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4/2018

VIAGGIARE SICURI

VIAGGIARE SICURI - ATLANTIS

Consigli agli italiani 

in viaggio

 

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

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In questo numero

In questo numero - ATLANTIS

Serenella Antoniazzi

Coautrice di “ROSSO - Io non voglio fallire”, pièce teatrale in atto unico.

 

Luigi Bignotti

Giornalista.

 

Marco Bovo

Psicologo.

 

Francesca Cannataro

Giornalista.

 

Francesco Ippoliti

Generale dell’Esercito Italiano.

 

Domenico Letizia

Analista geopolitico per l’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale (IREPI).

 

Riccardo Palmerini

Coordinatore del Master in Tourismo in eredità religiose e di cultura presso ISSR "Santa Maria di Monte Berico” di Vicenza.  Visiting professor design e innovazione al IAE Toulouse Capitole 1. Fondatore e presidente dell'Associazione Culturale "La stanza delle idee" (Arte e Cultura per i Popoli); Membro professionale dell'Associazione Italiana Marketing e di American Marketing Association. Membro del comitato scientifico per lo sviluppo di programmi tra cultura e tecnologia per il Piano Strategico Metropolitano di Bologna. 

 

Nelly Pellin

Giornalista.

 

Stefania Schipani

Ricercatrice Istat. Laureata in Scienze Politiche indirizzo Internazionale. Specializzata in Economia ambientale, collabora con l’Università di Tor Vergata. È presidente del Centro Studi “Rifareleuropa” e vicepresidente di “Filitalia International”.

 

Alberto Scotti

Avvocato, Presidente Nazionale UNVS

 

Luca Tatarelli

Giornalista Direttore Responsabile della rivista on line www.reportdifesa.it.

 

Romano Toppan

Accademico.

 

Annalisa Triggiano

Ricercatrice.

 

Appuntamenti nel Mondo

Appuntamenti nel Mondo - ATLANTIS

Matera Capitale Europea della Cultura 

dal 1 gennaio

Inizia l’anno di Matera Capitale Europea della Cultura. La capitale europea della cultura è nata nel 1985 per promuovere la conoscenza del patrimonio storico-artistico e culturale dei Paesi membri dell’Ue. Ogni anno il titolo viene trasferito a due città di due Stati membri. Nel 2019, l’altro Paese che ospiterà una capitale della cultura sarà la Bulgaria.

 

Giorno della Memoria 

27 gennaio

Ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime dell’Olocausto. è stato così designato il 1º novembre 2005 dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005 durante la 42ª riunione plenaria.

 

Giornata Mondiale contro l’infibulazione 

e le mutilazioni genitali femminili 

6 febbraio

L’Organizzazione Mondiale della Sanità  ha stimato che siano già  state sottoposte alla pratica 130 milioni di donne nel mondo, e che 3 milioni di bambine siano a rischio ogni anno.

 

Giornata Mondiale 

delle Malattie Rare 

28 febbraio

Si celebra la giornata dedicata alle malattie rare. Si dice rara una patologia che non colpisce più dello 0.05%, quindi 5 casi su 10mila persone. In Italia, sono oltre due milioni, e il 70% è in età pediatrica, le persone colpite da queste malattie genetiche che si stima possano variare tra le 6 mila e le 8 mila. Molto spesso sono di tipo ereditario, possono essere diagnosticate nell’infanzia, ma molte hanno una lenta evoluzione e quindi la diagnosi avviene in presenza ormai di un danno multiorgano. Infatti, le malattie rare interessano tutte le diverse discipline, ma le competenze specifiche sono fondamentali nella gestione (diagnosi e assistenza clinica) di questi pazienti.

2019 Anno Internazionale delle Lingue Indigene

Le lingue svolgono un ruolo fondamentale nella quotidianità di tutte le persone, con le loro complicate conseguenze per l’identità, diversità culturale, integrazione sociale, comunicazione, educazione e sviluppo. Attraverso le lingue, le persone non solo integrano la loro storia, le tradizioni, il ricordo, gli stessi modi di pensare, intendere ed esprimersi, ma cosa più importante, costruiscono il loro futuro. Le lingue sono essenziali negli ambiti della tutela dei diritti umani, della costruzione della pace e dello sviluppo sostenibile, garantendo diversità culturale e dialogo interculturale. Tuttavia, a prescindere dal loro immenso valore, in tutto il mondo, le lingue continuano a scomparire ad un ritmo allarmante, a causa di diversi fattori. La maggior parte di queste sono lingue indigene.

 

Settimana contro il razzismo e la discriminazione razziale 

21-27 Marzo

La giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale viene celebrata ogni anno il 21 marzo.La data del 21 marzo è stata scelta per ricordare quando il 21 marzo del 1960, in Sudafrica, in pieno apartheid, la polizia ha aperto il fuoco su un gruppo di dimostranti di colore uccidendone sessantanove e ferendone 180. Questo, è tristemente ricordato come il massacro di Sharpeville.

 

Il Movimento del Sessantotto

Il Movimento   del Sessantotto - ATLANTIS

Il Movimento del Sessantotto

 

Sessantotto 

Movimento di protesta che nel 1967-68 coinvolse settori del mondo operaio e giovanile, specialmente studentesco, negli Stati Uniti e in molti paesi europei. Nato nel contesto della protesta contro l’intervento americano in Vietnam, fece proprie le istanze antiautoritarie ed egualitarie, rivendicando forme di democrazia diretta e di ‘partecipazione integrale’ alla vita politica, che, in assenza di riferimenti teorici alternativi, si concentrarono in una radicale critica delle istituzioni sociali (famiglia, scuola, lavoro). Le agitazioni, che culminarono nel cosiddetto maggio francese, mentre in Cecoslovacchia assumevano i tratti della contestazione antisovietica della Primavera di Praga, in altri paesi, quali l’Italia, si misurarono (1968-69) con le lotte del movimento operaio.

 

Contestazione 

Azione collettiva orientata alla critica, al dissenso o alla protesta nei confronti del sistema sociale e dei suoi valori costitutivi. I soggetti di c. sono i movimenti sociali, soprattutto giovanili e studenteschi, nati dall’aggregazione spontanea di individui che si riconoscono in una comune condizione esistenziale e si mobilitano in vista di obiettivi di mutamento della società. Questi fenomeni spesso traggono origine dall’attrito fra il carattere tendenzialmente repressivo di alcune istituzioni primarie (famiglia e scuola in primo luogo) e le dinamiche modernizzanti delle società sviluppate, per cui la carica di insofferenza e aggressività maturata nei rapporti privati e interfamiliari viene riversata sull’intero sistema sociale. Nel loro sviluppo storico gli episodi di c. si possono presentare come manifestazioni di devianza o varianza sociali, legati a particolari fenomeni di ribellismo giovanile oppure possono costituire fenomeni più ampi di c. globale, quando sono in grado di generare conflitti contro l’ordine sociale sotto l’influenza di ideologie totalizzanti e liberatrici. In questo caso, i conflitti che vengono innescati si caratterizzano essenzialmente per contenuti di polemica antiautoritaria, anticonsumistica, antirazionalista.

Il termine contestazione è comunemente utilizzato in senso rievocativo con riferimento ai fatti di c. giovanile e studentesca esplosa nelle università americane, durante i primi anni Sessanta del Novecento, e in seguito diffusa in Europa, dove assunse connotazioni più marcatamente politiche, in particolare dopo il 1968.

 

Il ’68 italiano

A differenza di quello francese, breve ma intenso, il movimento di protesta italiano fu più profondo e duraturo. Dalle università e dalle scuole superiori esso si diffuse nelle fabbriche, influenzando con i suoi valori tutta la società. 

Le basi della rivolta 

L’esplosione della protesta fu determinata da cause materiali e ideologiche; dalle disfunzioni della scuola, soprattutto delle università, inadeguate a sostenere la scolarizzazione di massa verificatasi in quegli anni, ma anche a interpretare le esigenze delle giovani generazioni (nel 1968 le università di Roma, Napoli e Bari avevano ripettivamente, 60 000, 50 000 e 30 000 studenti, mentre ognuna era stata costruita per accogliere poco più di cinquemila studenti). Molti giovani non condividevano i valori dominanti nell’Italia del “miracolo economico”: l’individualismo, l’esaltazione della famiglia, la corsa ai consumi. Nel 1967 don Lorenzo Milani, un prete cattolico del dissenso, pubblicò un libro che fece scalpore, Lettera a una professoressa, in cui gli studenti della scuola di Barbiana, in provincia di Firenze, documentavano i pregiu- dizi di classe del sistema educativo e il trionfo dell’individualismo nella nuova Italia. 

Nello stesso periodo si era manifestata una ripresa del pensiero marxista da parte di giovani intellettuali che si collocavano al di fuori dei partiti tradizionali della si- nistra e gravitavano intorno alle riviste «Quaderni rossi» e «Quaderni piacentini». Nell’insieme queste iniziative contribuirono a formare e diffondere tra i giovani un comune retroterra ideologico in cui i valori di solidarietà, azione collettiva, lotta all’ingiustizia sociale si contrapponevano all’individualismo e al consumismo del capitalismo maturo. 

Una posizione singolare assunse in questo contesto il poeta e scrittore Pier Paolo Pasolini (1922-1975), già autore di romanzi dedicati al mondo proletario delle borgate, come Ragazzi di vita, 1955 (La lotta del riccetto per la sopravvivenza, che aveva aderito al marxismo e al suo progetto di emancipazione dei ceti popolari, ma guardava con pessimismo ai cambiamenti della società italiana, alla “mutazione antropologica” indotta dai mass media, che minacciava di distruggere la varietà delle forme culturali e omologarle alla cultura dominante. A questa omologazione non sfuggivano a suo avviso neppure gli studenti che pure a parole, ma solo a parole a suo avviso, credevano di lottare per un mondo più autentico e giusto. Ciò spiega come durante la contestazione studentesca del 1968 Pasolini assunse una posizione che a molti parve inspiegabile, schierandosi pubblicamente contro gli studenti e a favore dei poliziotti, con la motivazione che questi appartenevano al ceto proletario, mentre gli studenti erano dei “figli di papà”, dei piccolo-borghesi. 

Le occupazioni delle università 

La prima università a essere occupata nell’autunno del 1967 fu quella di Trento, seguita poco dopo dalla Cattolica di Milano e dalla Facoltà di Lettere di Torino. Dal dicembre 1967 al febbraio 1968 si sollevarono le università di tutta Italia.

Dalle università il movimento uscì nelle strade, dando luogo a scontri di piazza con la polizia e a forme diverse di ribellione. Sotto accusa fu in prima istanza l’autoritarismo, con la richiesta di nuovi metodi didattici e di un diverso rapporto con i docenti; ma presto il rifiuto dell’autoritarismo fu esteso alla famiglia, della quale (dietro l’influenza degli scritti di Ronald David Laing e David Cooper) fu messo in evidenza il carattere oppressivo e alienante, e più in generale a tutte le gerarchie e ai centri di potere, cui veniva contrapposta la democrazia diretta: ogni decisione in seno al movimento doveva essere presa da assemblee di massa, essendo viste con sospetto le deleghe. 

L’orientamento ideologico e i valori del movimento studentesco.

Per quanto riguarda l’orientamento ideologico del movimento, in senso lato lo si può definire come marxista: L’uomo a una dimensione di Marcuse, gli scritti di Mao, i testi del giovane Marx furono tra i libri maggiormente letti in quel periodo, anche se più che il pensiero era l’azione ad attrarre gli studenti. Tanto più che ora incominciava a diffondersi anche in Italia l’esigenza di adeguare al nuovo spirito libertario anche i propri comportamenti privati, soprattutto per quanto riguarda la sfera dei rapporti affettivi e sentimentali. «I tabù che in Italia avevano circondato le pratiche sessuali furono sistematicamente infranti per la prima volta; la liberazione sessuale divenne allo stesso tempo un obiettivo del movimento e una delle sue regole» (P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi 1989, p. 414). 

Il 1968 fu dunque molto più di una protesta contro la disfunzione di scuola e università; fu un tentativo di rovesciare i valori dominanti in quegli anni. Tant’è che per realizzare il loro obiettivo gli studenti italiani cercarono di avere al proprio fianco la classe operaia e dalle università si spostarono nelle fabbriche. A partire di qui però il movimento perse il suo carattere spontaneo e libertario e si divise in tanti rivoli, in una serie considerevole di gruppi rivoluzionari antagonisti del Partito comunista (Servire il Popolo, Avanguardia operaia, Lotta continua, Potere operaio, il Manifesto), che rimasero attivi fino ai primi anni Settanta e poi scomparvero. 

 

Nicola Matteucci

Osservando l’evolversi del movimento studentesco, l’autore ebbe modo di individuare al suo interno due tendenze profondamente diverse: da un lato una tendenza volta a cambiare in modo profondo l’università e dall’altro lato una tendenza da parte del movimento studentesco a portare  in essere una vera e propria rivoluzione politica.

Al di là della illegittimità degli obiettivi perseguiti, Matteucci osservava come entrambi questi obiettivi implicassero la presenza di alleati politici dentro l’università e all’esterno di essa, alleati che non erano altro che il partito comunista e sindacati.

Tuttavia Matteucci ebbe modo di osservare, in modo disincantato ed insieme ironico, come il partito comunista non avesse alcuna intenzione di attuare alcuna rivoluzione né politica né  sociale.

L’unico scopo realmente perseguito era quello strumentale: il partito comunista si servì  della protesta studentesca allo scopo di conseguire un sostanziale rafforzamento elettorale.

Quanto poi alle proposte di riforma universitaria, formulate dal partito comunista italiano, queste apparivano all’autore inconciliabili e reciprocamente contraddittorie: un’università critica e aperta allo sviluppo scientifico mal si conciliava con un’università di massa.

Il potere studentesco dunque non era nient’altro che un modello di tipo romantico o al massimo una concezione priva di qualunque aggancio con la realtà.

Sotto il profilo squisitamente storico la crisi del ’68 era analoga a quella ottocentesca quando il marxismo fu in grado di diventare una organica visione del mondo alternativa rispetto al positivismo.

Tuttavia, al di là di questi raffronti di natura complessiva, il movimento  del ’68 presentava per l’autore un vero e  proprio irrazionalismo di massa soprattutto un irrazionalismo presente all’interno delle masse studentesche e in secondo luogo, sotto il profilo strettamente culturale, si faceva portavoce di un marxismo volgare che si traduceva nell’esaltazione della violenza fine a se stessa, in una vera e propria furia iconoclastica, in un velleitarismo utopistico.

Dietro il volto dei giovani antagonisti, Matteucci vedeva il signorino soddisfatto, il bimbo viziato  che voleva essere soddisfatto in tutti i suoi desideri.

Insomma, per Matteucci, libertà e autorità non solo non erano incompatibili ma erano complementari.

Allo scopo di meglio caratterizzare le modalità operative del movimento sessantottino, a partire dalla 1970, l’autore si servì di  un’espressione pregnante vale a dire quella di insorgenza populistica intendendo  un insieme di idee semplici ed insieme elementari in radicale opposizione alla tradizione politica e culturale, insorgenza caratterizzata da un profondo anti-intellettualismo  che si manifestava in un vero e proprio disprezzo verso la ragione critica, verso lo specialista in nome di passioni grossolanamente primitive ed elementari strumentalizzate da determinati partiti e sindacati.

Inoltre, l’insorgenza populistica, aveva determinato il nascere di una vera e propria zona grigia tra cultura cattolica e  comunista che ebbe modo di manifestarsi rispettivamente nella mistica del povero e nella mistica dell’operaio, le quali – coesistendo e manifestandosi in modo sinergico -conducevano rispettivamente da un lato fuori dal marxismo verso il sindacalismo rivoluzionario e  dall’altro lato verso un travisamento radicale del cristianesimo la cui finalità non era la trasformazione della società ma la salvezza dell’anima.

In altri termini, l’insorgenza populista era sostanzialmente antistoricista, di matrice volontaristica e aveva come finalità ultima il  collasso della  democrazia costituzionale. 

 

 

 

 

 

 

 

Malattie nel Mondo: MERS - Coronavirus

Malattie nel Mondo: MERS - Coronavirus - ATLANTIS

MERS - Coronavirus

Coronavirus - Nuovo Coronavirus della Sindrome Respiratoria del Medio-Oriente (Middle-East Respiratory Syndrome – MERS)

I coronavirus che infettano l’uomo fanno parte della famiglia delle Coronaviridae e devono il proprio nome al loro caratteristico aspetto “a corona”. Alla famiglia dei coronavirus appartiene il virus della SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome, Sindrome Respiratoria Acuta Grave), che nel 2003 causò circa 8000 casi ed 800 decessi in diversi paesi. Dal 2003, tranne sporadici casi acquisiti in laboratorio a seguito di esposizioni accidentali, non si sono più verificati nuovi casi di SARS nel mondo.

Nell’estate 2012 è comparso, nei paesi del Medio-Oriente, un nuovo Coronavirus altamente patogeno per l’uomo, che può causare una malattia chiamata Sindrome Respiratoria del Medio- Oriente (MERS, dall’inglese Middle-East Respiratory Syndrome). Questo virus viene chiamato MERS-CoV.

 

Che cos’è la MERS?

La MERS è una sindrome grave, che causa compromissione respiratoria, con frequente coinvolgimento renale e gastro-enterico. Ha causato la morte nel 35% circa dei casi finora registrati. A tutt’oggi (Settembre 2015) sono riportati circa 1500 casi nel mondo, tra cui più di 500 decessi. Il paese più colpito (con circa 1200 casi) è l’Arabia Saudita, ma altri casi sono stati riportati in altri paesi della penisola arabica e paesi limitrofi (Bahrain; Emirati Arabi Uniti; Giordania;Iran; Iraq; Israele; Kuwait; Libano; Oman; Qatar; Siria, Stato di Palestina; Yemen). Nel giugno-luglio 2015 un’epidemia si è sviluppata in Corea del Sud che è al momento terminata ed il paese non è adesso considerato a rischio. L’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) elenca tutti i casi segnalati e aggiorna il suo sito regolarmente: http://www.who.int/emergencies/mers-cov/en/

 

Come si trasmette?

Si ipotizza che un fattore di rischio per l’acquisizione della malattia sia il contatto stretto con le secrezioni respiratorie ed altri liquidi biologici di alcuni animali ammalati (in particolare cammelli e/o dromedari). Infatti, per alcuni casi umani, è stata dimostrata l’esposizione a cammelli e/o dromedari infetti. In assenza di contatti con questi animali, il rischio di acquisizione della malattia al di fuori dell’ospedale è estremamente bassa.

La grande maggioranza delle infezioni (più del 90%) è stata invece contratta in particolare in ambito ospedaliero, per trasmissione diretta da uomo ad uomo. Il virus, che è comunque estremamente poco trasmissibile da uomo ad uomo al di fuori dell’ospedale, risulta infattti maggiormente contagioso tra diversi pazienti e tra pazienti ed operatori sanitari.

Le modalità di trasmissione da uomo ad uomo in ambito ospedaliero sono: attraverso le secrezioni respiratorie (tosse, sternuti), attraverso il contatti diretto ed indiretto con secrezioni del paziente o oggetti contaminati con le secrezioni del paziente. Non è ancora chiaro se è possibile una trasmissione aerea propriamente detta (a distanza superiore ai 2 metri dal paziente fonte).

 

Quali sono i sintomi?

I sintomi più comuni riscontrati nei pazienti con CoV sono febbre, tosse, con evoluzione in sindrome respiratoria acuta (polmonite od insufficienza polmonare). Alcuni pazienti hanno avuto insufficienza renale. A volte sono presenti sintomi gastrointestinali, come la diarrea. Nelle persone con deficit immunitari, la malattia può avere una patologia atipica e più grave. Il periodo di incubazione è di circa 5-7 giorni, con un massimo di 14 giorni.

 

Chi è a rischio?

Il viaggiatore che visita i paesi della penisola arabica ha un rischio estremamente basso di contrarre la MERS, a meno che non frequenti strutture ospedaliere o che abbia contatti stretti con le secrezioni respiratorie o i prodotti derivati (latte non pastorizzato, carne poco cotta) di cammelli e/o dromedari.

In caso di comparsa di sintomi respiratori o gastro-enterici nei 14 giorni seguenti l’ultimo soggiorno nei paesi elencati, il paziente è invitato a rivolgersi al proprio medico facendo presente che ha effettuato il viaggio, e riferendo eventuali esposizioni a rischio.

 

Come si previene?

Non essendo ancora note con esattezza le modalità di trasmissione al di fuori degli ospedali, non è possibile dare consigli specifici sulla prevenzione dell’infezione. Si consiglia, sulla base delle attuali conoscenze, di evitare il contatto diretto con le secrezioni respiratorie o i prodotti derivati (latte non pastorizzato, carne poco cotta) di alcuni animali (cammelli e/o dromedari).

In generale, per le affezioni provocate dai coronavirus valgono gli stessi comportamenti preventivi di tutte le infezioni respiratorie: 

- Evitare i luoghi molto affollati,    

- Lavare spesso le mani,

- Non portare le mani (non lavate) al naso o alla bocca.

- Altre misure preventive generali sono: evitare carne cruda o poco cotta, frutta o verdura non lavate e bevande non imbottigliate. 

- Se ci si ammala durante il viaggio, si devono applicare i corretti comportamenti di “igiene delle vie respiratorie”, come starnutire o tossire in un fazzoletto, utilizzare una mascherina e gettare i fazzoletti utilizzati in un cestino, lavare spesso le mani con acqua e sapone o con soluzioni alcoliche.

 

Non è attualmente disponibile il vaccino.

Come si cura?

Non esiste un trattamento antivirale specifico per la MERS. Il trattamento farmacologico e di supporto si basa sulla condizione clinica del paziente.

Misure di sanità pubblica internazionale

Dopo l’identificazione del MERS-CoV, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e il Centro europeo per la  prevenzione e controllo delle malattie (ECDC) hanno messo in atto una attività di sorveglianza  internazionale per individuare i  possibili casi e approfondire le conoscenze sul virus. 

L’Oms fornisce regolarmente alle  autorità sanitarie degli Stati membri informazioni dettagliate e raccomandazioni per il monitoraggio e la sorveglianza. In Italia, è attiva una rete di sorveglianza delle infezioni respiratorie acute gravi e da maggio 2013 anche una sorveglianza specifica  per i casi possibili di MERS. La situazione è costantemente monitorata dal Ministero della Salute, che è in continuo contatto con l’OMS e l’ECDC, e pubblica tempestivamente ogni nuovo aggiornamento sul suo Portale.

REPORT DIFESA: Artiglieria, alla scoperta dell’Arma Dotta

REPORT DIFESA: Artiglieria, alla scoperta dell’Arma Dotta - ATLANTIS

Reportage Artiglieria, alla scoperta dell’”Arma Dotta” dell’Esercito Italiano

 

Bracciano (Roma). Una storia nata il 1° luglio 1888, quando viene costituita a Nettuno (Roma) la Scuola Centrale di Tiro di Artiglieria e la Scuola Centrale di Artiglieria da Fortezza che fu istituita a Bracciano (Roma) qualche anno dopo e dove già era presente un poligono di tiro.

Entrambe le scuole fecero un percorso formativo diverso fino a quando, nel corso della I Guerra Mondiale, si dette all’Arma di Artiglieria quel valore che fece contraddistinguere i suoi uomini in tutte le battaglie. La più decisiva quella di Vittorio Veneto. 

Stiamo parlando dell’ultimo scontro armato tra Italia e l’Impero austro-ungarico che avvenne tra il 24 ottobre e il 3 novembre 1918 nella zona tra Vittorio Veneto e le Alpi Giulie e seguì di pochi mesi la grande offensiva della battaglia del Solstizio che si infranse contro la linea del Piave e da cui l’Esercito austriaco uscì quasi distrutto.

Nel 1925 le due Scuole Centrali di Artiglieria si fusero in un unico istituto che fu aperto a Civitavecchia (Roma) e che prese il nome di “Scuola Centrale di Artiglieria”.

A pochi giorni dalla fine della II Guerra Mondiale, il 10 aprile 1945, il 52° Reggimento Artiglieria “Piceno” che era da poco stato trasferito a Bracciano prese la denominazione di “Reggimento Addestrativo di Artiglieria”. Da qui il 15 gennaio 1946 nacque la Scuola di Artiglieria.

Cinque anni dopo, la stessa Scuola creò una specialità, costituendo un Reparto di Aviazione Leggera dell’Esercito che poi fu trasferito a Viterbo e da cui furono fondate le basi dell’Aviazione della Forza Armata.

Il 2 maggio 1976, a Bracciano, fu istituito il 1° Gruppo “Cacciatori delle Alpi” che riportava alal memoria le tradizioni di quel Reparto di volontari affidato a Giuseppe Garibaldi e che aveva il compito di penetrare nel territorio Lombardo-Veneto per liberarlo, molestando il lato destro dell’Armata austriaca es accendendo il sentimento patriottico delle popolazioni in modo da incoraggiare l’afflusso di nuovi volontari.

Nello stesso anno fu istituito anche il 1° Gruppo “Gran Sasso”.

Erano entrambe pedine operative della Scuola che furono affiancate ad un gruppo di allievi ufficiali di complemento (AUC)  che addestrarono ufficiali e sottufficiali.

Il 12 novembre 1999, il 1° Gruppo “Cacciatori delle Alpi” fu soppresso e la sua Bandiera fu consegnata al Sacrario delle Bandiere nell’Altare della Patria a Roma.

Il 1° ottobre 2010 fu costituito, a Bracciano, unendo la Scuola e la Brigata di Artiglieria, il Comando di Artiglieria (COMART), il quale ha ereditato le rispettive competenze addestrative-formative ed operative. 

Al comando dell’Artiglieria ed Ispettore dell’Arma di Artiglieria c’è il Generale di Brigata, Fabio Giambartolomei.

La Bandiera di guerra dell’Arma di Artiglieria è insignita di: 1 Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, di 3 Medaglie d’Oro al Valore Militare, di 1 Medaglia d’Argento al Valor Militare e di 1 di bronzo sempre al Valor Militare. Il Comandante dell’Artiglieria ne è il custode dal 4 novembre 1947.

 

L’ARTIGLIERIA DEGLI ANNI 2000

Oggi, il Comando dell’Artiglieria  è alle dipendenze del COMFOTER Supporti. Enuclea un Posto Comando Brigata di Artiglieria sotto OPCOM del Comando di Solbiate Olona (Varese) NRDC-ITA (in Operazioni). Fornisce poi augmentees per il JFSE del livello Corpo d’Armata e Divisione nell’ipotesi di impiego in uno scenario MJO+ (Major Joint Operations+).

Il Comando deve anche consentire il raggiungimento della piena operatività di unità di artiglieria terrestre nell’ambito delle operazioni “Full spectrum”, migliorando le capacità del personale di operare a fianco di quelle di manovra. Deve migliorare ed adattare le strutture del comando e le procedure per essere in grado di schierare un Posto comando di Artiglieria di Brigata/”core staff element” in accordo con i requisiti nazionali e NATO.

Deve guidare e migliorare le capacità del Centro Fires, Targeting e Info- Ops dell’Esercito nel rispetto degli impegni nazionali ed internazionali e deve assicurare la coordinating authority per il bacino JTAC e Laser Operator di Forza Armata (forze convenzionali).

Inoltre, il Comando formula indirizzi per qualificare, specializzare, aggiornare il personale dell’Arma di Artiglieria e di verificare la rispondenza dei cicli didattico-formativi fissati dallo Stato Maggiore dell’Esercito con le esigenze del comandante delle Forze Operative Terrestri. 

Il Comando di Bracciano studia, sperimenta e sviluppa mezzi e materiali di artiglieria, oltre ad elaborare e aggiornare la dottrina d’impiego e dei procedimenti tecnico-tattici delle unità di artiglieria e della relativa normativa.

Inoltre, prevede l’approntamento e l’addestramento delle proprie unità ed alla pianificazione operativa di competenza ed all’organizzazione delle valutazioni delle stesse unità.

Enuclea, nel corso di operazioni o di esercitazioni, un Comando/Staff specialistico alle dipendenze di un Comando sovraordinato, inquadrando le proprie unità o parte di esse. 

 

I REPARTI DIPENDENTI 

DEL COMANDO ARTIGLIERIA

Sono quattro i Reparti dipendenti dal Comando Artiglieria di Bracciano.

 

5° REGGIMENTO ARTIGLIERIA TERRESTRE (IRZ) “SUPERGA”

Il ha sede a Portogruaro (Venezia). E’ il Reggimento di artiglieria più antico d’Italia. Le sue origini sono del 1743, quando fu fondato il Regio Reggimento di artiglieria che fu poi divenne il “Corpo Reale Artiglieria”.

Il 1° dicembre 2001 la sede del Reggimento fu spostata da Udine a Portogruaro, assumendo il nome di 5 ° Reggimento Artiglieria Terrestre Lanciarazzi “Superga”.

E’ dotata di un moderno sistema d’arma capace di fornire un grande supporto di fuoco di estrema potenza e precisione. E’ in grado di raggiungere lunghe gittate rispetto alle altre artiglierie dello strumento militare italiano.

 

7° REGGIMENTO DIFESA NBC “CREMONA”

L’attuale 7° Reggimento “Cremona” ha origine dal 7° Reggimento artiglieria, costituito il 17 giugno 1860 a Modena con la fusione di 12 batterie piemontesi, toscane ed emiliane. Partecipò alla 3^ guerra d’Indipendenza e nel 1870 fece parte del Corpo di spedizione per la presa di Roma combattendo a Porta Pia.

Durante la 1^ Guerra Mondiale, fu impiegato sul Carso a Tolmino, sul Sabotino a Gorizia, sul Vodice, sul Grappa, sul Montello ed a Vittorio Veneto.

Partecipò alla campagna d’Etiopia dove meritò una Croce di Guerra al Valor militare.

La 2^ guerra mondiale lo vide schierato, dapprima alla frontiera francese e poi in Corsica.

Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla Guerra di liberazione inquadrato nel gruppo di combattimento Cremona meritando la medaglia di Bronzo al Valor Militare.

Il 26 giugno 1945 fu trasferito definitivamente in Piemonte.

Il 30 ottobre 1975, a seguito dei provvedimenti di ristrutturazione dell’Esercito, divenne 7° Gruppo artiglieria da campagna “Adria”, inquadrato nella Brigata Motorizzata “Cremona”. 

Nel 1992, assunse nuovamente l’ordinamento reggimentale riprendendo la denominazione di “Cremona”. 

Il 21 settembre 1995, infine, a seguito della nuova ristrutturazione dell’Esercito, il 7° Reggimento venne trasferito a Civitavecchia, presso la caserma “Piave”, nei ranghi della Brigata meccanizzata “Granatieri di Sardegna”.

Dal 1° dicembre 1997, in attuazione dei provvedimenti ordinativi e strutturali della Forza Armata, il Reggimento, sostituito dal 33° già della Brigata “Acqui”, lasciòla Brigata “Granatieri di Sardegna” e venne Inquadrato nel Raggruppamento Artiglieria.

Dal 31 dicembre 1998, l’Unità si riconfigurò in 7° rRggimento Difesa NBC “Cremona” di stanza a Civitavecchia.

E’ l’unico Reggimento dell’Esercito che, in un Teatro Operativo, può effettuare attività di Detection, Identification & Monitoring (DIM) per rispondere agli attacchi o rilasci accidentali chimici, biologici, radiologici e nucleari (CBRN). Può garantire il concorso con le Forze di Polizia e di quelle del Pubblico Soccorso con un’attività di prevenzione, monitoraggio ambientale e bonifica da ordigni CBRN nel caso si registrino azioni sul nostro territorio nazionale come attacchi terroristici, incidenti centrali nucleari, smaltimento abusivo di rifiuti tossici ed altro ancora. 

 

52° REGGIMENTO ARTIGLIERIA TERRESTRE “TORINO”

Il Reggimento nacque nel giugno 1916 a Napoli dal Deposito del 24° Reggimento Artiglieria da Campagna e con il concorso del 8°, 14°, 27° e 2° Reggimento. Il 52° Reggimento Artiglieria da Campagna fu impiegato fra il 1916 ed il 1917 sulla Bainsizza e sul Piave, quindi fu sciolto a dicembre 1918.

Divenne nuovamente operativo fra il 1935 ed il 1936 e venne stabilmente ricostituito il 1° ottobre 1938 a Civitavecchia (Roma) con Gruppi del 1° e del 13° Reggimento.

Assegnato alla Divisione “Torino” ne assunse il nominativo e, con essa, dopo il breve ciclo operativo sulle Alpi occidentali, i suoi soldati partono per la Russia inquadrati nel Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), poi trasformato in Armata (ARMIR).

Venne decorato di una Medaglia d’oro e di una di bronzo al Valore Militare.

Ridotto al 10% degli effettivi, distrutti i pezzi che non poteva più portare con sè, il Reggimento combattè come unità di fanteria durante il tragico ripiegamento dall’ansa del Don. Rimpatriato fu ciolto il 31 maggio 1943 ed il suo nome passò al 159° Reggimento Artiglieria della Divisione “Veneto” che si scioglierà qualche mese dopo nel Goriziano a seguito dell’Armistizio.

Ricostituito il 1° gennaio 1947 ad Acqui (Alessandria) come Reggimento controcarri per la Divisione “Cremona”, cambiò denominazione in Reggimento da campagna controcarri nel 1948 e quindi da campagna nel 1951. 

Trasferito ad Alessandria, passò nella specialità pesante nel 1953, allineando ben cinque gruppi armati con i pezzi da 155/45 e 203/25.

Nel 1975 avvenne la ristrutturazione ed il Reggimento fu sciolto tanto che il nome passò al I Gruppo che divenne 52° Gruppo Artiglieria da Campagna “Venaria” per la Brigata Meccanizzata “Brescia”.

Trasferito dal 1° marzo 1991 alla Brigata meccanizzata “Legnano” con il materiale semovente da 155/23 M109G, si riarticolò in 52° Reggimento Artiglieria da Campagna Semovente “Venaria” che il successivo 1° agosto 1992 divenne 52° Reggimento Artiglieria da Campagna Semovente “Torino”.

Riarmato con i moderni M109 da Brescia fu spostato a Vercelli dove subentrò al 131° nei ranghi della Brigata “Centauro”.

Alla soppressione dell’8° Reggimento da campagna semovente il 52° fu messo alle dipendenze della Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli” che lasciò nel 2005 per passare alla Brigata Artiglieria. 

L’8 settembre 2016, il 52° Reggimento da Vercelli fu di nuovo spostato a Bracciano. 

 

REGGIMENTO ADDESTRAMENTO

Tra i corsi che vengono tenuti a Bracciano  ci sono:

FIRE SUPPORT COORDINATOR 

AND TARGETING 

TACTICAL INFO OPS STAFF PLANNING 

LASER OPERATOR IN SUPPORT OF JTAC 

OPERATORE E AMMINISTRATORE SIF 

PRE-JTAC (JOINT TERMINAL ATTACK CONTROLLER) 

AEROCOOPERAZIONE PER OSSERVATORI FUOCO DI SUPPORTO 

TECNICO APPLICATIVO PER UFFICIALI RUOLI NORNALI E RUOLI SPECIALI 

AGGIORNAMENTO PER COMANDANTE DI BATTERIA, CAPO CENTRO OPERATIVO, CAPO CENTRO SPT. TECN. 

SPECIALIZZAZIONE PER MARESCIALLI 

ED ALLIEVI SERGENTI 

RIQUALIFICAZIONE/SPECIALIZZAZIONE PER VSP/VFP4 

MEZZI E MATERIALI D’ARTIGLIERIA (PZH2000, FH/70, 105/14, RANGER, ICARO, SIGMA30) 

GUIDA MEZZI SPECIALI E SEMOVENTI 

OSSERVATORE FUOCO TERRESTRE 

DI SUPPORTO PER TACP/JTAC

 

Il Reggimento è, dunque, che l’unità che si occupa della qualificazione, specializzazione, aggiornamento del personale dell’Arma d’Artiglieria. 

Ne fanno parte tecnici altamente specializzati, qualificati sia sui sistemi d’arma in dotazione alle unità di artiglieria nazionale sia sui sensori impiegati sull’osservazione del tiro di artiglieria e del campo di battaglia.

 

I SISTEMI D’ARMA IN DOTAZIONE

Tra i sistemi d’arma utilizzati dagli artiglieri ci sono il mortaio da 120 mm THOMPSON. Si tratta di un’arma di appoggio a tiro curvo, può essere aviolanciabile ed elitrasportabile. Ha una bocca da fuoco ad anima rigata. 

Si tratta di caratteristiche che gli conferiscono un’elevata mobilità ed una capacità di rapido schieramento sul campo di battaglia. 

Oggi è in dotazione del 185° Reggimento Artiglieria Paracadutisti “Folgore” oltre che di altre unità di Fanteria. 

 

 

Il PZH 2000 è un obice semovente da 155/52 caratterizzato da un’elevata mobilità e protezione. Per il suo elevato livello di automazione è in grado di emettere una notevole potenza di fuoco con un’elevata precisione. Ha in dotazione un sistema GPS ed inerziale che permettere di determinare la posizione dell’obice con notevole precisione.

 

L’Obice FH-70 155/39 è trainato meccanicamente ed è in dotazione ai Reggimenti di artiglieria. 

E’ interessato ad un piano di ammodernamento a cura dell’industria della difesa. Sarà sostituito il motore ausiliario e l’obice sarà dotato anche di un sistema di puntamento automatizzato. 

Infine c’è il MLRS (Multiple Launch Rocket System). Si tratta di un sistema d’arma in grado di lanciare munizioni di precisione a guida inerziale e GPS in profondità fino a distanze di circa 100 chilometri.

Questo sistema è in grado di ingaggiare, tempestivamente, obiettivi di varie dimensioni e natura. Garantisce un elevato grado di precisione, minima il rischio di danni collaterali anche in ambiente urbano ed in aree congestionate. 

 

REPORT DIFESA: La politica energetica europea

REPORT DIFESA: La politica energetica europea - ATLANTIS

La politica 

energetica europea

 

Bruxelles. L’Europa si trova di fronte a numerose sfide nel settore dell’energia, quali la crescente dipendenza dalle importazioni, la diversificazione limitata, i prezzi elevati e volatili dell’energia, l’aumento della domanda di energia a livello mondiale, i rischi per la sicurezza nei paesi di produzione e di transito, le crescenti minacce poste dai cambiamenti climatici, la lentezza dei progressi nel settore dell’efficienza energetica, le sfide poste dall’aumento della quota delle fonti energetiche rinnovabili, nonché la necessità di una maggiore trasparenza, di un'ulteriore integrazione e interconnessione dei mercati energetici. 

L’articolo 194 TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) rende alcuni settori della politica energetica materia di competenza concorrente, segnando un passo avanti verso una politica energetica comune. Ogni Stato membro mantiene tuttavia il diritto di “determinare le condizioni di utilizzo delle sue fonti energetiche, la scelta tra varie fonti energetiche e la struttura generale del suo   approvvigionamento energetico” (articolo 194, paragrafo 2).

Nell’ambito di questa norma programmatica e dunque necessariamente astratta, vi sono poi determinazioni concrete. In primo luogo, nella “Strategia Europea di Sicurezza Energetica” sono descritte le azioni a medio termine che dovrebbero essere poste in essere per rendere l’UE sicura dal punto di vista energetico (si tratta, nel dettaglio, della COM 2014 330 final del 28 maggio 2014)

Il programma politico attuale è determinato in base alla politica climatica ed energetica integrata globale adottata dal Consiglio europeo il 24 ottobre 2014, che prevede il raggiungimento dei seguenti obiettivi entro il 2030:

- una riduzione pari almeno al 40 % delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990

- un aumento fino al 27 % della quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo energetico

- un miglioramento dell'efficienza energetica mirato a raggiungere almeno il 30 %

- uno sviluppo pari ad almeno il 15 % dell'interconnessione elettrica.

Il 30 novembre 2016 la Commissione ha presentato il pacchetto di proposte “Energia pulita per tutti gli europei” (COM 2016 860), teso a mantenere la competitività dell'Unione europea a fronte dei cambiamenti apportati ai mercati mondiali dell'energia dalla transizione verso l'energia pulita. 

Il pacchetto comprende otto proposte legislative che riguardano: la governance, l'assetto del mercato dell'energia (direttiva sull'energia elettrica, regolamento sull'energia elettrica e regolamento sulla preparazione ai rischi), l'efficienza energetica, la prestazione energetica nell'edilizia, le energie rinnovabili e le norme per l'Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell'energia.

La proposta in materia di governance (COM 2016 0759) mira a stabilire un quadro che garantisca l’attuazione degli obiettivi generali e specifici dell’UE fino al 2030 relativamente alla diffusione delle fonti energetiche rinnovabili, al miglioramento dell’efficienza energetica, al potenziamento delle interconnessioni e alla riduzione delle emissioni di gas serra.

Tra i compiti dell’Unione Europea rientra - sempre sotto il profilo generale - anche quello di promuovere l’efficienza energetica. 

In quest’ambito, il fondamento della politica dell’UE in materia di efficienza energetica è costituito dalla direttiva 2012/27/UE, del 25 ottobre 2012, sull'efficienza energetica, che mira a rimettere gli Stati membri in condizione di raggiungere gli obiettivi per il 2020. Nel novembre 2016 la Commissione ha proposto la revisione della direttiva 2012/27/UE (COM 2016 0761 e COM 2016 0765), per potenziare la prestazioni energetiche dei nuovi edifici, sveltire la ristrutturazione degli edifici già esistenti per diminuirne il consumo energetico, nonché sfruttare al meglio l'enorme potenziale dei miglioramenti in termini di efficienza energetica nel settore dell'edilizia (sull'efficienza energetica).

Ancora, un’altra delle priorità concordate in occasione del Consiglio europeo nel maggio 2013 è stata  quella di intensificare la diversificazione dell'approvvigionamento energetico dell'UE e sviluppare risorse energetiche locali per garantire la sicurezza dell'approvvigionamento e ridurre la dipendenza energetica esterna. 

Per quanto riguarda le fonti di energia rinnovabili, la direttiva 2009/28/CE del 23 aprile 2009 ha introdotto un obiettivo del 20% da conseguire entro il 2020, mentre la Commissione ha indicato un obiettivo pari almeno al 27% entro il 2030 nella sua proposta di revisione della direttiva sulla promozione delle energie rinnovabili.

L’Unione ambisce anche a rafforzare le relazioni esterne nel settore dell’energia: la comunicazione della Commissione intitolata “Sulla sicurezza dell'approvvigionamento energetico e la cooperazione internazionale - La politica energetica dell'UE: un impegno con i partner al di là delle nostre frontiere è stata adottata il 7 settembre 2011 con l'obiettivo di promuovere una maggiore collaborazione transfrontaliera dell'UE con i Paesi limitrofi e di creare una zona di regolamentazione più ampia mediante un regolare scambio di informazioni in merito agli accordi intergovernativi e una collaborazione nei settori della concorrenza, della sicurezza, dell'accesso alla rete e della sicurezza dell'approvvigionamento. 

Su tale base, il 25 ottobre 2012 è stata adottata la decisione che istituisce un meccanismo per lo scambio di informazioni riguardo ad accordi intergovernativi fra Stati membri e paesi terzi nel settore dell'energia.

Il miglioramento della sicurezza dell’approvvigionamento energetico passa, inevitabilmente, attraverso il monitoraggio del mercato del gas e del petrolio. garantire che siano effettuate valutazioni del rischio e che siano sviluppati adeguati piani d'azione preventivi e piani di emergenza. 

Il regolamento (UE) n. 994/2010 concernente misure volte a garantire la sicurezza dell'approvvigionamento di gas è stato adottato il 20 ottobre 2010 con l'obiettivo di rafforzare i meccanismi di prevenzione e quelli anticrisi. 

La direttiva 2009/119/CE stabilisce l'obbligo per gli Stati membri di mantenere un livello minimo di scorte di petrolio, corrispondente a 90 giorni di importazioni nette giornaliere medie oppure a 61 giorni di consumo interno giornaliero medio, a seconda di quale dei due tipi di riserva risulti quantitativamente maggiore. 

La Commissione ha recentemente proposto di ampliare il campo di applicazione della direttiva 2009/73/CE (direttiva sul gas) ai gasdotti da e verso i paesi terzi, compresi i gasdotti esistenti e quelli futuri. In risposta alla crisi in Ucraina, il regolamento 2017/1938 dispone un rafforzamento della cooperazione regionale, piani d'azione preventivi e di emergenza a livello regionale e un meccanismo di solidarietà per garantire la sicurezza dell'approvvigionamento di gas.

Il piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (piano SET), adottato dalla Commissione il 22 novembre 2007, si propone di accelerare l'introduzione sul mercato nonché l'adozione di tecnologie energetiche efficienti e a basse emissioni di carbonio. 

Il piano promuove misure volte ad aiutare l'UE a sviluppare le tecnologie necessarie a perseguire i suoi obiettivi politici e, al tempo stesso, ad assicurare che le imprese dell'Unione possano beneficiare delle opportunità derivanti da un nuovo approccio all'energia. La comunicazione della Commissione [C(2015) 6317] dal titolo “Verso un piano strategico integrato per le tecnologie energetiche (Piano SET): accelerare la trasformazione del sistema energetico europeo” ha valutato l’attuazione del Piano stesso ed ha concluso che è opportuno realizzare 10 azioni per accelerare la trasformazione del sistema energetico e generare posti di lavoro e crescita.

Il Parlamento Europeo sostiene, inoltre, la diversificazione delle fonti energetiche e delle rotte d approvvigionamento, nonché l'importanza di sviluppare interconnessioni del gas e dell'energia attraverso l'Europa centrale e sudorientale lungo l'asse Nord-Sud, mediante la creazione di nuove interconnessioni, la diversificazione dei terminali del gas naturale liquefatto e lo sviluppo di gasdotti, aprendo in tal modo il mercato interno. 

Alla luce della crescente dipendenza dell’Unione europea dai combustibili fossili, il Parlamento ha accolto favorevolmente il Piano SET, con la convinzione che esso avrebbe contribuito in maniera determinante alla sostenibilità e alla sicurezza dell'approvvigionamento e sarebbe stato indispensabile per il conseguimento degli obiettivi dell'UE in materia di energia e di clima per il 2030. 

Inoltre, sempre il Parlamento di Strasburgo, attraverso varie Risoluzioni che in questa sede richiameremo sinteticamente, ha espresso il proprio sostegno alle misure proposte dalla Commissione nel Pacchetto sull'Energia pulita per gli europei. 

Vale la pena, in tal senso, ricordare la Risoluzione del 6 febbraio 2018, con la quale il Parlamento Europeo ha adottato un serie di raccomandazioni non legislative formulate dalla commissione per l'industria, la ricerca e l'energia volte a incentivare l'innovazione energetica migliorando la partecipazione attiva dei cittadini ed eseguendo una pianificazione di lungo termine per l'assegnazione delle risorse. 

Ancora, il 17 gennaio 2018 il Parlamento ha fissato nuovi obiettivi vincolanti in materia di efficienza energetica ed utilizzo di energie rinnovabili da conseguire entro il 2030. I deputati hanno espresso il loro sostegno a favore della riduzione del 40 % del consumo di energia dell'Unione entro il 2030 e dell'obiettivo di una quota di energia da fonti rinnovabili pari ad almeno il 35 %.

Al di là degli obiettivi, tuttavia, molti analisti concordano sul fatto che lo stato dell’indipendenza e della sicurezza energetica europea sia destinato a peggiorare,  a causa della prevista diminuzione della capacità produttiva comunitaria, con risorse in via di esaurimento. Rinforzare l’indipendenza energetica europea significa, innanzitutto, per molti Paesi europei, rendersi indipendenti da Mosca. La Polonia sta tentando di farlo: è recente l’annuncio di un accordo con gli USA per la fornitura di GNL. L’accordo sarà valido dal 2022 per 24 anni e secondo le dichiarazioni rilasciate dal CEO di PGNiG, azienda O&G polacca di proprietà pubblica, il prezzo di importazione del gas USA sarà del 20/30% più economico di quello importato dalla Russia.

Quale, in questo scenario, il possibile ruolo dell’Italia? Il nostro Paese è un (forte) importatore netto di gas e la dipendenza energetica a cui sopra accennavo è, nello specifico, la più alta mai raggiunta nell’ultimo decennio. 

Il gas rappresenta la principale fonte impiegata per la copertura della domanda energetica nazionale. Naturale che una situazione del genere possa diventare, in termini economici e strategici, problematica. 

Nei primi nove mesi del 2018, l’Italia ha addirittura superato la Turchia nelle forniture di gas dalla Russia. E se questo fa riflettere sui buoni rapporti tra Italia e Russia, non risolve il problema della dipendenza, poiché Mosca copre il 40% del fabbisogno nazionale, l’Algeria il 25% e la Libia il 6%. Dal Qatar arriva, invece, gran parte del gas naturale liquido. 

Il 10 novembre 2017 il Governo italiano ha firmato il decreto di adozione della Strategia Energetica Nazionale 2017 (SEN), in cui sono descritti gli obiettivi programmatici della politica energetica del Paese fino al 2030. In sintesi, nel documento si auspica un allineamento dei prezzi energetici italiani a quelli europei; una de-carbonizzazione del sistema energetico nazionale, in linea con gli obiettivi di lungo termine fissati nell’Accordo di Parigi. Un impegno rigoroso nel migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento e delle forniture dei prodotti energetici dall’estero.

Tra i partner europei, l’Italia gode di un vantaggio geo-politico non indifferente: se è vero che la Strategia Europea di Sicurezza energetica prevede anche la creazione di un hub gasiero, nell’Europa meridionale, è altrettanto vero che l’Italia potrebbe legittimamente mostrare l’ambizione di ricoprire tale ruolo. 

Ciò permetterebbe in primo luogo di allineare i costi energetici italiani a quelli europei. Ma la scelta dell’Italia come hub europeo meridionale potrebbe essere favorita non solo dall’arrivo previsto del gas azero attraverso il gasdotto TAP ma anche, in prospettiva, dal gas proveniente dal giacimento “Zohr” scoperto dall’ENI nelle acque egiziane del Mar Mediterraneo Orientale e dagli altri giacimenti scoperti nelle acque israeliane, cipriote e libanesi. Altra opera strategica potrebbe essere il gasdotto ITGI Poseidon, in fase di autorizzazione.

L’obiettivo, molto ambizioso, presuppone, per l’Italia, una grande capacità distributiva che il solo gasdotto TAP non potrebbe garantire. Occorre mostrare decisione anche sui tavoli Comunitari per scongiurare iniziative di singoli Stati che - si veda, ad esempio, il contestato progetto del gasdotto Nord Stream II, che permetterebbe alla Germania di diventare il più importante punto di entrata del gas russo in Europa - ambiscono a diventare l’hub gasiero principale dell’Europa a dispetto degli impegni assunti. La sicurezza energetica, in altre parole, deve passare anche dall’utilizzo delle  rotte da Sud Est.

REPORT DIFESA: Yemen, una guerra dimenticata da tutti

REPORT DIFESA: Yemen, una guerra dimenticata da tutti - ATLANTIS

Yemen, una guerra dimenticata da tutti

 

USAID ha stanziato nel 2018 oltre 566 milioni di dollari in aiuti.

 

Sana'a. Si torna a parlare di ipotesi di un cessate il fuoco duraturo tra le parti nello Yemen, un Paese devastato dalla crisi prodotta da anni di guerra.

 

Il 16 novembre l’inviato speciale per lo Yemen, Martin Griffiths, ha relazionato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione nel Paese e sulle condizioni umanitarie cui è sottoposto il popolo yemenita.

Partendo dal concetto che è una guerra dimenticata da tutti, in una parte del mondo distante e insignificante dal punto di vista economico mondiale - Paese di scarse risorse ove anche l’esportazione del poco greggio risulta azzerata -, ha richiamato l’attenzione sul disastro umanitario che si sta delineando e sulla carestia che si sta affacciando sul Paese, con ripercussioni sulla salute pubblica e lo spettro di una morte annunciata.

Sono stati richiamati i rapporti di USAID ove affermavano che oltre 8 milioni di persone vivono sotto la soglia di nutrizione e che il dato era destinato ad aumentare nei prossimi 6 mesi. Senza pensare il numero di chi necessita immediatamente di assistenza umanitaria e sanitaria.

Griffiths ha rimarcato che USAID ha stanziato nel 2018 per  lo Yemen oltre 566 milioni di dollari di aiuti, distribuiti alle varie agenzie dell’ONU e l’Europa 122 milioni di euro, fondi importanti ma che non hanno raggiunto gli scopi prefissati.

Ha sottolineato le povere condizioni generali in cui versa il Paese e sugli attriti interni che lo dilaniano, con l’appoggio ed il supporto di nazioni benestanti.

Griffiths ha voluto, poi, richiamare l’attenzione internazionale per cercare di porre fine ai massacri tra le fazioni in lotta e dai loro alleati, non escludendo il ricorso alla Corte Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità per tutti gli attori che a qualsiasi titolo si sono resi partecipi nel conflitto.

L’appello è stato forte, deciso e voluto, ormai la situazione nello Yemen comincia ad essere insostenibile e sta lasciando il paese in un baratro profondo.

Il richiamo è stato quasi anche un passaggio di responsabilità delle vittime del paese, da una responsabilità locale, dovuta allo scontro tra le fazioni, ad una responsabilità internazionale, in quanto le Nazioni Unite non possono non essere attori principali nel fermare un disastro annunciato.

Le fazioni in lotta sono anche un simbolo di lotta religiosa. Le fazioni Hadi, supportate dagli Emirati Arabi  e dall’Arabia Saudita (che a sua volta riceve supporto intelligence e logistico dagli USA e Francia) sono musulmani sunniti, mentre le fazioni Houthi sono musulmani sciiti, con il supporto più o meno celato dell’Iran. 

 

 

Il conflitto tra sciiti e sunniti è uno scontro che si svolge su più fronti, nei conflitti in Medio Oriente e nella diplomazia internazionale. Anche nello Yemen tale scontro ha la sua rilevanza e la sua predominanza è essenziale per il futuro del paese.

Il popolo yemenita ha sulle spalle una povertà radicata, vive di poco e con poco. Fonti locali riportano che il salario medio è di circa 100 dollari mensili. Ma se per le due fazioni in lotta il conflitto potrebbe continuare ancora a lungo, viste la cronica situazione basata sulla povertà, le nazioni che sono coinvolte cominciano a risentirne degli anni di conflitto.

L’Arabia Saudita è coinvolta a supporto della Coalizione Hadi fin dal marzo 2015. Vista la preparazione delle unità saudite ed il loro costoso equipaggiamento gli indicatori portarono a delle valutazioni di una rapida soluzione del conflitto.

Invece, dopo oltre tre anni di conflitto, l’Arabia Saudita si ritrova a non aver conseguito risultati significativi, di aver perso un numero elevato di soldati e di mezzi minando il morale tra le  truppe, di aver speso ingenti capitali in risorse ed equipaggiamenti e con un fronte interno ostile al prosieguo dell’intervento, che addita le responsabilità alla corona.

Inoltre, molte città saudite sono state l’obiettivo di attacchi missilistici da parte degli Houthi che hanno portato insicurezza e paura tra la popolazione, sentimenti sconosciuti in passato. Recentemente è stato lanciato un missile balistico BADR 1B, con portata di oltre 150 chilometri, una versione migliorata del precedente con un errore (CEP) dichiarato di 3 metri. 

Quindi il messaggio risulta evidente, nonostante le imposizioni ed il blocco dei rifornimenti gli Houthi hanno ancora una forte capacità offensiva verso il territorio saudita.

Gli Emirati Arabi hanno anch’essi supportato la coalizione Hadi ed in poco tempo hanno raggiunto l’obiettivo di controllare il porto di Hodeidah, limitando gli accessi alle poche navi. Ma anche in questo caso le spese rilevanti del conflitto spinge Dubai per una risoluzione in tempi immediati.

Gli USA, analizzando la situazione e gli obiettivi nulli conseguiti, hanno chiesto alle parti in causa la cessazione delle ostilità e di cominciare un percorso di risoluzione pacifica. Il Segretario di Stato Pompeo ed il Segretario alla Difesa, James Mattis, congiuntamente hanno chiamato le parti ad una serie di consultazioni sotto la guida delle Nazioni Unite per giungere ad un risultato finale concordato ed esaustivo da ambo le parti.

 

INSERIRE FOTO DI JAMES MATTIS

Un percorso difficile perché dietro agli Houthi vi è il supporto iraniano, non dichiarato, che è il perno in cui ruota l’obiettivo della cessazione delle ostilità.

E’ uno scontro tra due parti già in conflitto tra loro, USA e Arabia Saudita da un lato e l’Iran dall’altro.

Difficile sedersi ad un tavolo di trattative quando gli Arabi ed i persiani hanno un conflitto secolare, gli USA hanno incrementato le sanzioni contro Tehran per la questione nucleare, l’accordo JCPOA è stato abbandonato da Washington perché considerato non rispettato dagli iraniani, quindi anche sul campo yemenita risulta difficile trovare delle soluzioni di compromesso.

Ma anche l’Iran ha forti problemi economici. La guerra in Siria ha un costo notevole, lunghi anni di conflitto hanno prosciugato le casse dello stato e le nuove sanzioni USA non stanno di certo aiutando l’economia iraniana che è esposta ai falchi del commercio internazionale. Anche Terhan presumibilmente potrebbe vedere di buon occhio la fine delle ostilità nello Yemen, ma con risultati accettabili e compromessi favorevoli al fine di non perdere la posizione di predominio nella penisola araba.

Quindi potremmo continuare ad assistere ad un gioco di potere sulle spalle del popolo yemenita. 

Le raccomandazioni finali di Griffiths sono state:

Principalmente l’aiuto umanitario immediato per la popolazione yemenita;

L’immediato avvio delle consultazioni per i colloqui di cessazioni delle ostilità che si dovrebbero tenere in Svezia. 

E’ una grande opportunità per le Nazioni Unite di dimostrare il proprio peso politico, per avviare quel processo chiesto da tutte le parti ed ora finalmente giunto ad un punto fondamentale e per fermare un inutile massacro di persone. Un sfida difficile che mina la credibilità ed un ipotetico futuro dell’organizzazione.

In sintesi, solo la volontà di tutte le parti coinvolte, sia locali che internazionali, può avviare un percorso di stabilizzazione delle penisola arabica raggruppando sotto la guida del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un processo che sarà lungo e difficile ma che potrebbe incidere sulle condizioni del popolo yemenita. 

 

 

Progresso ed Europa

Progresso ed Europa - ATLANTIS

Progresso ed Europa

Chiediamoci cosa sia il progresso, di cui troppo poco si sente parlare. E chiediamoci quale sia il collegamento fra il progresso e l’appartenenza all’Unione europea.

Una definizione diffusa di progresso è quella che lo indica come “L'acquisizione da parte dell'umanità di forme di vita migliori e più complesse, in quanto associate all'ampliamento del sapere, delle libertà politiche e civili, del benessere economico e delle conoscenze tecniche”. L’Enciclopedia Treccani definisce il progresso come “lo sviluppo verso forme di vita più elevate e più complesse, perseguito attraverso l’avanzamento della cultura, delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, dell’organizzazione sociale, il raggiungimento delle libertà politiche e del benessere economico, al fine di procurare all’umanità un miglioramento generale del tenore di vita e un grado maggiore di liberazione dai disagi”.

Ora proviamo ad analizzare questa definizione nel dettaglio per capire se, attraverso una valutazione sommaria, una propensione politica di tipo populista sia o meno fautrice dell’idea di progresso.

Possiamo già fermarci sulla prima frase: “L'acquisizione da parte dell'umanità di forme di vita migliori e più complesse” osservando che il populismo tende necessariamente ad una semplificazione delle risposte, anzi fornisce, o meglio pretende di fornire, risposte semplici a questioni complesse. Qui sta il primo tranello perché questioni caratterizzate da molteplici fattori e interrelazioni non possono essere risolte se non attraverso risposte altrettanto elaborate. 

Nel 1944 Luigi Einaudi nelle sue “Lezioni di economia sociale” scriveva: «Nelle cose economiche e sociali, la via diritta, salvo eccezioni rarissime, è la via falsa. Solo la via storta, lungo la quale gli uomini cadono, ritornano sui propri passi, esperimentano, falliscono e ritentano e talvolta riescono, è la via sicura e, di fatto, più rapida. Ricordatevi sempre, quando ascolterete qualcuno il quale vi prometterà, con sicurezza spedita, la certa soluzione di un problema sociale, il quale vi offrirà lo specifico per le malattie sociali, il quale vi farà vedere, al di là di un periodo temporaneo di costrizioni necessarie per vincere il nemico, l’avvento del benessere e dell’abbondanza, vi denuncerà un mostro da combattere (ad es. il capitalismo o il comunismo od il fascismo od il reazionarismo, ecc. ecc.) allo scopo di far trionfare l’angelo e il paradiso terrestre (ad es. lo stesso comunismo od il socialismo od il corporativismo), ricordatevi che colui il quale così vi parla è, nella ipotesi migliore, un illuso e più probabilmente un ciarlatano e diffidatene. Solo la via lunga, seminata di triboli è la buona”.

Come sappiamo il populismo antieuropeo attacca l’Europa fingendo di poter dare soluzioni migliori rispetto alla complessità proposta dai meccanismi dell’Unione europea che, invece, in tutto il suo processo di costruzione si pone obiettivi complessi come pace, libertà, sicurezza, giustizia, sviluppo sostenibile, piena occupazione, diversità culturale, ecc. e tutto questo viene perseguito attraverso lo strumento del progresso sociale e del progresso scientifico e tecnologico che diventano le chiavi per aprire la porta dello sviluppo. Possiamo affermare che al di fuori del progresso la realizzazione degli ideali democratici non possono esistere e non possono essere implementati.

Il progresso inteso in senso ampio assurge ad elemento fondante per lo sviluppo della democrazia e delle relazioni pacifiche e armonizzate fra gli Stati membri. Ma la spinta che l’Unione europea può fornire come entità sovranazionale è ben più forte e potente rispetto a quella che un singolo Stato, anche il più efficiente ed evoluto, può mai riuscire a realizzare. 

Quando i sovranismi e i populismi rifiutano l’apertura e la cooperazione, rifiutano la possibilità stessa del progresso e rifiutano la capacità e la potenzialità che l’Ue invece può garantire e perseguire nel tempo. Siamo sicuri di voler rinunciare ad una maggiore possibilità di progresso per le generazioni future? Se non è così stiamo attenti a non cedere alle tentazioni della banalizzazione che ci riporterebbe all’indietro nella storia mentre il resto del mondo corre e va avanti senza fermarsi.

Un viaggio nel tempo

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Un viaggio nel tempo

 

Le immagini di una città che cresce in maniera vertiginosa si susseguivano fuori dal finestrino; mi sembrava quasi impossibile essere in Albania, a Tirana, dentro un taxi con un autista che parlava benissimo italiano e raccontava delle sue avventure di camionista, avvenute anni prima fra la Puglia e la Lombardia, descrivendo l’Italia di allora che stava cambiando pelle grazie al boom economico. Raccontava anche delle tante umiliazioni subite perché albanese, quindi considerato ladro e delinquente. Oggi io, italiana, sono qui insieme ad una squadra di professionisti, in viaggio da Tirana verso una città a noi sconosciuta, per incontrarne l’Amministrazione, al fine di instaurare un rapporto collaborativo per sviluppare attività industriali, commerciali e di servizio, per ordine e conto di imprenditori italiani. Oggi l’Albania è una meta ambita per molte realtà produttive anche italiane, che attraverso propri spin-off trovano in questo Paese l’occasione di far rinascere, in alcuni casi, la propria azienda madre, ritornando competitivi e innovativi. Questo grazie alle risorse risparmiate grazie anche al costo ridotto della manodopera e alla minor pressione fiscale, che permette di marginare guadagni da destinare a ricerca e sviluppo, oltre che al profitto. Un modo di impiantare un seme nuovo, che generi energia per se stesso e per la pianta rimasta in Italia. Un viaggio che mi ha cambiata molto, in un Paese che dista un’ora e mezza di aereo da Venezia, che mi ha permesso di vivere emozioni fortissime. Da circa due anni vivo fuori dai muri di un capannone industriale, dove ho trascorso gran parte della mia vita lavorativa e collaboro con un gruppo che si occupa di sviluppo, progettazione e Politiche Europee, affiancando imprese e Amministrazioni Pubbliche. Tutto mi sembra nuovo, fantastico e meraviglioso. Roma, Milano, Bruxelles, Firenze e l’Albania. Proprio in quest’ultima ho vissuto un tuffo nel passato, dentro i racconti di mia mamma quando cercava di farmi capire il valore di un pezzo di stoffa comprato per fare un cappotto. Un pezzo di stoffa costato intere giornate a rincorrere tacchini, che scappavano dai campi e dagli argini per andare a mangiare l’uva nelle vigne dei vicini. Trascorse a salvare le uova delle anatra dalle faine assetate, vendere i conigli al mercato dopo aver fatto quaranta chilometri in bicicletta per andare e quaranta per tornare, d’estate e d’inverno. Racconti sentiti e vissuti dentro i film in bianco e nero del nostro dopo guerra, ma che lì, attraverso i  finestrini del taxi, stavo vedendo realmente, perché a pochi chilometri dalla frenesia della città di Tirana il tempo si è fermato. Le persone che abitano sulle colline vivono in case che sembrano bombardate. Lungo le strade non c’è illuminazione però… si possono trovare degli asini legati ai guardrail della superstrada. Un paradosso: macchine di grossa cilindrata percorrono ad alta velocità stradine sconnesse e strette, fermandosi ad un centimetro dal pastore che fa attraversare il suo piccolo gregge. Carretti colmi di canne trainati da motorini spenti, spinti da uomini curvi, dal viso arrossato dalla fatica e, dietro, una donna che cerca di tenere in bilico il carico, spingendo contemporaneamente. Accanto a lei, come i pulcini accanto a mamma chioccia, i suoi bambini, che aiutano come possono. Niente raccolta differenziata, niente asfalti anti pioggia, niente illuminazione di sera. Il tempo scorre lento per le infrastrutture, velocissimo nei volti delle persone. 

Per la prima volta ho visto i Minareti, per la prima volta ho sentito la chiamata alla preghiera dell’Imam e ho avuto paura. Quella voce metallica uscita dagli altoparlanti mi ha colta impreparata; ero all’interno di un cortile con alcuni bambini e un gruppo di volontari insieme a suor Agnese, responsabile della struttura. Il cortile della chiesa cattolica confina con la moschea, convivono senza neanche accorgersi delle differenze religiose l’uno dell’altra; ciò che avevo nel cuore era personale, eppure io avevo paura. La tranquillità di suor Agnese, la voce dell’Imam, i minareti e le chiese, gli asini lungo le strade, le Mercedes ultimo tipo, i visi segnati da rughe profonde, le donne anziane vestite come la mia bisnonna, le giovani donne alla ricerca di uno stereotipo che le porti lontano dalla loro realtà e le avvicini all’Europa che tanto bramano, partendo dall’abbigliamento e dalla ricerca della moda che le vesta di cambiamento. Mi sono sentita offesa per loro, ascoltando commenti coloriti provenienti da uomini italiani; mi sono vergognata, in alcuni momenti, di essermi lamentata per come a volte sia difficile la vita in Italia, rendendomi conto che basterebbe veramente poco perché la nostra Nazione riesca a fare quel salto di qualità che merita. Prima di partire avevo letto tanto su tradizioni, cultura, stato economico dell’Albania, ma non avevo capito bene quale sarebbe stato il mio ruolo all’interno di questa avventura lavorativa. Oggi, quando spiego le opportunità imprenditoriali che realmente ci sono per le imprese italiane in Albania, mi sento in obbligo nel difendere questo Popolo, che tanto può dare in termini di manodopera, crescita economica e nuovi mercati di espansione per gli investitori stranieri in genere; difendere perché non possiamo e non dobbiamo “saccheggiare” le loro ricchezze, che sono innanzitutto i giovani, usandoli senza formarli. Dobbiamo insegnare un lavoro con professionalità, generare reti di cultura e istruzione alla portata di tutti, accessibili anche alle generazioni che, sfortunatamente, sono nate in territori ostici e difficili da raggiungere, come quelli all’interno dell’Albania dai quali, se muniti di strumenti opportuni, non scapperanno, ma cercheranno di farli crescere. Dobbiamo contribuire a disseminare nelle nuove generazioni il rispetto, la parità di genere, l’essere cittadini che crescono all’interno di una Comunità vasta nella quale ci sono regole ben precise e imprescindibili, che non impongono mai di dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Questo vale anche per gli italiani, che giungono in Albania e vedono ancora ben conservati, nelle piazze principali, edifici costruiti in tempi non troppo lontani e che ben fanno ricordare a tutti la nostra presenza in quei luoghi. L’Italia, oggi, può scegliere se nutrirsi solamente della linfa fresca dell’Albania o di qualsiasi altro Stato ritenga non al passo con i tempi, o coltivare insieme terreni prosperi, che garantiscano ad entrambi i Paesi una lunga vita di collaborazione e arricchimento, umano ed economico.

L’Unione Europea e il superamento dell’utopia

L’Unione Europea e il superamento dell’utopia - ATLANTIS

L’Unione Europea e il superamento dell’utopia

L’Unione Europea è sempre più spesso al centro dei dibattiti politici di governi e cittadini. La cosa più paradossale è che, da dovunque se ne parli, viene vista con grande timore. Per quanto riguarda i Paesi fuori dall’UE, il timore è che se diventasse (SE) una reale unione di carattere federale, si tratterebbe del principale soggetto politico-economico al mondo; per quanto riguarda i Paesi membri, la percezione è quella di un soggetto che limita fortemente le sovranità nazionali. Di fatto si assiste ad un’Unione che resta, stabilmente, a metà di un guado.

Parto da queste considerazioni per trattare un tema a me particolarmente caro, quello del Benessere Interno Lordo; un complesso metodo di misurazione della crescita di un Paese teso a soppesare gli effetti che il presunto sviluppo ha sulla popolazione. L’indice di BIL non si contrappone ma integra il ben più noto indice PIL (Prodotto Interno Lordo).

Benessere: buona salute, vigore fisico; anche, gradevole sensazione di soddisfazione, di appagamento psicofisico: un massaggio che dona un immediato senso di benessere ma anche: condizione economica florida; agiatezza: vivere nel benessere. Etimologicamente è una parola composta de bene ed essere. (fonte: Garzanti Linguistica)

Nei dialoghi quotidiani riesce a tutti abbastanza facile identificare nel benessere un obiettivo primario; si parla di benessere fisico (lo stare in salute ed in forma), di benessere economico (avere mezzi sufficienti a soddisfare non solo i bisogni primari ma anche i propri desideri), di benessere sociale (già un po’ meno, se ne parla, ma identifica un equilibrio sociale privo di conflittualità e deriva dai due precedenti); si parla molto meno di benessere culturale (si sa, il saziare la mente viene decisamente dopo il saziare lo stomaco ed il portafoglio, nei sogni dei più). Il benessere della Terra, intesa come luogo del vivere umano, è esso stesso tema di dialoghi e considerazioni quotidiane, legato allo stato di salute dei contesti naturali e ambientali.

Se ne parla ma… riesce assai difficile rilevare azioni concrete tese a definire un contesto, per quanto localizzato, ponendo il complesso insieme di elementi che vanno a comporre il benessere al centro delle azioni politiche ed economiche.

Il tema nasce con riferimento alla Felicità Interna Lorda; alcuni Paesi, tra i quali noto è il caso del Buthan (Gross National Happiness Index in Buthan), hanno varato indici di valutazione della felicità della popolazione e dei propri cittadini. Va premesso che la felicità è altra cosa rispetto al benessere; soggettiva per definizione, il suo significato è: stato di chi è felice, di chi ritiene soddisfatto ogni suo desiderio; gioia, soddisfazione completa. Deriva dal lat. felicitāte(m), deriv. di fēlix -īcis ‘felice’ (fonte Garzanti Linguistica).

Gli studiosi di tutto il mondo che si sono cimentati con l’identificazione di questa nuova modalità di misurare la crescita della civiltà, sono quindi partiti dallo stabilire che stare bene è parametro fondamentale misurabile ed in modo diffuso, rispetto all’essere felice.

Evidentemente anche nel concetto dello “stare bene” ci sono margini soggettivi abbastanza ampi. Non si parla qui di ambiente ristretto o funzioni specifiche (stare bene al caldo, piuttosto che al freddo; mangiando in abbondanza piuttosto che lo stare leggeri a tavola). Si parla di definire una serie di soglie sotto le quali qualunque individuo al mondo tenderà a non vivere in una situazione di benessere.

I lavori più strutturati, in questa direzione, sono da riconoscersi all’Australia (che ha svolto un lavoro preparatorio egregio ma non è poi riuscita, a livello Paese, a determinarne l’applicazione -Measures of Australia’s Progress), al Canada (con il Canadian Index of Wellbeing è certamente il Paese più evoluto, in questo senso) e l’Unione Europea che, adottando, a livello di Commissione Europea, il rapporto noto come “Rapporto Stiglitz, Sen, Fitoussi”, promosso inizialmente dall’allora Presidente francese Sarkozy, ha sviluppato uno studio solido ed attuabile.

Il Canada è riuscito nell’intento di avviare il programma ed oggi esiste un sito web che pubblica, periodicamente, i dati relativi all’andamento del programma (https://uwaterloo.ca/canadian-index-wellbeing/), composto da otto “domini” di benessere.

Il rapporto adottato dalla Commissione Europea (https://ec.europa.eu/eurostat/documents/118025/118123/Fitoussi+Commission+report) ha assunto la veste di “Reporto della Commissione Europea sulle Misure di Performance economica e Progresso sociale. La risultante è un insieme di 12 raccomandazioni che riguardano sia il benessere materiale, che quello non materiale. Si sollecita a porre a fattori quali il e il consumo, invece che alla produzione, di rivedere i consueti  indici di ricchezza e di avere come riferimento il nucleo familiare. La qualità dei beni diviene elemento sostanziale di benessere, si evidenziano le disuguaglianze quali elementi da contrastare e ridurre e si invita a non considerare le dimensioni medie ma piuttosto quelle mediane. Si sostiene come il benessere dipenda anche da attività che non originano scambi di mercato; sostiene come i servizi di uno Stato vadano misurati nell’impatto che hanno sul benessere dei singoli e non sul costo (come avviene invece per la misurazione del PIL). Il tempo libero ed il suo impiego (opportunità) diviene uno degli elementi da misurare per raggiungere un indice positivo, così come le relazioni sociali, la sicurezza (in contrasto alla vulnerabilità) dei cittadini. L’insieme va in diretto riferimento all’ambiente ed alle opportunità.

Si tratta di aspetti apparentemente logici e non particolarmente difficili da definire, in senso astratto. Sostenere come ogni azione debbe generare benessere diffuso, affermare che la direzione comune delle iniziative soggettive e comunitarie (comunità anche locali) deve essere una migliore qualità della vita, trova certamente una larga maggioranza di sostenitori. Ricavare, da questo, che vivere meglio, spendere meglio e per proposte di qualità, consumare servizi e luoghi per il tempo libero (e non “bruciarli” a scopo meramente produttivo) è devisamente motore propulsivo anche per l’economia, è conseguenza logica.

Eppure…eppure quando si tratta concretamente di inserire le logiche del benessere nei parametri di misura delle azioni strategiche e primarie dell’Unione Europea (prendiamo ad esempio l’inclusione sociale, la coesione, la tutela dell’ambiente e delle risorse naturali, la cultura ed il grado di istruzione diffuso), il processo si blocca ed il tema proposto dal Rapporto ritorna velocemente in un cassetto. La giustificazione sta nella difficoltà di trovare punti i comune, perché i Paesi che compongono l’Unione Europea sono diversi tra loro, vivono realtà socio-economiche distanti, partono da percorsi storico-politici a volte diametralmente opposti.

Eppure non abbiamo alcuna difficoltà a misurare indici prettamente economici, dimenticando, di fatto, come questi non rappresentino (o, almeno, non rappresentino più) la qualità della vita e, probabilmente, nemmeno quella dell’economia.

L’Italia un suo primo passo l’ha fatto, varando il BES (Benessere Equo Sostenibile), composto da 12 indici: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione e qualità dei servizi. La distanza tra il programma e l’attuazione è però ancora evidente.

L’Unione Europea deve cambiare, in parte, il suo paradigma; deve ritrovare l’energia e la forza per definire parametri minimi anche per l’indice di Benessere Interno Lordo. Questo, quasi certamente, porterà ogni singolo Stato membro a ritrovarsi ampie fasce della propria popolazione al di sotto delle soglie definite. Ma, come si ha il coraggio di battersi per lo spread ed il rapporto debito PIL, tranciando, nella valutazione in atto, la capacità complessiva del cittadino (tema della patrimonialità dello Stato, con o senza il patrimonio di chi lo genera, il cittadino), occorre battersi per definire indici di benessere minimi per tutti.

Allora non parleremo più di un’Europa delle nazioni ma torneremo a parlare di Europa dei cittadini e, forse, una volta per tutte, di un’Europa unita luogo-non luogo di benessere per tutti.

Diritti ed arte nel Mondo

Diritti ed arte nel Mondo - ATLANTIS

Diritti ed arte 

nel mondo

 

la Mostra d’arte Rom FUTUROMA, candidata alla 58 Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale Biennale di Venezia per il 2019.

 

 

 

L’Istituto Europeo per le Arti e la Cultura Rom (ERIAC), la prima istituzione transnazionale della più grande minoranza in Europa, ha organizzato a Venezia presso la sede italiana del Consiglio d’Europa, una discussione pubblica sulle sfide alle quali sono chiamate ad affrontare le presenti e future generazioni Rom in Europa.  

L’Istituto, con sede a Berlino, ha l’obiettivo di combattere i pregiudizi negativi nei confronti della popolazione Rom attraverso l’arte, la cultura, la storia, i media e di far apprezzare e riconoscere l’apporto Rom alla cultura europea. L’Istituto è un’iniziativa congiunta del Consiglio d’Europa, delle Open Society Foundations e dell’Alleanza dei Roma Leaders e gode del sostegno del Ministero degli Esteri Tedesco.

L’evento ha visto la partecipazione della Direttrice dell’Ufficio di Venezia Luisella Pavan-Woolfe, la Direttrice Esecutiva di ERIAC Tímea Junghaus, la Presidente dell’Alliance per ERIAC Dijiana Pavlovic, l’artista Rom Santino Spinelli, il curatore e critico d’arte Giorgio Grasso e la rappresentanza dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale italiano.

Tímea Junghaus ha annunciato in tale occasione il curatore selezionato a proporre per ERIAC un evento collaterale alla 58esima Biennale d’Arte di Venezia. Si tratta di Daniel Backer, affermato artista, curatore e teoretico dell’estetica Romanì. 

L’elaborato del curatore, intitolato FUTUROMA, è stato sottoposto alla valutazione del direttore artistico della Biennale ed è attualmente in attesa di ricevere i risultati della selezione. FUTUROMA si basa su aspetti dell’Afroturismo per esplorare il ruolo dell’arte contemporanea Rom nel definire, riflettere e influenzare la cultura Rom.

Durante il dibattito è emerso come sia auspicabile che l’arte rom venga rappresentata nelle più importanti istituzioni culturali e artistiche europee come veicolo di conoscenza e strumento utile a combattere pregiudizi e stereotipi su questa minoranza. Nel contesto della Biennale di Venezia – una mostra romanì ha pertanto il potenziale per essere riconosciuta come spazio di intuizione, nuove idee, discorsi e tendenze dell’arte contemporanea europea. 

Daniel Baker è un Rom nato nel Kent, Regno Unito nel 1961.

Ha conseguito un dottorato di ricerca sul tema dell’estetica Romanì al Royal College of Art di Londra. È stato consigliere nelle due precedenti presenze Rom alla 52. e 54. Biennale d’Arte di Venezia intitolate Paradiso Perduto (Paradise Lost) e Chiamate il Testimone (Call the witness).

Tímea Junghaus, storica dell’arte e curatrice d’arte contemporanea è stata responsabile in qualità di curatrice della mostra d’arte Paradise Lost.

Premio Dispatriati FILITALIA - Mazzanti Libri

Premio Dispatriati FILITALIA - Mazzanti Libri - ATLANTIS

Premio Dispatriati

 

LA TERZA EDIZIONE DEL PREMIO DIPATRIATI ALLA DOTTORESSA VENEZIANA FRANCESCA BENVEGNU’ CON LA STORIA DI BEPI-JOE, ESULE ISTRIANO.

 

 

Grande partecipazione di pubblico alla serata di proclamazione del premio letterario sull’emigrazione DISPATRIATI realizzato in collaborazione con la Fondazione italo-americana Filitalia International a San Michele al Tagliamento - Bibione 

La terza edizione, il Premio Letterario Dispatriati, che quest’anno ha fatto tappa a San Michele al Tagliamento (Venezia) mercoledì 26 settembre 2018, ha visto vincitrice il medico veneziano Francesca Benvegnù con L’arca di Bepi-Joe tratta della storia vera di un esule istriano  nato nel 1940 a Draguccio, nella contea di Pisino, ed emigrato da solo in Australia nel 1958, per “scappare” dalla Jugoslavia di Tito. I temi contenuti rispecchiamo molti aspetti del suo vissuto ma anche dell’animo umano, in generale, e rapportati a quel frangente storico: la vicenda giuliano-dalmata e istriana nel dopoguerra del secondo conflitto mondiale. Serata condotta dai presidenti dei chapter Filitalia di Venezia, Carlo Mazzanti e di Roma, Stefania Schipani.

“La storia corre dalla nascita di Bepi-Joe fino alla sua stabilizzazione familiare in quel di Melbourne in Australia, e termina con il ritorno nel “luogo natio”, dopo la caduta del regime socialista iugoslavo (FNR), tracciando l’itinerario singolare di un italiano d’Istria, che scelse giovanissimo di andarsene. Per la migliore comprensione dei più giovani  - il libro è stato scritto soprattutto per loro sottolinea l’autrice Francesca Benvegnù — ho inserito delle brevi note storiche e di lessico, in quanto il contesto è fondamentale per una lettura completa del personaggio e della vicenda collettiva di quegli italiani”. E ancora: “Mi sono documentata in quattro anni di letture e frequentazioni nei luoghi, e  fra i giuliani dell’esodo, ancora in numero significativo nel  Veneto, Friuli Venezia Giulia e in varie zone d’Italia, secondo la mappa di una vera diaspora, che li ha dispersi in tutti i continenti. Alla fine abbiamo deciso di collocare un’appendice che riporta alcune pagine del diario dei nostri itinerari a ritroso della storia dell’esodo e di Bepi-Joe, per raccontare i sentimenti e le scoperte, di cui siamo stati testimoni”.La giuria ha segnalato anche l’opera Concetta di Concetta Voltolina Kosseim.Interventi delle Autorità tra le quali l’Assessore alla Cultura Regione del Veneto Cristiano Corazzari; il Sindaco di San Michele al Tagliamento Pasqualino Codognotto; l’Assessore alla Cultura Elena De Bortoli; la Presidente Unaie Ilaria Del Bianco e il Vice Presidente e già Assessore Veneto Oscar De Bona; il Fondatore Filitalia International Prof. MD. Pasquale Nestico si è collegato da Filadelfia per porgere il suo saluto e la soddisfazione per la riuscita dell’evento. Sono intervenute Renza Bandiera, vincitrice 2016 con il libro Izourt e Roberta Sorgato vincitrice 2017 con il libro Anima e Dintorni. Di Cultura e Turismo hanno parlato il giornalista Sergio Frigo Presidente del Premio Mario Rigoni Stern e Romano Toppan già Docente Universitario di Economia del Turismo Università Ca’ Foscari di Venezia e Università.Il Premio ha il patrocinio della Regione del Veneto, del Comune di San Michele al Tagliamento e dell’Unaie (Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati). Il libro sarà pubblicato nel corso del 2019 per i tipi della Mazzanti Libri di Venezia. 

 

Filitalia International, 31 anni di attività

Filitalia International, 31 anni di attività - ATLANTIS

Filitalia International

 

RINNOVATO SUCCESSO DEL GALA ANNUALE DI FILITALIA INTERNATIONAL, 

CELEBRANDO IL TRAGUARDO DI 31 ANNI DI ATTIVITà.

 

 

 

Philadelphia, Pennsylvania, Stati Uniti d’America (Domenica, 11 novembre 2018) - La Trentunesima Cena Annuale di Gala di Filitalia International (FI) si è svolta al Celebrations Banquet Hall, in Bensalem, PA dalle 16.30 fino alle 22.30 di domenica 11 novembre 2018.  

Il Maestro di Cerimonia della serata di gala è stato Marco Circelli, Direttivo Esecutivo di FI, il quale ha ricordato ai presenti che l’organizzazione celebra il trentennale della propria fondazione, sotto la guida continua del Presidente Emerito e Fondatore Dr. Pasquale Nestico.

Paula DeSantics-Bonavitacola, prima Vice Presidente di FI, ha ringraziato tutti i partecipanti e volontari che hanno contribuito a realizzare una serata indimenticabile per numero di ospiti intervenuti (oltre 260) e il contributo di numerosi sponsors.

Il Console Generale d’Italia dott. Pier Attinio Forlano ha inviato un messaggio con il quale riconosce il ruolo storico e consolidato di FI nella circoscrizione consolare di Philadelphia e plaude all’iniziativa e al conferimento riconoscimenti a illustri personalità italiane e italo-americane che vivono ed operano nella città di Philadelphia e dintorni.

Il presidente di FI Marc Virga ha ricordato i recenti fatti di cronaca che hanno riguardato negativamente il Museo di FI, e spera che la nuova generazione di italo-americani sia sempre più coinvolta nelle attività a difesa della cultura, tradizione e lingua italiana negli Stati Uniti d’America. L’obiettivo di FI è quello di continuare a crescere grazie all’aiuto di sponsors e donatori che credono nella mission associativa e vogliono contribuire al mantenimento delle radici identitarie, sia nell’area della Greater Philadelphia che in tutto il mondo. 

Sono stati consegnati i seguenti premi ad importanti esponenti della comunità italo-americana dell’area della Greater Philadelphia. 

Il premio “Citizenship Award” è stato conferito al Dr. Prof. Antonio Giordano, Fondatore e Presidente di “Sbarro Health Research Organization” presso l’Università Temple di Philadelphia, il quale ha ricordato a tutti gli ospiti che l’obiettivo prioritario per la comunità italo-americana è quello di investire nel settore dell’istruzione a tutti i livelli e in tutti i campi, come ad esempio le materie scientifiche e tecnologiche.

Il premio “Leadership & Educational Award” è stato conferito al Dr. Lou DeAngelo, sovrintendente delle scuole cattoliche nell’arcidiocesi di Wilmington, DE. Grazie alla propria storia personale, il Dr. DeAngelo ha spiegato come i valori ereditati dalla sua famiglia di origine italiana (la nonna era originaria di Cosenza, Calabria) hanno influenzato interamente la sua vita e delineano il suo successo professionale come educatore e ispiratore di insegnanti a lui vicini. 

Il premio “Humanitarian Award” è stato conferito a Leonard “Lee” Norelli, presidente nazionale di UNICO, un’organizzazione filantropica che assiste cittadini bisognosi in tutti gli Stati Uniti d’America. Norelli ha riconosciuto pubblicamente l’importanza di Filitalia International e ha specificato quanto sia importante che tali associazioni difendano e continuino a difendere la cultura e identità italiana tra varie fasce di popolazione. 

La Presidente Emerita Rosetta Miriello ha parlato del passato di FI e elencato tutti i traguardi raggiunti da FI durante i 30 anni di attività, tramite la creazione dei chapters, sia nazionali che esteri, l’istituzione del Museo della Storia dell’Immigrazione Italiana e la recente nomina come Ente Gestore dal Consolato Generale d’Italia in Filadelfia. Miriello ha infine ringraziato pubblicamente il Dr. Nestico per il suo continuo supporto e ispirazione verso FI, il quale è potuta crescere grazie alla sua opera instancabile.

Il Fondatore e Presidente Emerito Dr. Pasquale Nestico ha voluto ricordare l’importanza dello scopo sociale e culturale di FI, e ha ricordato i presenti di quanto sia fondamentale preservare l’identità italiana, anche tramite le donazioni verso la Capital Campaign (raccolta fondi) per l’espansione del Museo di FI.

“Il nostro Gala Annuale continua ad essere un appuntamento imperdibile nella nostra comunità italo-americana nell’area della Greater Philadelphia - ha dichiarato il Dr. Pasquale Nestico, fondatore e presidente emerito di FI - e siamo orgogliosi di aver creato una tradizione solida e perpetua in questi 31 anni di vita, con l’obiettivo di preservare e coltivare le nostre radici, le nostre tradizioni, e la nostra cultura assieme a tutti i connazionali soci e simpatizzanti”. 

 

CONVEGNO UNVS SPORT E CULTURA 2018: Bisogna saper perdere

CONVEGNO UNVS SPORT E CULTURA 2018: Bisogna saper perdere - ATLANTIS

Bisogna saper perdere etica e rispetto delle regole  

 

Sono concetti pregnanti che purtroppo si riferiscono spesso a comportamenti abituali del passato, anch’essi peraltro non esenti da devianze che hanno a suo tempo provocato considerevoli sbandamenti. Non è dunque il caso di evocare il classico (a volte eccessivamente ripetitivo) detto “ai nostri tempi”, ma certo non ci si può esimere dal considerare che si sta troppo frequentemente oltrepassando quel limite morale oltre il quale svaniscono il valore assoluto dello sport ed i suoi fondamentali principi.                                                                                                                                  Una volta considerata “normale” la logica della devianza comportamentale rispetto agli stessi, diventa davvero difficile educare le giovani generazioni recuperandoli ad un doveroso rispetto dell’etica sportiva e delle regole, tenuto conto peraltro che il contesto sociale che li sottende esprime un “linguaggio” dove prevalgono gli stessi concetti negativi. L’affermazione diventa pertanto funzionale al conseguimento di un tornaconto economico e di immagine, ben più importante dell’appagamento ludico e dell’intimo piacere del legittimo successo sul campo, da conseguire in un contesto di agonismo contenuto nel dovuto rispetto dell’avversario (non del nemico) con cui ci si misura e ci si confronta. La sconfitta è invece drammatizzata e ricade su attori e spettatori con effetti sconfortanti: perdita di prestigio (e compensi) per le società e gli atleti, esoneri di allenatori (che immancabilmente rivedremo sulla scena con diverse “sembianze”), reazioni sconsiderate dei cosiddetti tifosi (e qui ci sarebbe tanto da dire …..) con ricadute non indifferenti anche sul contesto sociale.

Difficile davvero educare al “saper perdere” quando dirigenti e commentatori sportivi inneggiano costantemente alla vittoria a qualunque prezzo (poco importa lo spettacolo e il modo per conseguirla) e richiamano imbarazzanti concetti quali “l’esigenza di una maggior cattiveria” sul campo. Non sarebbe più opportuno che si riferissero ad un maggior (e sano) “agonismo”?. E cosa dire poi se a lato dell’evento sportivo avvengono accordi illeciti e si scommette su tutto, peraltro con il beneplacito di chi amministra il Paese, o si ricorre al doping per emergere e affermarsi? Senza dimenticare il negativo effetto emulativo prodotto da atteggiamenti provocatori e violenti o dalle frequenti simulazioni inscenate per “volutamente” indurre in errore chi ha il compito di far rispettare le regole.

E proprio in quanto al rispetto delle regole, indispensabile nello sport, bisognerebbe poter ripartire reinserendolo con maggior rigore già nella scuola, nella famiglia, nella società civile e nella vita politica.  Quotidianamente assistiamo all’aggiramento della norma con atteggiamenti lassisti e permissivisti in ogni ambito allo scopo di ottenere l’assenso e non costringere le persone a fare i conti con le regole stesse.

In conclusione verrebbe da pensare che lo spazio di manovra per recuperare senso etico e accettazione delle regole (se non sono condivise cambiamole, se possibile in ossequio ai valori del nostro sistema sociale, ma poi rispettiamole!) sia molto ristretto ma questo non deve indurci al fatalismo, sperando proprio nella rinascita dei valori nei più giovani, quelli che hanno perso i riferimenti etico-sociali ma che probabilmente già stanno percependo di averne tanto bisogno. E noi  “veterani” dello sport con la forza della esperienza maturata cerchiamo di aiutarli sensibilizzandoli e accompagnandoli verso la individuazione di un nuovo patto di convivenza civile che permetta loro di crescere in armonia con la realtà ( oggi spesso perversa) che li circonda e li comprende e che si realizzi nell’ambito dello sport quello con la S maiuscola.

CONVEGNO UNVS SPORT E CULTURA 2018: Bellezza e virtù

CONVEGNO UNVS SPORT E CULTURA 2018: Bellezza e virtù - ATLANTIS

Bellezza e virtù ovvero sport una virtù sociale?

 

Il mito della bellezza e della virtù 

La civiltà greca, dalla quale trae origine una delle sorgenti essenziali della nostra stessa civiltà europea, aveva al centro del suo sistema dei valori la bellezza e la virtù con il celebre detto con il quale i fanciulli e i giovani greci erano educati: καλóς και αγατθóς, che con il concetto di “bello” e “buono” codificava in modo molto sintetico e molto efficace il programma pedagogico del popolo greco.

Il riferimento alla civiltà greca, quando si parla di sport, di giochi, di atletica, è d’obbligo: sono essi che hanno introdotto i giochi e gli sport in tutta la loro varietà. Ancora oggi, quando ogni quattro anni celebriamo nel mondo le Olimpiadi, non facciamo altro che ricordare i giochi olimpici dell’antica Grecia, con tutto il loro significato culturale, sociale e educativo. 

L’attività sportiva era paragonata, in ambito sociale, a quella religiosa e culturale. Gli atleti erano considerati “ierofanti” (ἱεροϕάντης), ossia coloro che celebrano un rito, praticando, al meglio delle loro capacità fisiche e tecniche, l’esercizio delle virtù tipiche della razza ellenica e una relazione speciale con gli dei, con il sacro.

Oltre alla prova sportiva, era loro richiesto di cimentarsi in test di abilità culturale, come la redazione di componimenti poetici. Questo significava per ognuno dei partecipanti dimostrare di possedere capacità che andavano ben oltre il fatto squisitamente sportivo o agonistico e che conferivano all’atleta un senso di unicità e poliedricità. Ecco quindi che la “teologia dello sport” si integra ad una “antropologia culturale” che determina un mondo simbolico, nel quale l’atleta esprime al massimo livello le “potenzialità” umane, non solo sul piano fisico e tangibile, ma anche sul piano del “sapere”, della conoscenza, della eccellenza, con un impegno costante, mettendo tutta la energia e l’intuito di cui uno è dotato. 

E’ in questa transizione dal tangibile all’intangibile che ritroviamo il senso del detto latino “mens sana in corpore sano”: lo sport e i giochi olimpici non erano esercitati solamente da persone che potevano esibire forza fisica, muscoli e allenamenti sotto sforzo, ma anche da persone di cultura elevata e raffinata. Le punte di diamante dei giochi olimpici erano anche filosofi, matematici, musici. L’esempio più clamoroso è Platone, uno dei più grandi e influenti filosofi e uomini di cultura dell’umanità: il suo nome significa “dalle larghe spalle”, perché era  dotato di una prestanza fisica tale da permettergli di partecipare con successo ai giochi di Delfi e Corinto dove fu campione nella specialità del pugilato e, allo stesso tempo, uno dei più grandi filosofi. 

Quanto alla relazione profonda tra bellezza e virtù, che apparentemente, secondo la nostra morale attuale non possiedono una affinità esplicitamente riconoscibile, occorre fare un riferimento etimologico che ci aiuta a comprendere che questa affinità, nella cultura greca c’era e in modo molto “radicale” (nel senso delle parole-radice o parole-chiave): attraverso codici di interpretazione del linguaggio che spesso superficialmente noi oggi non siamo capaci di comprendere, tutte le lingue indoeuropee hanno in comune la radice etimologica sanscrita ăr_ dalla quale provengono tutti i vocaboli che significano la “bellezza”, ossia un lavoro che trasforma qualcosa di grezzo e informe in qualcosa non solo di utile, ma soprattutto in qualcosa di bello:

Greco: αρóω, che porta all’atto di “arare” la terra, di trasformarla in campi produttivi, per creare ricchezza, fertilità, estetica del paesaggio (basti pensare alla bellezza di campi di grano, alle distese dei prati, ai vigneti e ai giardini e così via) 

Latino e lingue neo-latine: arare, con lo stesso significato di αρóω, ma con una proliferazione di altri termini, tutti debitori di questa stessa radice sanscrita “ăr”, che sono ars, artifex, e le attuali arte, artistico, artigiano, artista, ecc.: l’uomo capace (eccome!) di creare bellezza e ingegno. 

Gotico e lingue germaniche: ar-beit (lavoro) e ar-m (braccio), ossia l’atto e lo strumento di trasformare la materia (il ferro, la creta, il legno…), e poi: norvegese “ar-beider”, svedese “ar-betar”,  danese “ar-bejder”,  

Slavo e lingue slave: russo, bulgaro e  macedone: работа (lavoro), in cui la “a” viene tralasciata, ma la comune radice è testimoniata dalla presenza della “r”, come nel croato “rad”.

Ed è sufficiente osservare le architetture dei templi greci e le numerosissime statue (di Mirone, di Fidia, di Policleto e di tanti altri), sia in marmo che in bronzo, per osservare quali progressi la “bellezza” ha compiuto con l’arte greca. E considerando il nostro tema, è di palmare evidenza che il canone della bellezza, soprattutto del corpo, era il più delle volte legato a qualche atleta, come il discobolo di Mirone, oltre naturalmente agli dei.

Ma (ed è qui la sorpresa) il legame della radice etimologica “ăr” non si esaurisce con l’opera (del lavoro o dell’arte) ma anche con la virtù: in greco la virtù ha anch’essa la stessa radice che forma la parola αρ-ετή (ar-eté). 

 

Sport e democrazia

Un altro concetto originale della cultura greca è il legame tra sport, giochi e democrazia. Questo legame profondo è meno percepibile di quello che sussiste tra bellezza e virtù, ma non è meno presente e importante nella cultura civile e nella formazione del capitale sociale dell’antica civiltà greca, perché è nei greci che per prima si affaccia nella storia del mondo la forma politica della democrazia, anzi della stessa politica (anche questo termine generato dai greci attraverso la parola πόλις e intesa appunto come governo della città o dello stato, che nell’antica Grecia coincideva con le città-stato). 

Chi, in tempi remoti, aveva aperto la strada per una elaborazione delle civiltà greca verso una forma sociale e politica di tipo democratico, in altri termini una società “aperta”, tanto per citare Karl Popper, è stato proprio il padre dalle cultura greca (e uno dei padri fondatori della cultura e della civiltà europea): Omero. Questo genio, a mio avviso, non è stato ancora compreso appieno nella portata innovatrice della sua opera letteraria, che comprende due poemi: l’Iliade e l’Odissea. 

Con l’Iliade Omero ci presenta una potente narrazione metaforica della cultura della ostilità, con tutti i suoi effetti funesti e crudeli: senza troppi sottintesi, Omero sembra darci un affresco dei greci aggressivi e crudeli molto negativo, non solo nel tracciare il profilo il più delle volte negativo o tragicomico dei cosiddetti eroi achei, persino nell’eroe per eccellenza, Achille, ma anche nella palese empatia che si coglie nella sua opera con l’altro eroe, Ettore, descritto in un contesto di generosità, di coraggio, di dedizione e persino di amore (con Andromaca e il figlioletto Astianatte), che non troviamo in nessuno degli eroi greci. Al contrario, Omero, inventando di punto in bianco (e apparentemente in modo casuale e persino artificioso) il personaggio di Tersite, che rappresenta, per la sua bruttezza e per la sua codardia, il modello dell’anti-eroe, il contrario del modello dell’eroe classico, bello e forte, prepara la sua narrazione verso un esito del tutto opposto a quello dell’Iliade.

Un critico attento alle esigenze degli umili, come Concetto Marchesi, ha in epoca moderna fornito una lettura diversa della figura di Tersite, come rivendicatore dei diritti della massa dei soldati che vedevano la guerra condotta solo negli interessi degli aristocratici. Sulla sua scia molti pensatori hanno scritto in difesa di Tersite. Omero, in altri termini, introduce (un po’ di soppiatto) nell’Iliade il virus della sua negazione e dell’urgenza del suo superamento.

 

Cultura dell’ostilità 

e cultura dell’ospitalità

E infatti con il secondo suo libro, l’Odissea, Omero segna un passaggio nettissimo dalla cultura della ostilità alla cultura della ospitalità.

In altre parole, il messaggio di Omero sembra voler dire agli “achei” (ai greci) e di riflesso anche a noi da sempre, che l’alba della civiltà sarebbe avvenuta solo se essi avessero chiuso definitivamente con il libro della ostilità, del genocidio, degli stupri, della crudeltà, rappresentati dall’Iliade e dal suo tragico epilogo, per aprire un altro modo di vivere, rappresentato dall’Odissea, libro della cultura del cammino, dell’incontro con gli “altri”, della conoscenza degli altri e delle loro culture. 

Emblematico e ricco di suggestione è, in particolare, l’episodio dell’incontro-scontro tra Odisseo e Polifemo: Odisseo trafigge l’occhio unico di questo gigante crudele, antropofago e ubriacone, vera incarnazione simbolica di tutti i tiranni di tutti i tempi e di una altissima percentuale di uomini di potere, che pensano con un pensiero unico, sognano il partito unico (il loro), ammazzano tutti quelli che li ostacolano nel loro delirio di onnipotenza e considerano tutti gli altri “nessuno”. 

Omero, nel definire Odisseo, lo chiama, già nel primo versetto del suo poema,  “ĻολυτροĻος”:  questo termine viene tradotto, normalmente, con il termine “multiforme“, oppure “ingegnoso“, in realtà significa letteralmente “uno che ha molto viaggiato“, l’uomo di grandi e molteplici spostamenti, movimenti, percorsi. Ritorna con estrema chiarezza il concetto della “coincidenza“ linguistica tra l’intensità del viaggio e l’intensità della propria esperienza, sapienza, creatività, scoperta. 

Ed è in virtù, infatti, di questa molteplice esperienza del viaggio, che Odisseo diviene anche uomo esperto, sagace, poliedrico. Allo stesso tempo, però, nel primo versetto del sesto canto, Omero lo definisce anche Ļολυτλας, ossia l’uomo che ha patito molto, che ha sopportato fatiche, rischi e travaglio (travel).

“La perdita determinata dal viaggio può diventare un guadagno morale e psicologico” sottolinea Eric Leed. E giustamente richiama all’attenzione la “purezza della strada” di Kerouac.

Una annotazione curiosa, che sembra di minore importanza, ma che io trovo fondamentale nella comprensione del passaggio alla cultura della ospitalità è il personaggio di Nausicaa, la giovanissima principessa dei Feaci, che incontra Odisseo in un contesto “sportivo”, mentre, in spiaggia, gioca a beach volley con le sue ancelle. E’ grazie ad una palla, scagliata fuori del campo di gioco, che un’ancella scopre il corpo nudo di Odisseo naufrago sulla spiaggia: è quindi durante un gioco che Omero apre in modo bellissimo il progetto di una cultura della ospitalità, perché Nausicaa diviene il primo prototipo di “accoglienza” dell’ospite. 

E’ interessante esaminare come Nausicaa esprima la sua accoglienza: “Forestiero, non hai l’aria di uomo volgare e stolto, ed è Zeus Olimpo che distribuisce agli uomini la felicità, ai buoni e ai malvagi, come vuole lui, a ciascuno. A te diede questa sorte, e tu la devi ad ogni modo sopportare. Ma ora, poiché sei giunto alla città e terra nostra, non mancherai di vesti né di alcun’altra cosa, come è giusto riceva un supplice provato dalla sventura, che si presenta. Ti indicherò la città, ti dirò il nome delle genti nel paese. I Feaci, sappilo, abitano la città qui e la terra, ed io sono la figlia del magnanimo Alcinoo, e da lui dipende la forza e la potenza dei Feaci. E’ una pagina stupenda della nostra cultura, che ci sollecita ad essere fedeli a questa radice culturale della nostra civiltà e della nostra democrazia. 

La proposta di Omero fu colta e recepita dai greci, che intrapresero questa nuova civiltà del dialogo, della libertà e della creatività di cui Omero aveva tracciato il profilo attraverso Odisseo e che i greci attuarono in seguito con forme embrionali di eguaglianza e democrazia contro la tirannide interna (e le orazioni di Lisia e di Demostene ne sono una testimonianza), e contro la prepotenza dei sovrani assoluti esterni, come l’impero persiano invasore. 

E a questo proposito, celebre è un racconto di Erodoto a riguardo di due greci, Spertia e Buli, (di Sparta) che si offrirono spontaneamente di dare a Serse soddisfazione, con la loro vita stessa, per gli araldi di Dario uccisi a Sparta. E così Sparta inviò i due in Persia, andando verso una morte sicura. Mentre si recavano a Susa giunsero presso l’accampamento di Idarne, comandante generale delle truppe costiere dell’impero persiano. 

Egli offrì ai due Spartani un banchetto ospitale e  chiese loro: “Spartani, perché vi sottraete alla amicizia col re? Se guardate a me e alla mia condizione, potete vedere come il re sappia onorare i valorosi. Così sarebbe anche per voi, se fate atto di sottomissione al re: ciascuno di voi diventerebbe governatore di un pezzo di Grecia, per designazione del re”. 

Risposero: “Idarne, il consiglio che ci dai non è imparziale: tu ci consigli avendo esperienza di una cosa e non dell’altra. Sai bene che cosa significhi essere schiavi, ma la libertà non l’hai mai provata, non sai se è dolce o no. In effetti, se l’avessi provata, ci inviteresti a difenderla non solo con le lance, ma persino con le scuri”. 

Un’altra prova simbolica che lega lo sport alla democrazia, è la battaglia che i greci hanno vinto contro i Persiani a Maratona: è da lì che, con il coraggioso gesto di un grande atleta come Filippide, nasce la corsa che ancora oggi, nei giochi Olimpici, porta ancora il nome della città nella quale la democrazia è riuscita a sconfiggere la prepotenza autoritaria e oppressiva dell’impero.

 

La sessualità e lo sport

Un altro tema legato alla cultura greca è il legame tra sesso e sport, attraverso una riflessione che giunge spontanea appena si ha modo di osservare un fatto apparentemente banale e scontato come la nudità totale degli atleti, arrivata a noi attraverso centinaia di sculture e di dipinti su vasi e su affreschi. Che la sessualità fosse molto libera e concepita come un dono meraviglioso degli dei, è risaputo da sempre. Ma è mia intenzione attirare uno sguardo attento su un punto: in primo luogo, la nudità è parte integrante, in modo etimologico e linguistico, allo sport e ai giochi, perché tutte le parole che lo definiscono, come ginnastica, ginnico, e persino ginnasio, derivano tutte dalla parola greca γυμνός che significa appunto “nudo”.

In secondo luogo, il significato della nudità: che la nudità non fosse interpretata come un elemento conturbante o un momento erotico, è testimoniata dal fatto che tutte le statue e le rappresentazioni di atleti nudi hanno i genitali esposti apertamente, ma come soggetti ad una pace dei sensi: il fatto che i genitali, soprattutto maschili, siano di dimensioni molto ridotte e del tutto omogenee, dava alla nudità un significato di eguaglianza, come se tutti gli atleti partissero (giustamente) da un punto di partenza uguale, senza vantaggi neppure dal punto di vista delle misure dei genitali, e quindi in un contesto competitivo puro, non equivocato da elementi di confronto non connessi alla performance atletica e niente più di questa. 

In terzo luogo essere nudi aveva anche un significato di “purezza” e di onestà: ossia giocare e competere senza trucchi, senza distinzione di abiti, di accessori e altri segni di distinzione di classe. Il fatto che gli atleti oggi e soprattutto i giocatori (di calcio in particolare) che indossano maglie contrassegnate da marchi, o di scarpe di firma e altri segni di prestigio sociale, rappresenta sicuramente una regressione rispetto alla trasparenza assoluta e alla uguaglianza tangibile degli atleti e degli sportivi greci (senza contare molte altre forme attuali di corruzione dello sport come le scommesse clandestine con i risultati pilotati, l’uso di prodotti chimici proibiti per avere dei vantaggi subdoli rispetto ai concorrenti e altre forme di manipolazione delle gare). 

Infine, il termine ginnasio (dal greco gymnasion, a sua volta da gymnos, “nudo”), che indicava in origine il luogo della formazione intellettuale, sensuale, morale e fisica dei giovani come futuri soldati e (nelle democrazie) futuri cittadini, è un’altra testimonianza della pratica della nudità atletica come segno di eguaglianza e di pari opportunità, senza differenza di classe, quasi un richiamo arcaico (o archetipico) al fatto che tutti nasciamo “nudi” e “uguali”.

I Comunicati Stampa dei Licei Da Vinci e Brandolini

I Comunicati Stampa dei Licei Da Vinci e Brandolini - ATLANTIS

Comunicato Stampa 1 

 

Avvicinare i giovani studenti delle scuole superiori venete alla professione giornalistica, attraverso la gestione dell’ufficio stampa del convegno “Sport & Cultura”, organizzato dall’Unione Nazionale Veterani dello Sport sezione di Venezia e Delegazione del Veneto, che si è svolto a Monastier di Treviso, lunedì 15 ottobre 2018, toccando molti e importanti tematiche legate all’attività sportiva giovanile, è stata la inedita finalità perseguita nell’ambito dello stesso. La collaborazione, infatti, tra scuola, mondo giornalistico, dell’impresa e dello sport che è stata sancita dai patrocini della Regione del Veneto, del Comitato Veneto del CONI e dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto, ha offerto la possibilità alle classi quinte dei licei scientifici ad indirizzo sportivo Da Vinci di Treviso e Brandolini Rota di Oderzo, coadiuvati dal punto di vista tecnico dai colleghi dell’Istituto Scarpa di San Donà di Piave (Venezia) di vivere “sul campo”, l’esperienza di addetti stampa dell’evento.

L’incontro, dal titolo “Sport e Giovani”, seconda edizione dell’annuale appuntamento di Sport & Cultura (l’anno scorso si era trattato di Sport e Geopolitica) ha accolto diversi momenti di confronto tra sportivi, donne e uomini delle istituzioni regionali, nazionali ed europee, presentando un parterre de rois di assoluto livello. Aperto non solo al mondo accademico, ma anche a quello imprenditoriale e professionale, il convegno è stato seguito da un pubblico attento e numeroso, in gran parte costituito, dalle stesse scolaresche giunte al completo (mentre un ristretto numero di loro ha gestito l’ufficio stampa).

Il Premio “Ercole Olgeni” è stato assegnato all’imprenditore/sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro per avere rilanciato lo sport nella città lagunare e non solo. Altro premio “Giorgio Mazzanti” a Ferruccio Gard, storico giornalista televisivo della RAI. Una menzione particolare al giovanissimo portiere di hockey in carrozzina Simone Rondato ai due giovani calciatori Fabio Caramel e Marco Giacomini che hanno rinunciato a partite importanti per donare il loro midollo osseo. Testimonianza vivente di quella correttezza e dirittura morale prescritta dalla Carta Etica del Veneto, codice deontologico per i giovani sportivi, presentata dall’Assessore allo Sport della Regione del Veneto, Avv. Cristiano Corazzari.

 

Quinta I del Liceo Scientifico 

ad indirizzo sportivo  

Leonardo Da Vinci Treviso

 

Comunicato Stampa 2 

 

Nel Veneto sono 457.665 gli sportivi tesserati, 5.636 le società sportive attive e 90.129 gli operatori sportivi.

Nella nostra regione, lo sport più praticato - in linea con quasi tutte le altre - è il calcio, seguito da pallavolo, pallacanestro, pesca e tennis. Tuttavia se si considerano le società sportive, al secondo posto si trova il ciclismo. La Lombardia è la regione con il più alto numero assoluto sia di atleti che di società mentre il Veneto per numero di atleti è al secondo posto e al terzo per numero di società sportive.

Oltre quattro milioni e mezzo di atleti tesserati, più di un milione di operatori sportivi e quasi sessantacinquemila società sportive, questi i numeri dello sport italiano. Per il CONI, inoltre, sono 45 le federazioni sportive nazionali, 19 le discipline associate, 15 gli enti di promozione sportiva, 21 i comitati regionali e 107 quelli provinciali e 19 la associazioni benemerite riconosciute. Per quanto riguarda la pratica degli sport, risalta il numero di calciatori: oltre un milione circa un quarto del totale dei praticanti di tutti gli sport. Questi i numeri dei tesserati.

Per quanto riguarda la pratica sportiva, diciassette milioni e settecentomila italiani dichiarano di praticare sport mentre i sedentari sono circa due milioni e mezzo. Tre figli su quattro praticano sport se i loro genitori sono sportivi. Nel Veneto i praticanti sono il 37,7 % dei quali il 26,7% in modo continuativo e l’11% saltuario. Non pratica alcuna attività il 24,8% dei veneti. Per la cronaca, in testa alla virtuale classifica degli italiani più sportivi, si collocano gli abitanti di Bolzano. Maschi e femmine: 10,4 milioni i praticanti maschi contro i 7,3 delle femmine. Tra i laureati il tasso di pratica sportiva è al 44,6% a fronte del 54% per chi ha la licenza media. Anche il contesto familiare conta: il 79,1% è la quarta di giovani che pratica sport in famiglie in cui entrambi i genitori sono sportivi mentre il 42,2% è il tasso di pratica sportiva tra i ragazzi che non hanno nemmeno un genitore sportivo e 31,8% è la percentuale di giovani sedentari nelle famiglie in cui nessuno dei genitori pratica sport.

Sono i dati emersi nel corso del convegno, dal titolo “Sport e Giovani”, seconda edizione dell’annuale appuntamento di Sport & Cultura, organizzato dall’Unione Nazionale Veterani dello Sport sezione di Venezia e Delegazione del Veneto, che si è svolto oggi a Monastier di Treviso nell’aula Antonio Calvani di Villa delle Magnolie.

Dati Istat-Coni 2015

 

Terza, Quarta e Quinta 

Liceo Scientifico a indirizzo sportivo 

Brandolini  Oderzo

 

Comunicato Stampa 3 

 

 

sport e giovani

 

Convegno 15 ottobre 2018 

Villa delle Magnolie Monastier

 

sintesi notizie principali emerse

 

Marco Giacomini e Fabio Caramel 

Giocatori che hanno donato il midollo osseo parlano agli studenti: “Non fa male. speriamo nei giovani! Ci hanno dato anche la cioccolata!”

 

Daniele Furlan 

Pres. Comitato Disabili Melograno

Attività parolimpica in Veneto: una delle più virtuose d’Italia.

 

Simone Ranzato (13enne di Casale sul Sile) 

Campione italiano di hockey in carrozzina

“lo sport ci aiuta ad uscire di casa”.

 

Giuseppe Ruzza figc 

Diminuiscono le società di calcio in Veneto ma aumentano i tesserati.

 

Guido Guidi 

Vice Presidente coni. Attività motoria nelle scuole primarie: ci vogliono esperti.

 

Luca Pinzi 

Giocatore e scrittore. Sport, fa bene dal punto fisico ma può fare male se l’approccio psicologico non è quello giusto

 

Luigi Brugnaro Premio Olgeni 2018. 

Credete nello sport perché i giovani hanno bisogno di un sistema che funzioni.

 

Maurizio D’Aquino medico. 

Sport e salute, per i giovani non agonistici attività fisica tre volte alla settimana.

 

Mauro Pollini Ass.ne allenatori. 

è difficile far capire ai giovani che ognuno è utile agli altri.

 

 

Equilibrio e Consapevolezza

Di Marco Bovo

 

 

"Pensando ai temi di questo congresso, riflettendo su ciò che ai ragazzi possa rimanere abbastanza impresso nella mente e che sia un aiuto concreto e semplice nella vita oltre che una ipotesi di sano sviluppo psicofisico nello sport ,ho stilato 4 punti focali:

1) EQUILIBRIO e MENS SANA IN CORPORE SANO

2) PASSIONE come AMORE e non PAURA

3) Conoscere affrontare e se possibile superare i limiti come le potenzialità attraverso la CONSAPEVOLEZZA 

4) Il libro aiuta in questo. 

L'equilibrio è alla base di ogni essere umano e di ogni micro e macro sistema. Equilibrio lo troviamo in ogni tipo di comportamento e di pensiero che mostrino un lavoro serio finalizzato alla crescita e alla maturazione .Nello sport l'equilibrio interiore ed esteriore portano ad armonizzare il corpo e la mente. Portano ad ascoltarsi per riconoscere i segnali che la nostra macchina biomeccanica ci invia costantemente con l'obiettivo di migliorare la nostra prestazionalità. Portano ad avvicinarsi sempre più alla coscienza sia personale che sociale e alla consapevolezza della nostra persona, del nostro Sé. Naturale conseguenza di ciò un rispetto personale e dell'altro, un valore assoluto dato all'individuo nella sua unicità e capacità di costruire relazioni interpersonali, una chiara visione del rapporto azione-conseguenza basilare nella dinamica positiva sociale. La passione è un altro tassello fondamentale, un motore che spinge ogni persona e i giovani che praticano sport a vivere con coraggio e amore ,con motivazione accettando i sacrifici che inevitabilmente si incontrano nel cammino della vita, a dare peso e valore corretti le esperienze. Con coraggio e amore capendo che la paura, quella non certo emozione primaria, ma la paura inutile ed eccessiva di non essere all'altezza della situazione è solo un fattore distruttivo e limitante che porta alla disistima e fragilità interiore. La paura che prende forme strane come le fobie ,le ossessioni, i DOC, le depressioni. La paura che impedisce ,sotto forma di vergogna, di rivolgersi ad uno specialista in grado di farsi carico e portare, condurre, ad una comprensione autentica e completa di se stessi. Oggi più che mai il comunicare, la parola, il dialogo strutturato e finalizzato alla maturazione e sicurezza sono strumenti e scelte di vita, quasi imprescindibili se si cerca una migliore qualità di vita, se si vuole VIVERE e non sopravvivere.

 

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Avvicinare i giovani studenti delle scuole superiori venete alla professione giornalistica, attraverso la gestione dell’ufficio stampa del convegno “Sport & Cultura”, organizzato dall’Unione Nazionale Veterani dello Sport sezione di Venezia e Delegazione del Veneto in collaborazione con la Casa di Cura “Giovanni XXIII” di Monastier. E’ accaduto, per la prima volta in Italia lunedì 15 ottobre presso il Centro Servizi “Villa delle Magnolie” a Monastier di Treviso, nel corso del convegno durante il quale si sono toccate molte e importanti tematiche legate all’attività sportiva giovanile.  Studenti dei licei scientifici ad indirizzo sportivo “Da Vinci” di Treviso e “Brandolini” Rota di Oderzo che hanno posto le domande ai relatori e studenti dell’Ipsia “Scarpa - Mattei” di Fossalta di Piave” che hanno ripreso con le proprie telecamere il convegno e le interviste. 

Una collaborazione quella tra scuola, mondo giornalistico, dell’impresa e dello sport, fortemente voluta e portata avanti da Carlo Mazzanti  organizzatore del Focus e che è stata sancita dai patrocini della Regione del Veneto - rappresentata dall’assessore Cristiano Corazzari-, del Comitato Veneto del CONI e dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto e che ha permesso agli oltre 100 studenti presenti di vivere “sul campo”, l’esperienza di addetti stampa dell’evento e di ascoltare gli interessanti interventi dei molti relatori presenti. 

L’incontro, dal titolo “Sport e Giovani”, seconda edizione dell’annuale appuntamento di Sport & Cultura ha accolto diversi momenti di confronto tra sportivi, donne e uomini delle istituzioni regionali, nazionali ed europee, presentando un parterre de rois di assoluto livello. Si è parlato di sport ed etica con la premiazione da parte dell’ex giocatore di calcio ed ora amministratore delegato della “Giovanni XXIII” Gabriele Geretto di 3 giocatori speciali, soprattutto sotto l’aspetto umano: Simone Ranzato 13 enne di Casale sul Sile (TV) affetto da SMA2 Top Player 2017 e 2018 dei Black Lions squadra di wheelchair hockey e due giocatori di calcio veneti che hanno donato il midollo osseo Fabio Caramel dello Spinea e Marco Giacomini del Noventa di Piave.

“Spero in voi! – ha detto Marco Giacomini giocatore del Noventa di Piave rivolgendosi ai numerosi giovani presenti in sala – La donazione del midollo osseo non è niente di più che una donazione di sangue. Fuori per un braccio, dentro per l’altro. 4 ore distesi sul letto e ti danno anche la cioccolata in bocca” ha detto sorridendo Marco.  Non ho fatto niente di importante per meritarmi questo premio – ha detto con umiltà Marco che fino ad oggi ha sempre evitato interviste ma che lunedì ha voluto essere presente per parlare di persona ai giovani – Nulla di importante da sottolineare sui giornali ma importante per il prossimo in quanto la donazione del midollo è fondamentale perché si può salvare una vita. Informatevi – ha detto Marco rivolgendosi agli studenti in sala, quasi suoi coetanei – chiedete! Perché è davvero importante” 

“E’ stata per me è una cosa molto naturale –ha detto Fabio Caramel giocatore dello Spinea -  Ero donatore di sangue e mi è stato chiesto di registrarmi per un eventuale donazione di midollo osseo. Ho accettato a cuor leggero senza nemmeno sapere di che cosa si trattasse. Mi era stato detto che si poteva salvare una vita ed effettivamente quando sono stato chiamato per la mia compatibilità ho capito effettivamente che cosa volesse dire. La donazione di midollo osseo è qualcosa di molto semplice rispetto a quello che si può fare salvando una vita. Nel mio caso c’era una persona malata di leucemia e c’era bisogno di una donazione di midollo osseo. La donazione è molto più semplice di quanto si possa pensare perché ora la tecnologia ha fatto dei grossi passi avanti soprattutto nel mondo della medicina. Non vengono bucate ossa almeno se si opta per la soluzione delle periferiche che sia io che Marco Giacomini abbiamo adottato. Per chi dona il sangue è una donazione paragonabile ad una donazione di plasma quindi non ci sono interventi. Si è coscienti c’è una doppia spina, un ago che restituisce il sangue e una macchina che preleva solamente quello di cui ha bisogno e si torna subito alla vita di tutti i giorni senza nessuna complicazione. Pensare quindi che con una semplice donazione si ha la possibilità nell’85 per cento di salvare una vita credo che un piccolo sforzo sia il minimo che si possa fare”

“Lo sport è molto importante - ha detto Simone Ranzato - perché ti diverti, esci di casa e scopri i nuovi amici. E poi ci dà anche tante soddisfazioni. Quando l’anno scorso ho ricevuto per la prima volta il premio come miglior giocatore di wheelchair hockey - ha detto Simone Ranzato 13 enne di Casale sul Sile affetto da SMA2 – ho pensato che forse si erano sbagliati. Quando invece ho avuto il premio in mano ho capito che era proprio mio”. 

Con Simone ha parlato ai ragazzi presenti anche Sauro Corò Team Manager della Nazionale Italiana Weelchair Hockey laureatasi campione del Mondo 2018.

“Nell’attività paraolimpica il Veneto è una delle regioni più virtuose – ha detto Daniele Furlan Presidente del Comitato Melograno rispondendo alla domanda della provetta giornalista della 5 i del Liceo Scientifico “Da Vinci” di Treviso Camilla Mascherin - ma c’è ancora margine di miglioramento. A livello nazionale solo l’1,5% della popolazione disabile pratica lo sport e quindi anche se in Veneto abbiamo delle percentuali un po’ superiori il margine di miglioramento c’è soprattutto perché lo sport a volte è quel coadiuvante che riesce a unire le persone ma anche a far uscire dalle mura di casa quelle persone disabili che normalmente invece vi trascorrono quasi tutto il loro tempo”

Chi pratica sport deve anche essere consapevole delle proprie capacità. E così quando durante il pannel diretto da Luigi Bignotti due studenti del Liceo scientifico “Da Vinci” di Treviso hanno chiesto all’allenatore della Reyer come può un giovane anche non promettente trovare spazio nel roster di una squadra come la Reyer, Walter De Raffaele ha risposto “Trovate una persona che la pensa all’opposto di tutti...Vi risponderò schiettamente come sono. Credo che adesso i giovani purtroppo stiano perdendo la fame che c’era un po’ di tempo fa e l’umiltà che c’era un po’ di tempo fa. Questo è un grosso limite e mi dispiace. Ho tre figli e parlo a ragion veduta. Adesso è tutto subito e tutto facile e naturalmente non c’è una ricetta. Io credo che la cosa più importante sia essere umili avere molta voglia di sacrificarsi e cercare di raggiungere il massimo. Che non vuol dire per forza arrivare in serie A ma vuol dire essere la migliore versione di se stessi”.

“La qualità più difficile da tirar fuori dagli atleti, soprattutto quelli che giocano in squadra - ha detto Mario Pollini Consigliere Nazionale dell’Associazione Allenatori - è la capacità di capire che ogni persona è utile all’altro e che lavorando insieme, soffrendo insieme, giocando insieme si raggiunge il risultato”

Stando ai dati Istat-Coni del 2015 nel Veneto sono 457.665 gli sportivi tesserati ci sono 5.636 le società sportive attive e sono 90.129 gli operatori sportivi. “Nel calcio diminuiscono le società per problemi economici e di ricambio dirigenziale - ha detto Giuseppe Ruzza Presidente della FIGC Veneto durante il pannel coordinato da Mario Caporello- ma aumentano i tesserati e questo sta a dimostrare che la voglia di giocare a calcio e di fare sport è sempre alta”.

L’attività agonista è impegnativa - ha detto il dottor Maurizio D’Aquino primario del reparto di medica della Casa di Cura “Giovanni XXIII” di Monastier e sportivo intervenendo al convegno nel pannel diretto da Paolo Ghisoni- ma va fatto nella giusta misura. Lo sport è legato all’età e a quella che è la propensione per una singola disciplina. Ma per chi vuole semplicemente star bene e fare della salute il proprio proponimento è necessario praticare attività fisica almeno per tre volte alla settimana” 

Durante il convegno “Sport e Giovani” si è parlato anche dell’insegnamento dell’attività motoria nella scuola primaria. “La figura professionale che segue l’attività motoria nelle scuole primarie – ha detto Guido Guidi Vice Presidente Vicario del Coni Veneto- deve essere un esperto non soltanto di attività fisica vera e propria ma anche di psicologia del bambino. Deve avere competenze sotto vari aspetti: quello sanitario e di quelli legati alla dieta. Un esperto a 360° perché si tratta di creare uno stile di vita che poi è quello che condiziona la persona per tutta l’esistenza”

I pro e i contro della pratica sportiva giovanile di oggi rispetto al passato è stata la domanda che Carolina Marchesin del Liceo Scientifico “Da Vinci” di Treviso ha posto allo scrittore/giornalista/giocatore Luca Pinzi, autore del libro “Un calcio all’amore” che mette in luce le difficoltà psicologiche dell’atleta che vive la panchina “Lo sport fa bene dal punto fisico ma può fare anche male se l’approccio psicologico non è quello giusto. Sotto questo aspetto molta responsabilità ce l’ha l’adulto nell’ accompagnare lo giovane nello sport. Mi riferisco al genitore che potrebbe proiettare sul figlio tutte le sue ansie da vittoria. Tutti vogliamo campioni, tutti vogliamo figli titolari, tutti vogliamo figli bravissimi in tutto. E questo invece non succede. Ognuno di noi fa quello che può. Chi pratica sport deve farlo innanzitutto per imparare le regole, per divertirsi, per rispettare gli avversari e poi viene anche la vittoria che fa piacere”.

“La qualità più difficile da tirar fuori dagli atleti è la capacità di capire almeno per gli sport di squadra – ha detto Mario Pollini consigliere nazionale dell’associazione allenatori - che ogni persona è utile all’altro e che lavorando insieme, soffrendo insieme, giocando insieme si raggiunge il risultato”

Al termine del convegno è stato consegnato il Premio “Ercole Olgeni” a Luigi Brugnaro in qualità di imprenditore e uomo che ha rilanciato lo sport nella città lagunare e non solo.  In un messaggio video Luigi Brugnaro ha voluto ringraziare e salutare tutti coloro “che credono nello sport”. Anche la Casa di Cura “Giovanni XXIII” di Monastier per tutto il lavoro che svolge e per tutto quello ha donato alla Reyer e al mondo dello sport in genere. Si è poi rivolto a tutti i presenti “A voi che vi occupate di sport sia in ambito sanitario che tecnico dico: credete nello sport, perché i giovani hanno bisogno di un sistema che funzioni”. 

Altro premio “Giorgio Mazzanti” è stato conferito a Ferruccio Gard, storico giornalista televisivo della RAI.

 

 

 

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