Il manifesto di Palantir e la politica estera della tecnodestra

27.04.2026

Di Enrico Ellero

Il manifesto di Palantir Technologies, pubblicato su X lo scorso 18 aprile e ispirato al libro "The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West" di Alex Karp (CEO di Palantir) e Nicholas W. Zamiska, può essere letto come una vera e propria dottrina di politica estera per gli Stati Uniti nell'epoca dell'intelligenza artificiale: al centro c'è il superamento del soft power come strumento sufficiente di leadership globale, sostituito da un hard power costruito sul software, in cui tecnologia, dati e capacità computazionale diventano leve decisive della proiezione geopolitica americana. Dal manifesto emerge una rottura culturale con la vecchia Silicon Valley globalista, orientata al mercato e all'universalismo, a favore di una nuova idea di tecnologia esplicitamente al servizio della nazione e della sicurezza, chiamata a integrarsi nella strategia di sicurezza nazionale; in questo quadro, la competizione internazionale è reinterpretata come una corsa all'IA applicata alla difesa, dove la questione non è se sviluppare armi intelligenti ma chi ne deterrà il controllo, delineando il passaggio da una deterrenza nucleare a una deterrenza algoritmica, fondata su velocità decisionale, integrazione uomo-macchina e superiorità informativa. 

Parallelamente, il manifesto mette in discussione l'assetto postbellico delle alleanze, criticando i limiti imposti a Germania e Giappone e sostenendo la necessità di partner più armati e assertivi, in un sistema in cui gli Stati Uniti restano guida ma chiedono una redistribuzione degli oneri strategici. Emerge, inoltre, una visione eccezionalista dell'America, vista come garante storico della stabilità globale e del progresso, ma declinata in termini meno universalisti e più competitivi, dove il confronto tra potenze torna ad avere una dimensione anche culturale e valoriale. Ne deriva una politica estera meno relativista, incline a distinguere tra sistemi compatibili e incompatibili con l'ordine occidentale, e una concezione più netta dell'uso della forza, per cui una volta deciso un intervento il sostegno deve essere pieno e privo di ambiguità. Nel complesso, il manifesto delinea un patriottismo occidentale e futurista che ridefinisce il ruolo degli Stati Uniti non più come arbitro dell'ordine internazionale liberale, ma come architetto di un nuovo equilibrio globale fondato sulla supremazia tecnologica data dall'IA.

The Palantir Manifesto and the Foreign Policy of the Tech Right

By Enrico Ellero

The manifesto of Palantir Technologies, published on X on April 18 and inspired by the book The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West by Alex Karp (CEO of Palantir) and Nicholas W. Zamiska, can be read as a full-fledged doctrine of foreign policy for the United States in the age of artificial intelligence. At its core lies the overcoming of soft power as a sufficient tool of global leadership, replaced by a form of hard power built on software, in which technology, data, and computational capacity become decisive levers of American geopolitical projection. The manifesto signals a cultural break with the old globalist Silicon Valley, traditionally oriented toward markets and universalism, in favor of a new vision of technology explicitly placed at the service of the nation and security, and integrated into national security strategy. Within this framework, international competition is reinterpreted as a race for AI applied to defense, where the key question is no longer whether to develop intelligent weapons, but who will control them. This marks a transition from nuclear deterrence to algorithmic deterrence, grounded in decision-making speed, human–machine integration, and informational superiority. 

At the same time, the manifesto challenges the postwar structure of alliances, criticizing the constraints imposed on Germany and Japan and advocating for more heavily armed and assertive partners, within a system in which the United States remains the leading power while calling for a redistribution of strategic burdens. It also advances an exceptionalist vision of America, seen as the historical guarantor of global stability and progress, yet framed in less universalist and more competitive terms, where great-power rivalry once again acquires a cultural and value-based dimension. The result is a foreign policy that is less relativistic, more inclined to distinguish between systems compatible and incompatible with the Western order, and more explicit in its conception of the use of force: once an intervention is decided, support must be full and unambiguous. Overall, the manifesto outlines a form of Western and futurist patriotism that redefines the role of the United States, no longer as the arbiter of the liberal international order, but as the architect of a new global equilibrium founded on technological supremacy driven by artificial intelligence. 

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