Home » Editoriali

Editoriali

4/2016

4/2016 - ATLANTIS

Editoriale

Quando l’America cambia, cambia il mondo intero

 

Bentornata Vecchia America, bentornato caro Old Party. Donald Trump, repubblicano, è il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Lo è diventato dopo una corsa elettorale, dalle primarie interne alla vittoria sulla democratica Hilary Clinton, giocata su toni polemici che hanno raggiunto picchi di vis polemica e volgarità inusitati. Trump è un imprenditore di seconda generazione di origine tedesca. La sua biografia è del tutto nuova per un Presidente americano. Spostato e divorziato più volte, non ha l’aplomb né il curriculum tradizionale dei suoi predecessori. E’ un uomo nuovo, come lo era stato Donald Reagan. Ama consumare i suoi pranzi domenicali a pochi blocchi dalle Trump Tower, a New York, in un ristorante italiano inieme ai giovani figli, preferendo abitudinariamente tagliere di salumi e formaggi italiani, pappardelle, ossobuco e tiramisù. Apprezza molto i vini italiani. Nessuno può dire, oggi, se sarà un buon presidente come lo è stato Reagan. Chi ha votato Trump e perché? Ce lo dice Maurizio Molinari direttore responsabile de La Stampa e acuto osservatore delle cose americane. “È la rivolta della tribù bianca d’America ad aver vinto le elezioni presidenziali che hanno portato Donald J. Trump alla Casa Bianca. Composta in gran parte da famiglie del ceto medio flagellato dagli effetti della globalizzazione, con le roccaforti negli Stati operai del Midwest e nella regione degli Appalachi, d’origine anglosassone ed angloceltica, diffidente nei confronti del governo federale e portatrice di un’idea di libertà basata sul diritto alla prosperità, la tribù bianca si è sentita aggredita durante gli otto anni di presidenza Obama”. Ancora Molinari: “È una tribù per la quale i diritti economici contano più di quelli civili, che non si sconvolge per le volgarità di Trump e spera di «restaurare l’America delle origini» come spiega il sondaggio del «Public Religion Research Institute» parlando di una coalizione di uomini bianchi, senza laurea e operai. Hillary Clinton in uno degli errori della campagna li ha definiti «deplorables» (miserabili) ed è proprio questa maggioranza silenziosa che negli ultimi 11 mesi è andata a votare in massa - come mai aveva fatto - sconfiggendo in rapida successione le dinastie politiche che negli ultimi trent’anni hanno guidato Washington: i Bush e i Clinton. Tutto questo è avvenuto a dispetto di una demografia che premia la somma delle minoranze, respingendo la prima donna che poteva diventare presidente, umiliando l’establishment bipartisan, le star di Hollywood, l’esercito dei sondaggisti e quasi la totalità dei media. Poiché l’America è una nazione rivoluzionaria, dove il populismo si affermò con l’elezione di Andrew Jackson nel 1829, è un fenomeno che merita rispetto anche da parte di chi non lo condivide. Tanto più che ci riguarda da vicino essendo assai simile al disagio del ceto medio che in Europa ha generato la Brexit britannica ed alimenta una galassia eterogenea di movimenti di protesta, dalla Francia alla Germania fino al nostro Paese”. L’analisi non fa una piega. Il fatto è che la vera notizia sta altrove ed è che l’America è ancora governata da una maggioranza bianca e non cattolica né tantomeno radical-chic. Ha vinto l'America profonda e popolare. L’America della Colt nella fondina e la T-Bone Steak al sangue nel piatto; l’America country della frontiera; l’America che si sente un’eccezione rispetto al resto del Mondo; l’America timorosa dello Stato e che si sente il Faro sulla Collina; l’America del baseball e della Budweiser; l’America dei Pick-up e della coca-cola. Ha vinto contro tutti i pronostici e le profezie di analisti, professori e giornalisti. Che hanno fatto una figuraccia epocale. Perché? Ma perché costoro non vivono tra la gente. Intanto stanno perlopiù a New York e Washington. Al massimo si spostano tra Filadelfia, Chicago e Boston. Ma l’America profonda (per quanto disprezzata dalla sinistra liberal e snob) è fatta di agricoltori, artigiani, allevatori, piccoli e medi imprenditori che in stragrande maggioranza vivono in provincia e non nelle metropoli. Gli osservatori italiani, poi, sono anche condizionati dalla tradizionale vicinanza storica ai Democrats, pur con eccezioni importanti a cominciare dal repubblicano sindaco di New York, Fiorello La Guardia e poi Rudolph Giuliani. In campagna elettorale, Trump ha delineato quale sarà la sua politica economica: meno tasse, meno politiche sociali più spinta all’economia tradizionale. Certamente il Trump Presidente non sarà l’attore tracotante e provocatore che abbiamo conosciuto in campagna elettorale. Quale politica estera attuerà? Il wilsonismo democratico sarà messo da parte per una politica estera pragmatica. Non se ne conosce ancora lo stile e sarà il caso di attendere la nomina del Segretario di Stato per capirne di più. Le presidenze repubblicane hanno avuto tante politiche estere differenti ma forse è probabile una rassomiglianza a quella di Reagan più che a quella che dei Bush o dello stesso grande Richard Nixon guidato dal formidabile Henry Kissinger. Franco Venturini, sul Corriere della Sera così scrive: “Sulla carta Trump appartiene al campo degli isolazionisti mentre Hillary Clinton si muoveva in quello degli interventisti. L’etichetta ideologica potrebbe perdere forza nel corso della presidenza, ma qualcosa di sicuro resterà, e renderà vana la promessa di una America di nuovo dominante. Piuttosto, l’America ripiegata su se stessa rafforzerà il nascente multipolarismo dominato da potenze regionali e possibile teatro di guerre regionali. Ammesso e non concesso che gli interessi dei poteri forti americani consentano a Trump uno sbocco di questo genere, e che il Congresso repubblicano approvi”. Ancora Venturini: “ L’Europa sa di essere attesa da prove elettorali durissime nei prossimi dodici mesi. Sa che nelle urne l’ondata nazional-populista può spingerla verso la disgregazione. E ora deve affrontare l’incognita Trump. Il nuovo presidente ha dato l’impressione di non considerare la Ue se non per i «buoni affari» . Quando ha parlato di Europa ha parlato soprattutto di Nato, avvertendo gli alleati che dovranno pagare parecchio di più per la loro sicurezza se vogliono che l’Alleanza abbia ancora un futuro. E prospettando anche le nuove priorità: la lotta al terrorismo e all’immigrazione clandestina, senza farsi ossessionare dal confronto con la Russia. Dunque problemi e divisioni in vista, ma in teoria anche una grande opportunità: se l’Europa non capisce di dover diventare adulta ora, non lo farà mai. Putin ha vinto la sua vera battaglia, che era quella di non far vincere l’ostica Hillary Clinton. Ma sbaglierebbe a farsi troppe illusioni su Trump. Il nuovo presidente avrà un approccio pragmatico: se il nostro nemico numero uno è l’Isis e lo è anche della Russia, meglio trovare un accordo e batterlo insieme. C’è lo strappo della Crimea, certo, ma non può bloccare tutto, e le sanzioni vanno ripensate. Che la Russia si getti nelle braccia della Cina, poi, non è un buon risultato. Insomma, con il Cremlino bisognerà discutere di tutto e convergenze non sono escluse. Putin ha di che essere contento. Ma l’America non sarà cedevole o rinunciataria, come aveva gridato con scandalo la campagna di Hillary. E Putin dovrà fare la sua parte in un possibile nuovo reset. Partita tutta da giocare”. Saranno rafforzati i legami con Israele, grande attesa per quelli con l’Arabia Saudita. Anche con la Cina i rapporti sono tutti da definire dopo le ripetute boutades in campagna elettorale, volte a catturare il voto dell’elettorato operaio. In Egitto, Al Sisi è sicuramente più felice di un a presidenza Trump piuttosto di una presidenza Clinton. Un rapporto forte con Trump potrebbe aiutare per la Libia che molto ci interessa, perché il generale Haftar padrone della Cirenaica è legatissimo agli interessi del Cairo”.

Quanto al commercio internazionale, Trump ha sbandierato un ritorno al protezionismo e non vede di buon occhio il Ttip con l’Europa, minaccia il Nafta nord-americano, non esclude di uscire dal Wto. Speriamo che fossero solo slogan e che il Trump Presidente si ravveda. Queste comunque la prima dichiarazione del neo Presidente: “Alla comunità mondiale voglio dire che, nonostante metterò gli interessi dell’America sempre al primo posto, ci comporteremo in modo corretto con tutti. Tutti i popoli e tutte le nazioni. Cercheremo un punto d’incontro, e non l’ostilità. Collaborazioni e non conflitti”.

Per finire. Forse, ai professori, ai politici professionisti, ai tecno-burocrati pubblici italiani ed europei non piacerà ma dall'altra parte dell'Oceano Atlantico ha vinto (ancora una volta) il popolo americano.

3/2016

3/2016 - ATLANTIS

 

  

 

Democrazia e Liberalismo

 Globalizzazione e Società Aperta.

Il tema affrontato da Angelo Panebianco è: “ha senso fare decidere il «popolo» sulle faccende pubbliche? Non sarebbe meglio, almeno in certi frangenti, mettere da parte l’ambiguo mito della sovranità popolare? Per dare ordine a una discussione piuttosto confusa bisogna distinguere fra i due significati della parola «democrazia». Stiamo parlando della democrazia rappresentativa (l’elezione di rappresentanti a cui vengono affidate le decisioni collettive) oppure della democrazia diretta (sono gli elettori che prendono le decisioni collettive)? Democrazia rappresentativa e democrazia diretta sono cose diversissime, modi antitetici di governare la cosa pubblica. Con l’eccezione della piccola Svizzera, con la sua particolare storia, in nessun Paese occidentale la democrazia diretta ha un peso e un ruolo paragonabili a quello della democrazia rappresentativa.

La democrazia rappresentativa, al di là del mito, è il miglior meccanismo per contare le teste anziché tagliarle, per assicurare ricambi pacifici nelle élite di governo. È uno strumento, forse insuperabile, di risoluzione non violenta dei conflitti politici. Non richiede da parte del cittadino - elettore particolari competenze o conoscenze. Sono sufficienti il suo giudizio e la sua percezione, giusta o sbagliata che sia, che i governanti in carica meritino una riconferma o, quanto meno, una prova d’appello, oppure che occorra sostituirli senza indugi con qualcun altro il quale poi, a sua volta, dovrà essere messo alla prova. Il popolo non decide sulle questioni pubbliche, fa una scelta tra coloro che, dicendo il vero oppure millantando, asseriscono di sapere prendere decisioni sagge.

Nonostante coloro che hanno sempre confuso la democrazia col socialismo, la democrazia rappresentativa non richiede uguaglianza di reddito o di livelli di istruzione. Richiede solo uguaglianza giuridica, uguaglianza di fronte alla legge. Impagabile strumento di risoluzione pacifica dei conflitti, la democrazia rappresentativa ha anche un’altra virtù: è il migliore habitat per la protezione delle libertà personali. In teoria, quelle libertà potrebbero anche essere assicurate, entro certi limiti, da un dispotismo illuminato e, inoltre, le democrazie corrono sempre il rischio di degenerare, di diventare democrazie autoritarie. Tuttavia, l’esperienza storica mostra che la democrazia rappresentativa è, in genere, il miglior baluardo a difesa di quelle libertà.

La democrazia diretta è un’altra cosa. Qui agli elettori è richiesto un minimo di conoscenza delle poste in gioco. Ma ciò li consegna mani e piedi ai vari gruppi di élite che hanno il potere di trasmettere tali conoscenze.  Ed è anche evidente che le varie utopie circolanti sulla «democrazia del web», la democrazia diretta in salsa informatica, non prefigurano chissà quali nuovi luminosi traguardi democratici ma incubi totalitari ove il massimo di manipolazione del «popolo» da parte di ristrettissimi gruppi si accompagnerebbe al massimo di retorica sull’ormai raggiunto obiettivo della «vera democrazia». La democrazia diretta non è la migliore risposta a problemi complessi, anche se può essere un strumento assai utile quando si tratta di decidere su temi relativamente circoscritti (come fu il caso del divorzio in Italia). Sfortunatamente, il ricorso alla democrazia diretta per fronteggiare problemi complessi segnala spesso un fallimento della democrazia rappresentativa: è l’espediente a cui certi governanti ricorrono quando il sistema rappresentativo non riesce a decidere. Un espediente che a volte ha successo ma a volte aggrava il male. Naturalmente, vanno esclusi da questo discorso i referendum costituzionali. In questo caso, «l’appello al popolo», come insegna la dottrina costituzionalista, serve a dare la più ampia legittimazione alla nuova costituzione. Non si devono commettere due errori. Pensare che siccome solo in pochi, per ragioni di mestiere, sono addentro ai problemi, hanno sufficienti conoscenze per farsi un quadro abbastanza chiaro (ma mai completamente chiaro) delle varie poste in gioco, allora tanto vale lasciarli decidere senza neppure controlli ex post. Il secondo errore, se e quando la democrazia diretta dà esiti che riteniamo insoddisfacenti, consiste nel gettare discredito anche sulla preziosa democrazia rappresentativa”. Questo dice Panebianco su Democrazia rappresentativa e Democrazia diretta.  E ora, veniamo a definire un’idea di liberalismo in chiave moderna, da consegnare a figli e nipoti per questo nuovo millennio. Premesso che non è un’ideologia (lo abbiamo più volte ricordato) ma un complesso di avvertenze (e poi norme) che definiscono la limitazione del potere (pubblico e privato), la finalità è il raggiungimento e la difesa della libertà individuale e collettiva. Come sottolinea Alec Ross nel suo Il Nostro Futuro, “se una vita resta a un livello più basso di quello che potrebbe raggiungere a causa della mancanza di opportunità, la responsabilità – in un contesto liberale e democratico – è di chi ha posizioni di potere (e quindi anche di privilegio) e non formula  politiche in grado di estendere a quanti più individui possibile tali opportunità”. Lo strumento, oltre che quello classico dello Stato di Diritto è l’adesione ad uno schema di pensiero contrapposto alla chiusura. Cioè l’apertura. Non a caso Popper parlò di Società Aperta. Nel ventesimo secolo, il dualismo è stato tra capitalismo e comunismo. Nel ventunesimo sarà (anzi è già) tra aperto e chiuso, democrazia e autocrazia, libertà economica e libero commercio e dominio centralista e protezionismo. La globalizzazione è un frutto liberale e non una malattia egoistica. In pochi anni ha portato al risultato che il numero dei cinesi che sono usciti dalla povertà è pari al numero di abitanti di Europa e Stati Uniti d’America. Ed è vero che ci sono ancora 805 milioni di esseri umani che soffrono la fame (una persona su nove al mondo) ma negli ultimi vent’anni, 100 milioni hanno visto risolto il problema della sussistenza, grazie al libero commercio e all’impiego della scienza e della tecnologia nel campo del cibo, dell’agricoltura, dell’impiego dell’acqua, della medicina, della sanità (che farà passi giganteschi con la genomica e la robotica applicata). I popoli accorceranno le distanze tra loro grazie all’impiego di traduzioni simultanee di ottimo livello. Le religioni, soprattutto, quelle integraliste saranno costrette ad un’evoluzione “tollerante” di dialogo interreligioso  per non essere messe nel dimenticatoio dal superamento dell’analfabetismo generalizzato in molte regioni del mondo.

 

2/2016

2/2016 - ATLANTIS

W&W (We and the World)

Atlantis e la zuppa di sasso

 

 

La rivista Atlantis mi ricorda la storia della zuppa di sasso. 

La conoscete? No? 

Allora: c’era una volta un viandante (della vita?) che forse o magari era un giornalista appassionato di relazioni internazionali e geopolitica.

Era tardi e si trovò a risolvere il problema della cena. Ma non aveva nulla. Allora prese un bel sasso, rotondo, a forma di globo, lo lavò nel torrente e lo mise in pentola sul fuoco insieme a un bel po’ di acqua. Di lì a poco passò qualcuno che chiese cosa ci fosse in pentola e lui rispose: zuppa di sasso. Ed è buona? Chiese il passante. Con una cipolla sarebbe meglio. E poco dopo l’uomo torno con un paio di cipolle. Passarono altri e fecero tutti la stessa domanda del primo. E lui rispose: certo, con sedano, carota, qualche patata ed altri ortaggi sarebbe perfetta ma è buona anche così. E tutti portarono gli ortaggi: ora mancava il sale ma presto ci fu anche quello. 

Alla fine, la zuppa fu offerta a tutti quelli che avevano portato volontariamente gli ortaggi ed anche a quelli che avevano semplicemente fame. 

Atlantis è così: acqua e sasso, poi alcuni ingredienti: conoscenza, competenza, passione. 

La zuppa di sasso/Atlantis, una volta cotta, è liberale, tollerante, cosmopolita, internazionale, aperta. Corroborante, insomma. Affronta e approfondisce temi e problemi locali, nazionali ed esteri. E sfama tutti coloro che credono che per decidere liberamente si debba essere informati e non indottrinati.

1/2016

1/2016 - ATLANTIS

W&W (Noi e il Mondo)

Per una visione italiana della governance globale.

 

 

Le origini dell’Unione Europea, senza considerare quelle antichissime greco – romane,  si perdono nel corso dei secoli: il giurisperito francese Pierre Dubois, aveva ideato una proto confederazione di stati europei con a capo un consiglio saggi. Siamo tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Saltando qualche secolo avanti, intellettuali come Jean Jacques Rousseau, Immanuel Kant, Henri de Saint-Simon, ipotizzarono un’Europa unita sulla base dei principi di fratellanza umana. Un diverso intendimento dell’unità europea è quello dell’Ancien Regime, basato su di una strategia legata agli intrecci di sangue regale per il controllo e il dominio dei principali Stati europei (cattolici). Dopo la cattiva fama procurata al termine democratico, causata dalla Rivoluzione Francese e al giacobinismo radicale, è la volta del tentativo autocratico napoleonico che, intorno alla seconda metà del XIX secolo, porta a un tentativo di costituire una Europa Unita prima dell’affermazione dei nazionalismi che mescolandosi al tentativo di difendere il vecchio sistema  imperiale infilano il continente in due guerre mondiali. Nel secolo scorso, il XX, dopo la prima guerra mondiale, altri eminenti rappresentanti del mondo politico e intellettuale, a cominciare da Croce ed Einaudi, si occupano dell’argomento, ma anche questa volta vanamente. Soltanto dopo la conclusione del secondo conflitto, si aprì uno scenario fino ad allora mai esistito che consentì, a causa di contrasti, tensioni e opposizioni tra le due superpotenze vincitrici (USA da un lato e URSS dall’altro lato), la realizzazione di due blocchi contrapposti sia sul piano  politico che su quello economico. Un aspetto rilevante sicuramente fu l’interesse degli USA a favorire le iniziative volte all’attuazione di una Europa Unita, in area occidentale,  basata sulla libera iniziativa imprenditoriale e sull’economia di mercato. Anche sul piano militare, come si sa, i paesi dell’Europa occidentale, nel successivo 1949, si organizzarono, sotto l’egida degli USA, dando vita all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (OTAN, più conosciuta come NATO). Nello stesso anno venne istituito il Consiglio d’Europa con il precipuo fine di favorire una forma di collaborazione politica tra gli stati membri per la reciproca tutela. Qualche tempo dopo venne resa la cosiddetta “Dichiarazione Schuman dal nome del Ministro degli Esteri francese dell’epoca e in realtà frutto delle politiche volte all’unione economica europea e  propugnate anche dalla Germania di Adenauer e dall’Italia di De Gasperi. Effettivamente, però, la proposta del Ministro francese tendente a mettere in comune le risorse del carbone e dell’acciaio delle nazioni del vecchio continente, ebbe i consensi, oltre che della Germania occidentale, dell’Italia, del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo.  Non vi aderì il Regno Unito, forse come autorevolmente sostenuto, nel timore di alterare gli equilibri all’interno del Commonwealth.  Nacque la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio  meglio conosciuta come CECA, con decorrenza giuridica a partire  dal 1952. Nel 1945 negli Stati Uniti d’America, in San Francisco, veniva convocata la conferenza per adottare lo Statuto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: l’ente a carattere mondiale sorto sulle ceneri della Società delle Nazioni. L’Italia, per note ragioni, non solo non risultava tra le nazioni invitate, ma era addirittura annoverata tra gli “Stati ex nemici”. Il cammino intrapreso dal chiaroveggente Alcide De Gasperi nel marzo del 1946, all’epoca Ministro degli Esteri e continuato dal suo successore Conte Sforza, si era concluso con l’opera del suo collega Gaetano Martino che aveva già progettato e gestito la Conferenza di Messina e che così commenterà l’ingresso dell’Italia nell’ONU. L’ingresso dell’Italia nel massimo consesso internazionale, consacra dal punto di vista giuridico una situazione di fatto in base alla quale l’Italia era partecipe delle più importanti attività dell’ONU pur non facendone formalmente parte. Nell’entrare nell’ONU, l’Italia, entra come in “un parlamento di popoli”. L’accelerazione verso una compiuta unità europea avviene soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Gli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo sono passi avanti mai conosciuti prima. Il suggello è l’entrata in vigore dell’euro, il primo gennaio 2002 (circolazione monetaria). Tuttavia, i nuovi scenari geopolitici, in particolare le ondate di terrorismo derivate dalla situazione mediorientale, tutt’altro che sotto controllo, dopo vari interventi militari; le tensioni in alcune aree dell’Europa orientale (ieri Bosnia Erzegovina, Croazia, Serbia, Albania oggi soprattutto Ucraina) e il flusso migratorio proveniente dall’Africa e dalla Siria e zone circostanti, stanno rimettendo in discussione molte delle trame irrisolte sia a livello di governante europea che mondiale. L’Europa si trova ancora una volta al bivio di una scelta tra confederazione di Stati nazionali e Federazione compiuta. In questa chiave, i fatti hanno dimostrato che l’attuale Unione è sbilanciata da una germanocentricità imbarazzante. Davanti allo strapotere economico e politico della Germania e dei suoi paesi satellite, la Francia ha cercato uno sbocco strategico neocoloniale e la Russia tenta di esercitare un’influenza panslavista mai sopita e costruita su di una supposta ricostituzione di un impero romano d’oriente (peraltro avversato da una Turchia sia islamica sia laica). La Gran Bretagna, finita la sua supremazia da secolo XIX, non ha smantellato il sistema del Commonwealth. La borsa di Londra è pur sempre la seconda borsa mondiale dopo Wall Street. Dal punto di vista non europeo ma mondiale, la Russia è il primo paese a rivendicare le norme elementari delle relazioni internazionali che prevedono che nessuno Stato possa occuparsi di affari interni di altri Stati (in questo modo tentando di sottrarsi a critiche sul proprio regime autarchico). Attori come Cina, India, Brasile non stanno a guardare mentre il Giappone combatte la sua continua crisi economica senza uscire mai dall’ambito della fedele alleanza con gli Stati Uniti e i Paesi occidentali. Bisticci sulle politiche delle migrazioni, politiche energetiche divergenti, mancanza di coordinamento delle intelligence europee, mancata adozione di un esercito unico europeo insieme alla non volontà di tutte le altre politiche unitarie (bancarie, fiscali, di bilancio) non chiariscono il quadro di governante democratica europea. L’Europa unita finirà con il 2019, anno di scadenza di Mario Draghi a capo della Bce? Un successore tedesco potrebbe essere il colpo di grazia definitivo, ed è un rischio già corso prima della nomina del professore italiano. Sempre dal punto di vista italiano, il momento non è dei più facili: alle porte il referendum del prossimo ottobre sulla riforma costituzionale del Governo Renzi, un sistema delle autonomie regionali che sembra avere partorito la peggiore delle classi dirigenti politiche locali possibili e un sistema industriale e produttivo che dopo il nuovo assetto italo americano di Fiat – Fca (indebitata solo sul fronte italiano con quattro miliardi di euro e alla ricerca di nuove alleanze) si regge soltanto sulle aziende pubbliche. La fine del 2016 porterà un nuovo presidente alla casa Bianca e il 2017, le elezioni in Germania (e non solo). Come si vede, la nostra finestra sul mondo, ci fa vedere più interrogativi che prospettive. A proposito, cosa farà l’Onu da grande? 

 

4/2015

4/2015 - ATLANTIS

W&W (Noi e il Mondo)

Per una visione italiana della governance globale.

 

La cronaca recente, alterna fatti di Guerra (sia tradizionale che asimmetrica), localizzati soprattutto tra Africa e Medio Oriente e atti di terrorismo con localizzazione più ampia e (forse) imprevedibile. Dopo la cronaca (purtroppo) viene il commento che, con premesse analitiche e storiche spesso sbagliate, lascia l’amaro in bocca e l’idea di una sorta di depistaggio della razionalità del lettore e del cittadino.

Dato che la nostra principale finalità, è l’informazione, proviamo a mettere in ordine qualche idea.

Intanto un metodo, che proviamo a riassumere in una tabella:

 

Punto di Osservazione.

Analisi: a) politica (interna ed estera); b) diplomazia (relazioni internazionali, trattati, accordi commerciali, etc.); c) economia e finanza; d; forze armate e intelligence; e) conoscenza (informazione, ricerca scientifica, università, tecnologia, comunicazioni, etc.); f) attori: Stati e Governi, Organizzazioni Internazionali, Imprese (multinazionali); g) aree geografiche; h) aree tematiche (sanità e salute, energia, clima, ambiente, etc.).

 

Posizione e strategia.

Partendo dall’assunto che né l’inclusione in una alleanza militare (Nato) né l’appartenenza ad una organizzazione ultranazionale (Unione europea) ci toglie di dosso l’identità italiana, questo è il nostro punto di osservazione. 

Quanto alla nostra politica estera, solo l’ingenuità può concepire che essa si possa mutare esprimendo un’opinione in uno dei tanti talk show televisivi nazionali o anche ottenendo una rappresentanza parlamentare (ancorché cospicua). Insomma ci vuole ben altra forza (che non si vede all’orizzonte). Quanto alla politica interna, tutto sommato, la costrizione ad un’analisi estera porta più benefici che danni. La stessa posizione assunta verso Putin è una cartina di tornasole eccezionale, una specie di reagente chimico-politico più efficace di tante altre alchimie: chi loda Putin (ex capo del Kgb sovietico, mandante di più omicidi di giornaliste e avversari politici e fautore del cosiddetto capitalismo russo mafioso) smette la maschera di finto liberale e mostra la sua anima (e camicia) nera. A cominciare dai tre piccoli porcellini, ovvero (in ordine di apparizione nell’Italian Horror Show) Berlusconi, Meloni e Salvini. E non si sa se l’attrazione è più ideologica (magari Meloni), tattica (Salvini per un pugno di voti in più) o di interesse (Berlusconi ma le affinità elettive con i Rais dove le mettiamo?). Finiamo, all’insegna di: non esiste nessuno scontro di civiltà  e nessuna guerra santa. Quindi il nostro coinvolgimento deve essere razionale e non istintivo.

Quanto all’assunto economico, ribadiamo la necessità di una pronta internazionalizzazione delle Pmi italiane, che preveda:

- Innovazione di prodotto; ricerca scientifica; design.

- Scouting dei mercati esteri.

- Distribuzione internazionale (GI).

Non a caso la nostra rivista a ciò ha dedicato un progetto, presentato nel corso del Convegno Europa e Mediterraneo che si è svolto a Roma all’inizio di novembre.

Ancora uno sguardo al nostro ruolo e alla nostra responsabilità di Europei che non mancano di ricordarci né l’amico Kerry né il reuccio Putin (quando parla di divisioni di voi occidentali, per essere chiari!). 

Abbiamo alle porte Il 2017 dell’Unione europea con:

- Elezioni francesi.

- Elezioni tedesche.

- Referendum britannico (Brexit).

Mentre sullo sfondo si celebreranno i 500 anni dall’affissione delle 95 tesi luterane al portone della chiesa del castello di Wittemberg (31 ottobre 1517).

 

La nostra posizione e strategia, la ritroviamo in una pagina del libro “L’alleanza inevitabile. Europa e Stati Uniti oltre l’Iraq”, Vittorio Emanuele Parsi, «Se ciò che ci preme non è un ordine mondiale qualsiasi ma un ordine giusto, quello tra Europa e Stati Uniti rappresenta il solo multilateralismo possibile, fondato su quei principi di libertà che non possono essere soggetti a trattativa. A mano a mano che altri stati accedono alla piena adesione a questi valori, l’allargamento del multilateralismo diventerà moralmente obbligatorio. Ma alla condivisione dei valori deve affiancarsi la volontà e la capacità di condividere la sicurezza complessiva del sistema internazionale. E qui spetta soprattutto all’Europa farsi avanti. Questa è la sola alternativa sia a un esasperato unilateralismo americano, sia all’ormai insostenibile funzione legalistica dell’eguaglianza di tutti gli stati».

 

ATLANTIS

SALVADORI - ROLEX

ATLANTIS

Treviso Official Mobile Guide

ATLANTIS

ATLANTIS