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Editoriali

Autunno 2014

Autunno 2014 - ATLANTIS

Condannati a stare insieme

 

Unione europea e Stati Uniti d’America guideranno il concerto delle democrazie

 

“La causa dell’America – ha scritto Benjamin Franklin – è la causa di tutta l’umanità”. In questa semplice frase è racchiusa l’eccezionalità del ruolo americano nello scenario internazionale. Oggi vediamo il mondo costellato di teatri di guerra e potremmo dire, insieme a Robert Kagan, “Il mondo è tornato ad essere normale”. La fine della storia è l’erronea opinione che l’affermazione di un ordine liberale si fondi sul trionfo delle idee e sulla naturale evoluzione del progresso umano. Questa illusione, peraltro fondata su di una suggestiva e grandiosa idea illuministica che il destino dell’umanità sia una progressiva marcia da un’epoca di guerre verso un’epoca di pacifica e proficua coesistenza, è fondata su un determinismo assai pericoloso. Appare anche logico pensare che un mondo di stati democratici e liberali produrrà a poco a poco un ordine internazionale conforme ai principi della democrazia e del liberalismo. Proprio questo è stato il sogno dell’illuminismo del XVIII secolo, quando Kant immaginò una “pace perpetua”, sostenuta da un concerto di repubbliche liberali e fondato sul naturale desiderio di pace e benessere che anima tutti gli uomini. In realtà, il progresso non è inevitabile ma dipende dalle scelte degli individui e dei popoli, dalle loro vittorie o sconfitte nelle guerre e nell’attuazione di riforme economiche o nelle scelte che portano al declino. La tendenza globale del secolo scorso verso la democrazia ha coinciso con lo spostamento storico dell’equilibrio del potere a favore delle nazioni e dei popoli che sostengono i principi della democrazia liberale. Vi sono state le vittorie delle nazioni democratiche su quelle fasciste e naziste nella seconda guerra mondiale e quella sul comunismo sovietico con la guerra fredda. Ma tali vittorie non erano inevitabili e non sono destinate a durare per sempre. Oggi c’è un quasi inaspettato risorgere delle autocrazie. Lo sono la Russia di Putin (dopo il vano tentativo di riforma democratica di Eltsin) e la Cina comunista e capitalista a modo suo. La prospettiva, se non l’attualità, è uno scenario nel quale le due principali autocrazie, Cina e Russia, mantengono il loro ruolo di potenze regionali e costituiscono un polo di attrazione o repulsione per le nazioni e le potenze limitrofe come Giappone e India. Ma soprattutto la Cina ha un’importante potenzialità di accrescere il proprio ruolo, avvicinandosi alla sola superpotenza mondiale che continuano ad essere gli Stati Uniti d’America.  La linea di demarcazione tra potenze e nazioni che condividono gli stesse ideali improntati al governo democratico, liberale e all’economia di mercato e le autocrazie sembra essere il filo conduttore assolutamente ideologico dell’attuale momento storico. Da una parte, condotte dalla possibilità di essere attore che è presente in tutto il mondo come gli Stati Uniti, ci sono Unione Europea, Giappone, India e come sottopotenze Australia, Israele e  Brasile; dall’altra Come detto Cina e Russia con importanti alleati locali quali Iran, Siria e Corea del Nord. I teatri nei quali si gioca questa complessa competizione che costituirà il futuro ordine internazionale sono il Nord Africa e l’Africa Subsahariana, i Balcani e la cerniera di paesi cuscinetto tra Unione Europea e Russia (Georgia, Moldavia, Ucraina) con il fondamentale ruolo della Turchia, l’Estremo Oriente e il Pacifico dove questioni legate all’indipendenza di Taiwan sembrano meno pericolose e soprattutto l’area Mediorientale dove da due secoli sono irrisolte le contraddizioni e i conflitti interni all’islam. In quest’area, inoltre, esiste forse l’ultimo eccezionale elemento di discrepanza tra alleanze coerenti ideologicamente. Infatti, I paesi del Golfo Persico sono alleati delle democrazie liberali ma tutt’altro che democrazie liberali nelle loro istituzioni di governo. La storia è tutt’altro che finita, insomma.  Ed è un errore credere che l’autocrazia non eserciti alcun fascino nel mondo. Ed è un errore credere che il diritto internazionale sia sufficiente a garantire i diritti garantiti dal liberalismo, dalla democrazia e dal capitalismo. Soltanto la concezione che tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge e hanno alcuni diritti inalienabili che non possono essere calpestati dai governi, il principio secondo il quale i governi traggono il loro potere e la loro legittimazione esclusivamente dal consenso dei governati. Per i popoli e le nazioni che condividono la fede liberale, le guerre per difendere questi principi (com’è avvenuto in Kosovo) anche se il diritto internazionale dice che sono sbagliate, sono invece giuste e doverose.  “I problemi mondiali non possono essere risolti se l’America non accetta la sua parte di responsabilità per risolverli” ha scritto Reinhold Niebuhr ma, come ora ha compreso il presidente Obama, essere guida non significa fare da sé. Le democrazie del mondo devono iniziare a riflettere su come proteggere i propri interessi e principi in un mondo nel quale gli uni e gli altri sono di nuovo esposti a gravi minacce.

Estate 2014

Estate 2014 - ATLANTIS

ÉLITE VS POPOLO?

Nel breve volgere di circa un mese sono usciti due libri di grande spessore, che hanno solleticato una qualche domanda e almeno un dubbio. Il primo (anche in ordine cronologico) è Governare gli Italiani, storia dello Stato di Sabino Cassese, giudice della Corte Costituzionale, oltre che accademico. Il secondo (in tutti i sensi) è Europa o no di Luigi Zingales, accademico italiano “emigrato” alla Booth School of Business della University of Chicago. Poiché, non solo l’impianto generale della loro tesi, ma anche alcune pagine sembrano uguali seppur l’argomentazione è affrontata da due punti di vista diversi: l’uno giuridico e l’altro economicistico, si è tentati di pensare che: a) uno dei due sia autore di plagio (ipotesi da escludere per la statura di entrambi); b) abbiano utilizzato il medesimo “ghost writer”; c) frequentano lo stesso golf club e hanno origliato i discorsi reciprocamente in club house; d) è una pura coincidenza è la loro tesi arriva in un momento di riflessione non a caso comparativa tra formazione dello Stato unitario italiano e Unione europea. Diamo per scontato che la risposta giusta è d ed ambedue gli emeriti professori ci promuovano a pieni voti. Qual è il punto focale messo in evidenza dai due? È il percorso elitario nella realizzazione dei due cammini costitutivi e la diffidenza sia dei notabili piemontesi e italiani in generale verso le masse popolari sia delle élites che hanno dato vita attraverso i Trattati all’Unione, evitando accuratamente di sottoporre i principali passaggi istitutivi alla ratifica del consenso popolare. Entrambi i percorsi, italiano ed europeo, hanno visto protagonisti un numero incredibilmente limitato di politici, economisti, banchieri e imprenditori. Non superiore al due per cento, censitario nel primo caso, forse ancora più limitato nel secondo, considerando che i cittadini europei sono oltre cinquecento milioni. Si è creata, dunque, fin dall’inizio delle due storie, una forte sfiducia nel popolo da parte dei governanti e dall’altra una atavica diffidenza verso i potenti da parte delle masse. Tutti e due i percorsi hanno dato vita a un disegno istituzionale centralista e burocratizzato (si pensi al confronto con il mondo anglosassone che non conosce la parola Stato) e tutti e due sono partiti da un peccato originale: l’accollarsi del debito pubblico preesistente (forse per ingraziarsi i benestanti che mal digerivano tale soluzione?). In questo senso, creando una continuità tra vecchio e nuovo e non un momento di partenza fondativo. Sia l’Italia risorgimentale sia l’Europa dell’Unione hanno lasciato il “sogno” politico come un ideale un po’ ingenuo sullo sfondo (Mazzini, Cattaneo, Spinelli) e usato il realismo e l’astuzia (Cavour, Schumann, Adenauer, Delors, Merkel). Nel caso italiano, di fronte alla pressione del malcontento derivata dall’annessione forzata del Meridione, prima si sono fatti intervenire i bersaglieri in una sanguinosa guerra di repressione poi, una volta ratificato un patto non scritto con le classi dirigenti meridionali (che ha originato, tra l’altro, la disastrosa pubblica amministrazione di stampo borbonico che il Paese si ritrova anche ora) e alle conseguenze del declino economico di vaste aree (in particolare Sud e Nord Est), il ricorso alla valvola di sfogo dell’emigrazione di massa. Nel caso europeo, di fronte all’asse franco-tedesco, a dettare legge è la moneta che altro non è che un marco travestito da euro. E proprio il governo della moneta, accettato e anzi voluto dalle élites politiche (guarda caso tutte provenienti dal mondo delle accademie economiche e delle banche centrali o degli istituti finanziari mondiali) che forzare ed “educare” le masse che – secondo loro – soltanto con il bastone dell’austerità e del rigore avrebbero accettato quelle riforme che da sé, ovvero democraticamente, non avrebbero mai operato. Ecco, allora, la frattura tra Paesi del Nord, virtuosi, riformati, morigerati nei costumi e Paesi del Sud, corrotti, cattolici, lassisti nei costumi. Questo nell’iconografia. Mentre nell’analisi realistica, il confronto è tra chi in una posizione di vantaggio competitivo e chi di svantaggio. I Paesi del Nord Europa godono delle politica deflazionistica operata dalla Bce a vantaggio dei loro lavoratori e pensionati mentre i Paesi del Sud, oberati dal peso del loro debito pubblico e quindi dalla debolezza dei loro sistemi bancari, arrancano anche in mancanza della capacità di autoriformare i loro apparati pubblici e la loro arretrata mentalità sindacale. Oggi, quindi, in Italia, ci si trova di fronte il nodo cruciale di centocinquant’anni fa. Hanno ragione le élites a diffidare delle masse che primeggiano a livello continentale per bassa scolarizzazione (ma da Casati in poi non è anche questa una responsabilità dei governanti?) o hanno ragione le masse a diffidare dei notabili (ma da Mussolini in poi non hanno certo brillato per maturità, essendo tendenzialmente non rivoluzionarie ma insurrezionali)? Zingales, si e ci risponde, che l’uscita dall’euro, probabilmente, favorirebbe solo le élites italiane (di allora e di oggi). Solo una nuova Europa (più liberale, più democratica, federale) è l’opportunità per rompere questo schema secolare di gerarchizzazione politica, di cristallizzazione e immobilismo sociale. L’Europa deve essere considerata un mezzo e non un fine. Se il fine è la prosperità economica e la coesistenza pacifica, la dimensione statuale può aiutare perché riduce il potere del clientelismo locale. In una Europa dunque un Paese (geograficamente e demograficamente) grande diventa più conveniente utilizzare criteri oggettivi di selezione che favoriscono la meritocrazia, abbattendo i corporativismi, le baronie, il familismo, le mafie. Oltra alla corruttela politica che trova terreno fertile nell’amoralità diffusa e nel rapporto Stato cittadino deformato dal diritto amministrativo che li pone su due piani differenti. Quale nuova Europa, dunque? Una nuova Europa che ponga la democrazie e i diritti umani al primo posto ideale, l’economia di mercato e il libero scambio di meci e lavoratori al secondo, una difesa e una politica estera comune, al terzo, la ricerca, l’università e le comunicazioni comuni, al quarto. E per rispondere alla domanda finale posta ai ventisei intervistati del libro “Una nuova Europa”: come sarà il cittadino europeo del futuro? Un cittadino che ha visto finalmente affermarsi la sua sovranità, nella ricomposizione della frattura tra élites e popolo. Un europeo che non è un “omogeneizzato politico” ma un cittadino libero di scegliere e di prosperare nella diversità. 

 

Primavera 2014

Primavera 2014 - ATLANTIS

Manifesto per una nuova Europa

Dall’Unione europea all’Europa dei Popoli.

 

Carlo Mazzanti 

 

Il prossimo maggio 2014 i cittadini italiani, insieme a tutti i loro concittadini europei, si troveranno a dover compiere una scelta che, mai come in precedenza, influenzerà il futuro dell’Europa e la sua stessa esistenza. L’ipotesi che il completamento del processo d’integrazione e unificazione subisca una pericolosa frenata se non un arresto definitivo, è reale e incombente.

La crisi economica di questi anni, ancora non completamente superata, ha scosso profondamente il tessuto economico e sociale di molti paesi in Europa intaccando la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni politiche e monetarie europee soprattutto nei paesi più deboli dell’Unione. 

Facendo leva sulle difficoltà delle famiglie, dei lavoratori, degli imprenditori, dei giovani, dei disoccupati, una corrente di pensiero euroscettico e populista si sta affermando, mettendo a rischio le conquiste e l’intero processo di costruzione della nostra Europa e indebolendone il ruolo a livello geopolitico. Certo, questa Unione europea è completamente da rivedere se non da rifare. Ma è ormai chiaro che senza un’Istituzione europea finalmente democratica e liberale, gli attuali Stati non sono in grado di competere. E’ necessario impegnarsi e fare la nostra parte come europei e come italiani.

La prossima legislatura europea ha un compito fondamentale: realizzare le riforme di cui l’Europa ha bisogno per superare le debolezze della struttura attuale e costruire un nuovo quadro istituzionale, necessario allo sviluppo e al rafforzamento dell’Unione, che abbia una completa legittimazione democratica da parte di tutti i cittadini. Ciò richiede l’unione delle forze di tutti i cittadini europeisti, liberali, riformatori, democratici, federalisti, una guida qualificata e tenace a capo della Commissione e un Parlamento non frammentato.

Tutto questo è possibile soltanto se si riesce a costruire una grande sinergia tra le rappresentanze parlamentari europee e quelle nazionali avendo coscienza che il processo di sviluppo implica che ciascuno operi con efficacia nel proprio ruolo e in una visione comune e coerente. In questo percorso comune l’Italia deve rappresentare un esempio da seguire e riacquistare un ruolo guida propulsivo.  

C’è bisogno di un programma serio e condiviso da portare avanti su due binari paralleli: europeo e nazionale. C’è bisogno di ricostruire un’Europa liberale e democratica.

Nella nuova Europa le libertà fondamentali, la giustizia, i diritti civili, la dignità umana, la libertà personale del cittadino, la solidarietà, valori riconosciuti dalla ‘Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea dovrebbero trovare concreta realizzazione attraverso adeguate riforme in tutti i Paesi. L’Europa liberale e riformista garantisce sicurezza, vero diritto alla privacy e libertà di opinione.

La nuova Europa liberale dovrà favorire lo sviluppo economico attraverso i processi di liberalizzazione del mercato dei beni e dei servizi offerti ai consumatori a costi sempre più competitivi grazie al meccanismo trasparente della concorrenza nel pieno rispetto delle regole. 

La nostra Europa liberale e riformista rafforzerà l’aumento del reddito dei cittadini grazie alla costante crescita economica e occupazionale. La nostra Europa liberale e riformista guarderà al futuro investendo soprattutto nella formazione e nella ricerca, nell’innovazione tecnologica, nella sostenibilità ambientale e nello sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica.  

La nuova Europa liberale e riformista attuerà politiche che permettono e favoriscono la creazione di posti di lavoro, favorendo l’iniziativa imprenditoriale, abbattendo i costi per le imprese, rendendo più flessibile, dinamico e accessibile il mercato del lavoro. Nella nuova Europa liberale e riformista l’associazionismo e il terzo settore saranno riconosciuti come un pilastro importante di una società evoluta e svolgono un ruolo importante di sussidiarietà nell’ambito dei servizi alla persona anche come strumento di alleggerimento dei costi dello stato sociale.

La nuova Europa liberale attribuirà un ruolo fondamentale alla cultura: paesaggio, ambiente e patrimonio culturale rappresentano un unicum e vanno tutelati in un tutt’uno armonico. 

Nella nuova Europa democratica i cittadini si potranno sentire pienamente rappresentati dalle istituzioni democraticamente elette attraverso un corretto processo decisionale legislativo e regolamentare, e garantiti da un’adeguata legge elettorale per la formazione del Parlamento europeo. La nuova Europa democratica realizza e garantisce una maggiore vicinanza fra le istituzioni e i cittadini anche attraverso la completa trasparenza degli atti dei vari livelli di governo assicurando altresì la responsabilizzazione diretta delle istanze coinvolte a livello personale. Nella nuova Europa democratica lo stato di diritto, l’indipendenza della magistratura e il ruolo dell’informazione, sono rispettati e inviolabili. 

La nuova Europa federale sarà basata su un modello istituzionale che deve operare una distinzione rigorosa tra poteri degli Stati e poteri della federazione, impedendo quindi sovrapposizioni e interferenze. Il livello federale deve avere specifiche funzioni in materie quali la Difesa, la Politica  Estera, l’Energia, il Commercio Estero, la Politica Monetaria, il Lavoro, lo Stato sociale, le Telecomunicazioni, e deve tutelare le identità locali lasciando autonomia sulle altre materie agli Stati federati e alle loro regioni, razionalizzando il funzionamento dei vari livelli di governo territoriale sulla base del criterio di sussidiarietà. 

La nuova Europa federale rappresenta un soggetto politico unitario in grado di riacquistare il ruolo di leadership che le compete storicamente, rilevanza e prestigio a livello internazionale.

La nuova Europa federale si presenterà compatta e con un’unica voce ai tavoli internazionali in cui nessun paese europeo singolarmente ha modo di incidere significativamente. La politica di sicurezza e di difesa garantirà una maggiore efficacia dei servizi resi. 

L’Europa è nata come culla della Civiltà Occidentale e dovrà ritornare a esserlo nel mondo futuro. 

 

Dicembre 2013 - Gennaio 2014

Dicembre 2013 - Gennaio 2014 - ATLANTIS

Freedom!

L’Utopia della società di Uomini liberi.

 

Dieci anni di vita della nostra rivista. Dieci anni di articoli, di editoriali dedicati alla difesa dei valori di libertà che stanno alla base delle istituzioni liberal democratiche e di quella parte del pensiero occidentale che fonda sulla centralità dell’individuo e dei suoi diritti soggettivi, il patto costituzionale, la libera economia, la giustizia basata sul diritto, la legittimazione dello Stato e l’architettura del sistema sociale. Ma anche 20 anni di lavoro, giornalistico ed editoriale iniziato nel novembre del 1993 e sempre improntato al rispetto del libero mercato ma prima di tutto a quello delle persone e della loro libertà.

Un’utopia che vuole una società fatta da Uomini (e Donne) liberi, liberi di scegliere come affrancarsi dai bisogni, come trovare la propria felicità, come realizzare le proprie aspettative come trasformare i sogni in propositi e i propositi in azioni concrete.

Le Utopie sono in sé irrealizzabili, altrimenti non sarebbero utopie. L’utopia è il “non luogo”, la dimensione metafisica del modello. La sua idealizzazione. Ma le utopie sono da sempre anche i grandi motori della Storia. Trovano nelle filosofie politiche la loro applicazione ma anche la loro fallacità, la loro irrealizzabilità concreta. La Democrazia di Platone, l’idea del mercato perfetto e della mano invisibile, la società Comunista e tante altre visioni che si sono incagliate nella realtà della storia, nella commedia umana, nel percorso umano.

Lasciateci continuare a coltivare la nostra. La società basata sulle libertà individuali. La società dello Stato minimo, della libertà d’impresa, della meritocrazia e della solidarietà personale, della separazione dei poteri e della loro legittimazione popolare, dei diritti individuali contro l’inesistenza di quelli collettivi, la parità dello Stato e del Cittadino che devono avere. Una società di Uomini e Donne liberi la cui azione sia limitata solo dal rispetto della sfera di libertà altrui. Una società di uguali nelle opportunità ma di diseguali nel merito. Una società che premi l’iniziativa e le idee e disincentivi il parassitismo, una società che aiuti i deboli a diventare forti non i forti diventare deboli.

Buon Natale e Buon anno nuovo.

 

Andrea Mazzanti

Ottobre-Novembre 2013

Ottobre-Novembre 2013 - ATLANTIS

Capitalismo, democrazia e libertà

Tra modello Americano ed europeo

Carlo Mazzanti

 

 

Capitalismo, democrazia e libertà sono un trinomio inscindibile che connota e denota il mondo occidentale. Il capitalismo è il modello economico fondato sul mercato, la libertà di impresa e la proprietà privata. E’ il modello economico più efficiente che la storia abbia finora visto all’opera. La democrazia è il modello politico partecipativo, che contempla che le decisioni strategiche della (città stato, prima) nazione siano condivise il più possibile dai cittadini attraverso un meccanismo di rappresentatività politica che si determina con libere elezioni. La libertà individuale è il valore supremo, eticamente inteso, che lo Stato, arbitro neutrale degli interessi dei cittadini, riconosce e tutela con l’ausilio della legge. Questo trinomio, assolutamente semplificato nella sua descrizione, è l’architrave portante dello Stato liberale che, a differenza di quanto cianciano alcuni, non è affatto obsoleto. Anzi: è attualissimo e sostanzialmente ancora incompiuto. Oltre ad essere misconosciuto e non attuato nella gran parte degli altri paesi che non si definiscono occidentali. Certo, la definizione di occidentale non è ormai puramente geografica ma culturale. La condivisione dei valori occidentali, infatti, è propria dell’Europa e dell’America del Nord (e sempre più anche del Centro e del Sud), del Giappone, dell’Oceania, del Sud Africa, dell’India e di Israele. Con elementi di presenza liberale e filoccidentale minoritaria ma importante nel Nord Africa (primavera araba). Eppure, prima di dire che questa architrave ideale è esportabile nel resto del pianeta, è opportuno svolgere alcune riflessioni. Alcune assolute, altre comparative. Le assolute. Il capitalismo, essendo un modello economico è privo, di per sé, di contenuti e fini morali. L’aberrante connubio capitalismo & autocrazia (od oligarchia) che vediamo all’opera soprattutto (ma non solo) in Cina e in Russia, pone dei limiti precisi entro cui tale modello è raccomandabile. La democrazia rappresentativa, se non combinata con un modello istituzionale efficiente e interagente con un modello educativo e culturale (scuola, università) adeguato, non fa che fotografare una società semplicemente per quello che è e manca di produrre élites in grado di operare scelte responsabili (l’Italia e la Grecia sono esempi europei di grande efficacia negli ultimi vent’anni). Il parlamentarismo resta, comunque, la pietra miliare del liberalismo democratico. La libertà dell’individuo, con il concetto di Stato di Diritto, di separazione dei poteri, dall’Habeas Corpus in poi, seppure più volte minacciata da una malintesa esigenza di bene comune, di solidarietà collettiva, di lotta all’egoismo, è stata il collante morale decisivo del trinomio filosofico politico occidentale. Le comparative. Stati Uniti ed Europa. Due diversi modi di intendere questi modelli. Americani ed europei la pensano diversamente in tema di povertà, disuguaglianza, redistribuzione del reddito, welfare e protezione sociale – scrivono Alberto Alesina e Francesco Giavazzi – Gli americani pensano che chi è povero debba aiutarsi da sé. Gli europei, al contrario, sono convinti che il compito di far uscire gli individui dalla povertà spetti in primo luogo allo Stato. Gli europei sono più influenzati degli americani dalla tradizione marxista (la società europea deriva dal feudalesimo). Considerano la disuguaglianza indotta dal mercato come uno dei principali mali sociali da combattere, guardano con sospetto al mercato e in generale sono a favore di un ampio intervento pubblico per correggere la disuguaglianza. Il modello del capitalismo americano – scrive Luigi Zingales – inizia quando alcuni scontenti cittadini britannici decidono di cercare la loro strada per la felicità, mettendo in moto il più straordinario esperimento sociale nella storia umana. I Padri fondatori non solo crearono un governo del popolo, dal popolo e per il popolo: essi seppero dare vita anche a un sistema economico del popolo, dal popolo e per il popolo. Diversamente da altre parti del mondo, in cui il capitalismo è stato creato da una ricca élite attratta dalla possibilità di ottenere maggiore ricchezza, il capitalismo americano è il prodotto di una democrazia che ha dato alla luce il miglior sistema possibile per assicurare la prosperità dei suoi cittadini. Il modello americano ha vissuto e prosperato grazie ad una serie irripetibile di circostanze: un governo sensibile ai valori della gente comune; un complesso di valori culturali per cui l‘arricchimento rappresenta una responsabilità morale e non un fine in sé; la fede che questo sistema sia in grado di assicurare possibilità per tutti. Perché sulle due sponde dell’Atlantico – si chiedono Alesina e Giavazzi -

le opinioni sono così diverse? Forse per la maggiore mobilità sociale che si riscontra negli Stati Uniti? Forse perché gli americani si comportano e scelgono da singoli individui e gli europei da appartenenti ad un gruppo (corporazione)? Forse la risposta sta in questa affermazione di Zingales: una delle più grandi conquiste del capitalismo americano è stata quella di liberare gli intellettuali dal giogo della servitù. Grazie al mercato di libri e giornali, gli intellettuali hanno potuto guadagnarsi da vivere scrivendo liberamente per il vasto pubblico, senza prostituirsi per ricchi mecenati. Lo aveva notato già Alexis de Tocqueville, osservando che la democrazia americana si reggeva su due cardini: il libero associazionismo e la libertà di stampa. L’informazione crea e diffonde conoscenza e produce libertà. La crisi attuale che attraversa l’Europa non è solo economica. E’ più profonda e va dall’impoverimento della classe media (soprattutto giovanile) motore consueto di ogni innovazione sociale, all’autoreferenzialità della classe politica anche per una sua mancata rotazione, all’irresponsabilità delle élites economiche e finanziarie che non tengono in nessun conto il valore della diffusione della ricchezza attraverso un normale meccanismo di libero mercato. In Europa, il capitalismo è tollerato fino a quando produce ricchezza atta ad operare una tassazione che redistribuisca il reddito attraverso il ruolo di partiti e sindacati; la democrazia è tollerata se non arriva a influire sui processi decisionali delle reali élites (tanto è vero che modelli istituzionali come quello federalista basato sulla separazione dei poteri sono visti come fumo negli occhi e si propende sempre per modelli rigidamente centralisti); la libertà è confusa con la pace (anche sociale). Solo la liberazione delle e la fiducia nelle élites intellettuali, finalmente liberate dal giogo economico e psicologico dei loro padroni (scuole, università, informazione di Stato), porterà gli europei a ricomporre quel trinomio economico (capitalismo), politico (democrazie) e morale (libertà) da esportare nel mondo.

Ma lo vorranno veramente gli europei?

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