La cultura dissidente non si accontenta di urlare nei vicoli: chiede di riscrivere il futuro. / Dissenting culture is no longer content with shouting in alleyways: it demands the rewriting of the future

Nel 2026, l'Iran si trova in una delle sue crisi più profonde dall'instaurazione della Repubblica islamica: una protesta sociale che nasce dall'economia in rovina, dalla drammatica carenza d'acqua a "Day Zero" in diverse città, fino alla svalutazione del rial e alla sopravvivenza quotidiana di milioni di cittadini ha trasformato le piazze in spazi di dissenso culturale giovanile e politico
Questa ondata di mobilitazione non è un semplice sciopero o una serie di cortei isolati: è un movimento che attraversa generazioni, città, professioni e, soprattutto, aspettative di vita. I giovani iraniani, soprattutto quelli sotto i trent'anni, manifestano "una frattura netta dai vecchi slogan rivoluzionari" della teocrazia, rifiutando modelli ideologici imposti e chiedendo con forza un'esistenza dignitosa, libera e individuale.
In questo tessuto di protesta, la cultura del dissenso si esprime non solo nei cori contro il regime e nelle richieste economiche, ma nel rifiuto delle narrazioni dominanti: la censura digitale inaugurata con un blackout nazionale di Internet per bloccare comunicazioni e informazioni non è riuscita a soffocare completamente le voci critiche. Giovani attivisti utilizzano proxy, reti satellitari e smuggled Starlink per aggirare il controllo statale e diffondere musica, poesie e testimonianze di resistenza.
Il dissenso si traduce in forme culturali intense e complesse: dalle opere di street art che contestano l'autorità teocratica, agli slogan che affermano che "la vita personale vale più delle priorità geopolitiche", fino a racconti performativi e graffiti nei quartieri universitari. Queste espressioni non sono solamente estetiche: incarnano una frattura generazionale rispetto alla retorica politica classica e al linguaggio ufficiale.
Tuttavia, la repressione è stata pesante e brutale: migliaia di arresti, centinaia di morti e casi come quello del ventiseienne Erfan Soltani, condannato a morte solo per aver manifestato, hanno trasformato simboli giovanili in icone di resistenza internazionale.
Dal punto di vista geopolitico, il dissenso giovanile iraniano rappresenta oggi una variabile instabile che nessun attore internazionale può più ignorare. Non si tratta solo di diritti civili o libertà individuali, ma di una trasformazione profonda del rapporto tra società e potere in uno degli Stati chiave del Medio Oriente. L'Iran resta un attore centrale negli equilibri regionali, nei negoziati sul nucleare e nei conflitti per procura, ma sotto la superficie diplomatica cresce una generazione che non riconosce più la legittimità culturale del sistema. È in questo scarto, tra la rigidità della teocrazia e la fluidità di una società giovane, digitale e globalizzata, che si gioca una partita decisiva per il futuro politico del Paese. Non una rivoluzione annunciata, ma un logoramento lento e costante del consenso, che nasce nelle università, nei quartieri popolari e negli spazi culturali clandestini, e che rischia di ridisegnare, nel tempo, la mappa del potere iraniano.
Antonio Mazzanti
Dissenting culture is no longer content with shouting in alleyways: it demands the rewriting of the future.
In 2026, Iran finds itself in one of the deepest crises since the establishment of the Islamic Republic. A wave of social protest—born of a collapsing economy, dramatic water shortages reaching "Day Zero" in several cities, the devaluation of the rial, and the daily struggle for survival of millions—has transformed public squares into spaces of youthful, political, and cultural dissent.
This surge of mobilization is not a simple strike or a series of isolated marches. It is a movement that cuts across generations, cities, professions, and, above all, life expectations. Iranian youth—especially those under thirty—are expressing "a clear rupture with the old revolutionary slogans" of the theocracy, rejecting imposed ideological models and forcefully demanding a dignified, free, and individual existence.
Within this fabric of protest, dissenting culture is voiced not only in chants against the regime and in economic demands, but in the rejection of dominant narratives. Digital censorship—ushered in by nationwide internet blackouts aimed at blocking communications and information—has failed to fully silence critical voices. Young activists use proxies, satellite networks, and smuggled Starlink connections to bypass state control and circulate music, poetry, and testimonies of resistance.
Dissent takes shape in intense and complex cultural forms: from street art challenging theocratic authority, to slogans proclaiming that "personal life matters more than geopolitical priorities," to performative storytelling and graffiti in university districts. These expressions are not merely aesthetic; they embody a generational break from classical political rhetoric and the regime's official language.
Repression, however, has been heavy and brutal. Thousands have been arrested, hundreds killed, and cases like that of twenty-six-year-old Erfan Soltani—sentenced to death simply for protesting—have turned youthful figures into icons of international resistance.
From a geopolitical perspective, Iran's youth-led dissent now represents an unstable variable that no international actor can ignore. This is not only about civil rights or individual freedoms, but about a profound transformation in the relationship between society and power in one of the Middle East's pivotal states. Iran remains a central player in regional balances, nuclear negotiations, and proxy conflicts, yet beneath the diplomatic surface a generation is rising that no longer recognizes the cultural legitimacy of the system. It is in this gap—between the rigidity of the theocracy and the fluidity of a young, digital, and globalized society—that a decisive struggle over the country's political future is unfolding. Not a proclaimed revolution, but a slow, constant erosion of consent—born in universities, working-class neighborhoods, and clandestine cultural spaces—that may, over time, redraw the map of power in Iran.
Antonio Mazzanti
