Usa e Israele nella guerra contro l’Iran: stesso nemico, obiettivi diversi / The United States and Israel in the War Against Iran: Same Enemy, Different Objectives

14.04.2026

By Enrico Ellero

La tregua annunciata da Donald Trump tra Stati Uniti e Iran ha sospeso temporaneamente il conflitto, ma ha messo in luce una profonda divergenza strategica tra Washington e Gerusalemme: pur combattendo lo stesso nemico, i due alleati perseguono obiettivi diversi e spesso incompatibili. Israele considera l'Iran una minaccia esistenziale e punta esplicitamente al cambio di regime, convinto che solo il crollo del sistema possa eliminare il pericolo; per questo ha adottato una strategia mirata all'eliminazione dei vertici politici e militari iraniani, basata su una conoscenza profonda delle dinamiche interne della Repubblica islamica. Gli Stati Uniti, invece, hanno seguito una logica differente, ritenendo che una pressione militare sufficiente potesse costringere Teheran a negoziare, con l'obiettivo principale di limitare il programma nucleare e raggiungere un accordo. Queste due visioni si sono rivelate difficilmente conciliabili: da un lato, le operazioni israeliane hanno ridotto lo spazio per una soluzione diplomatica eliminando possibili interlocutori; dall'altro, le aperture negoziali americane hanno indebolito la pressione necessaria per provocare un collasso del regime. 

Alla base di questa divergenza vi è una diversa lettura della natura del sistema iraniano: Israele ha compreso come la sopravvivenza del regime sia il principio guida assoluto, radicato nella dottrina elaborata dopo la rivoluzione del 1979 da Ruhollah Khomeini, secondo cui la difesa dello Stato islamico prevale su ogni altra considerazione; gli Stati Uniti hanno invece sottovalutato questa dimensione ideologica, trattando l'Iran come un attore razionale disposto al compromesso. La resilienza dimostrata da Teheran, anche dopo attacchi pesanti e la perdita di leader chiave, conferma la solidità di un sistema costruito per sopravvivere a qualsiasi crisi, grazie a una rete di poteri paralleli e al ruolo centrale dei Pasdaran. Inoltre, la pressione esterna ha rafforzato la narrativa del regime, che si presenta come baluardo contro nemici storici, consolidando il consenso di una parte della popolazione e rendendo più difficile qualsiasi cambiamento interno. 

Il risultato è una guerra strategicamente incoerente, in cui ogni alleato indebolisce l'obiettivo dell'altro, mentre l'Iran può rivendicare una forma di vittoria semplicemente resistendo. In assenza di una linea comune tra Stati Uniti e Israele, il rischio è che il conflitto resti senza una vera soluzione, lasciando in eredità un Medio Oriente ancora più instabile e un Iran motivato a rafforzare ulteriormente le proprie capacità.

The United States and Israel in the War Against Iran: Same Enemy, Different Objectives

By Enrico Ellero

The truce announced by Donald Trump between the United States and Iran has temporarily suspended the conflict, but it has also highlighted a profound strategic divergence between Washington and Jerusalem: although they are fighting the same enemy, the two allies pursue different—and often incompatible—objectives.

Israel views Iran as an existential threat and explicitly aims at regime change, convinced that only the collapse of the system can eliminate the danger. For this reason, it has adopted a strategy focused on the targeted elimination of Iran's political and military leadership, relying on a deep understanding of the internal dynamics of the Islamic Republic.

The United States, by contrast, has followed a different logic, believing that sufficient military pressure could force Tehran to negotiate, with the primary goal of limiting its nuclear program and reaching an agreement. These two approaches have proven difficult to reconcile: on the one hand, Israeli operations have reduced the space for a diplomatic solution by eliminating potential interlocutors; on the other, American openings to negotiation have weakened the pressure needed to trigger a collapse of the regime.

At the root of this divergence lies a different interpretation of the nature of the Iranian system. Israel has understood that the survival of the regime is its absolute guiding principle, rooted in the doctrine developed after the 1979 revolution by Ruhollah Khomeini, according to which the defense of the Islamic state prevails over any other consideration. The United States, instead, has underestimated this ideological dimension, treating Iran as a rational actor willing to compromise.

The resilience shown by Tehran—even after heavy attacks and the loss of key leaders—confirms the solidity of a system designed to survive any crisis, thanks to a network of parallel powers and the central role of the Revolutionary Guards. Moreover, external pressure has strengthened the regime's narrative, presenting itself as a bulwark against historic enemies, consolidating the support of part of the population and making any internal change more difficult.

The result is a strategically incoherent war, in which each ally undermines the other's objective, while Iran can claim a form of victory simply by enduring. In the absence of a common line between the United States and Israel, the risk is that the conflict will remain unresolved, leaving behind an even more unstable Middle East and an Iran motivated to further strengthen its capabilities.

Share