Venezuela: la spinta a cambiare viene dai giovani. / Venezuela: the drive for change comes from the young

— La gioventù non è un'età della vita ma uno stato dello spirito.—
Samuel Ullman
Nel Venezuela di inizio 2026, tra scarcerazioni e nuove promesse di apertura, la cultura giovanile e il dissenso assumono una centralità inedita all'interno del più vasto teatro geopolitico latinoamericano e internazionale. Negli ultimi giorni, il governo ad interim guidato da Delcy Rodríguez ha annunciato la liberazione di alcuni detenuti politici, presentandola come simbolo di un "nuovo momento politico" di apertura alle differenze e alla dissidenza ideologica dopo anni di repressione e conflitti interni.
Ma dietro questa narrazione ufficiale si muove una generazione di giovani che non si riconosce né nei vecchi schemi rivoluzionari né in una normalizzazione autoritaria dello status quo. I ragazzi e le ragazze venezuelane cresciuti tra bloqueo economico, censura e controllo digitale sentono sulla propria pelle la contraddizione di un paese che, pur annunciando riforme, continua a fare i conti con centinaia di prigionieri politici e con una libertà d'espressione incerta.
La cultura dissentiva non si limita alle piazze: nasce e si riconfigura nei suoni, nelle immagini e nei linguaggi giovanili. Album di musica di protesta come Odio a Maduro esprimono con forza cruda e diretta la rabbia, il dolore e la speranza di chi vede la propria identità culturale plasmata da anni di crisi socio-politica, emigrazione di massa e frustrazione collettiva.
Per molti giovani, il tema non è semplicemente la caduta o permanenza di un singolo leader, ma la riappropriazione del diritto di raccontare la propria realtà senza filtri: dai murales nelle periferie di Caracas alle comunità artistiche underground che diffondono narrazioni alternative in rete, dagli spettacoli performativi che mettono in scena l'esperienza dell'esilio ai podcast che discutono di futuro politico senza retorica. Questa gioventù culturale non chiede solo cambiamenti istituzionali, ma un nuovo linguaggio per pensare la libertà in un paese segnato da decenni di polarizzazione.
Nel dialogo con il mondo esterno, l'esperienza venezuelana dei giovani diventa così specchio di questioni globali: come le nuove generazioni rinegoziano l'identità politica in contesti di crisi, come la cultura diventa strumento di resistenza e come il dissenso giovanile influenza (e viene influenzato da) dinamiche geopolitiche più ampie. In questo senso, il Venezuela non è solo un caso latinoamericano da analizzare per il petrolio o per le tensioni con potenze estere: è un laboratorio di significati culturali dove si inventano, ogni giorno, nuove forme di espressione, dissenso e speranza.
Antonio Mazzanti
Venezuela: the drive for change comes from the young
— Youth is not a time of life; it is a state of mind. — Samuel Ullman
In early 2026 Venezuela, amid prisoner releases and renewed promises of openness, youth culture and dissent have taken on an unprecedented centrality within the broader Latin American and international geopolitical arena. In recent days, the interim government led by Delcy Rodríguez announced the release of several political detainees, presenting it as a symbol of a "new political moment" marked by openness to difference and ideological dissent after years of repression and internal conflict.
Yet behind this official narrative moves a generation of young people who identify neither with the old revolutionary frameworks nor with an authoritarian normalization of the status quo. Venezuelan boys and girls who have grown up amid economic blockades, censorship, and digital control feel firsthand the contradiction of a country that proclaims reform while still grappling with hundreds of political prisoners and an uncertain freedom of expression.
Dissenting culture is not confined to the streets; it is born and reshaped in youth sounds, images, and languages. Protest music albums such as Odio a Maduro convey with raw, direct force the anger, pain, and hope of those whose cultural identity has been shaped by years of socio-political crisis, mass emigration, and collective frustration.
For many young people, the issue is not simply the fall or survival of a single leader, but the reclaiming of the right to tell their own reality without filters: from murals in the outskirts of Caracas to underground artistic communities spreading alternative narratives online; from performative shows staging the experience of exile to podcasts that discuss the political future without rhetoric. This cultural youth does not ask only for institutional change, but for a new language with which to think about freedom in a country marked by decades of polarization.
In its dialogue with the outside world, the Venezuelan youth experience thus becomes a mirror of global questions: how new generations renegotiate political identity in contexts of crisis, how culture becomes a tool of resistance, and how youth dissent influences—and is influenced by—broader geopolitical dynamics. In this sense, Venezuela is not merely a Latin American case to be analyzed for oil or tensions with foreign powers; it is a laboratory of cultural meanings where new forms of expression, dissent, and hope are invented every day.
Antonio Mazzanti
