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Editoriali

3/2016

3/2016 - ATLANTIS

 

  

 

Democrazia e Liberalismo

 Globalizzazione e Società Aperta.

Il tema affrontato da Angelo Panebianco è: “ha senso fare decidere il «popolo» sulle faccende pubbliche? Non sarebbe meglio, almeno in certi frangenti, mettere da parte l’ambiguo mito della sovranità popolare? Per dare ordine a una discussione piuttosto confusa bisogna distinguere fra i due significati della parola «democrazia». Stiamo parlando della democrazia rappresentativa (l’elezione di rappresentanti a cui vengono affidate le decisioni collettive) oppure della democrazia diretta (sono gli elettori che prendono le decisioni collettive)? Democrazia rappresentativa e democrazia diretta sono cose diversissime, modi antitetici di governare la cosa pubblica. Con l’eccezione della piccola Svizzera, con la sua particolare storia, in nessun Paese occidentale la democrazia diretta ha un peso e un ruolo paragonabili a quello della democrazia rappresentativa.

La democrazia rappresentativa, al di là del mito, è il miglior meccanismo per contare le teste anziché tagliarle, per assicurare ricambi pacifici nelle élite di governo. È uno strumento, forse insuperabile, di risoluzione non violenta dei conflitti politici. Non richiede da parte del cittadino - elettore particolari competenze o conoscenze. Sono sufficienti il suo giudizio e la sua percezione, giusta o sbagliata che sia, che i governanti in carica meritino una riconferma o, quanto meno, una prova d’appello, oppure che occorra sostituirli senza indugi con qualcun altro il quale poi, a sua volta, dovrà essere messo alla prova. Il popolo non decide sulle questioni pubbliche, fa una scelta tra coloro che, dicendo il vero oppure millantando, asseriscono di sapere prendere decisioni sagge.

Nonostante coloro che hanno sempre confuso la democrazia col socialismo, la democrazia rappresentativa non richiede uguaglianza di reddito o di livelli di istruzione. Richiede solo uguaglianza giuridica, uguaglianza di fronte alla legge. Impagabile strumento di risoluzione pacifica dei conflitti, la democrazia rappresentativa ha anche un’altra virtù: è il migliore habitat per la protezione delle libertà personali. In teoria, quelle libertà potrebbero anche essere assicurate, entro certi limiti, da un dispotismo illuminato e, inoltre, le democrazie corrono sempre il rischio di degenerare, di diventare democrazie autoritarie. Tuttavia, l’esperienza storica mostra che la democrazia rappresentativa è, in genere, il miglior baluardo a difesa di quelle libertà.

La democrazia diretta è un’altra cosa. Qui agli elettori è richiesto un minimo di conoscenza delle poste in gioco. Ma ciò li consegna mani e piedi ai vari gruppi di élite che hanno il potere di trasmettere tali conoscenze.  Ed è anche evidente che le varie utopie circolanti sulla «democrazia del web», la democrazia diretta in salsa informatica, non prefigurano chissà quali nuovi luminosi traguardi democratici ma incubi totalitari ove il massimo di manipolazione del «popolo» da parte di ristrettissimi gruppi si accompagnerebbe al massimo di retorica sull’ormai raggiunto obiettivo della «vera democrazia». La democrazia diretta non è la migliore risposta a problemi complessi, anche se può essere un strumento assai utile quando si tratta di decidere su temi relativamente circoscritti (come fu il caso del divorzio in Italia). Sfortunatamente, il ricorso alla democrazia diretta per fronteggiare problemi complessi segnala spesso un fallimento della democrazia rappresentativa: è l’espediente a cui certi governanti ricorrono quando il sistema rappresentativo non riesce a decidere. Un espediente che a volte ha successo ma a volte aggrava il male. Naturalmente, vanno esclusi da questo discorso i referendum costituzionali. In questo caso, «l’appello al popolo», come insegna la dottrina costituzionalista, serve a dare la più ampia legittimazione alla nuova costituzione. Non si devono commettere due errori. Pensare che siccome solo in pochi, per ragioni di mestiere, sono addentro ai problemi, hanno sufficienti conoscenze per farsi un quadro abbastanza chiaro (ma mai completamente chiaro) delle varie poste in gioco, allora tanto vale lasciarli decidere senza neppure controlli ex post. Il secondo errore, se e quando la democrazia diretta dà esiti che riteniamo insoddisfacenti, consiste nel gettare discredito anche sulla preziosa democrazia rappresentativa”. Questo dice Panebianco su Democrazia rappresentativa e Democrazia diretta.  E ora, veniamo a definire un’idea di liberalismo in chiave moderna, da consegnare a figli e nipoti per questo nuovo millennio. Premesso che non è un’ideologia (lo abbiamo più volte ricordato) ma un complesso di avvertenze (e poi norme) che definiscono la limitazione del potere (pubblico e privato), la finalità è il raggiungimento e la difesa della libertà individuale e collettiva. Come sottolinea Alec Ross nel suo Il Nostro Futuro, “se una vita resta a un livello più basso di quello che potrebbe raggiungere a causa della mancanza di opportunità, la responsabilità – in un contesto liberale e democratico – è di chi ha posizioni di potere (e quindi anche di privilegio) e non formula  politiche in grado di estendere a quanti più individui possibile tali opportunità”. Lo strumento, oltre che quello classico dello Stato di Diritto è l’adesione ad uno schema di pensiero contrapposto alla chiusura. Cioè l’apertura. Non a caso Popper parlò di Società Aperta. Nel ventesimo secolo, il dualismo è stato tra capitalismo e comunismo. Nel ventunesimo sarà (anzi è già) tra aperto e chiuso, democrazia e autocrazia, libertà economica e libero commercio e dominio centralista e protezionismo. La globalizzazione è un frutto liberale e non una malattia egoistica. In pochi anni ha portato al risultato che il numero dei cinesi che sono usciti dalla povertà è pari al numero di abitanti di Europa e Stati Uniti d’America. Ed è vero che ci sono ancora 805 milioni di esseri umani che soffrono la fame (una persona su nove al mondo) ma negli ultimi vent’anni, 100 milioni hanno visto risolto il problema della sussistenza, grazie al libero commercio e all’impiego della scienza e della tecnologia nel campo del cibo, dell’agricoltura, dell’impiego dell’acqua, della medicina, della sanità (che farà passi giganteschi con la genomica e la robotica applicata). I popoli accorceranno le distanze tra loro grazie all’impiego di traduzioni simultanee di ottimo livello. Le religioni, soprattutto, quelle integraliste saranno costrette ad un’evoluzione “tollerante” di dialogo interreligioso  per non essere messe nel dimenticatoio dal superamento dell’analfabetismo generalizzato in molte regioni del mondo.

 

2/2016

2/2016 - ATLANTIS

W&W (We and the World)

Atlantis e la zuppa di sasso

 

 

La rivista Atlantis mi ricorda la storia della zuppa di sasso. 

La conoscete? No? 

Allora: c’era una volta un viandante (della vita?) che forse o magari era un giornalista appassionato di relazioni internazionali e geopolitica.

Era tardi e si trovò a risolvere il problema della cena. Ma non aveva nulla. Allora prese un bel sasso, rotondo, a forma di globo, lo lavò nel torrente e lo mise in pentola sul fuoco insieme a un bel po’ di acqua. Di lì a poco passò qualcuno che chiese cosa ci fosse in pentola e lui rispose: zuppa di sasso. Ed è buona? Chiese il passante. Con una cipolla sarebbe meglio. E poco dopo l’uomo torno con un paio di cipolle. Passarono altri e fecero tutti la stessa domanda del primo. E lui rispose: certo, con sedano, carota, qualche patata ed altri ortaggi sarebbe perfetta ma è buona anche così. E tutti portarono gli ortaggi: ora mancava il sale ma presto ci fu anche quello. 

Alla fine, la zuppa fu offerta a tutti quelli che avevano portato volontariamente gli ortaggi ed anche a quelli che avevano semplicemente fame. 

Atlantis è così: acqua e sasso, poi alcuni ingredienti: conoscenza, competenza, passione. 

La zuppa di sasso/Atlantis, una volta cotta, è liberale, tollerante, cosmopolita, internazionale, aperta. Corroborante, insomma. Affronta e approfondisce temi e problemi locali, nazionali ed esteri. E sfama tutti coloro che credono che per decidere liberamente si debba essere informati e non indottrinati.

1/2016

1/2016 - ATLANTIS

W&W (Noi e il Mondo)

Per una visione italiana della governance globale.

 

 

Le origini dell’Unione Europea, senza considerare quelle antichissime greco – romane,  si perdono nel corso dei secoli: il giurisperito francese Pierre Dubois, aveva ideato una proto confederazione di stati europei con a capo un consiglio saggi. Siamo tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Saltando qualche secolo avanti, intellettuali come Jean Jacques Rousseau, Immanuel Kant, Henri de Saint-Simon, ipotizzarono un’Europa unita sulla base dei principi di fratellanza umana. Un diverso intendimento dell’unità europea è quello dell’Ancien Regime, basato su di una strategia legata agli intrecci di sangue regale per il controllo e il dominio dei principali Stati europei (cattolici). Dopo la cattiva fama procurata al termine democratico, causata dalla Rivoluzione Francese e al giacobinismo radicale, è la volta del tentativo autocratico napoleonico che, intorno alla seconda metà del XIX secolo, porta a un tentativo di costituire una Europa Unita prima dell’affermazione dei nazionalismi che mescolandosi al tentativo di difendere il vecchio sistema  imperiale infilano il continente in due guerre mondiali. Nel secolo scorso, il XX, dopo la prima guerra mondiale, altri eminenti rappresentanti del mondo politico e intellettuale, a cominciare da Croce ed Einaudi, si occupano dell’argomento, ma anche questa volta vanamente. Soltanto dopo la conclusione del secondo conflitto, si aprì uno scenario fino ad allora mai esistito che consentì, a causa di contrasti, tensioni e opposizioni tra le due superpotenze vincitrici (USA da un lato e URSS dall’altro lato), la realizzazione di due blocchi contrapposti sia sul piano  politico che su quello economico. Un aspetto rilevante sicuramente fu l’interesse degli USA a favorire le iniziative volte all’attuazione di una Europa Unita, in area occidentale,  basata sulla libera iniziativa imprenditoriale e sull’economia di mercato. Anche sul piano militare, come si sa, i paesi dell’Europa occidentale, nel successivo 1949, si organizzarono, sotto l’egida degli USA, dando vita all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (OTAN, più conosciuta come NATO). Nello stesso anno venne istituito il Consiglio d’Europa con il precipuo fine di favorire una forma di collaborazione politica tra gli stati membri per la reciproca tutela. Qualche tempo dopo venne resa la cosiddetta “Dichiarazione Schuman dal nome del Ministro degli Esteri francese dell’epoca e in realtà frutto delle politiche volte all’unione economica europea e  propugnate anche dalla Germania di Adenauer e dall’Italia di De Gasperi. Effettivamente, però, la proposta del Ministro francese tendente a mettere in comune le risorse del carbone e dell’acciaio delle nazioni del vecchio continente, ebbe i consensi, oltre che della Germania occidentale, dell’Italia, del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo.  Non vi aderì il Regno Unito, forse come autorevolmente sostenuto, nel timore di alterare gli equilibri all’interno del Commonwealth.  Nacque la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio  meglio conosciuta come CECA, con decorrenza giuridica a partire  dal 1952. Nel 1945 negli Stati Uniti d’America, in San Francisco, veniva convocata la conferenza per adottare lo Statuto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: l’ente a carattere mondiale sorto sulle ceneri della Società delle Nazioni. L’Italia, per note ragioni, non solo non risultava tra le nazioni invitate, ma era addirittura annoverata tra gli “Stati ex nemici”. Il cammino intrapreso dal chiaroveggente Alcide De Gasperi nel marzo del 1946, all’epoca Ministro degli Esteri e continuato dal suo successore Conte Sforza, si era concluso con l’opera del suo collega Gaetano Martino che aveva già progettato e gestito la Conferenza di Messina e che così commenterà l’ingresso dell’Italia nell’ONU. L’ingresso dell’Italia nel massimo consesso internazionale, consacra dal punto di vista giuridico una situazione di fatto in base alla quale l’Italia era partecipe delle più importanti attività dell’ONU pur non facendone formalmente parte. Nell’entrare nell’ONU, l’Italia, entra come in “un parlamento di popoli”. L’accelerazione verso una compiuta unità europea avviene soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Gli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo sono passi avanti mai conosciuti prima. Il suggello è l’entrata in vigore dell’euro, il primo gennaio 2002 (circolazione monetaria). Tuttavia, i nuovi scenari geopolitici, in particolare le ondate di terrorismo derivate dalla situazione mediorientale, tutt’altro che sotto controllo, dopo vari interventi militari; le tensioni in alcune aree dell’Europa orientale (ieri Bosnia Erzegovina, Croazia, Serbia, Albania oggi soprattutto Ucraina) e il flusso migratorio proveniente dall’Africa e dalla Siria e zone circostanti, stanno rimettendo in discussione molte delle trame irrisolte sia a livello di governante europea che mondiale. L’Europa si trova ancora una volta al bivio di una scelta tra confederazione di Stati nazionali e Federazione compiuta. In questa chiave, i fatti hanno dimostrato che l’attuale Unione è sbilanciata da una germanocentricità imbarazzante. Davanti allo strapotere economico e politico della Germania e dei suoi paesi satellite, la Francia ha cercato uno sbocco strategico neocoloniale e la Russia tenta di esercitare un’influenza panslavista mai sopita e costruita su di una supposta ricostituzione di un impero romano d’oriente (peraltro avversato da una Turchia sia islamica sia laica). La Gran Bretagna, finita la sua supremazia da secolo XIX, non ha smantellato il sistema del Commonwealth. La borsa di Londra è pur sempre la seconda borsa mondiale dopo Wall Street. Dal punto di vista non europeo ma mondiale, la Russia è il primo paese a rivendicare le norme elementari delle relazioni internazionali che prevedono che nessuno Stato possa occuparsi di affari interni di altri Stati (in questo modo tentando di sottrarsi a critiche sul proprio regime autarchico). Attori come Cina, India, Brasile non stanno a guardare mentre il Giappone combatte la sua continua crisi economica senza uscire mai dall’ambito della fedele alleanza con gli Stati Uniti e i Paesi occidentali. Bisticci sulle politiche delle migrazioni, politiche energetiche divergenti, mancanza di coordinamento delle intelligence europee, mancata adozione di un esercito unico europeo insieme alla non volontà di tutte le altre politiche unitarie (bancarie, fiscali, di bilancio) non chiariscono il quadro di governante democratica europea. L’Europa unita finirà con il 2019, anno di scadenza di Mario Draghi a capo della Bce? Un successore tedesco potrebbe essere il colpo di grazia definitivo, ed è un rischio già corso prima della nomina del professore italiano. Sempre dal punto di vista italiano, il momento non è dei più facili: alle porte il referendum del prossimo ottobre sulla riforma costituzionale del Governo Renzi, un sistema delle autonomie regionali che sembra avere partorito la peggiore delle classi dirigenti politiche locali possibili e un sistema industriale e produttivo che dopo il nuovo assetto italo americano di Fiat – Fca (indebitata solo sul fronte italiano con quattro miliardi di euro e alla ricerca di nuove alleanze) si regge soltanto sulle aziende pubbliche. La fine del 2016 porterà un nuovo presidente alla casa Bianca e il 2017, le elezioni in Germania (e non solo). Come si vede, la nostra finestra sul mondo, ci fa vedere più interrogativi che prospettive. A proposito, cosa farà l’Onu da grande? 

 

4/2015

4/2015 - ATLANTIS

W&W (Noi e il Mondo)

Per una visione italiana della governance globale.

 

La cronaca recente, alterna fatti di Guerra (sia tradizionale che asimmetrica), localizzati soprattutto tra Africa e Medio Oriente e atti di terrorismo con localizzazione più ampia e (forse) imprevedibile. Dopo la cronaca (purtroppo) viene il commento che, con premesse analitiche e storiche spesso sbagliate, lascia l’amaro in bocca e l’idea di una sorta di depistaggio della razionalità del lettore e del cittadino.

Dato che la nostra principale finalità, è l’informazione, proviamo a mettere in ordine qualche idea.

Intanto un metodo, che proviamo a riassumere in una tabella:

 

Punto di Osservazione.

Analisi: a) politica (interna ed estera); b) diplomazia (relazioni internazionali, trattati, accordi commerciali, etc.); c) economia e finanza; d; forze armate e intelligence; e) conoscenza (informazione, ricerca scientifica, università, tecnologia, comunicazioni, etc.); f) attori: Stati e Governi, Organizzazioni Internazionali, Imprese (multinazionali); g) aree geografiche; h) aree tematiche (sanità e salute, energia, clima, ambiente, etc.).

 

Posizione e strategia.

Partendo dall’assunto che né l’inclusione in una alleanza militare (Nato) né l’appartenenza ad una organizzazione ultranazionale (Unione europea) ci toglie di dosso l’identità italiana, questo è il nostro punto di osservazione. 

Quanto alla nostra politica estera, solo l’ingenuità può concepire che essa si possa mutare esprimendo un’opinione in uno dei tanti talk show televisivi nazionali o anche ottenendo una rappresentanza parlamentare (ancorché cospicua). Insomma ci vuole ben altra forza (che non si vede all’orizzonte). Quanto alla politica interna, tutto sommato, la costrizione ad un’analisi estera porta più benefici che danni. La stessa posizione assunta verso Putin è una cartina di tornasole eccezionale, una specie di reagente chimico-politico più efficace di tante altre alchimie: chi loda Putin (ex capo del Kgb sovietico, mandante di più omicidi di giornaliste e avversari politici e fautore del cosiddetto capitalismo russo mafioso) smette la maschera di finto liberale e mostra la sua anima (e camicia) nera. A cominciare dai tre piccoli porcellini, ovvero (in ordine di apparizione nell’Italian Horror Show) Berlusconi, Meloni e Salvini. E non si sa se l’attrazione è più ideologica (magari Meloni), tattica (Salvini per un pugno di voti in più) o di interesse (Berlusconi ma le affinità elettive con i Rais dove le mettiamo?). Finiamo, all’insegna di: non esiste nessuno scontro di civiltà  e nessuna guerra santa. Quindi il nostro coinvolgimento deve essere razionale e non istintivo.

Quanto all’assunto economico, ribadiamo la necessità di una pronta internazionalizzazione delle Pmi italiane, che preveda:

- Innovazione di prodotto; ricerca scientifica; design.

- Scouting dei mercati esteri.

- Distribuzione internazionale (GI).

Non a caso la nostra rivista a ciò ha dedicato un progetto, presentato nel corso del Convegno Europa e Mediterraneo che si è svolto a Roma all’inizio di novembre.

Ancora uno sguardo al nostro ruolo e alla nostra responsabilità di Europei che non mancano di ricordarci né l’amico Kerry né il reuccio Putin (quando parla di divisioni di voi occidentali, per essere chiari!). 

Abbiamo alle porte Il 2017 dell’Unione europea con:

- Elezioni francesi.

- Elezioni tedesche.

- Referendum britannico (Brexit).

Mentre sullo sfondo si celebreranno i 500 anni dall’affissione delle 95 tesi luterane al portone della chiesa del castello di Wittemberg (31 ottobre 1517).

 

La nostra posizione e strategia, la ritroviamo in una pagina del libro “L’alleanza inevitabile. Europa e Stati Uniti oltre l’Iraq”, Vittorio Emanuele Parsi, «Se ciò che ci preme non è un ordine mondiale qualsiasi ma un ordine giusto, quello tra Europa e Stati Uniti rappresenta il solo multilateralismo possibile, fondato su quei principi di libertà che non possono essere soggetti a trattativa. A mano a mano che altri stati accedono alla piena adesione a questi valori, l’allargamento del multilateralismo diventerà moralmente obbligatorio. Ma alla condivisione dei valori deve affiancarsi la volontà e la capacità di condividere la sicurezza complessiva del sistema internazionale. E qui spetta soprattutto all’Europa farsi avanti. Questa è la sola alternativa sia a un esasperato unilateralismo americano, sia all’ormai insostenibile funzione legalistica dell’eguaglianza di tutti gli stati».

 

3/2015

3/2015 - ATLANTIS

Come si cambia il mondo

 

L’uomo, prima di occuparsi di autogovernarsi, si è senz’altro trovato alle prese con il problema del dominio della natura. La forza della natura e dell’ambiente, infatti, è indipendente dalla volontà umana e la prescinde. Dall’ambiente, dipende comunque la sopravvivenza umana. L’ambiente, prima che territorio da dominare, è terra da arare, acqua da bere e da utilizzare per l’irrigazione delle coltivazioni, piante da fare crescere per alimentarsi o alimentare gli animali da soma, animali da cacciare e da domare perché siano d’ausilio alle attività agricole o di caccia o pastorali. Il clima ha orientato le migrazioni umane prima e più delle guerre e dei conflitti. Non a caso i primi trattati scientifici si sono occupati di ciò. L’alimentazione è la primaria necessità umana, subito seguita dal senso di conservazione e di riproduzione. Prima la salute, recita un motto. Fin troppo ovvio. Quindi, caccia, pastorizia e agricoltura e l’avvio dell’organizzazione sociale e della gerarchia e delle classi. Poi, produzione, conservazione, industria, commercio, trasporto. Poi, ancora, servizi più complessi come utilizzo della moneta, della proto finanza, dell’assicurazione delle merci. Quindi, costruzione di macchine produttive ed utilizzo dell’energia come l’acqua fino alla realizzazione di macchine sempre più complesse e potenti che avevano bisogno di sfruttare maggiore energia. Territorio come ricchezza, dunque. Fondamentale la sua protezione ma anche la conquista di terre nuove. Le scoperte geografiche. Fioriscono civiltà successive e differenti. Coeve e differenti. Con stili di vita, abitudini e arti differenti. Anche organizzazioni sociali e politiche differenti. In questo cammino, di gruppi e società diversi, a volte gli incroci diventano inevitabili. I cambiamenti degli uni e degli altri avvengono talvolta per ibridazione, talaltra per incorporazione successiva a scontro violento. La guerra è il principale strumento di cambiamento. Guerra per la difesa o la conquista di un territorio o per la necessità di un aumento demografico o per l’accesso ad una fonte energetica o di risorse vitali. Nasce la strategia, ovvero l’arte di condurre il proprio esercito alla vittoria. E non c’è dubbio che la guerra sia stata uno straordinario mezzo di cambiamento del mondo. Quindi, è la guerra il principale mezzo di imporre la propria ragione (interesse). Con la forza. Ma la guerra non può essere globale e permanente a costo di essere la risoluzione finale dell’umanità. Quindi, le regole, le leggi, il diritto si sono affermati come formidabili strumenti per il governo delle organizzazioni umane. Oltre alla guerra, tuttavia è sempre esistita una formidabile forza propria dell’uomo: la razionalità. La capacità di pensare ed elaborare il suo pensiero in un’articolazione eccezionale. Tanto eccezionale da volerne trovare un limite nell’invenzione delle religioni. Prescrittive e limitative del potere umano. Un potere che, in realtà, non accetta limitazioni. Tantomeno autoimposte. Il pensiero più libero, pertanto, si è emancipato in scientifico, ovvero ricercatore della verità naturale. Il pensiero scientifico è dunque servito all’uomo artigiano, produttore, inventore. E’ diventato supporto teorico della tecnica e dell’innovazione. Che sono diventate ancelle del miglioramento della qualità della vita umana sotto il profilo medico, sanitario, informativo, culturale, degli spostamenti, del tempo libero. Il cammino percorso, ha accorciato o addirittura annullato i tempi dell’informazione e di molto diminuito quelli dei trasporti, ha aumentato la durata e la qualità della vita, ha reso possibili gli scambi linguistici in modo quasi universale. Naturalmente, non essendo estirpabile il male dall’animo umano, questo cammino non è perfetto e non conduce inevitabilmente verso il progresso. E’ una strada lastricata di lacrime, sangue e ingiustizie. E’ la strada della libertà umana. Una strada che dalla competizione/antagonismo con la natura e l’ambiente e tra gruppi umani, viaggia (con fatica) verso la collaborazione e la cooperazione, attraverso l’affermazione dell’universalità dei diritti. 

 

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