione).

 

La maggior parte delle opere presenti nel vostro museo sono opere d’arte moderna; il moderno vince sul contemporaneo, forse perché far conoscere il contemporaneo richiede tempistiche più lunghe.  I modernisti continuano ad attirare la curiosità delle persone…

È vero, i grandi nomi dell’arte moderna sono ancora i più ammirati.  Nella Collezione prevalgono le opere moderne rispetto a quelle contemporanee.  I dipinti e le sculture rappresentano le avanguardie del ‘900, espressioni artistiche compatibili con i gusti di Peggy Guggenheim. Magari in futuro una nuova sfida potrebbe essere proprio l’apertura di un museo d’arte contemporanea.

 

Lavorando in una fondazione privata ha potuto adottare il sistema tipicamente americano delle borse di studio, stagisti da altre nazioni giungono al museo ogni mese in gruppi che vengono istruiti a svolgere molte mansioni. Ci può dire i vantaggi di tale sistema?

Per il museo sicuramente l’entusiasmo. L’energia di questi stagisti è una ventata d’aria fresca. Un duplice vantaggio; loro infatti hanno la possibilità di svolgere diversi ruoli all’interno dell’organizzazione museale, una crescita personale e professionale. Un’esperienza che li porta a confrontarsi con vari aspetti pratici, che affrontano sempre con grande vivacità.  

 

La questione pubblico-privato nella cultura è spesso un tema spinoso. Voi attualmente siete totalmente indipendenti da aiuti pubblici o usufruite anche di contributi della Regione Veneto?

Noi a Venezia beneficiamo di sostegni a progetto da parte della Regione Veneto, che apprezza e sostiene alcune delle nostre iniziative. Il catalogo dell’attuale mostra dedicata a Tancredi è stato ad esempio finanziato dalla Regione, così come in parte ci hanno aiutato con il progetto “A scuola di Guggenheim”. E poi ci sono i nostri partner, le Intrapresæ Collezione Guggenheim, una ventina di aziende che sostengono con passione tutte le nostre iniziative. Il progetto Kids Creative Lab, promosso da noi insieme a OVS, ad esempio è un progetto educativo dedicato ai bambini delle scuole primarie d’Italia che ha avuto un enorme successo. Una iniziativa nata per stimolare la creatività dei bambini e favorire l’approccio a diverse discipline. La didattica, insieme ai progetti espositivi (e ovviamente alla conservazione), sono al centro della nostra missione.

 

Se il business guardasse di più alla cultura e viceversa crede che entrambe ne beneficerebbero?

Credo proprio di sì. Ritengo che lo scambio e la partecipazione tra business e cultura siano elementi positivi, dove entrambi ne beneficiano.  Business-cultura; un binomio sanissimo.

 

La Fondazione ha carattere internazionale e policentrico. A parte Venezia e New York, cosa ci può dire delle altre sedi? Ci sono novità all’orizzonte? Nuovi progetti?

La Fondazione sta intraprendendo sempre di più la “strada globale”, un’apertura sempre più marcata rispetto all’asse Europa-America del Nord. Uno sguardo verso le aree mondiali in forte crescita, anche culturale. Il Guggenheim Abu Dhabi è un museo, progettato da Frank Gehry, in fase di realizzazione. Un progetto importante. 30000 metri quadrati di museo sulla Saadiyat Island. La proprietà appartiene a una società degli Emirati, mentre la Fondazione Solomon R. Guggenheim si occuperà di costruire e dirigere il suo programma. Per quanto riguarda l’Europa, il Guggenheim Helsinki Museum, sarebbe un edificio frazionato in padiglioni collegati tra loro con una serie di piazze secondo il progetto “Art in the City”, vinto dallo studio francese Moreau Kusunoki. Il progetto, se realizzato, incoraggerà le persone a fluire verso un nuovo polo culturale della capitale finlandese. 

 

La Guggenheim è una realtà policentrica, anche l’Italia lo è nell’iniziativa culturale grazie al calendario di mostre in tante città medio-piccole (Padova, Bologna, Mantova, Ferrara…). Cosa pensa di questa “decentramento culturale” che caratterizza il nostro Paese?

Credo sia fantastico. È una delle caratteristiche culturali dell’Italia che apprezzo di più (che in Europa troviamo praticamente solo in qualche area della Germania). È l’evoluzione di una realtà fortemente regionalizzata. Un retaggio storico, un’eredità medievale. Le spinte delle identità locali hanno fatto sì che le cittadine italiane siano dei centri storico-culturali meravigliosi. E le mostre di qualità che possiamo ammirare in tante città medio-piccole, prevalentemente nell’Italia Settentrionale, ma non solo, sono l’attualizzazione e la continuità di uno spiccato gusto per l’arte e dell’iniziativa di tante realtà culturali importanti.

 

C’è un’opera qui a Palazzo Venier dei Leoni a cui Lei è più affezionato?

Questa è la domanda più difficile, ma se proprio dovessi scegliere… “Verso l’Alto” di Wassily Kandinsky. 

 

 

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